Gli anni 70 e la RIscoperta di Totò

1970 RIscoperta Toto


Vedrai, quando sarò morto e non più scomodo per nessuno, daranno la stura ai paroloni e, rispolverando la mia vis comica, affermeranno che se non me ne fossi andato mi avrebbero visto giusto per questo o quel personaggio, chi meglio di me avrebbe potuto farlo? Non vanno sempre cosi le faccende a casa nostra? Questo è un bellissimo paese in cui però uno ha da morire per essere compreso.


Omaggio a Totò

Il fenomeno Totò non appartiene soltanto al passato, ma anche al presente. Infatti oggi, attraverso riedizioni di alcuni suoi popolari film e le trasmissioni televisive di altre pellicole da lui interpretate, anche i giovani e i giovanissimi hanno avuto modo di conoscerlo e di apprezzarlo, tanto da sperare che attraverso l’immagine umana di questo grande attore comico napoletano la parte ansiosa di questa natura dolente umanità possa affrancarsi dai mali moderni che l’affliggono.

Fu una carriera trionfale, quella di Totò, maestro del macchiettismo, inimitabile mimo, interprete comico d’eccezione, sostenuto dall’umorismo irrazionale ed istintivo del grande istrione; supernapoletano di Cinecittà, supermarionetta teatrale e cinematografica la sua figura è rimasta sempre viva nel ricordo di tutti. Quand’era in vita, non gli furono resi gli onori che meritava. Rendiamogli dunque, pienamente, almeno oggi, tutto l’omaggio che merita.

Succede spesso ai grandi artisti: diventano più «grandi» dopo la morte. E’ accaduto anche per Totò, che in vita fu «soltanto» popolare. Oggi, trascorsi oltre sei anni dalla sua scomparsa, critici, saggisti e storici del cinema e del teatro lo hanno «riscoperto» parlando finalmente di lui come di un grande attore comico. Il fenomeno si è verificato specie l’anno scorso, da quando cioè abili nbleggiatori hanno pensato bene — ma purtroppo soltanto a scopo commerciale — di riportare alla luce ie «pizze» di alcuni suoi film, non certo tra i migliori. Ebbene: quelle vecchie pellicole hanno fornito ai botteghini incassi sorprendenti: gli spettatori anziani e di mezza età sono stati felici di rivedere Totò sullo schermo, mentre per i giovani è stato una «novità», una felice «scoperta». Ecco così spiegate le cause del «Totò-revival». E’ un filone che potrà durare ancora a lungo se si pensa che il celebre comico partenopeo interpretò oltre cento film — da «Fermo con le mani» nel 1937 a «Ope-iazione San Gennaro» nel 1966 — mentre finora ne sono stati riproposti (anche alla televisione) appena una ventina.

E’ da considerare tuttavia che Totò ebbe di rado la fortuna di «girare» con provveduti registi; cosicché, della sua abbondante produzione, solo poche pellicole possono essere gustate nella loro pienezza artistica, mentre nelle altre c’è da apprezzare soprattutto l’istintiva arte umoristica dell’indimenticabile attore. E’ questa una delle ragioni per cui egli, ancora vivo, era spesso ignorato dalla critica ufficiale (le recensioni apparivano quasi sempre a firma «vice») ma non dal grosso pubblico. Nessuno, in realtà, disprezzava la forza comica e poetica dello straordinario interprete; era piuttosto il contesto di quei vecchi film — ingenerosamente, allora, ritenuti commerciali — realizzati in fretta, spesso in un mese, a degradarne la qualità. Fortunatamente, oggi, viene resa giustizia a Totò. E noi, con il «Premio de Curtis», cerchiamo di contribuire degnamente a ciò.

Enrico Carlo Zambelli, 1973


Amiamo in lui l'uomo tutto libero

In Italia la riscoperta filmica di Totò è iniziata, quasi per caso, negli anni settanta ed è dovuta all’attualità che ha questa marionetta «umana» per gli italiani di tutti i ceti, che si trovano a vivere fra contestazione e superlativismi di tecnicismo, fra la pesantezza viscerale della burocrazia, l’altoparlante oratoria di promesse sociali, e la libertà pornosessuale. Totò è per gli italiani più attuale del geniale Charlot perché rilassa e diverte, non incita alla rivoluzione con la sua maschera di fame atavica, di predestinato all’inguaiamento, che vive con una speranza carica di sole napoletano fatta di piccoli espedienti, che non è rassegnazione poiché lui, un piccolo di statura, è un non minore.

Totò, con l’essere marionetta non razionalmente ma biologicamente snodabile, capace di fare vedere, al forte ed al cattivo, che lui è talmente libero da riuscire persino a rendere ogni parte del suo corpo autonoma da un’altra, esprimeva con virulenza una reazione elementare di difesa fisica e sentimentale alla civiltà della macchina. Nei suoi film, anche nei più scadenti, ciò che conta è solamente lui, proprio per questo suo modo biologico di difesa che egli manifesta con l’essere irrazionale, aggressivo, scettico e crepuscolare, con l’amore stupefatto di un troglodita.

Egli vive e fa ridere spontaneamente anche oggi perché era e rimane un omino incredibile che, non avendo da comunicare nulla di logico, in quanto la logica è sempre battaglia anche in tempo di pace, voleva personificare a suo modo il polemico assurdo petroliniano. Il principe de Curtis, il burattino snodabile, di gesti iterati ed irripetibili, capace di fissarsi in pose di astratto e metafisico stupore, si ricomponeva improvvisamente in una dignità di uomo che amava con le lacrime agli occhi, pieni di speranza, la propria libertà nel rispetto degli altri.

Nel cinema di Totò l'attingere ai repertori del suo teatro, è la norma. Molti film saranno palesemente basati sulla riproposizione di interi quadri di riviste, perché la loro stessa riconoscibilità può essere utile nell’attrarre pubblico che quello sketch aveva visto a teatro, o di cui aveva sentito parlare. Il trasferimento di testi teatrali all'interno del cinema di Totò va molto oltre l’occasionalità di uno spunto, un confronto con i copioni teatrali mostra che l’attore portava in dote al ‘testo’ del film contributi di repertorio parecchio più ampi di quanto si creda; singole battute, scene, sketch, anche interi film sono basati su lavori già fatti a teatro, e rodati talmente bene da riuscire infallibili anche sotto l’occhio algido della cinepresa, senza un pubblico da provocare e da cui farsi eccitare. Anche da questo punto di vista il lavoro cinematografico di Totò è una propaggine, quasi un’appendice di quello teatrale.

L’utilizzo di materiale già rodato risponde in genere al desiderio dei produttori di organizzare e girare un film in tempi strettissimi: ingaggiando Totò come interprete ci si assicura al tempo stesso — e gratis — anche Totò come un vero e proprio co-autore. Si va da semplici spunti (come il nome dimenticato di qualcuno che ha telefonato, nella rivista Belle o brutte mi piaccion tutte, che in Totò e le donne diventerà un intero straordinario episodio) all’ossatura sostanziale di un lavoro trapiantata in un altro (come la rivista L’ultimo Tarzan che fornirà buona parte del materiale al Tototarzan di Mattoli). L’impossibilità di rivedere i lavori teatrali di Totò, completi delle variazioni via via apportate al copione, ha fatto perdere una quantità di riferimenti che negli anni Quaranta e Cinquanta apparivano evidenti, quasi un’orgogliosa rivendicazione del proprio lavoro d’attore davanti allo spettatore (ricordate il mio famoso sketch? ora ve lo rifaccio), e che oggi potrebbero sembrare dei furbi ricicli o addirittura degli autoplagi.

Erano tempi in cui la volatilità del concetto di diritto d’autore permetteva facilmente certe operazioni, ed era lo stesso Totò a concederle e spesso a suggerirle, preferendo esibirsi su canovacci già noti e sperimentati piuttosto che saltare nel buio di testi che gli erano estranei. Si parla qui beninteso di sceneggiature senza valore, perché quando i testi buoni — di Zavattini, di Flaiano, di Pasolini — ci sono, l’attore è in grado di farli propri e di dar loro il giusto peso.

Pier Angelo Morlotti, 1972


Uno dietro l'altro tornano i film di Totò e le sale cinematografiche si riempiono. I noleggiatori avevano cominciato timidamente, ma adesso non ci sono più dubbi : il successo si va facendo clamoroso. In platea si trovano d’accordo spettatori d’ogni età, e certo è questo il fenomeno più rilevante, in un momento che vede giovani e anziani nettamente divisi nelle preferenze. A cinque anni dalla morte, Totò riesce a conciliare i gusti di due o tre generazioni, e in quest’opera di raccordo appare davvero un caso unico. È difficile dire con esattezza quanti siano i film che ha realizzati dal 1937 al 1967: non meno di 120, comunque, e quasi tutti mediocrissimi dal punto di vista della sceneggiatura e della regia. Molti appaiono invecchiati, altri erano già povere cose all’epoca della loro prima uscita sugli schermi. Ma quello che conta è soltanto lui, la gente vuole vedere lui. È sufficiente la sua presenza a suscitare ilarità nelle platee che avevano dimenticato da tempo la risata facile e spontanea. Si può addirittura affermare che alcune pellicole riscuotono oggi maggiori consensi di quanti ne ebbero vent’anni fa.

Anche questo è un sintomo, e conferma che la comicità di Totò non è legata ad una particolare epoca e che il suo personaggio è al di fuori delle mode. Le battute che ha rese famose - « Siamo uomini o caporali? », « Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo », o iterazioni come « È ovvio », « Chicche e sia », « Ma mi faccia il piacere » - non avrebbero alcun senso pronunciate da altri. Come nessuno potrebbe ripetere le sfilate in passerella al termine degli spettacoli di rivista, quando Totò guidava la sua compagnia in una sfrenata corsa alla bersagliera.


Toto Logo


E' tornato Totò

Perchè ridiamo come matti rivedendo i suoi vecchi film?

Uno dietro l'altro tornano i film di Totò e le sale cinematografiche si riempiono. I noleggiatori avevano cominciato timidamente, ma adesso non ci sono più dubbi: il successo si va facendo clamoroso. In platea si trovano d’accordo spettatori d’ogni età, e certo è questo il fenomeno più rilevante, in un momento che vede giovani e anziani nettamente divisi nelle preferenze. A cinque anni dalla morte, Totò riesce a conciliare i gusti di due o tre generazioni, e in quest’opera di raccordo appare davvero un caso unico. È difficile dire con esattezza quanti siano i film che ha realizzati dal 1937 al 1967: non meno di 120, comunque, e quasi tutti mediocrissimi dal punto di vista della sceneggiatura e della regia. Molti appaiono invecchiati, altri erano già povere cose all’epoca della loro prima uscita sugli schermi. Ma quello che conta è soltanto lui, la gente vuole vedere lui.

È sufficiente la sua presenza a suscitare ilarità nelle platee che avevano dimenticato da tempo la risata facile e spontanea. Si può addirittura affermare che alcune pellicole riscuotono oggi maggiori consensi di quanti ne ebbero vent'anni fa. Anche questo è un sintomo, e conferma che la comicità di Totò non è legata ad una particolare epoca e che il suo personaggio è al di fuori delle mode. Le battute che ha rese famose - « Siamo uomini o caporali? », « Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo », o iterazioni come « È ovvio », « Chicche e sia », « Ma mi faccia il piacere » - non avrebbero alcun senso pronunciate da altri. Come nessuno potrebbe ripetere le sfilate in passerella al termine degli spettacoli di rivista, quando Totò guidava la sua compagnia in una sfrenata corsa alla bersagliera.


Embè, e vabbè, quando c'è la salute ... C'agg' a fa' mo'? [il primo provino di Totò]

Il mio incontro con il cinema avvenne in un ristorante. Due signori e una signora mi guardavano ridendo da un altro tavolo. Stavo per alzarmi e litigare quando seppi che uno di quei signori era Gustavo Lombardo.

Gli inizi miei del cinema a differenza di quelli del teatro furono leggermente scabrosi. Fui chiamato alla Cines di Pittaluga ed esegui il regolare «provino». Soltanto, un regista ebbe la brillante idea di dirmi che sarebbe stato bene che, con la faccia che Iddio mi aveva data, facessi tutto il possibile per imitare... Buster Keaton. Presi cappello in senso proprio ed in senso figurato, dichiarando che mi sentivo soltanto di fare... il Totò. Così ripresi il mio fardello di Pellegrino e tornai al mio varietà, formando la compagnia di riviste che agisce ormai da cinque anni.

Non mi faccio capace che la gente, per vedere un mio film, esca di casa, lasci le comode poltrone, calzi un paio di scarpe, magari pure strette, e paghi il biglietto. Ci penso spesso e mi commuovo. Umilmente ringrazio il mio pubblico, con la promessa che cercherò di fare sempre meglio.

La sceneggiatura: voi mettete solo frizzi e lazzi. Al resto penso io.

Se fossi regista vorrei far imparare le parti a memoria, come si usa in teatro. E pretenderei che il film fosse recitato come una commedia. Anticiperei il lavoro tutto nella fase delle prove. Quando lo spettacolo fosse stato messo a punto in ogni dettaglio, comincerei a girare. Sul canovaccio io ricamo, improvvisandole giorno per giorno, le mie battute. Sul palcoscenico questo è reso più facile dalla presenza stimolante del pubblico e dopo un certo rodaggio si impara quale è l'intonazione che ha maggior effetto, quale dev' essere la durata di una pausa. In cinema tutto avviene a freddo, non c'è la possibilità di verificare la validità di una frase. Con il mio sistema, il giorno che mi decidessi a fare il regista, l'attore, prova e riprova, riuscirebbe a mettere a fuoco la comicità improvvisata.

Faccio tanti film in cui sono costretto a inventarmi tutto; il mattino arrivo sul set e trovo che non c'è niente, debbo creare i lazzi, le battute, tutto da zero.

Molti miei film vengono proiettati nell' America del Sud, in Portogallo, in Egitto, in Svizzera e ora, anche in Francia. L'America del Nord, purtroppo, costituisce un circuito chiuso. Un po' di pazienza: chi va piano, va sano e va lontano.

La macchina da presa nei miei primi film io l'ignoravo. Recitavo come se fossi stato in scena. Certo, lo so, ero meno cinematografico di oggi, ero più teatrale. Ma non mi emozionavo durante le riprese. Mi impressiona il microfono: mi mette a disagio, mi viene la pelle d'oca, insomma mi fa paura.

Nel cinema la cosa scocciante sono i riflettori. Perché i riflettori, vedete, i riflettori incocciano, e io, io ho i capelli neri e lucidi e allora è un disastro. Poi l'attesa è snervante: quando si fa del cinema sembra che l'attesa - e il bello è che non si sa che cosa si attenda - rappresenti la parte più importante e necessaria del lavoro.

Io sono entusiasta del cinematografo, purtroppo non cosÌ dei miei film. Allora, secondo me, dei ritocchi anndrebbero fatti all' organizzazione per guadagnare temmpo e col tempo tante altre belle cose. Vedete, in fondo, il mio grande amore è ancora il teatro. Mi dovete credere, le più grandi soddisfazioni è stato il teatro a darmele e sapete perché? Perché il teatro è molto ma molto più difficile del cinematografo e quassù, su queste tavole, giochetti e finzioni non se ne possono fare.

