1967, IL PADRE DI FAMIGLIA. L'ULTIMO FILM, COME COMPARSA

Inizio riprese (solo Totò): 13 aprile 1967 - Autorizzazione censura e distribuzione: 14 settembre 1967

Il padre di famiglia Toto


Titolo originale Il padre di famiglia - Paese di produzione Italia, Francia - Anno 1967 - Durata 110 min - Genere commedia - Regia Nanni Loy Soggetto Nanni Loy, Giorgio Arlorio, Ruggero Maccari - Sceneggiatura Nanni Loy, Ruggero Maccari Scenografia Carlo Egidi


Nino Manfredi: Marco Leslie Caron: Paola Claudine Auger: collega Adriana Totò/Ugo Tognazzi: anarchico Romeo Mario Carotenuto: padre fascista di Paola Rina Franchetti, Sergio Tofano: Amedeo, padre di Marco Adriana Facchetti: amica della madre di Paola Gino Pernice: collega di Marco Raoul Grassilli: neurologo Giampiero Albertini: muratore Natalino Marcella Aleardi, Nietta Zocchi, Elsa Vazzoler: Carla, madre di Paola Antonella Della Porta, Marisa Solinas: domestica Angela Paolo Bonacelli: geometra Luca Sportelli: geometra collega di Marco Evi Maltagliati: Luisa


Soggetto

Due giovani urbanisti, Marco e Paola, si incontrano a Roma nei primi anni del dopoguerra. Si sposano con l'impegno di dedicarsi alla difesa della città dagli scempi architettonici. Benché gli accordi in partenza non fossero questi, i due mettono al mondo quattro figli. I problemi legati all'educazione moderna costringono Paola ad abbandonare il lavoro e a fare così una prima rinuncia. Col passare degli anni Marco, estenuato dagli obblighi familiari, cerca l'evasione con un'altra donna. Loy e lo sceneggiatore Maccari cercano di raccontare la trasformazione e la crisi della famiglia, proprio nell'anno in cui scoppiò la contestazione. Ma il film resta una facile commedia, seppure intelligente e ben scritta. Il ruolo di Tognazzi era stato offerto a Totò, che morì dopo aver girato le prime scene (quelle di un funerale).

Critica e curiosità

Il ruolo dell'anziano anarchico, interpretato da Ugo Tognazzi, fu dapprima assegnato a Totò, il quale appare nella scena del funerale ma che morì due giorni dopo, il 15 aprile 1967. Il protagonista, in una sequenza, critica aspramente la costruzione di un enorme quartiere romano che è in contraddizione con i piani e i criteri urbanistici; egli afferma che, privo di spazi verdi com'è, i bambini dovranno percorrere chilometri a piedi per andare a giocare. La sequenza è accompagnata da immagini aeree dell'allora costruendo quartiere Tuscolano-Cinecittà, a sud di Roma, in cui sono visibili le reali brutture citate dal personaggio.

La pellicola analizza le stringenti contraddizioni in seno alla famiglia italiana durante gli anni del boom economico post-bellico, quando nuovi problemi socio-culturali si affacciano all'attenzione di una nazione speranzosa e ingenua. La mutata condizione esistenziale ed urbana spinge ad un impegno lavorativo difficilmente conciliabile con quello familiare. Ne fa le spese la tradizionale concezione familistica fondata sulle regole e sul principio dell'autorità del capofamiglia, quest'ultima vista, nell'incipiente era sessantottina - che per tutta la durata del film fa incessantemente capolino (il film è del 1967) - come gabbia soffocante e vetusto sistema di controllo sociale, figlio di un mondo reazionario e conservatore, retto su obblighi e doveri non più reclamabili. A fronte di nuove acquisizioni e nuovi diritti, Nanni Loy intuisce il baratro su cui barcolla in quegli anni la nazione e il prezzo per il quale saranno pagati, negli anni '70 e soprattutto '80, il desiderio iconoclasta di distruzione dei valori della Resistenza e dell'italietta povera ma felice, e la sostituzione traumatizzante col mito dell'individuo e del progresso a tutti i costi.


