Il teatro italiano ha bisogno di Cervi

Gino-Cervi

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C’è il pericolo che resti al cinematografo anche il prossimo anno

Roma, aprile

L'anno comico volge alla, fine senza avere riportato alla ribalta Gino Cervi. La sua assenza non è la sola di questa annata tutto sommato felice, ricca di spettacoli attraenti. Non abbiamo udito la voce di Laura Adani, né quella di Andreina Pa-gnani, che soltanto adesso si appresta a seguire Ruggeri nel suo viaggio a Londra e a Parigi. Ma il caso Cervi merita un discorso a parte. « Perché non recita? » si domanda la maggior parte degli spettatori. Cervi è nella pienezza dei suoi mezzi, ha gusto e bravura. In più dispone di una forza naturale che è dono di natura, e chi non l'ha non l'acquista: la simpatia. Primo attore nato, è senza dubbio il più autorevole, certo il più popolare, tra i pochi della generazione di mezzo. Perché dunque non recita?

La domanda è più che giustificata e una risposta a prima vista sembrerebbe facile. Cervi non recita perché è assorbito dal cinema. I produttori lo ricercano, gli ultimi film dei quali fu interprete sono proiettati in tutti i paesi.

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Nella cinematografia Cervi ha trovato tranquillità benessere, soddisfazioni e rinomanza. Per molti, anzi moltissimi, ciò sarebbe più che sufficiente a determinare un allontanamento definitivo da ogni altra attività. Non per lui, che esordi sul palcoscenico e dal teatro non ha mai pensato di staccarsi.

Non si può nemmeno dire che il teatro io abbia dimenticato Ai contrario. molti sono stati in questi due anni di silenzio i progetti sorti attorno al suo nome. Interpellato dalla Stabile di Roma, Cervi aveva espresso il desiderio di interpretare il Citano di Bergerac di Edmond Kostand. Recitare quel lavoro eroicomico è una sua vecchia aspirazione. Ma l'idea fu sul principio messa da parte per ragioni di costo (a volere evitare le parti doppie, per il Cirano occorrono quaranta attori), poi le cose andarono in lungo, e quando si pensò di attuarla Cervi aveva già preso altri impegni.

Roberto Rossellini, per conto del San Carlo di Napoli, gli aveva chiesto di dividere con Ingnd Bergman le parti recitate della Giovanna al rogo di Paul Claudel e Arthur Honegger. Essendo allo studio il ritorno alla scena di Anna Magnani (si paria di uno spettacolo di rivista, nel quale tuttavia sarebbe fatto largo posto alla recitazione) si pensò a Cervi come all'attore che meglio potere starle a fianco. E a riaverlo socio e compagno ha pensato in questi giorni Andreina Pagnani, che riascolteremo l’anno prossimo.

Cervi non ha accettato nessuna di queste proposte. Perché? In parte non poteva. Egli è forse il solo attore che non sappia dividersi tra il teatro e il cinema. Quando gira non recita» e quando recita non gira. Impegnato con Duvivier per il seguito del Don Camillo sì è scritturato per un altro film, Il cardinale Lambertini, che porterà sullo schermo la commedia di Alfredo Testoni di cui furono interpreti Zacconi e Novelli, e che non gli consentirà d'essere disponibile prima della fine di ottobre.

Ma ai di là di queste ragioni Cervi, chi è anche un buon spettatore, non saprebbe oggi decidersi a formare una compagnia senza un programma ben definito e senza i mezzi indispensabili a garantirne l'esito. Consapevole delle proprie capacità, egii si è reso conto delle esigenze che lo spettacolo moderno comporta. Il pubblico le ha fatte proprie. Si può scegliere un'opera classica, o comunque un lavoro già noto. Ma poi occorre una commedia nuova, italiana o straniera, sulla quale poter far calcolo per un interesse più immediato e pungente. Per entrambe è necessario un allestimento (regista, attori, scene e costumi) che tradotto in cifre richiede un certo numero di milioni. Le Tre sorelle di Cecov sono un esempio di quanto si può spendere e recuperare con uno spettacolo di classe.

Esiste dunque per Cervi, come per ogni altro, un problema finanziario che oggi può essere difficilmente risolto da uno o due capocomici e che invece può trovare la sua soluzione in organismi più complessi, quali appunto la Stabile di Roma. A quella, o una compagine dello stesso genere, un attore come Cervi potrebbe aggregarsi per gii spettacoli che meglio gli si confanno. Potrebbe anche accettare un solo spettacolo, cioè un'opera unica; il che risolverebbe in anticipo il problema del repertorio, non meno grave di quello finanziario.

E’ chiaro che un interprete, tanto più quando sia da tempo affermato, deve scegliere. Ha bisogno di lavori per i quali si senta adatto, che lo convincano e lo appassionino. Cervi cerca, ma non trova. Anche il repertorio straniero, in questi ultimi anni, si è notevolmente ridotto. Le commedie sono poche; allorché una di esse è accolta con favore in Francia, in Inghilterra o negli Stati Uniti, tutti tentano di impossessarsene. Ma ciò non basta, bisogna poi vedere di che cosa realmente si tratti.

Cervi in sostanza dice: « Datemi un buon lavoro, datemi una compagnia, e in novembre ritornerò al teatro. Ma non chiedetemi di recitare senza una vera ragione ». La sua è una condizione nuova, consentita appunto dal cinema. Spetta agli altri riflettere se sia conveniente per il teatro che la porta lasciata aperta da Cervi per il prossimo autunno si richiuda ancora una volta. In tre anni sarebbe la terza.

Raul Radice, «L'Europeo», anno IX, n.15, 9 aprile 1953



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Raul Radice, «L'Europeo», anno IX, n.15, 9 aprile 1953