Sono commosso, veramente sono lusingato e, come si dice a Napoli, questo premio che mi viene tra 'o capo e 'o cuollo cioè fra la testa e il collo, mi ha un po' commosso Sono veramente riconoscente alla critica cinematografica che me lo ha assegnato e a tutta la gente che è intervenuta. [Dopo aver ricevuto il «Nastro d'argento» per il migliore attore in Guardie e ladri]

Dei miei quarantadue film, sono rimasto soddisfatto di pochissimi. Giustamente la critica è stata spesso dura con me; se per l'avvenire sbaglierò, reciterò il mea culpa... ma spero proprio che questo non accada. Ho «chiuso» molto bene con la rivista e intendo fare altretttanto con il cinematografo. Non voglio più fare film «vietati ai minori di sedici anni», ç:ome non voglio più interpretare soggetti scadenti e di pessima lega ... Quanndo ho potuto, mi sono rifiutato di lavorare in film non di mio gusto. In questi ultimi tempi ho rifiutato diversi contratti: mi sono state fatte offerte per film come Totò e la balia, Totò-calcio, Pane, burro e marmellata... Ma, lo ripeto, non ho più nessuna intenzione di continuare la mia carriera cinematografica interpretando lavori dove non mi è offerta la minima possibilità artistica. Cercherò di profondere tutte le mie energie nella nuova produzione con la speranza di finire il mio capitolo cinematografico in bellezza.

Ottantaquattresimo film... purtroppo. Perché sono pochi ottantaquattro film. lo voglio arrivare per lo meno a duecento, duecentocinquanta... adesso vediamo.

Avrei potuto fare qualcosa di molto meglio di quello che ho fatto e invece, vede, ho fallito per aver fatto film troppo dozzinali, mentre credo di avere una vis comica non dico unica, ma rara. lo con la faccia posso esprimere tutto, invece ho trascurato questo e mi sono buttato a fare dei filmetti dozzinali che non mi hanno permesso di poter diventare internazionale. E ho fatto male. Un po' per pigrizia, un po' per i produttori italiani, i quali vogliono andare a colpo sicuro, perché quando il film incassava poco, cinquecento milioni, loro guadagnavano sempre perché rientravano bene nei costi. Quindi siccome i miei film andavano, loro giocavano sul sicuro. Poi un'altra cosa: noi non abbiamo i mezzi che hannno gli americani, i quali fanno i film comici con i mezzi meccanici. Noi no, il nostro cinema comico, siccome è povero, è basato sulle battute, sulle parole, sulle situazioni che non possono aver successo all' estero perché nella traduzione i significato si perde. E siccome il film deve durare un'ora e mezza, e si deve chiacchierare sempre, a un certo momento non si sa più cosa fare. Viceversa mi ricordo i simpaticissimi Stanlio e GIlio, che andavano a finire con i piedi nella pece, l'aeroplano cadeva quando uno era sopra e l'altro sotto, il somaro suonava il pianoforte, insomma tutte queste cose che in Italia non si fanno, perché da noi è tutto parole, parole, parole, con sceneggiatori da tre soldi i quali credono che sia sufficiente buttar giù delle pagine.

I produttori pare che abbiano trovato la formula per far quattrini: mettiamo Totò e tutto andrà bene. Per chi fa l'attore comico in Italia si cerca di sfruttare la situazione del momento, perché questo è il carattere della nostra comicità, il lazzo gratuito, lo spirito da fare sugli altri, su una situazione criticabile... Proprio perché la nostra comicità è di «attualità», giro film legati al temmpo con un filo sottilissimo: basta poi la forza di qualche anno che passa e questo filo si spezza, e il fatto vissuto comicamente perde la sua carica di divertimento.

Sono vittima di una situazione poco simpatica. Produttori senza scrupoli, soggetti decadenti, sceneggiatori improvvisati hanno creato il Totò dalla risposta facile. Quando ho voluto lamentarmene, c'è sempre stata una levata di scudi contro di me. Senta, lasciamo perdere, perché voglio restare amico con tutti ... Ma come si può dire che non avevo la buona volontà di fare dei buoni film? Ero il produttore, il regista? Quando Age e Scarpellli hanno scritto Guardie e ladri sono stato ben contento di interpretarlo. La critica dapprima non fu favorevole neanche a quello, e poi dovette cambiare parere.

Adesso il pubblico è molto più facile. Una volta si sudava sangue sui palcoscenici per strappare un applauso. Oggi mi sembra invece che ci siamo abituati a una certa mediocrità. Quel che è successo in fin dei conti annche in altri campi dello spettacolo. A molti cantanti atttuali vent'anni fa non gli avrebbero neppure lasciato aprire la bocca, li avrebbero arrestati. Questa facilità, questa mediocrità non sono colpa del pubblico. Siamo noi che l'abbiamo provocata. Prendiamo il mio caso. È stato il successo troppo facile a rovinarmi. Sono stati i produttori che hanno incassato un sacco di soldi con i miei film. Non ho mai avuto grandi attrici al mio fianco o buoni soggetti, per anni. Facevano delle porcherie e guadagnavano milioni, quindi non hanno mai pensato a fare meglio. Mi hanno detto che potevo diventare uno Charlot italiano. Li ringrazio, ma di Charlot ce n'è uno solo. È vero però che io sono un mimo nato, lavoro con la faccia senza trucco. Avrei potuto andare per il mondo con la mia faccia, far ridere tanta gente, com'è accaduto con L'oro di Napoli di De Sica o con Napoli milionaria di Eduardo. Mi hanno ridotto invece al ruolo di attore regionale: copioni creati soltanto per l'Italia, film che non costavano una lira. Sono stato male amministrato, il mio patrimonio di attore mi sembra che sia stato sciupato. Questo è il mio rimpianto.

Giravo quei film pensando che il mio successo sarebbbe durato poco: un anno, due, tre. Se nonché la cosa è andata avanti parecchio, nonostante tutto, e io sono rimasto così, con il desiderio di aver voluto fare qualcosa di più impegnativo sul piano artistico.

Spesso mi sono sentito dire che dovrei fare l'attore drammatico, ma io non sono d'accordo. Rappresento la vita, che è un mistero di comicità e tragedia, e quindi non capisco perché dovrei convertirmi da un genere alll'altro. La vita non si sceglie, si accetta.

Non mi sono provato mai a fare il regista, e non mi proverei mai. Fare il regista è tutta un'altra cosa. Si può essere un grande regista e un modesto attore. Abbiamo tanti esempi, il più grandioso è quello di Tulli che come attore era un cane, ma era un grande metteur en scène. Non ci ho mai pensato. E poi c'era un altro motivo: io sono un pigro, sono un uomo pigro, e invece il regista deve alzarsi la mattina presto prima degli altri, poi gli altri vanno a casa a divertirsi o a riposarsi e invece lui deve studiarsi il copione, le inquadrature ... Però per il cinema ho scritto qualche sketch, qualche cosa ... Ho scritto qualche film, ma non porta il mio nome, perché l'ho sempre ritenuto controproducente. E poi molto spesso il nostro pubblico è cattivo, crede che uno voglia darsi delle arie ... Tutti i co .. miei scrivono qualche cosa da sé e sono i migliori autori. Anch'io ho fatto qualcosa, senza che il mio nome figuri, ad esempio Totò Peppino e la ... malafemmina, Siamo uomini o caporali? e altri ancora...

Recitare, lavorare è la mia vita. E quando recito sono paziente: appena terminata una scena corro dal regista per sapere se sono stato bravo. Lo so che non ho fatto dei bei film; alcuni sono addirittura bruttissimi. Ma sono un attore, uno strumento in mano a un regista.

La colpa, soprattutto, è mia. Perché io sono stato un indolente... A me mi davano il copione, io non lo leggevo nemmeno, andavo a lavorare così... e quindi sono stato sfruttato un po' commercialmente, ma, ripeto, la colpa è mia.

Alcuni produttori poi sfruttavano il filone di successso. Per esempio, dopo "Divorzio all'italiana", c'è stato "Matrimonio all'italiana", "Ménage all' italiana", "La zia all' italiana", "Il battesimo all'italiana" e tante altre cose. Poi è venuto 007,008,009,010, doppio zero. Quell'altro film, "Un pugno di dollari", "Un dollaro falso", "Due dollari e mezzo", "Tre dolllari e 75 centesimi", fino a stancare il pubblico e, magari, rovinare il povero attore, meschino... Non vado mai al cinema: primo perché lo faccio, e secondo perché ci vedo ormai così poco che, per distinnguere le immagini sullo schermo, dovrei mettere una sedia proprio sotto al telone.

Chiudo in fallimento, caro amico. Avrei potuto diventare un attore internazionale... Credo di avere una vis comica naturale... Ma non ho fatto niente... Sono un uomo sconfitto...


Dagli anni 70 ritroviamo il cinema di Totò in grande forma...


1971-12-24-ABC

Dopo morto, Totò sta vivendo il suo terzo momento magico. È un fenomeno senz’altro eccezionale: tutti i suoi film, anche quelli considerati un tempo i peggiori, hanno trovato spazio addirittura nei cinema d’essai. Analizziamone uno, realizzato nel 1949, con la «partecipazione straordinaria» di due ciclisti che quell’anno erano all’apice della loro gloria

Callisto Cosulich, «ABC», anno XII, n.52, 24 dicembre 1971


1959 08 16 Sorrisi e Canzoni TV intro

Il 15 aprile del 1967 si spegneva a Roma il grande comico napoletano, compianto da milioni di spettatori. Oggi, a distanza di cinque anni, si assiste al rilancio dei suoi film più noti, con un grande successo di pubblico. Anche la TV ha in progetto un omaggio al "principe”. Quali sono i motivi dell’attuale interesse per vecchi film, anche trascurabili e di rozza fattura, nei quali l’attore faceva la parte del mattatore? Alcune personalità del mondo dell’arte e dello spettacolo parlano di questa nuova, improvvisa "fortuna”

Franco Berutti e di Paolo Mosca, «Domenica del Corriere», anno LXXIV, n.17, 25 aprile 1972


1959 08 16 Sorrisi e Canzoni TV intro

Otto film del grande comico napoletano che ora riempie i cinema - «Vorrei almeno essere rispettato» si lamentava l'attore dilaniato in vita dai critici. Oggi tutti gli riconoscono doti artistiche eccezionali e inimitabili.

Gianni Villa, «Sorrisi e Canzoni TV», anno XXII, n.12, 25 marzo 1973


1959 08 16 Sorrisi e Canzoni TV intro

Da «I due orfanelli» a «Uccellacci e uccellini»: alla televisione una selezione di film interpretati dal popolare attore

Giuseppe Sibilla e Salvatore Piscicelli, «Radiocorriere TV», anno 50, n.13, 25-31 marzo 1973


1959 08 16 Sorrisi e Canzoni TV intro

Luciano Mattino, «Settimana TV», anno XX, marzo-aprile 1973


1959 08 16 Sorrisi e Canzoni TV intro

I film di Totò sui teleschermi. E l’altro ritorno è quello di Totò. La televisione ha incominciato a trasmettere i suoi vecchi film. Proprio quei film, quei filmacci, che tante volte gli abbiamo rimproverato quando era vivo. E il pubblico li segue con entusiasmo, non perché vi scopra dei valori prima sconosciuti, ma perché vi ritrova lui, Totò. E la scoperta è questa: che Totò è ancora attualissimo, che ci ha capiti e ci ha «rappresentati», tanti anni fa, nelle nostre speranze e nel nostro scontento, anticipando i tempi. Parliamo adesso di lui com'era, e cerchiamo di capire, attraverso la sua storia, perché oggi egli sia sempre così vivo. Vi raccontiamo la storia della vita pazza, geniale e generosa del più grande comico italiano del nostro secolo.

Guido Gerosa, «Epoca», anno XXIV, n.1175, 8 aprile 1973


1959 08 16 Sorrisi e Canzoni TV intro

Totò attore di teatro, Totò attore di cinema. Mentre è iniziata la retrospettiva di Tòtò alla televisione, "Tempo” vuole ricordare l’attore nei suoi due aspetti, a volte molto dissimili anche per circostanze tecniche Quello che ha rappresentato Totò per il cinema lo dice il nostro critico Morando Morandini. E’ più difficile dire quello che fu Totò in teatro, perchè da molti anni il "principe clown" era stato costretto a rinunciare, per malattia, alle fatiche del palcoscenico. Perciò abbiamo voluto risalire — con un incontro di Orio Vergani con "l'attore comico fra i più singolari del mondo” — all'epoca d'oro del teatro leggero, anzi, al 1948 quando Totò recitava nella mitica rivista "Bada che ti mangio".

Morando Morandini, «Tempo», anno XXXV, n.14, 8 aprile 1973


1979-10-28-Bolero

Mentre la TV propone un ciclo di otto film di Totò, parliamo del grande attore napoletano con le donne che gli sono state vicine - Così diceva spesso Totò alla figlia Liliana, che aggiunge: «Il pubblico lo ha sempre amato, ma la critica lo trascurava» Franca Faldini, compagna dell’attore, dice: «Ha dato tutta la vita al cinema che lo sfruttava».

Cristina Maza, «Bolero», anno XXXIII, n.1695, 28 ottobre 1979


1979 10 07 La Stampa Macario Toto Film TV intro

Macario, 77, e non li dimostra. «Sono qua» dice, e il suo «sono qua», detto naturalmente in dialetto piemontese, significa che è sempre sulla breccia, che è pronto, che è disponibile, che ha voglia di fare. Nel teatro di via Santa Teresa è in corso la sua nuova rivista Oplà, giochiamo insieme, e da domani, per cinque settimane, è in televisione tutti i giorni, salvo il sabato e la domenica, sulla rete 2, verso le 19, in Buona sera con... [...] Questa sul video dovrebbe essere una settimana meno tragica delle solite. Qualche risata dovrebbe insinuarsi tra cattive notizie, severi dibattiti, pellicole drammatiche e sceneggiati funebri. C'è Macario, e venerdi sera sulla rete 1 parte un ciclo di film di Totò. Non è il primo ciclo di Totò (anzi, ce ne sono stati diversi) e non sarà l'ultimo, ma la miniera cui attingere è enorme: il comico napoletano ha girato più di cento film e di questi solo circa un terzo sono passati sul teleschermo. Stavolta vedremo: Animali pazzi (1939) di Carlo Ludovico Bragaglia, un'autentica rarità per gli stessi addetti ai lavori perché è il secondo film di Totò, e da moltissimi anni non è più in circolazione; Il ratto delle sabine (1945) di Bonnard, L'imperatore di Capri (1949) di Comencini, Un turco napoletano (1953) di Mattoli, Il coraggio (1955) di Paolella, Totò, Peppino e i fuorilegge di Mastrocinque, Signori si nasce (1960) di Mattoli, Totò truffa (1961) ancora di Mastrocinque.

E' un bel ciclo? Si può rispondere che è un ciclo di Totò, ossia che è composto di pellicole tagliate su misura e confezionate appositamente (e di fretta) per lui. Seguita a circolare una vecchia, falsa storiella secondo cui in vita Totò sarebbe stato snobbato, addirittura disprezzato dai critici i quali poi, versando lacrime di coccodrillo, l'avrebbero rivalutato dopo la morte anche su un piano culturale. Non è vero. Allora tutti i critici seri riconoscevano le sue straordinarie doti, ma deprecavano che venissero troppo spesso —per la frenesia di uno sfruttamento cui Totò aderiva di buon grado — sciupate o utilizzate per una minima parte in film mediocri o scadenti. Occorre mettersi li con pazienza, sopportare sequenze deboli e insulse, e aspettare la sequenza dove copione e regia smettono di dormire e danno finalmente la possibilità a Totò di tirar fuori la grandissima carica di un umorismo surreale e irripetibile.

Ugo Buzzolan, «La Stampa», 7 ottobre 1979



Ritagli 1973 000 miniRitagli 1977 000 miniRitagli riviste mini
Pagine di periodici risalenti agli anni 70. La riscoperta di Totò e dei suoi film, storia e vita della sua arte.


Riferimenti e bibliografie:

  • Che cosa ne dice lo psicologo - AMIAMO IN LUI L’UOMO TUTTO LIBERO - Pier Angelo Morlotti, 1971
  • Enrico Carlo Zambelli, «A Totò», opuscolo "Premio De Curtis", Napoli, 1973
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