Galleria fotografica e stampa dell'epoca

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Quest'anno l'Italia è presente in gran forza al festival di Venezia: cinque film scelti dal professor Chiarini e dalla commissione selezionatrice sono un record forse mai raggiunto, se la memoria non ci inganna. È evidente che una partecipazione così nutrita comporta il rischio di togliere spazio a film di altri paesi e a trasformare sempre più Venezia in una pedana di lancio per i migliori prodotti nazionali, ma si comprendono al contempo quelle che sono state le intensioni degli organizzatori: in un periodo di crisi, conferire risalto agli sforzi creativi più nobili, interessanti e generosi

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«Il padre di famiglia» rientra, invece, nella categoria della commedia di costume, ma a differenza di tanti intrattenimenti che vanno per la maggiore si annuncia costellato di annotazioni pungenti, uno specchio in cui si rifletteranno virtù e vizi dell'italiano medio. C'è un «ma» da non tralasciare in questa anticipazione della selezione italiana a Venezia. Tirando le somme basta un nonnulla, un eccesso di ottimismo ingiustificato, a falsare le proporzioni del fenomeno. Cinque film italiani in gara sono un bel primato, tuttavia guai a dimenticare che, omissioni a parte e pellicole non ancora ultimate, poche rondini non fanno primavera. Lo stato di salute di una cinematografia non lo si accerta e verifica su un numero cosi ristretto e limitato di componimenti, ma deve essere rapportato al tessuto, al tono, al livello qualitativo generale, alla pluralità degli apporti e alla loro connotazione. Ne consegue pertanto che se è lecito rallegrarci perché una decina di registi nel '68 solleveranno un po' le sorti del cinema italiano, non siamo affatto autorizzati a ignorare che esistono e continuano a esistere oltre duecento film mediocri e modesti i quali confermano la sopravvivenza di una grave crisi, insomma, a prescindere dal probabile successo veneziano, i problemi del cinema italiano restano sul tappeto.

Mino Argentieri, «Noi donne», anno XXII, n.34, 2 settembre 1967


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Madri e mogli sono state all’ordine del giorno nel cartellone della ventottesima Mostra internazionale d'arte cinematografica. Mai come quest'anno, a Venezia, gli schermi sono stati solcati da immagini che riguardavano la donna, la sua posizione nel mondo, i suoi rapporti con l’altro sesso. Sociologi e studiosi del costume avrebbero potuto trarne spunti e materiali di meditazione in grande quantità. Noi, più modestamente, ci accontentiamo di prendere atto di un fenomeno recente: il cinema, dopo avere innalzato la donna sugli altari del romanticismo e dell’erotismo, si appresta ad analizzarla con occhio disincantato se non addirittura qualche volta indulgendo alla misoginia. Questo non è il caso della Mostra veneziana, dove su cinque film imperniati su figure femminili uno solo, e a nostro avviso a torto, ha autorizzato il sospetto di una ostilità preconcetta. Tanto per arrivare subito al sodo, vediamo « Il padre di famiglia » dì Nanni Loy: ha un titolo curioso per essere un film che esalta l'abnegazione, la dirittura morale, la laboriosità di una giovane madre. Tuttavia, vi si tratta di un caso niente affatto sporadico. Uno studente e una studentessa s'incontrano durante una manifestazione politica: lei è monarchica, lui è socialista. Sono i giorni del referendum istituzionale e corrono parole grosse fra monarchici e repubblicani: nonostante le divergenze in fatto di politica, i due si innamorano e si sposano. Di stoffa moderna, l’architetto in gonnella lavora in uno studio, poi rimane incinta e allora dovrà decidere se dedicarsi alla famiglia oppure proseguire l'attività professionale. Prevarrà la prima soluzione e i figli si succederanno uno appresso all'altro. D'ora innanzi qualcosa muterà nelle relazioni coniugali: subentra una certa stanchezza, il marito andrà a caccia di piacevoli evasioni e, per sostenere l'economia familiare, sarà disposto a transigere con i suoi ideali di integrità. In extremis, lo salva la mogliettina, ormai sfiorita e al limite del collasso nervoso, la quale gli ricorda che se lo ha sposato è stato soltanto perchè aveva alcune idee sane e chiare in testa. Malgrado la fiducia che nutriamo nella nobiltà e generosità degli animi, si stenta a credere alla esemplarità di questo comportamento, che forse sarà anche diffuso ma che temiamo rappresenti più una eccezione che una regola. Tuttavia non è su questo punto che si accavallano grossi e insormontabili dubbi, bensì sulla positività di un personaggio che, in fondo, risponde a una concezione tradizionale del ruolo serbato alla donna. Si dirà che, alla fine, l'eroina di Loy esce psichicamente distrutta dall'esperienza che attraversa ed è vero che ella non costituisce un esempio invitante. Ma è anche vero che, alla resa dei conti, Loy simpatizza e coglie valori costruttivi in una madre di stampo antiquato, che rinuncia a realizzare una parte importante della sua personalità per chiudersi entro le pareti domestiche e votarsi alla maternità. E ai rimproveri bisognerebbe aggiungere l'ironia con la quale il regista e gli sceneggiatori considerano il metodo pedagogico Montéssori presentato, per provocare l'ilarità del pubblico, come una scuola di anarchia e di irrequietezza infantile. Accade insomma a questo film, che pure offriva qualche appiglio interessante, quel che succede ormai a tre quarti di cinema italiano: di fingere un atteggiamento critico per ripiegare immediatamente nell'ambito di un epilogo accomodante. Per questo motivo piacerà e incasserà un mare di soldi, poiché molti vi si identificheranno, saranno punti dalla vespa di un'autocritica timidissima per essere assolti e tornare a casa col cuore in pace. [...]

