OSCAR LUIGI SCALFARO E LO STRANO CASO DEL PRENDISOLE

Approf Prendisole

I fatti.

Roma, mezzogiorno e mezzo del 21 luglio 1950, che afa fa! Un certo appetito l'on. Oscar Luigi Scalfaro ce l’avrebbe pure. Prima il digiuno per la comunione all’alba, poi tutti quegli appunti presi sulla gastronomia sacra... Ha deciso, scende alla solita trattoria di via della Vite, dove lo aspettano tra l’altro due colleghi democristiani. Ordina subito un pinzimonio, è dalle sette che combatte con l’olio degli altri (“In quella casa c’era solo un tavolo e un fornello su cui bolliva il pane che lei prima faceva seccare, e che poi le serviva per sfamarsi. Null’altro. Giunse a lei un giorno, da una mano benefica, una piccola bottiglia d’olio, andò di corsa alla parrocchia, perché la lampada del Santissimo non venisse meno e rimanesse accesa...”). Che caldo. Al tavolo vicino una signora bruna si toglie il bolerino (è di gran moda, il suo è a fiorellini verdi e rossi. Il tutto si chiama “prendisole”) e resta a spalle parzialmente scoperte. Scalfaro (sostenuto dagli altri due) non resiste più: “Non si vergogna?!”. E scontro. “Vestita così lei è una bestia”. La signora alla moda sporge querela.

A novembre, fioccano le interrogazioni al ministro degli Interni. Scrive Ghigo De Chiara: “L’on. Scalfaro, democristiano e moralista da parrocchia, ha rincarato a Montecitorio la dose delle ingiurie che contro la bella Edith Toussan lanciò mesi addietro in una pizzeria del centro”. Che cosa ha aggiunto Scalfaro? Eccolo: “Queste donne, a furia di esporsi senza alcun pudore, cessano di essere donne private per diventare donne pubbliche!”. Non fa in tempo a dirlo che si è già beccato tre sfide a duello: quella del padre della signora, quella del marito (si chiama Aramis!) e quella della stessa Edith, perfetta schermitrice, alla quale giustamente non va giù di passare più o meno da “malafemmina”. Lei era vestita soltanto alla moda. Scoppia in aula la “Battaglia del prendisole”. Sul suo banco De Gasperi si agita: qui rischiamo il ridicolo. Intanto, Scalfaro cerca di dribblare i tre moschettieri: dice che lui è cattolico e non può fare duelli. Lo contesta L'Avanti!, con l’articolo “E una gallina l'on. Scalfaro?” (“Al gesuita padre Hurtado di Mendoza, spiaceva che un cristiano, sfidato a duello, tenesse un contegno da gallina e non da uomo: ‘gallina et non vir’”). Ma Scalfaro non cede, questo duello non s’ha da fare. E non si farà.


Scalfaro 1Considerato persona di rigide vedute in tema di morale fu protagonista il 20 luglio del 1950, all’inizio della sua attività parlamentare, di un episodio che fece molto scalpore, poi divenuto noto come “il caso del prendisole”.
Il fatto ebbe luogo nel ristorante romano “da Chiarina”, in via della Vite, quando insieme ai colleghi di partito Sampietro e Titomanlio Scalfaro ebbe un vivace alterco con una giovane signora, Edith Mingoni in Toussan, da lui pubblicamente ripresa in quanto il suo abbigliamento, a parere dell’onorevole, era sconveniente poiché ne mostrava le spalle nude.

Secondo una ricostruzione de Il Foglio, la signora si sarebbe tolta un bolerino a causa del caldo e Scalfaro avrebbe attraversato la sala per gridarle: «È uno schifo! Una cosa indegna e abominevole! Lei manca di rispetto al locale e alle persone presenti. Se è vestita a quel modo è una donna disonesta. Le ordino di rimettere il bolerino!». Sempre secondo questa fonte, Scalfaro sarebbe uscito dal locale e vi sarebbe rientrato con due poliziotti. L’episodio terminò perciò in questura, ove la donna, militante del Movimento Sociale Italiano, querelò Scalfaro ed il collega Sampietro per ingiurie.

La vicenda tenne banco sui giornali e riviste italiane per lungo tempo: la stampa laica accusava Scalfaro di "moralismo" e "bigottismo", quella cattolica lo difendeva. Intervennero nella polemica molti personaggi noti, come il giornalista Renzo Trionfera, il latinista Concetto Marchesi e altri. Alla Camera furono presentate interrogazioni parlamentari nell'attesa di una delibera sull'autorizzazione a procedere (della cui competente Giunta Scalfaro stesso era membro) contro i due parlamentari a seguito della querela sporta dalla signora. Peraltro, poiché la Mingoni aveva dichiarato la sua militanza politica, nella richiesta di autorizzazione a procedere si afferma che dai parlamentari sarebbe stata chiamata "fascista" e minacciata di denuncia per apologia del fascismo.

La faccenda, scrive Marzio Breda, fu poi "distorta ad arte", tanto che "la sua lontana rampogna a una donna incrociata in un ristorante, che lui aveva rimproverato per una scollatura troppo audace" fu "trasformata in un concreto «schiaffo»": "un aneddoto perfetto per l'immagine di cattolico medievale e codino - sottinteso: ipocrita - che gli cucirono addosso. In più, associato al suo modo di stare sulla scena pubblica, alle sciarpe indossate «come la stola di un vescovo» e al linguaggio dai toni predicatori e rétro tipici della sua formazione, contribuiva a completare la caricatura da insopportabile satrapo".

Il padre della Mingoni in Toussan (un colonnello a riposo, pluridecorato e già appartenente all'Aeronautica militare) ritenendo offensiva nei confronti della figlia una frase pronunciata da Scalfaro durante un dibattito parlamentare, lo sfidò a duello; al padre subentrò poi come sfidante il marito della signora, anch'egli ufficiale dell'aeronautica. La sfida, che avrebbe violato la legge vigente, fu respinta, la qual cosa, risaputa pubblicamente, fece indignare il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, del quale il quotidiano socialista Avanti! pubblicò una vibrante lettera aperta a Scalfaro. Nella missiva, il comico napoletano rimproverava a Scalfaro un comportamento prima villano e poi codardo.

Il processo per la querela non fu mai celebrato per l'amnistia di tre anni dopo (Decreto del presidente della Repubblica 19 dicembre 1953, n. 922).

La signora Mingoni riferì a distanza di anni che quell'episodio le avrebbe "rovinato la vita" mentre, successivamente, Scalfaro si sarebbe rimproverato «...d'essere andato oltre la giusta misura» nella vicenda.

Oscar Luigi Scalfaro su wikipedia.it


Sul caso Scalfaro-Toussan (la faccenda delle spalle nude, per intenderci) sono intervenuti uomini politici, moralisti, bigotti e buontemponi. Oggi pubblichiamo la lettera aperta che l’attore Totò indirizza al deputato democristiano il quale, dopo aver offeso pubblicamente la reputazione della donna, si è rifiutato di battersi col di lei genitore. In verità, ogni volta che si parla di duelli, siamo costretti a sorridere (come del resto ci divertirebbe un signore in cilindro); ma il parere, in materia cavalleresca, di Totò, che oltre ad essere un discendente di antica famiglia nobiliare è anche un uomo di talento e di cuore, ci sembra di particolare interesse. Riassume in un certo senso il giudizio che, sul gesuitismo imperante oggi in Italia, danno le persone di buon senso. Qualunque siano le loro opinioni di morale e di costume.



Ho appreso dai giornali che Ella ha respinto la sfida a duello inviataLe dal padre della signora Toussan, in seguito agli incidenti a Lei noti. La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei princìpi cristiani, ammetterà che è speciosa e infondata. Il sentimento cristiano, prima di essere da Lei invocato per sottrarsi a un dovere che è patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire a Lei e ai Suoi Amici di fare apprezzamenti sulla persona di una Signora rispettabilissima. Abusi del genere comportano l’obbligo di assumerne le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all’attenzione pubblica, per ogni loro atto. Non si pretende da Lei, dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa.



Principe Antonio Focas Flavio Comneno De Curtis



"Avanti", 23 novembre 1950


La satira a fumetti sul "caso Toussan"

A Roma in Parlamento son di scena le spalle nude di una tal Signora... Ciò ci diverte ed in maniera piena. Si ride infatti, e rideremo ancora, in materia di spalle, ciò è provato, alle spalle di qualche Deputato!



(Dino Verde. Marc’Aurelio, 1950)


Autori delle vignette: Mosca, Barbara, Attalo, Santo, Girus, Majorana, Scola, Scarpelli


Ma forse è meglio riderci su ed io mi auguro che gli arguti compagni Scarpelli e Maiorana vogliano seppellire sotto il ridicolo di una delle loro amabili vignette il grande onorevole che non può soffrire le spalle nude senza distinguere (pare) se sono belle o brutte.



Gabriele Pepe


"Avanti!", 1950. Editoriale sull’intervento in Parlamento di Scalfaro


I maestri di Scalfaro: Mario Scelba è maestro di Censura a tutto campo. Come ministro degli Interni (1950) vieta un po’ tutto: dai baci scambiati per strada ai “due pezzi” sulle spiagge. Scalfaro si farà notare dal maestro presentando un’interrogazione alla Camera “per conoscere quali provvedimenti immediati il Ministro degli Interni intenda adottare per... infrenare una moda che persino nelle città offende la morale e la dignità dei cittadini”. La moda del prendisole.


La satira a fumetti su Oscar Luigi Scalfaro

In primo luogo, dunque, occorre salvare l'unità della famiglia, nella quale il capo è il padre, anche se non sempre appare, e nella quale, malgrado certe tendenze politiche di oggi, la direzione collegiale non è ancora instaurata.



Oscar Luigi Scalfaro, “Amen”, 1980



Così la stampa dell'epoca


E' UNA GALLINA L'ON. SCALFARO?

Mi diceva stamane un amico psichiatra: se è possibile fare una diagnosi a distanza, l’on. Scalfaro parrebbe affetto da una strana forma morbosa, non molto dissimile da quella paura del vuoto, che noi psichiatri chiamiamo agorafobia; nel suo caso, un orrore invincibile, e di natura indubbiamente psicopatica, per tutte le posizioni scoperte: gli appaiono sotto forma di spalle muliebri, o sotto quella di una franca e virile accettazione delle responsabilità che ad ogni cittadino discendono dalle sue parole ed azioni. Perciò contro le querele delle persone da lui pubblicamente ingiuriate, egli si copre con la immunità parlamentare; e contro i cartelli di sfida, con i precetti della religione, che condannerebbe il duello. Egli, insomma, è sempre coperto: coperto come vorrebbe le spalle di tutte le donne del mondo.

Ma il guaio è assai più grave; il guaio è che l'on. Scalfaro crede, poveretto lui, di essere coperto, mentre non sa coprirsi affatto: è imprudente e sbadato, e il materiale di copertura che
sceglie è di scadente qualità e di assai scarsa efficacia. Eccolo adesso che rifiuta di battersi “perché il duello è contrario ai principi cristiani”. Avrebbe potuto, giacché è magistrato, ricordarsi che il duello è punito dalle leggi civili; nossignore, ha voluto fare la voce grossa, ha voluto atteggiarsi a confessore e martire della fede, e ha sfoderato i "principi cristiani”. State a vedere che adesso gli capita tra capo e collo pure una querela da parte della Compagnia di Gesù; e allora addio anche alla immunità parlamentare, perché se la Compagnia passa una parolina, a questi chiari di luna...

E non si vede, d'altra parte, come i gesuiti potrebbero tollerare i ripetuti affronti di un uomo (sia pure un deputato democristiano) che di continuo e pubblicamente li smentisce, e pretende d'insegnar, lui a loro, quali siano i principi cristiani. Già si sono mostrati una volta benevolmente indulgenti lasciando che mettesse il mondo sottosopra per un paio di spalle nude, essi che consentono (come sanno anche i nostri lettori) ben più generose nudità; ma dato, un giorno dopo l’altro, tutta una vita di meditazione e di studio?

Rivendicherà contro di lui, il Generale della Compagnia, che questa si è preso a cuore l’onore degli uomini, e non ha mai voluto condannare un cristiano, soltanto perché cristiano, a fare una figura da gallina? (Non se la prenda con noi l’on. Scalfaro: la frase non è nostra, ma di un gesuita coi fiocchi, il padre Pietro Hurtado di Mendoza, al quale spiaceva appunto che un cristiano, sfidato a duello, tenesse un contegno da gallina e non da uomo: “gallina et non vìr”). Vogliamo sperarlo, perché i testi sono lì, chiari e lampanti, che li intenderebbe Renzo Tramaglino. “Se un soldato o un gentiluomo — scrive il padre Layman — si trova nella situazione di dover perdere il suo ‘onore’ o la sua fortuna non accettando un duello, non vedo come si possa condannarlo se lo accetta”. Dopo la faccenda della gallina, sarebbe persino inutile riferire l'opinione dell’Hurtado; comunque eccola, debitamente approvata dal grande Escobar: “Ci si può battere in duello anche per difendere la propria ricchezza: perché ognuno ha il diritto di difenderla, persino procurando la morte dei suoi nemici”. E non soltanto può accettare la sfida, il ‘pio’ che non voglia esser gallina, ma anche lanciarla, come opina il Sanchez (uno degli astri del firmamento gesuitico), il quale permette e approva ben altro che il duello; e ci auguriamo che il Generale della Compagnia mostri ai giudici il relativo testo, assai interessante (Theologia moralis, II, 30, 7): “E molto ragionevole dire che un uomo può benissimo battersi in duello, per salvare la propria vita, il proprio onore o anche la propria ricchezza quando è pacifico che si tenti di sottrarglieli con processi o cavilli, ed egli non abbia altro mezzo per conservarli. E Navarro dice benissimo che in questi casi è permesso non solo accettare il duello ma anche sfidare: ‘licet acceptare et off erre duellum . E anche si può uccidere di nascosto il proprio nemico. Anzi, se si può uccidere di nascosto, è preferibile non servirsi del duello, evitando insieme, e di esporre la propria vita in combattimento, e di partecipare al peccato che il nostro nemico commetterebbe battendosi in duello".

Si ricreda, già ancora, in tempo l’on. Scalfaro; torni sulle sue decisioni, e impugni le armi. Scenda sul terreno, o si appresti, di notte, a qualche cantonata, per aspettarvi gli avversari. Sarà un sacrificio, magari; ma lo compia. Cosa vuol fare, se no? Mettersi a capo di una setta eretica? O scatenare uno scisma? Ohibò! Si sacrifichi alla cattolicità del pensiero.

Giulio Ubertazzi, «L'Avanti!», 25 novembre 1950


1950 11 26 L Europeo Prendisole intro

Anche nel caso della signora Toussan l’estrema destra e l’estrema sinistra si sono date la mano contro la Democrazia cristiana.

Roma, novembre

Il primo giornalista che riconobbe in una tribuna di Montecitorio la signora Edith Mingoni Toussan, fu il poeta Diego Calcagno. Abitualmente il poeta non frequenta le tribune stampa della Camera, ma la mattina del 14 novembre, nonostante lo sciopero generale, Diego Calcagno giunse al parlamento prima degli altri colleghi. Sapeva che sarebbe stata in discussione la scollatura della signora Edith e la seduta assumeva quindi, per lui, un carattere mondano che rientra nell'ambito della sua specializzazione. Il poeta s’inchinò riguardosamente verso la signora Toussan. Sorrise anche al signore d’una 1950 11 26 L Europeo Prendisole f1certa età che sedeva accanto a lei. Bisbigliò, poi, qualche parola ai giornalisti vicini e nel giro di pochi minuti tutta Montecitorio sapeva che la «signora della scollatura» era presente nell’aula. Molti deputati, soprattutto quelli dei banchi di sinistra insieme ai loro avversari dell'estrema destra, nel corso del vivace dibattito alzarono più volte gli occhi verso la signora Edith, lanciandole sorrisi pieni di autorevole e compiaciuta solidarietà. Anche la signora ricambiava volentieri sorrisi e cenni di saluto. Era senza dubbio orgogliosa che in quella mattinata, mentre tutte le forze di polizia erano consegnate nelle caserme per fronteggiare eventuali disordini e la Celere percorreva le vie di Roma ad evitare tentativi di violenza, il Parlamento si occupasse delle sue spalle.

Quando il sottosegretario all'Interno, onorevole Bubbio, dal banco del governo rispose all’interrogazione del socialista Geraci, tutti gli sguardi corsero verso la tribuna dove in quel momento la signora Toussan cercava di darsi un contegno. L'Onorevole Geraci aveva chiesto praticamente che il governo deplorasse l’azione compiuta dai deputati Luigi Oscar Scalfaro, Umberto Sampietro e Vittoria Titomanlio, tutti e tre democristiani, i quali, nel pomeriggio del 20 luglio scorso, in una trattoria di via della Vite, avevano affrontato la signora Edith, colpevole d'aver lasciato cadere il bolero dalle spalle. Il sottosegretario all'Interno disse che del fatto era investita l’autorità giudiziaria e che non era quindi il caso di sollecitare apprezzamenti da parte del governo. L’onorevole Bubbio rispose quindi all'interpellanza di Luigi Oscar Scalfaro il quale, dopo, l’incidente di via della Vite, chiedeva al governo provvedimenti per frenare «una moda che offende la morale e la dignità dei cittadini». La questione, disse l’onorevole Bubbio, era più un problema di costume che di legge.

Tutto sarebbe finito nel giro d’una ventina di minuti, se il socialista Geraci, difensore della signora, non avesse replicato. Disse: «Il governo ha imposto la foglia di fico a sessantasei statue di atleti che si trovano nello Stadio dei marmi al Foro italico, che si erano salvate anche dal fascismo... Dai giornali si apprese che, appena messa la foglia alle statue, quattro o cinque persone si arrampicarono durante la notte e scrissero sulla foglia stessa il loro nome. Ora, tutto questo dipende dal fatto che il governo segue, in fatto di morale, un concetto trappistico e paolotto. Naturalmente, questo porta che si perseguitino le nostre magnifiche bagnanti sulle nostre spiagge e si metta loro dietro il birro, perchè cacci le sue mani sacrileghe in quei magnifici bikini o in quegli slip che esse con arte magnifica costruiscono per la gioia nostra e per la loro...». L’entusiasmo del deputato socialista, che s’era lasciato prendere la mano verso il finale, provocò naturalmente applausi a destra e a sinistra e proteste dal centro.

Gli animi s’erano scaldati, quando si alzò a parlare l’onorevole Luigi Oscar Scalfaro, un deputato di trentadue anni, tra i più austeri di Montecitorio. Non polemizzò con il sottosegretario all’Interno. Disse che «da obbediente cittadino» si sottometteva all'autorità giudiziaria, chiamata a pronunciarsi sulla scollatura della signora Toussan e sull'incidente di via della Vite. Volle soltanto fare un rilievo e allora scatenò la tempesta. Come risulta dal resoconto stenografico della Camera tenne questo discorso: «Vi sono dei diritti nei cittadini di una patria, che sono i diritti della pulizia, e quando ci si appella a questi, non ci si appella a principii del cristianesimo, ma a principii umani, per cui l’uomo che è affiancato ad una donna, qualunque essa sia, la quale gli voglia comunque bene (e non chiedo nemmeno se a titolo lecito o no), sente quello che sente la mia bimba di sei anni quando tomo a casa e, non avendo ella il dono di avere con sè la sua mamma, si aggancia più facilmente ai pantaloni del suo papà e dice: ”Questo è il mio papà”. L’aggettivo possessivo dice molto. Chi vi ha rinunziato e non ha più il coraggio o la possibilità di dirlo nei confronti di una donna che per le eccessive manifestazioni pubbliche non è più privata, non protesti per il calpestamento dei principii cristiani».

Un discorso patetico e oscuro, del quale i deputati e il pubblico delle tribune afferrarono bene soltanto le ultime parole «donna che per le eccessive manifestazioni pubbliche, non è più privata». Agli applausi che partirono dal centro, fecero eco i clamori nei banchi di destra e di sinistra. A sinistra specialmente si agitarono le deputatesse del gruppo parlamentare comunista. Ci fu del fermento anche nelle tribune del pubblico: il poeta Diego Calcagno fece appena in tempo ad abbozzare un inchino verso la signora Edith Mingoni Toussan, che lasciava sdegnata il suo posto, mentre il signore attempato che era con lei lanciava occhiate di fuoco attraverso le spesse lenti verso il seggio dell’onorevole Scalfaro. In piazza del Parlamento, la signora Edith si consultò brevemente con l’uomo che l’accompagnava. Disse press’a poco: «Tuo marito è assente da Roma in questo momento e io, tuo padre, ho l’obbligo di tutelare l’onore della famiglia».

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Mario Mingoni, colonnello nel ruolo d’onore dell’aeronautica e generale della contraerea durante l’ultima guerra, ha sessantasette anni. Gli è rimasto l’ardore dei tempi in cui era un asso dell’equitazione. Il suo piano fu attuato con rapidità : qualche ora dopo la riunione di Montecitorio si recò dall’ex-deputato fascista Umberto Guglielmotti e dall'avvocato Vittorio Battista (uno dei patroni della signora Edith nella querela contro Scalfaro); insieme a loro concretò il cartello di sfida per colui che aveva «oltraggiato» la figlia. I due padrini, la sera stessa del 14 novembre, si misero alla ricerca dell'onorevole Luigi Oscar Scalfaro. Non riuscirono a trovarlo. Non fu loro possibile vederlo neppure la mattina del 15 e allora, valendosi di una facoltà loro accordata dal codice cavalleresco del Gelli, lasciarono il cartello stesso all’ufficio postale della Camera dei deputati, facendosi rilasciare regolare ricevuta. Da quel momento, Mario Mingoni attese notizie dell’onorevole Scalfaro.

Il deputato, in qualche dichiarazione ai giornalisti chiari subito che non aveva alcuna intenzione di dar seguito alla faccenda. A parte il fatto che, essendo fervente cattolico, non può accettare di battersi in duello, l’onorevole Luigi Scalfaro precisò che la sfida era da ritenersi senza fondamento, poiché egli aveva fatto rilievi di carattere generico su questioni di morale e non riferimenti personali. «Quando una persona seria», disse, «riceve una comunicazione poco seria, non la prende in considerazione».

Nonostante l'atteggiamento del deputato democristiano, la macchina cavalleresca, messa in moto nelle famiglie Mingoni e Toussan, proseguì il suo corso. Il marito della signora Edith, capitano di aviazione in servizio permanente effettivo, Aramis Toussan, chiese un breve congedo al comando della scuola di guerra aerea, dove sta frequentando un corso per la promozione, e giunse a Roma la mattina di venerdì 17 novembre per sostituirsi al suocero, come più diretto interessato e come membro più giovane della famiglia, nel ruolo di sfidante. L’onorevole Luigi Oscar Scalfaro, ad ogni modo, è rimasto fermo sulle sue posizioni, incurante delle sanzioni. Non ci sarà dunque spargimento di sangue. Anche quest’ultimo incidente non è servito ad altro che a fare nuova pubblicità, non richiesta nè desiderata, alla signora Edith Mingoni Toussan. Infatti la sera del 28 ottobre (una data che la signora dice con franchezza di ricordare con nostalgia), Edith Mingoni andò a vedere «La Bisarca» che si rappresentava in un teatro romano. Mario Riva, mentre stava facendo con gli spettatori uno dei suoi colloqui, riconobbe la signora, seduta in una delle prime file. La conosceva da tempo: quando lui si chiamava ancora Mario Buonavolontà e faceva i suoi primi esperimenti di attore in un teatrino del Corso.

La salutò con un cenno della mano e poi si mise a recitare a soggetto «sulle spalle più interessanti d'Ita lia, quelle che avevano commosso anche il Parlamento». Naturalmente, tutti gli spettatori volsero lo sguardo verso la signora Edith e applaudirono a lungo. Edith Mingoni Toussan non è nuova agli sguardi del pubblico: ricorda volentieri quando al teatro dell’Opera, la gente la scambiava per Orsola Buvoli, moglie di Vittorio Mussolini, di cui era molto amica e che le somigliava in modo singolare. Ora, non potendo sfruttare la pubblicità che le vanno facendo, per «darsi al cinema» («sono una madre di famiglia», dice scherzando), pensa di servirsene per la sua carriera politica. Edith Mingoni ha trent’anni. Ha già un figlio di undici anni e un altro di sette, fi marito, che ha quasi la sua stessa età, le lascia volentieri ampia indipendenza politica. Già nel 1947, Edith Mingoni si presentò alle elezioni amministrative di Roma. Ma il tentativo andò a vuoto. Era nella lista del movimento per la democrazia sociale, capeggiato da Enrico Patrissi. Un partito di cui non si parla più da un paio d’anni almeno. Adesso le speranze della vivace signora sono fondate sul MSI. Unico pericolo per lei è che anche questo movimento, per un motivo o per l'altro, faccia la stessa fine di quello diretto da Patrissi.

Renzo Trionfera, «L'Europeo», anno VI, n. 48, 26 novembre 1950


Riferimenti e bibliografie:

  • Parte dei testi e i disegni sono tratti dal volume "Totò, Scalfaro e... la malafemmina" di Angelo Olivieri - Edizioni Daga
  • Giulio Ubertazzi, «L'Avanti!», 25 novembre 1950
  • Renzo Trionfera, «L'Europeo», anno VI, n. 48, 26 novembre 1950
  • Oscar Luigi Scalfaro su wikipedia.it