Uno specchio sincero

« Ape regina » è stata catalogata la protagonista di « L'insaziabile » di Edgar Reitz. un altro film congedato in Germania occidentale e di cui abbiamo già parlato. Ma la rubricazione non è esatta e semmai motiva soltanto una faccia del personaggio. L'insaziabile, di cui si fa cenno nel titolo, è una allieva fotografa che s'innamora di uno studente di medicina. Anche « Il padre di famiglia » muoveva pressappoco dagli stessi dati di partenza, ma quale divario fra il film tedesco e l'italiano: tanto conciliante il nostro, quanto lucida e impietosa la narrazione di Edgar Reitz! Elizabeth e Rolf sono travolti da una meravigliosa primavera amorosa: hanno un bambino, si installano in un piccolo appartamento, frequentano amici e amiche insieme con i quali trascorrono lieti pomeriggi fra chiacchiere simpatiche, letture di versi e confidenze. Elizabeth si rivela una stupenda macchina per fabbricare e sfornare figli, sempre più bella, solare, una creatura nata per assolvere alle funzioni naturali e che sensualmente sente la natura. L’idillio si increspa, spuntano conflitti, contrasti. I figli che Elizabeth adora, uccidono l'intesa con Rolf, il quale abbandona gli studi di medicina, è infelice, inquieto e diserta il tetto familiare per riordinare i suoi pensieri. Il terzo bambino di Elizabeth riconduce all'ovile Rolf che ora presta servizio in un cantiere di Rotterdam, ma non guadagna abbastanza ed è costretto a rivolgersi al padre della moglie per quadrare il bilancio. Altri figli frigneranno nell'abitazione di Rolf che. persuaso di essere un fallito (lo hanno degradato, in una ditta di prodotti farmaceutici, perchè non sa trattare i clienti), salta sulla sua automobile, se ne va in campagna e si suicida con il gas. Elizabeth sarà una vedova presto consolabile: diventata mormone, sposa un correligionario americano ed emigra negli Stati Uniti. Alcune fotografie, alla conclusione del film, ce la mostrano sorridente e beata in mezzo a una folta schiera di familiari e a una fila di adolescenti. Un mostro? No, piuttosto una donna che, contrariamente al proprio compagno, assolutizza un versetto della Bibbia: « Dio' vuole che noi siamo felici su questa terra » e che nella maternità realizza il mandato divino. Rolf al suo cospetto è un debole, che ancora si affida alle risorse della volontà, intriso di razionalità e pertanto più di lei esposto alle staffilate della sorte. La forza di Elizabeth invece è arcana, le deriva dal ventre, dall'accontentarsi della sua condizione di riproduttrice. Una madre teutonica sin nelle radici, condannabile. Il film di Reitz freddamente la demistifica con l'aria di registrarne gli atti e con l'obiettività nuda di una diagnosi clinica.

Forse è difficile estrarre un discorso unitario dai cinque film incentrati prevalentemente su personaggi femminili: ciascuno è una isola a sè. Ma tutti insieme confermano un cambiamento di attitudine: nonostante il Lelouch di « Un uomo, una donna », il cinema non si accosta pretestuosamente ai problemi della donna moderna. I fumetti patetici, le favole mielate per educande, l’edulcorazione dei buoni sentimenti, il romanzo d'appendice popolato di femmine fatali o di esangui perseguitate hanno ceduto il passo a una spregiudicatezza critica che è salutare. Dalla cassapanca delle cianfrusaglie e dei trucchi cinematografici è saltato uno specchio: la donna vi si incomincia a riflettere, pronta a non dissimulare, sotto uno strato di cipria, le rughe del mestiere di vivere.

Mino Argentieri, «Noi Donne», anno XXII, n.37, 23 settembre 1967




È raro realizzare un film su una istituzione. Figuriamoci quando l’istituzione in questione è quella più importante, il nucleo primigenio di organizzazione umana (come mi hanno insegnato nelle inutili lezioni di Geografia nel mio corso di laurea in Lettere). Il padre di famiglia, prima di essere la storia del rapporto matrimoniale tra gli architetti di sinistra Marco e Paola, genitori di quattro pargoli venuti un po’ per caso e un po’ per desiderio, è la storia della famiglia nei primi vent’anni di repubblica, un’attenta e ficcante analisi sulle relazioni tra il gruppo e il resto del mondo e su ciò che avviene all’interno di essa, tra gioie effimere e frustrazioni nascoste. Film militante, commedia estremamente malinconica sulle trasformazioni dell’amore (senza essere un film d’amore puro o convenzionale), è probabilmente il miglior risultato della carriera di Nanni Loy, che l’ha scritto assieme a Ruggero Maccari (che faceva parte di quella famiglia di sceneggiatori di cui abbiamo perso lo stampino) basandosi sul sempreverde principio dell’osservazione del reale contemporaneo, con un’amarezza che non si piange mai addosso e una serena libertà civile. A caratterizzare il carattere fortemente politico di questo film assolutamente importante, c’è anche una fotografia sullo stato dell’urbanistica del dopoguerra e del boom, completamente in pasto alla speculazione edilizia. E non vanno dimenticate le stoccate all’efficacia del metodo Montessori, a cui Marco e Paola si adeguano in maniera quasi succube, ricredendosi poi nel corso degli anni. Nino Manfredi è semplicemente strepitoso, e non gli è da meno un’insolita e bravissima Leslie Caron; oltre al macchiettone di Ugo Tognazzi in un ruolo pensato per Totò (il quale morì dopo i primi giorni di riprese), affianco a loro c’è uno stuolo di grandi caratteristi, dall’apparizione affettuosa ed evanescente di Mario Carotenuto alla dinamica Elsa Vazzoler, fino ad un mesto Sergio Tofano nei panni di un vecchio monarchico: il suo ritorno dal viaggio in Portogallo è struggente.


Oggi è quasi un film dimenticato, ma è un peccato. Commedia amara su ideali e compromessi, "Il padre di famiglia" vede una coppia incontrarsi durante una carica della polizia in pieni anni Sessanta (ed essendo girato nel 1968, il lungometraggio aveva una certa qualità anticipatoria...), comunicarsi le aspettative reciproche di entrambi ed unirle, e lasciarle spegnere per sovraccarichi esterni: bravissimi Nino Manfredi, che sapeva dare un plus di umanità ai caratteri che rappresentava, e l'americana Leslie Caron, che dimostra una volta di più di non avere solo splendide gambe, e notevole Ugo Tognazzi nel ruolo laterale dell'anarchico un pò fuori di testa ma capace di avere una visione delle cose nitida (al posto suo avrebbe dovuto essere Totò, che cominciò a girare il film, ma morì quasi subito). Loy non realizza un'opera della forza di "C'eravamo tanto amati", ma si può dire che ne precorra il disegno, con un disincanto maggiore, perchè nel film di Scola alla fine se ne esce con la sensazione che il personaggio rimasto idealista di Manfredi sia quello a cui è andata meglio. La Famiglia, le intrusioni della Vecchia nella Nuova, le responsabilità cui si è chiamati, l'Amore che cambia forma e a volte può non bastare nell'ordinaria amministrazione dei fatti che verranno: la simpatia di sceneggiatori e regista vanno alla Donna che si sobbarca il peso di tutto, ed alla quale sfugge il controllo delle cose. E'una commedia drammatica ricca di sequenze che si ricordano: valga quel bambino che ad un catastrofico pranzo con le due famiglie degli sposi riunite canta a squarciagola "Bandiera rossa" mentre il nonno militare a riposo sparisce nell'indifferenza di tutti.


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Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo
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  La chiesa dove si celebra il matrimonio dei due protagonisti e il funerale del padre di Paola è S. Maria delle Grazie alle Fornaci in Via di Santa Maria alle Fornaci, 30 a Roma.
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  Dettaglio della scalinata laterale nel corso del matrimonio

Riferimenti e bibliografie: