Totò e la nobiltà: la casta è casta e va sì rispettata...

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Il Principe oggi non c’è. E’ andato un momentino a Bisanzio. C’è rimasto Totò, per servirvi...

PREMESSA

a cura di Simone Riberto

L'argomento araldico resta il più ostico da commentare; tuttavia, a questo punto, azzardo la mia parziale conclusione sul tema specifico. Penso non ci sia nulla di scandaloso, nè di diffamatorio, nel dichiarare notizie differenti dai libri editi, anche quando esse vanno a contraddire acquisizioni date per buone, buone non tanto a furia di ripeterle (e moltiplicarle) negli anni, quanto perchè basate su sentenze e riportate in testi ufficiali; abbiamo imparato negli ultimi quarant'anni (dal caso Tortora in qua), infatti, come pur i Giudici, essendo uomini fallibili, possono sbagliare (e con cantonate clamorose)!

Certo il fatto della nobiltà di sangue, su questo credo siamo tutti d'accordo, nulla va togliere ai talenti artistici ed alle doti poetiche di Antonio De Curtis in arte Totò. Nè ne va ad aggiungere. L'articolata sensibilità dell'uomo, spesso filtrata nella verve dell'originale Maschera, resta testimoniata in ciò che Egli ha dato, nel teatro "leggero" (coi suoi non pochi sotto-generi ed evoluzioni) e, soprattutto, nel mondo della celluloide (non unicamente nel genere comico).

Antonio De Curtis, pare nel 1933, di fatto fu adottato dal Marchese Gagliardi (di Terziveri ed altri cognomi e titoli); è accertato che, a coronamento del lavoro di ricerca di un primo legale araldista (Gaetano Bizzarro) alcune sentenze gli hanno riconosciuto il diritto di vantare cognomi e titoli (che dal secondo dopoguerra restano solo cognomi aggiunti privi di valore feudale o di casta); è Storia, infine che, perlomeno dal 1945, fu costretto a processi araldici contro rivali pretendenti "Basileus": Nicola Nemagna Paleologo in primis, Marziano Lavarello (del quale il precedente pare fosse uno degli "zii" acquisiti) e Maria Teresa Argondizza Tocci.

Ho conosciuto l'ultimo araldista di Totò De Curtis, grazie a Federico Clemente, ossìa il Conte Luciano Pelliccioni di Poli: ha dedicato la sua vita a questo tipo di ricerche ed ha pubblicato decine di libri sui temi araldici, cavallereschi e dinastie europee; ciò non toglie che tutto ciò che ha scritto sia oro colato. Egli attorno al 2004 ebbe un incontro, purtroppo terminato in scontro, con il Marchese Camillo De Curtis (che vado poi a citare): le loro divergenze in campo storico e nobiliare sono naufragate nel riscoprirsi di fazioni politiche opposte... e di questo mancato confronto intellettuale, al quale avevo ingenuamente creduto, porto il peso quale galeotto che favorì le presentazioni...

Che Giuseppe De Curtis (il papà di "Totò") fosse di famiglia nobile viene smentito dal Marchese Camillo De Curtis con il volume "Storia della famiglia De Curtis dai longobardi fino alla falsa nobiltà di Totò" (edito nel 2005); dopo un paziente lavoro di ricerca costato anni, nel testo si ricostruiscono vicende e famiglie omonime (forse imparentate alla lontana?); infatti ivi si apprende che, in Campania, vi erano perlomeno due famiglie di cognome De Curtis: una a Napoli e l'altra (dopo secolari vicende in parte ricostruite) di stanza nel comune di Somma Vesuviana. Quest'ultima ebbe in possesso diretto un castello, nel quale nacquero il marchese Camillo con suo fratello gemello Rodolfo e, prima di loro, la loro sorella maggiore (classe 1915, ho avuto la fortuna di conoscerla, e conobbe Totò...); erano i figli di tale Gaspare De Curtis (morto suicida nel 1938), che fu pure amministratore di Antonio De Curtis (...), e che in alcuni libri è erroneamente spacciato per suo cugino. L'albero genealogico dei De Curtis di Somma Vesuviana è stato accertato dal 1123 ai giorni nostri e vanta personalità di spicco nella Storia degli ultimi secoli; pare che, perlomeno nel loro caso, l'origine del cognome non sia variazione dal latino Curtius, bensì latinizzazione dal longobardo Della Corte. Il Marchesato della casata di Somma viene fatto risalire al quadrisavolo di Camillo (nato nel 1922 e deceduto in Venezuela), di nome appunto Michele, nel 1733 su emissione a Vienna da re Carlo 6° Asburgo (1685-1740). Tutto ciò è verificabile poichè documentato.

Cosa curiosa è che, pure il quadrisavolo di Totò De Curtis era di nome Michele (chi lo sa se in questo caso De Curtis avesse diversa origine verbale?), ma costui nato a Napoli solamente nel 1750. Certo sarebbe molto curioso, anche se ovviamente non impossibile, pure questo Michele (nel corso della vita) abbia avuto una investitura imperiale a Marchese, ma ad oggi è molto difficile da appurare. Questo Michele del 1750 è ad oggi la generazione più antica collocata nell'albero genealogico dei De Curtis di Napoli: così, non si posson escludere Michele precedenti a lui (visto il ripetersi dei nomi in uso, frequente in ogni ceto e classe sociale).

Per completezza risulta che i poeti ed autori di canzoni Ernesto e Giambattista De Curtis (del ramo napoletano pure) sarebbero cugini di terzo grado con Giuseppe padre di Totò. Ed il tenore Federico Junior De Curtis, che ospitammo a Lendinara nel maggio 2004 (come dai video che conservo), dunque era cugino di 4° grado con Totò...

Evito di addentrarmi nei secoli antecedenti al mille D.C., in quanto eccessivamente complessi da verificare con assoluta sicurezza, e dove le ipotesi finiscono per confondersi col fascino delle leggenda. Antenati Curtius fra i romani antichi? I De Curtis di Napoli oppure i Gagliardi (vedi adozione) discendenti diretti dei bizantini Foca? Penso ci rimangano troppo pochi elementi per poter accertare definitivamente queste ipotesi che lascio agli esperti araldisti con le loro fonti segrete (custodite chissà dove). Nemmeno mi sogno di smentirle o contestarle, in quanto, per quanto mi concerne, fosse imperatore o lazzaro, a me poco importa: resta l'attore e fantasista numero Uno.

Simone Riberto


Cronistoria e ricostruzione del ramo genealogico di Antonio de Curtis: avvenimenti e sentenze

24 febbraio 1921

Anna Clemente e Giuseppe de Curtis convolano a nozze, regolarizzando la loro situazione familiare. Antonio Clemente non si fregia più del mortificante titolo di "figlio di N.N.".

4 febbraio 1921

Antonio Clemente viene riconosciuto ufficialmente dal marchese Giuseppe de Curtis, suo padre naturale e regolarizza anche la sua posizione anagrafica, acquisendo il cognome de Curtis.

9 agosto 1928

Il riconoscimento del Marchese Giuseppe De Curtis nei confronti del figlio avviene solo nel 1928, quando Totò ha 30 anni, a ben sette anni dalla morte del marchese padre e dal regolare matrimonio con Anna. Antonio eredita il titolo nobiliare di Marchese direttamente dal padre.

Il testo è sottoscritto a Napoli ed è datato 31 agosto 1928:

«Con Atto rogato addì nove agosto millenovecentoventotto per notar Cerose Gino, residente a Napoli, il signor de Curtis Giuseppe  fu Luigi, nato e domiciliato a Napoli, riconosce il proprio figlio il signor Clemente Antonio, nato il 15 febbraio 1898 dalla sua unione con Clemente Anna di Vincenzo, e in forza del matrimonio da essi contratto il 4 febbraio 1921, quartiere San Carlo, il predetto giovane va riconosciuto quale figlio legittimo dei succitati genitori».

1933

Antonio de Curtis viene di fatto adottato dal Marchese Francesco Maria Gagliardi Focas, acquisendone titoli e cognomi.

Aprile e luglio 1945, 7 agosto 1946

Tre sentenze ordinano all’ufficiale dello stato civile di Napoli di rettificare l’atto di nascita di Antonio de Curtis-Gagliardi, annotando in calce allo stesso atto che “compete al neonato la qualifica di Principe ed il trattamento di Altezza Imperiale, quale rappresentante, in linea diretta, mascolina e legittima, della più antica dinastia imperiale bizantina vivente.”

1 marzo 1950

Il Tribuanle Civile di Napoli - 4^ Sezione ordina all’Ufficiale dello Stato Civile di Napoli, di rettificare l’atto di nascita di S.A.I. Principe Antonio de Curtis, Griffo, Focas, Gagliardi, iscritto al n° 259 del registro dei nati di sezione Stella dell’anno 1898, nel senso che, dove leggesi: “De Curtis, Focas, Gagliardi”, vi si legge “Focas, Flavio, Angelo, Ducas, Comneno, De Curtis, di Bisanzio, Gagliardi”. La sentenza 1138/1946 ordinò “altresì all’Ufficiale dello Stato Civile di Roma di annotare in calce all’atto di nascita della figlia del Principe Antonio de Curtis, a nome Liliana, la qualifica di Principessa.

27 aprile 1951

La discendenza imperiale di Totò venne contestata da un gruppo di nobili, incluso Marziano Lascaris di Lavarello, altro pretendente al trono di Bisanzio, con un esposto-denuncia presentato al Tribunale di Roma. In seguito alla querela di Antonio de Curtis ad un quotidiano romano che negava con sarcasmo la sua discendenza nobiliare, l'indicazione esplicita di Bisanzio nella serie dei sui titoli ufficiali caratterizza il cippo nobiliare delle sue origini, si riconosce a Totò il diritto di fregiarsi di gli appellativi Flavio, Angelo, Ducas, Comneno, di Bisanzio e ammetteva la discendenza dall'imperatore Costantino il Grande, fondatore di Bisanzio.

18 giugno 1951

Nella sala di un grande albergo romano viene tenuta una conferenza stampa per ribadire pubblicamente che il titolo di Antonio De Curtis è illecito perchè ottenuto con subdole azioni; tali affermazioni sono espresse in una specie di «velina» dattilografata, che viene distribuita al giornalisti intervenuti.

Totò sporge querela per calunnia contro gli autori della denuncia e cioè contro Marziano Lavarello, pretendente alla discendenza imperlale bizantina, il suo segretario Luigi Colisi Rossi, il suo consulente araldico Guido Jurgens; questo ultimo è imputato anche di diffamazione perchè tiene la conferenza stampa. La vicenda giudiziaria comincia dopo che la magistratura, in seguito ad istruttoria, ebbe ritenute assolutamente infondate le accuse formulate contro De Curtis e dopo che gli atti relativi furono archiviati.

22 settembre 1951

La magistratura romana conferma il titolo nobiliare di Totò già sancito dalle sentenze del 1945 e 1946 del Tribunale di Napoli. Viene tenuta una conferenza stampa a casa di Totò che, assistito dall'avvocato De Simone, spiega la sentenza del Tribunale di Roma.

6 dicembre 1952

Totò è presso il Tribunale di Roma per sostenere la sua azione contro gli autori della denunzia; Marziano Lavarello, il pretendente alla discendenza costantiniana, non è presente al giudizio. Hanno risposto per lui alle contestazioni del giudici e della parte civile, rappresentata dall'avv. Eugenio De Simone, Luigi Colisi Rossi e Guido Jurgens.

26 gennaio 1953

Cinque anni di reclusione sono stati complessivamente inflitti dal Tribunale alle tre persone che, nel giugno 1951, misero in dubbio la discendenza imperiale del principe Antonio Angelo Flavio Comneno Lascaris de Curtis, in arte Totò, incorrendo nel reati di calunnia e di diffamazione.


La discendenza di Antonio de Curtis da Leone Focas il Grifo: le sentenze civili

Con Sentenza del Tribunale Civile e Penale di Napoli 18 luglio 1945 4^ sezione del Tribunale Civile di Napoli e successivamente con sentenza 07-08-1946, n. 1138, IV Sezione, del Tribunale di Napoli furono riconosciute a S. A. I. Don Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi, Porfirogenito della stirpe costantiniana dei Focas Angelo Flavio Ducas Comneno, nato a Napoli il 15 febbraio 1898 e deceduto in Roma il 15 aprile 1967, principe imperiale di Bisanzio, principe di Cilicia, principe di Macedonia, principe di Tessaglia, principe di Ponto, principe di Illiria, principe di Moldavia, principe della Dardania, principe del Peloponneso,ecc., le sue spettanze dinastiche come erede di Costantino I Magno Imperatore e discendente legittimo della più antica dinastia imperiale bizantina vivente. Il tutto senza occorrere di esservi autorizzato dalla Consulta Araldica non trattandosi di concessione Sovrana, sibbene di una qualifica di una definizione di stato personale, che, come ben disse il Tribunale di Avezzano nella sentenza del 18 giugno 1914, vale a significare, per chi se ne fregi, la propria discendenza legittima da una famiglia già Sovrana. Qualifica nativa e non dativa. La Regia sentenza 475/1945, infatti, cit., decise che il principe Antonio de Curtis-Gagliardi è discendente diretto mascolino legittimo della famiglia imperiale dei Griffo-Focas […], con gli onori e diritti di Conte Palatino, oltre agli altri titoli, onori e diritti che gli competono per la predetta discendenza.

La sentenza 1138/1946, cit., ordinò all’ufficiale dello stato civile di Napoli di rettificare l’atto di nascita di Antonio de Curtis-Gagliardi, annotando in calce allo stesso atto che “compete al neonato la qualifica di Principe ed il trattamento di Altezza Imperiale, quale rappresentante, in linea diretta, mascolina e legittima, della più antica dinastia imperiale bizantina vivente.” In seguito, il tribunale di Napoli, con sentenza 01-03-1950, definì S. A. I. Antonio “erede e successore delle varie dinastie bizantine dell’Imperatore Costantino il Grande” ordinando all’ufficiale dello stato civile di Napoli di rettificare l’atto di nascita del Principe “nel senso che vi si legga: Focas-Flavio-Angelo-Ducas-Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi Antonio.” La citata sent. 1138/1946 ordinò “altresì all’Ufficiale dello Stato Civile di Roma di annotare in calce all’atto di nascita della figlia del Principe Antonio De Curtis, a nome Liliana, la qualifica di Principessa.”

Con sent. 1° marzo 1950, infine, il tribunale civile di Napoli, IV sezione, ordinò “all’ufficiale dello stato civile di Roma di procedere a simile rettifica del cognome della Principessa Liliana de Curtis Griffo Focas, figliuola di detto Principe Antonio”, nel senso che vi si legga “Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi” e affermò che “gli Imperatori Bizantini erano successori ed eredi di tutti i diritti despotali, onori e titoli degli Imperatori che li avevano preceduti”. Pertanto, non v’ha dubbio che il ricorrente, quale unico erede e successore vivente delle varie dinastie bizantine, dall’Imperatore Costantino il Grande in poi, riassumendo nella sua persona tutti i diritti, onori e titoli che essi godevano, abbia anche il diritto incontestabile di riprendere tutti i titoli di cui le loro famiglie si fregiavano”.


REPUBBLICA ITALIANA

In nome del popolo italiano. Il Tribuanle Civile di Napoli - 4^ Sezione riunito in Camera di consiglio, nelle persone dei sigg. Presidente dott. Galiano Gaetano; De Falco Enrico, Giudice; dott. Rocco Carlo, Giudice Relatore. Sentita la relazione del giudice delegato, lette le conclusioni del P.M.; ha emesso la seguente sentenza:

(...Omissis…)

P.Q.M.

Sulle conformi conclusioni del P.M. - Visti gli articoli 454 cc. E 167 dell’Ordinamento dello Stato Civile. Così decide:

1. - Ordina all’Ufficiale dello Stato Civile di Napoli, di rettificare l’atto di nascita di S.A.I. Principe Antonio de Curtis, Griffo, Focas, Gagliardi, iscritto al n° 259del registro dei nati di sezione Stella dell’anno 1898, nel senso che, dove leggesi: “De Curtis, Focas, Gagliardi”, vi si legge “Focas, Flavio, Angelo, Ducas, Comneno, De Curtis, di Bisanzio, Gagliardi”.

2. - Ordina nel contempo all’Ufficiale dello Stato civile di Roma di procedere a simile rettifica del cognome della Principessa Liliana De Curtis, Griffo, Focas, figliuola di esso Principe Antonio, nata il 10 maggio 1933 ed iscritta nei registri dello Stato Civile dei nati di detto anno in quella città.

Così deciso in Napoli il primo marzo 1950.

Firmati: Gaetano Galiani, Enrico De Falco, Carlo Rocco, Ugo Corona Cancelliere - Registrata a Napoli uff. atti giud. Il 21 maggio 1950 N. 7462 vol. 610, mod. 5, Esatte lire 836 e lire dieci proventi e lire 75 urgenza da De Curtis.

Il direttore firmato Maddalena.


Io non ci tengo a queste cose. Io non vado in giro a dire che sono di origine imperiale, che sono l’erede e il successore vivente delle varie dinastie bizantine, dall’Imperatore Costantino il Grande in poi, e che ho diritto al titolo di principe e di Altezza Imperiale. So la storia dei miei avi tutta a memoria. E pensare, poi, che non ci tengo! Ma che volete? Non mi piace essere sfrocoliato, e io mi sono rivolto alla magistratura.


Certe volte, mi metto dinanzi allo specchio e mi dico: "Riverisco Signor Principe”, io solo so dirmelo, come me lo dico io...

La documentazione ufficiale

A sinistra: Bozzetto dello stemma gentilizio “Famiglia De Curtis", s.d. - Archivio Centrale dello Stato, Presidenza dei consiglio dei ministri, Consulta araldica, Archivio generale. Fascicoli nobiliari e araldici delle singole famiglie, fase. 12255 “De Curtis Antonio" (Famiglia de Curtis)

A destra: Bozzetto dello stemma gentilizio “Focas Flavio Angelo Ducas Comneno di Bisanzio De Curtis Gagliardi”, approvato da Pietro Fedele, commissario del re e imperatore presso la Consulta araldica, allegato al Decreto del Duce del Fascismo Capo del Governo, 6 maggio 1941 XIX Archivio Centrale dello Stato, Presidenza del consiglio dei ministri. Consulta araldica, Archivio generale. Fascicoli nobiliari e araldici delle singole famiglie, fase 12255 “De Curtis Antonio" (Famiglia de Curtis)


Decreto del Duce del Fascismo Capo del Governo, 6 maggio 1941 XIX Archivio Centrale dello Stato, Presidenza del consiglio dei ministri, Consulta araldica, Archivio generale. Fascicoli nobiliari e araldici delle singole famiglie, fase. 12255 “De Curtis Antonio” (Famiglia de Curtis)


Da sinistra:

1 - Copertina del fascicolo 12255 "De Curtis Antonio”. Archivio Centrale dello Stato, Presidenza del consiglio dei ministri. Consulta araldica. Archivio generale. Fascicoli nobiliari e araldici delle singole famiglie

2 - Stemma della famiglia Gagliardi

3 - Attestazione dell’Archivio di Stato di Napoli, 2 marzo 1950

4 - Attestazione dell'Ufficio araldico della Presidenza del Consiglio dei ministri, 16 dicembre 1954 Collezione eredi Totò 

(Famiglia de Curtis)


Volumi di araldica raccolti da Antonio de Curtis negli anni (Famiglia de Curtis)


Bozzetto dello stemma gentilizio “Focas Flavio Angelo Ducas Comneno di Bisanzio De Curtis Gagliardi", autenticato dal dirigente dell'Ufficio araldico, s.d.- Archivio Centrale dello Stato, Presidenza del consiglio dei ministri. Consulta araldica, Archivio generale, Fascicoli nobiliari e araldici delle singole famiglie, fasc. 12255 “De Curtis Antonio” (Famiglia de Curtis)


La discendenza aristocratica, un agognato riconoscimento

Pare che tutto nacque trovando in casa del padre delle vecchie carte che accennavano a un diploma di Carlo V, il documento con cui il sovrano di Spagna investiva l’antenato Gian Tommaso de Curtis del titolo di marchese, e un decreto di Francesco II di Borbone che durante l’assedio di Gaeta, poco prima di capitolare ai Savoia, aveva concesso a Luigi de Curtis il titolo di principe.

Antonio si sarebbe quindi assicurato i servigi dell'avvocato Gaetano Bizzarro, e lo avrebbe incaricato di compiere ricerche storiche sul proprio albero genealogico, di appurare se quei titoli gli spettino. La decisione di indagare sul proprio passato doveva rigirarsela in mente già da diverso tempo, come reazione alle ansie nate in età tenerissima di riconoscersi in una famiglia, di ritrovarsi in un casato, di recuperare stabilità, di ristabilire una onorabilità: la risposta più appagante a queste richieste passava per quella nobiltà vagheggiata e invidiata durante l’infanzia, e il rinvenimento di quei documenti equivalse alla provvidenziale scoperta della mappa di un tesoro talmente bramato da essersi quasi materializzato a partire dai suoi desideri.

Antonio doveva aver trovato quei documenti già da diverso tempo e non aveva ancora fatto nulla per risalire al passato nobile a cui aspirava ma gli anni successivi saranno investiti da una febbre inguaribile, che lo porterà ad accumulare pergamene e, durante le varie tournée, a decifrare lapidi ai cimiteri, alla ricerca di antichi de Curtis a cui riallacciarsi: come mai quest’improvvisa smania araldica scoppia solo alla fine degli anni Venti? “Perché soltanto allora ebbi i quattrini per ristabilire la verità sulla mia condizione”, risponderà lui. “Bisognava affrontare spese, compiere ricerche. Occorrevano soldi e finalmente li avevo. [...] Prima, mi occupavo di problemi più urgenti, il pane e il companatico”, confessò nel 1966.


Nel 1988 un prete di Napoli ha mostrato al settimanale "Oggi" il documento che risolve i dubbi sulla nobiltà del grande attore. «Ho trovato un atto», dice don Domenico Mazza, «dove è scritto che ad Antonio de Curtis spettavano il titolo e il rango di "Altezza imperiale” quale rappresentante della dinastia dei Griffo Focas Gagliardi di Bisanzio» «Dopo la nascita, il padre per molti anni non lo potè riconoscere, essendo il frutto del suo legame con una popolana, che sposò soltanto qualche anno dopo» - E così il futuro re della comicità crebbe nei sobborghi più miseri.


 La riconosciuta paternità

Nel 1928 Antonio Clemente viene riconosciuto come figlio legittimo dal marchese Giuseppe de Curtis riuscendo anche, cinque anni più tardi, a farsi adottare dall’anziano marchese Francesco Maria Gagliardi accordandosi per un un vitalizio. In seguito a lunghe e dispendiose ricerche, l’attore riuscì a ricostruire l’albero genealogico dei de Curtis ritrovandone alcune remote propaggini nella dinastia imperiale bizantina. Due sentenze del tribunale di Napoli, una del 1945 firmata da Umberto di Savoia e una del 1946 redatta in nome del Popolo e della Repubblica Italiana, riconobbero che Antonio de Curtis poteva e doveva essere considerato principe jure sanguinis della stirpe Flavia Angela Comnena, in quanto discendente di Teodoro Fabio, capitano generale nonché cognato di Costantino Imperatore.

La ricerca di antenati olimpici toccherà livelli francamente morbosi. Ormai uscito dalla giovinezza, Antonio ha visto esaudito il suo più grande desiderio, lo stesso covato da bambino e da adolescente, il riconoscimento di figlio legittimo. Quel cognome acquisito deve avere innescato un meccanismo che non smetterà più di ticchettare: se dopo tanti sacrifici è riuscito ad avere ciò che voleva, cos’altro potrà ottenere ora che il lavoro gira, i soldi arrivano, la fama sale, le donne gli si offrono in camerino?


Le dispute legali

Soddisfatta la necessità del patronimico, l’ansia di riscatto non si placa, anzi: si trasforma nell’ossessione di una paternità sempre più nobile, sempre più antica. Cinque anni dopo il riconoscimento, Antonio si farà adottare legalmente da un altro aristocratico, cercherà di ricostruire lontani rami familiari risalendo fino a Costantino; dopo il titolo di principe arriverà a quello di imperatore. Scomoderà avvocati, magistrati, consulte araldiche, otterrà che venga messo tutto per iscritto, in sentenze inappellabili. Non si fermerà neanche allora: raggiunto tutto il raggiungibile, utilizzerà le sue risorse per contrastare chiunque osi mettere in dubbio i suoi titoli, trascinandoli tutti in tribunale, e vincendo sempre.

Fu una dura guerra per Antonio de Curtis difendere il riconoscimento dei suoi casati, appena legalmente riconosciuti. Intraprese infatti una disputa con il principe Nicola Nemagna Paleologo su chi dei due avesse il diritto di riformare un antico ordine cavalleresco, l’Imperiale Militare Angelico Ordine Costantiniano della dinastia Focas; riuscito vincitore, ne fece riscrivere lo statuto specificando al capitolo primo che la missione degli appartenenti alla Milizia era «ingentilire i costumi, onorare ed esaltare la virtù, insegnare con l’esempio a vivere con dignità ed onore, rinnovando le gesta dei Maggiori perché la civiltà non muoia e il mondo ritorni alla serenità della vita».

Tutte le volte che qualcuno metteva in dubbio le sue origini imperiali, Totò tornava in tribunale, con tranquilla fermezza, finché non riusciva a ristabilire la verità. E intanto continuava ad accumulare prove, documenti, quadri di antenati, titoli. La battaglia più lunga e difficile fu contro Sua Maestà Imperiale Marziano II Lavarello Lascaris Basileus custode della corona di Bisanzio, un giovanotto romano che affermava di essere il vero erede del trono di Bisanzio e riteneva quindi Antonio de Curtis un semplice impostore. Totò lo denunciò per calunnia, dando il via nel 1951 a una serie di procedimenti giudiziari, richieste di accertamenti e perizie araldiche che si protrassero per due anni buoni. Totò demolì punto per punto le testi storiche di Marziano, ricostruendo genealogie e lontani episodi storici.


Finalmente principe

Le battaglie legali di Antonio de Curtis divertirono e appassionarono i lettori di rotocalchi, i curiosi e naturalmente anche gli altri nobili, che di solito trattavano con sufficienza il loro sedicente collega. Dopo aver dilapidato molti denari tra ricerche e procedimenti legali, finalmente ottenuto il titolo, riconosciute le ascendenze, battuti i millantatori, nella vita privata Antonio de Curtis cerca di mettere quanta più distanza possibile tra sé e il buffone cinematografico. Alla dilagante Totòmania, il principe reagisce costruendosi un’immagine estremamente elegante e vagamente malinconica. Uno dei passi fondamentali per ridefinirsi agli occhi della società è la pubblicazione nel 1952 di "Siamo uomini o caporali?", un’autobiografia in cui divulga l’immagine dell’attore-gentiluomo, forgiato da un passato che tende a colorarsi di leggenda.

Ancora oggi, a molti anni dalla sua morte, avvenuta il 15 aprile 1967, sui giornali e alla televisione si insiste volentieri nel porre in dubbio la legittimità del titolo “principesco” di Totò. Dalla storia si impara che, occupata Bisanzio dai turchi nel 1453 e ucciso l’Imperatore Costantino XI, reo di non essersi convertito all’Islam e morto da “martire”, cessò praticamente di esistere l’Impero Romano d’Oriente.


Il conte Luciano Pelliccioni, consulente araldico del principe de Curtis

Il casato dei Focas

Rifugiatisi però in Italia molti dei superstiti delle diverse Casate Imperiali, essi pretesero alla successione… Fra i tanti pretendenti, vi era naturalmente anche il Capo di Nome e d’Arme della Casa dei Focas o Foca, oggi rappresentata dalla principessa Liliana De Curtis, ossia dalla figlia di Totò.
Ora, trattando dei Focas, se le cognomizzazioni di cui si parla nella sentenza sotto riportata vanno riferite al discendente di quel Focas succeduto a Maurizio Tiberio III (582-602), ultimo Imperatore sul Trono della dinastia giustinianea, allora queste si riducono ai cognomi: Flavio, Valerio, Claudio, Giulio; se invece le cognomizzazioni vanno riferite al discendente di quel Niceforo II (963-969) che succedette a Basilio II e Costantino VIII, coimperatori, ai riportati cognomi andrebbero aggiunti anche quelli spettanti alle dinastie Eraclidea, isaurica, amoriense (o frigia, o amoriana), macedone. A decidere in merito non può essere che l’Albero genealogico della Famiglia, corredato dalle opportune prove documentali.


Sono ormai e comunque termini fissi per giurisprudenza e dottrine costanti:
a) che al Capo di Nome e d’Arme rappresenta una Dinastia (non importa se oggi sbalzata dal trono) spetti la qualità jure sanguinis, ossia nativo, e il trattamento di Altezza Imperiale (se discende da Imperatori e/o reale se discende da Re);
b) che la qualità di Principe jure sanguinis, essendo nativa, si distingue dal titolo di principe dativi, in quanto il titolo deriva da un conferimento;
c) il Capo di Nome e d’Arme di una Casata ha il diritto di pretendere al trono già dei suoi Avi; mai disconosciuto, di esercitare il Gran Magistero degli Ordini che fanno parte del Patrimonio araldico della sua famiglia. Ecco il dispositivo della sentenza del Tribunale di Napoli, IV sezione civile, pronunciata il 1° marzo 1950, a seguito ricorso presentato per rettifica atto di nascita.



«Il Mattino Illustrato», 12 aprile 1980 - L'antenato che Totò non poté comprare

Gli Ordini Cavallereschi Pelliccioni Poli LLibro scritto dal Conte Luciano Pelliccioni di Poli, consulente araldico di Totò

Orizzonte dei Cavalieri d Italia L«Orizzonte dei Cavalieri d'Italia», 1967. Articolo a firma dal Conte Pelliccioni sulla rivista di araldica


Gli antagonisti e i pretendenti al titolo

Marziano II Lascaris di Lavarello

La vicenda ha inizio alla fine dell'anno 1952 quando il Conte Luciano Pelliccioni Di Poli (consulente araldico di Totò) presenta alla Procura della Repubblica di Roma una denuncia a carico di Marziano Lavarello, più noto come "Marziano II di Bisanzio". Secondo l'accusa Marziano avrebbe falsificato il proprio atto di battesimo. Marziano II Lascari di Lavarello, che assume d'essere lui il vero pretendente al trono di Bisanzio, successivamente denunciò Totò affermando che il noto comico aveva sorpreso la buona fede dei magistrati, esibendo loro documenti falsi o apocrifi. Mentre la Procura della Repubblica stava svolgendo le indagini su questa denuncia, Totò, senza attendere la decisione dei giudici (i quali archiviarono la pratica ritenendola non fondata) denunciò a sua volta per calunnia Marziano Lascari di Lavarello, il suo segretario Luigi Colisi Rossi e Guido Jurgens, consulente araldico della Casa di Marziano II. Qualche mese dopo fu tenuta, in un salone dell'albergo Hassler, una conferenza stampa dal signor Jurgens, il quale si lasciò andare ad espressioni che Totò ritenne diffamatorie. Da qui un'altra denuncia di Totò per diffamazione. Alla fine dei dibattimenti in aula, durati circa tre mesi, il Pubblico Ministero, Dott. Antonio Corrias, nel processo chiede come pena: diciotto mesi per diffamazione a Marziano II e Colisi Rossi, due a nni e sue mesi a Jurgens. Il 25 gennaio 1953 il tribunale di Roma condanna Marziano II e il "cancelliere" Colisi Rossi a un anno e sei mesi di reclusione per i reati di calunnia e diffamazione, lo Jurgens a due anni oltre al pagamento delle spese di giudizio, a quelle per la difesa nella somma di 78 mila lire, al pagamento dei danni nei confronti del Principe Antonio de Curtis, da liquidarsi in separata sede. La sentenza verrà comunque impugnata in Corte d'Appello.

La principessa Maria Teresa-Stella Mattutina-Fiore Tocci

1952 09 13 Tempo Nobilta L

Il nome della terza pretendente significa letteralmente «Stella mattutina» (Ily Dites) e «Fiore» (Lule); si presenta come una attraente fanciulla di circa vent'anni. Il professore Argondizza è anche un'autorità in fatto di spiritismo e scienze occulte.

La ragazza afferma di essere una discendente diretta di Sofia, sposa a Ivan III il Grande, fondatore della potenza russa e costruttore del Cremlino; sua figlia sposò don Leonardo III Tocco, di cui sopravvive il ramo cadetto, e fuggita dall'Epiro al tempo dell'invasione turca, si rifugiò in Albania. Di qui, nel 1780, i Tocci di San Cosmo Albanese riconosciuti principi del sangue, si rifugiarono in Italia; da loro discende in linea femminile - così almeno afferma - la bella pretendente al trono di Bisanzio.

Ma all'anagrafe italiana la bella fanciulla risulta molto più semplicemente col nome di Lune Argondizza.


Altri pretendenti al trono di Bisanzio

Articoli d'epoca - 1950-1959 1409 Giorgio Berti, «La Settimana Incom Illustrata», 12 maggio 1951

Marziano II contro Totò

Marziano II contro Totò La piccola corte di Marziano Lavarello contesta al comico il diritto di portare tanti cognomi, di affermarsi imperatore di Bisanzio e perfino di chiamarsi Principe. Come la luna mostra una sola faccia ai mortali, così Totò…
Approfondimenti 10516 Daniele Palmesi - Federico Clemente

Marziano II Lavarello, Imperatore di Bisanzio?

MARZIANO II, IMPERATORE DI BISANZIO? Totò e Marziano, in lotta per il titolo di Imperatore di Bisanzio: i fatti La vicenda ha inizio alla fine dell'anno 1952 qundo il Conte Luciano Pelliccioni Di Poli (consulente araldico di Totò) presenta alla…

Il Patriarca me l'ha data e guai a Totò se me la tocca

Approfondimenti 375 Giuliana Orlandini, «Le Ore», anno IV, n.186, 1 dicembre 1956 - Foto di Tazio Secchiaroli
Il Patriarca me l'ha data e guai a Totò se me la tocca Si può diventare imperatore nella capitale della Repubblica. Domenica 18 novembre, un freddo cartoncino a stampa, informò che Sua…


Totò colpito dal quadro del sosia esposto a Cava

Voleva acquistarlo ma il sindaco Abbro si oppose alla cessione

L’attore napoletano, nella strenua ricerca di “natali illustri, nobilissimi e perfetti, da fare invidia a Principi Reali” - come lui stesso scrive nella poesia “‘A Livella”, riferendosi al defunto marchese - commissionò una serie di ricerche genealogiche che lo portarono sulle tracce della nobile famiglia De Curtis di Cava de’ Tirreni, da cui deriva il nome della frazione Licurti. La sua attenzione si soffermò sulla figura del nobile cavese Giovan Camillo De Curtis, immortalato nel 1585 in un ritratto conservato nell’aula consiliare del Comune di Cava.

Mascella volitiva, naso dritto e sguardo penetrante, sormontato da una fronte resa più spaziosa dall’incipiente calvizie. La somiglianza del patrizio cavese con Totò è effettivamente impressionante. Si comprende, dunque, il desiderio dell’attore napoletano di avere quel quadro. I tratti somatici dell’uomo maturo in abiti severi, che una piccola targa di ottone qualifica come il consigliere del regio consiglio collaterale e preside del Sacro regio consiglio, avrebbero potuto dimostrare che Camillo De Curtis era un antenato di Totò e, di rimbalzo, la discendenza del comico dai marchesi De Curtis di Somma vesuviana a cui era imparentato l’omonimo ramo nobiliare di Cava.
L’attore fece di tutto per entrare in possesso del quadro. Agli inizi degli anni Sessanta l’artista venne, infatti, a Cava per chiedere ad Eugenio Abbro, il sindaco di allora, di vendergli il ritratto. Alcuni dipendenti comunali, adesso in pensione, raccontano che Totò disse di essere disposto a pagare qualunque cifra pur di entrare in possesso dell’opera. Fu, quindi, indispettito dal rifiuto senza appello del sindaco, il quale rispose che l’opera era patrimonio inalienabile della città. E c’è chi è disposto a scommettere che quell’episodio colpì talmente Totò da indurlo ad inserire, in alcuni film successivi, scene in cui il protagonista passeggia nella galleria dei quadri degli antenati, ravvisando in tutti una somiglianza innegabile con lui.

Peraltro, come racconta l’attuale sindaco di Cava Marco Galdi, dell’avvenuto incontro ci sono delle testimonianze nell’archivio comunale, dove è custodito un documento in cui si descrive, nei dettagli, il colloquio tra Abbro e Totò. Anche in ricordo di questo curioso episodio il sindaco di Cava chiese all’attrice metelliana Geltrude Barba, che nel 2011 stava ideando un festival teatrale, di chiamarlo “Premio Licurti”.

Ma qual è stato il percorso che ha condotto Totò a Cava? La storia inizia a Napoli negli ultimi anni dell’Ottocento. Il comico napoletano è nato al numero civico 107 in via Santa Maria Antesaecula, nel rione Sanità,il 15 febbraio 1898. La scorsa domenica, dunque, è ricorso il 117esimo anniversario dalla nascita. Sua madre, Anna Clemente, lo registra all'anagrafe come Antonio Clemente. E solo più tardi, nel 1921, sposerà il marchese Giuseppe De Curtis, che successivamente riconosce Antonio come suo figlio naturale. La spasmodica ricerca delle sue origini accompagnerà Totò per tutta la vita. Nel 1933 Antonio de Curtis viene adottato dal marchese Francesco Gagliardi Foccas in cambio di un vitalizio e nel 1945 il tribunale di Napoli gli riconosce il diritto a fregiarsi dei nomi e dei titoli. Questo, però, ancora non gli basta. L’attore continua a commissionare ricerche araldiche e genealogiche, che lo conducono ai De Curtis di Somma vesuviana, imparentati con quelli di Cava. Gli stemmi delle due casate, infatti, risultano lievemente diversi solo nei colori. Come sostenuto da diversi storici, i De Curtis di Cava (o anche Della Corte) erano un’antichissima famiglia longobarda (X – XI secolo), originaria della zona fra Salerno e Cava, I De Curtis di Cava, in effetti, si radicarono nel casale che da loro fu detto De Curti, col tempo trasformatosi nel toponimo Licurti. Totò era convinto che, in qualche modo, la famiglia entrasse a pieno titolo nel suo albero genealogico, dimostrando che i suoi antenati erano nobili. Una convinzione, questa, che lo accompagnò fino alla fine dei suoi giorni e che l’attore cristallizzò in una delle sue battute più celebri pronunciata, tra il serio ed il faceto, in un film del 1960: “Signori si nasce ed io, modestamente, lo nacqui”.

Dal sito lacittadisalerno.it


«A somma Vesuviana il castello di Totò»


La ricerca della nobiltà

Abbiamo accennato alla mania di Totò per la nobiltà e quanto fosse diventata parte determinante della sua vita. In questo capitolo esamineremo la questione obiettivamente, sulla base dell'evidenza documentaria, dimostrando, e lo preannunziamo, come ogni pretesa nobiliare dell'attore fosse infondata. Anche concordando con quanto spavaldamente ci ha rinfacciato uno dei suoi consulenti, il Comm. Prof. Luciano Pelliccione di Poli recentemente scomparso (1) e cioè che la questione è ormai chiusa in quanto Res iudicata pro ventate habetur, quia est veritas (Una questione giudicata si deve avere per verità, perché è verità) (2), nessuno ci può vietare di fare chiarezza sull'argomento a prescindere dall'effetto giuridico.

Al colto lettore ricorderemo che con sentenza della Corte Costituzionale del 26 giugno del 1967, N° 1001 è stato sancito che nell'ordinamento italiano, i titoli nobiliari non sono oggetto di alcun diritto. Tale indirizzo dottrinario è stato ancor più ribadito in tempi recentissimi.

Ciò detto però, non sembra che sia vietato dire la verità e studiare la precisa successione di avvenimenti che portarono a sentenze errate perché prive di fondamento, specialmente se ci riguardano.

L'attore Antonio de Curtis non aveva risolto il problema con l'adozione Gagliardi. Prima abbiamo già riportato i riferimenti legislativi che dimostrano tale asserzione. Un contratto del 4 giugno 1936 tra l'attore e la Titanus per un film da girarsi quell'anno, vede firmare il comico napoletano con un semplice Sig. Antonio de Curtis.

Una comparsa invece nello stesso atto, Giuseppe Zopegni, viene qualificata con il suo titolo nobiliare di cavaliere (3).

La ragione semplice di ciò è che in quell'atto ufficiale, trattasi di un contratto registrato; nessuno avrebbe potuto spacciarsi per nobile in quanto ciò era reato perseguibile d'ufficio e cioè senza una denunzia di parte lesa. Ci trovavamo infatti cronologicamente nello stato unitario monarchico che garantiva e difendeva le prerogative della classe nobiliare.

Il documento citato dimostra che non solo l'adozione del Gagliardi del 1933 non aveva effetto nobilitante, ma anche come alcuni documenti riferiti ad una presunta nobiltà del nonno dell'attore, tale Luigi (n. 24/9/1839), non erano presentabili in sede pubblica senza essere arrestati.

Circola infatti a tal proposito una pubblicazione di un non altrimenti noto Avv. Pietro Donadio che avrebbe difeso presso il tribunale di Avezzano del 3/12/1914, Giuseppe de Curtis, padre dell'attore, ed altri accusati di abuso di titolo nobiliare, qualità che gli sarebbe discesa dal citato Luigi.

La pubblicazione porta sulla copertina il luogo e l'anno di edizione: Bari, 1916 (4).

Non possiamo dimostrare al momento se essa sia stata edita in quell'anno o sia un falso, perché sfortunatamente per chi cerca la verità, e non sappiamo se è solo un caso, la città di Avezzano tribunale compreso, fu distrutta da quel tremendo terremoto del 13 giugno del 1915. Quelle carte comunque dicono che Luigi de Curtis, nonno dell'attore era stato nominato principe da Francesco II che al momento era sotto l'assedio dei piemontesi a Gaeta.

Contestualmente veniva anche riconosciuto al medesimo Luigi, il titolo di Commendatore dell'Ordine Costantiniano dei Nemagni di S. Stefano. Sull'attendibilità di un tale atto richiamiamo l'attenzione della intelligenza del nostro lettore per valutare come il povero Franceschiello sotto le bombe dell'esercito italiano potesse dedicare il tempo all'amministrazione della giustizia.

Tale documentazione è palesemente falsa. Infatti quella tesi è infondata non solo perché Giuseppe, padre di Totò, non è riportato nell'elenco nobiliare del 1922, cosa che sarebbe avvenuta se la sentenza del 1914 fosse stata veramente pronunziata, ma anche perché:

— Giuseppe è registrato nel censimento del 1931 in pieno regime monarchico quale commerciante di frutta (5);
— Giuseppe non era nobile perché dopo aver sposato Anna Clemente il 24 febbraio del 1921 ed aver riconosciuto Totò nel 1928, il figlio si sarebbe potuto fregiare dei titoli di famiglia se esistevano, invece si fece adottare nel 1933 dal marchese Gagliardi, povero ma nobile;
— Ultimo e decisivo rilievo è che tale documentazione fu scartata dagli stessi studiosi al soldo di Totò al momento della causa che si tenne nel 1945-46, che non osarono menzionarla scegliendo altre strade ed altri ragionamenti.

La questione della sentenza di Avezzano risulta quindi chiusa definitivamente. Il fatto poi che la sentenza del 1945-1946, vedrà la tesi dell'avv. Bizzarro, difensore di Totò richiamare di nuovo, non quella di Avezzano, che era improponibile, ma l'ordine Costantiniano nemagnico in esso citato, è una riprova che quegli studiosi giravano e rigiravano sempre sulle stesse argomentazioni.

Prima di passare all'esame delle sentenze del 1945-1946 ci preme portare a conoscenza un grosso elemento inedito da noi riscontrato recentemente. Abbiamo scoperto che la famiglia Rognani, per intenderci la famiglia della moglie legittima di Totò, aveva avuto un identico giudizio penale su un contenzioso relativo sempre all'ordine Costantiniano nemagnico di S. Stefano.

Per quelle strade del destino insondabili che poi fanno dire come la verità viene sempre a galla, abbiamo reperito in una libreria antiquaria pugliese (Peucetia) ben 3 sentenze relative all'Ordine Costantiniano nemagnico di S. Stefano degli stessi anni 1944-1945 (6).

Orbene per chi non crede alle coincidenze mi sembra veramente strano che il nonno, il padre, l'attore Totò e la famiglia della moglie si siano scontrati in quattro casi con il sistema giudiziario italiano in tempi diversi, indipendentemente l'uno dall'altro e sempre per l'ordine costantiniano di S. Stefano.

Queste sentenze sono di pochi mesi precedenti quelle dell'attore e sono opera di un tale Prof. Avv. Angelo de Stefano anch'egli, guarda caso, Commendatore del S.I.O. Costantiniano nemagnico di S. Stefano. Cominciamo ad osservare come la tentata legittimazione di questo ordine, che non era riconosciuto né dallo stato monarchico italiano né dalla Santa Sede, si basa su un decreto non a caso emesso dal solito Francesco II, il 6 agosto del 1860, che invece d'interessarsi dello sbarco di Garibaldi a Marsala dell'll maggio, legiferava.

Tutte queste coincidenze ci sembrano oggettivamente e senza pregiudizio, sospette. E' degno di nota poi che il decreto non fosse stato comunque pubblicato nella Collezione delle leggi borboniche, fatto che viene attribuito dal De Stefano al disordine di quel tempo (7).

Il dato più inquietante è deducibile dalla prima sentenza, quella relativa all'uso improprio del titolo di cavaliere dell' Ordine di Nemagna, atto relativo alla denunzia di due emeriti sconosciuti tali Rodolfo Rispoli ed Ottavio Rossetti (9).

Per inciso notiamo che Rispoli è anche il cognome della madre dell'imputato Rogliani Giuseppe che si chiamava Teresa Rispoli.

Potrebbe essere ipotizzabile che tale giudizio sia stato indotto artatamente proprio per avere nel caso di una sentenza favorevole il riconoscimento di un ordine cavalleresco che era sconosciuto e misconosciuto ai più.

Rogliani Giuseppe era nato a Napoli il 14/3/1894 ed il suo cognome immediatamente ci richiamò quello della moglie di Totò, Diana. Sebbene esso venga storpiato anche da autorevoli autori quali il Paliotti che la chiama: "Diana Rogliani di S. Croce" (10), seguito anche da Giampaolo Infusino (11), il suo cognome esatto viene riportato a seguito della sentenza favorevole di Antonio de Curtis del 1945-1946 nel Libro d'oro della nobiltà italiana: "Diana Rogliani Serena di S. Giorgio" (12).

Si tratta della stessa famiglia napoletana della sentenza ora citata. Senza fare alcuna dietrologia, ci sembra perlomeno strano che venga tirato in ballo un ordine cavalleresco quasi sconosciuto per la famiglia della moglie, riconosciuto da Francesco II nel 1860 per atti similmente mai registrati e non consultabili.

Ma veniamo ora al dettaglio della sentenza madre che nel 1945-1946, in tempi tempestosi di transizione tra Monarchia e Repubblica, permise impropriamente ad Antonio de Curtis di essere riconosciuto discendente di antiche famiglie a lui omonime e di conseguenza essere trascritto nel libro d'oro della nobiltà italiana. Il prezioso fascio di documenti è oggi conservato nell'Archivio di Stato di Napoli, nel deposito di Salerno.

Grazie al maestro Federico de Curtis, cugino dell'attore, persona degna di stima, esse ci sono state rese note. Vogliamo sorvolare su tutte le voci che la dicono falsa o comunque contraffatta per le evidenti alterazioni calligrafiche e tipologiche come si evince dal confronto con gli atti coevi (13); non ne abbiamo bisogno perché possiamo dimostrare qualcosa di meglio.

Tutto il dispositivo giudiziario si basava su presupposti errati che possono essere smentiti su documenti verificabili ancora oggi nell'Archivio di Stato di Napoli. La I sentenza della IV sezione aveva quale collegio giudicante Ugo Solimene, Edmondo Minetti, ed infine il Cav. Uff. Carlo Rocco e fu depositata il 28 luglio 1945 (14).

Per inciso il cavaliere Carlo Rocco di Torrepadula apparteneva alla stessa famiglia di Marco, giovanissimo e fedelissimo amico dell'attore come attesta lo stesso Paliotti. Questi scrive che al matrimonio di Rocco avvenuto il 10 ottobre del 1966, nonostante gli acciacchi, l'attore oltre a presenziare, omaggiò per primo la nuova "Contessa Maria Teresa Rocco di Torrepadula", donando agli sposi una magnifica tabacchiera inizio ottocento (15).

Il difensore dell'attore era il solito Avv. Gaetano Bizzarro che per lunghi anni insieme ad Eugenio De Simone seguì il de Curtis in tutte le sue numerose peripezie giudiziarie. Tornando alla nostra causa l'attore chiedeva di essere dichiarato discendente della famiglia imperiale di origine bizantina Griffo Focas in modo che l’istante principe Antonio de Curtis Gagliardi potesse essere registrato nello stato civile quale "De Curtis dei Griffo-Focas Gagliardi.

Ricordiamo per chi l'avesse dimenticato che Gagliardi era lo strascico della inutile adozione del 1933 e che Focas è una derivazione dei Griffo (sic) e non del marchese Gagliardi. Tale riconoscimento, dai Focas, di diritto avrebbe permesso di fregiarsi quale cavaliere di gran croce del Sacro Ordine Imperiale Costantiniano nemagnico di S. Stefano come anche di conte Palatino. Tutto ciò contro tal Principe Nicola Nemagna paleologo che, evidente rappresentante di quell'ordine, vi si opponeva.

La prima grossa perplessità sulla legittimità di tale sentenza - e si badi bene che essa viene pronunziata sotto la Luogotenenza del regno di Umberto II, - è quel riconoscimento di principe preconcetto, prima della sentenza stessa.

Ma principe di che?

Ed ancora ci si potrebbe chiedere del perché un tribunale della Repubblica abbia legittimato quella storia araldica nonostante le disposizioni transitorie della Costituzione, che non riconoscevano alcun titolo nobiliare posteriore al 28 ottobre 1922, data della marcia su Roma.

Si trattò di un'abile azione giudiziaria perché ottenendo da un tribunale della Repubblica Italiana il riconoscimento dei cognomi nobiliari, alla fine indirettamente l'attore potette pretendere di essere chiamato principe, altezza imperiale e via dicendo. Con quella sentenza ebbe facile gioco a farsi riconoscere dal Collegio Araldico ed a farsi addirittura trascrivere nel libro d'oro della nobiltà italiana.

Si trattava della pubblicazione del 1948-1949 dell' Istituto Araldico Romano di via S. Maria dell'anima, che certamente non fece studi particolari per verificare quanto l'attore gli presentava. Ma checché ne dicano alcuni studiosi o scrittori, come ad esempio il Paliotti, che credono in una completa integrazione dell'attore nella nobiltà napoletana e romana, mi capitò di ricevere all'Ambasciata italiana durante un ricevimento la dichiarazione del principe; egli a chiare lettere disse: la storia del sedicente principe Antonio de Curtis è una vergogna per l'antica nobiltà italiana; ma più che vergogna mi sembra che è più consono l'aggettivo 'ridicolo' alla questione.

Inoltre che la sua entrata nobiliare fosse poco chiara lo dimostra il vano tentativo di Totò di entrare nell'Ordine di Malta. Sebbene il Paliotti ritenga l'episodio frutto assoluto della fantasia dello scrittore Roger Peyrefitte, che lo descrisse nella sua opera L'ordine di Malta pubblicato da Parenti nel lontano 1957, ci si consenta invece di avere opinione contraria.

Sia o meno avvenuto questo tentativo, l'Ordine di Malta nel magnifico palazzo Magistrale di via Condotti a Roma non avrebbe mai accettato fandonie o altro. Per i cavalieri del SS. Sepolcro solo documenti ineccepibili possono consentire l'entrata nell'ordine quale cavaliere di giustizia.

E veniamo a riscontrare su che cosa si basava la sentenza.

I giudici ammettevano che la discendenza dei Focas sarebbe documentata fino a Federico de Curtis, fratello di Michele marchese dal 1733 (16), ma non da questi al 'principe' Antonio de Curtis. È questo il primo rilievo che ci pone dei dubbi; com'è possibile che dall'antichità al settecento era tutto chiaro, mentre dal 1733 al 1945 non si riusciva dimostrare la continuità?.

Tale lacuna sarebbe stata colmata col documento casualmente fuori posto dell'albero genealogico rilasciato dalla Consulta araldica del 13/4/ 1941... omissis. Dal predetto albero genealogico risultava che l'attore discendeva in linea mascolina da Federico de Curtis, nobile cavaliere del Sacro Romano Impero (17).

Ciò è falso perché Federico (1721-1786) di cui abbiamo parlato nel capitolo dedicato al settecento non ebbe discendenza mascolina perché il suo ramo si estinse a metà ottocento. La presente ricerca porta in allegato i due alberi genealogici che dimostrano con chiarezza come ci si trovi davanti a due famiglie completamente diverse accomunate solo da una omonimia.

Ma la mistificazione più grande deveva ancora arrivare perché nella stessa sentenza facendo riferimento a quel famoso processo della Vicaria del 19/1/1787 (18) si argomentava che questo Federico da cui sarebbe disceso l'attore, - e non è vero, - a sua volta discendeva da Giovanni Tommaso Curzio (de Curtis ) cavaliere di Malta nel 1584, a sua volta figlio di Angelo Curzio de Grippo o de Griffo, erede di Gaspare de Grippo Focas ( Fol. 7 retro del citato processo del 1789).

Compare quindi per incanto il collegamento Griffo (sinonimo di Grippo) con la famiglia imperiale Focas. Il primo problema è che la citata pagina 7, retro, come abbiamo verificato tre volte alla presenza di opportuni testimoni è bianca; non è che manca; ripeto è bianca. Verificare è facilissimo, basta andare all'Archivio di Stato di Napoli e chiedere la sentenza che tutti gli impiegati di quella benemerita istituzione statale sanno.

Saltato il rapporto con Federico che è inesistente, demolito il rapporto tra i Griffo ed i Focas non ci resta che chiudere definitivamente la questione osservando che comunque il rapporto con i Focas non è stato mai con i Griffo ma con i Grifeo che sono ben altra e diversa famiglia.

Questa confusione dei Grifeo, che discendevano dai Griffo, che non avevano alcun rapporto sembra un errore inqualificabile. Eppure sarebbe bastato verificare nei testi d'araldica più comuni o anche in un'opera recentissima, economica e di divulgazione come quella del Della Monica, con il quale ci complimentiamo, dove viene ribadito come i Grifeo e non i Griffo erano discesi dai Focas dopo che un loro condottiero aveva vinto ed acquisito l'arma del capo dei Bulgari tale Graffeo nel 970 d.C. (19).

Bel altra cosa sono i Griffo un cui ramo si era innestato con la famiglia de Curtis ben più antica perché discendente dal Longobardi di Cava, e che da Vibonati era passata prima a Napoli e poi a Somma nel 1691 (20).

Ma ammettendo per un colpo magico che tutte queste osservazioni siano campate in aria ci chiediamo come Antonio de Curtis avrebbe potuto soppiantare la legittima discendenza mascolina ed ininterrotta del ramo di Michele, se Federico da cui pretendeva di discendere era uno degli ultimi nati e quindi inequivocabilmente ramo cadetto?

Visto che neanche la magia potrebbe salvare la tesi di nobiltà dell'attore Antonio de Curtis sorvoleremo sulle altre sentenze giudiziarie che diedero la vittoria al 'principe', sempre sulla base della prima, in quanto ripetiamo: res indicata prò ventate habetur, quia est veritas.

Totò avrebbe prosaicamente tradotto: Chi ha avuto, ha avuto, e chi ha dato, ha dato. Rimandiamo al Paliotti per le altre cause che qui sinteticamente annotiamo :

1) agosto 1946;
2) marzo 1950;
3) 1951 contro Marzano II;
4) 1952 contro Maria Teresa Tocci;
5) 27 giugno 1955.

Per questa ultima causa si veda il resoconto del processo su "La Nazione" di Firenze del 28 giugno 1955; essa era incentrata su un cugino del padre di Totò, tale Gennaro di professione calzolaio, che sarebbe stato contattato da un tale avv. Battaglia il quale lo avrebbe sobillato a richiedere per sè il titolo, diritto nel 1955 già inesistente per la Costituzione repubblicana.

Tutte le vittorie giudiziarie dell'attore si basavano sulla prima sentenza che partendo da presupposti errati ed insostenibili ad una verifica documentaria, aveva riconosciuto al comico il diritto di fregiarsi dei seguenti predicati nobiliari: Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi de Curtis.

Su quali presupposti si basava il dispositivo giudiziario lo abbiamo appena visto.

Camillo De Curtis


Note bibliografiche

1) La famiglia Pelliccione di Poli non è elencata nell'Elenco nobiliare ufficiale italiano pubblicato nel 1922.
2) Archivio Privato de Curtis, Corrispondenze, let tera da Pelliccione al marchese Camillo de Curtis da Roma del 14/2/2002, foglio 3.
3) Archivio Privato de Curtis, Contratto Titanus con l'attore Antonio de Curtis, Roma 4 giugno 1936.
4) Donadio P., Degli atti emanati da Francesco 11 a Gaeta dell'8 settembre al 17 dicembre del 1860 e dell'ordine Costantiniano Nemagnico di S.Stefano.
5) Archivio Comunale di Napoli, Censimento del 1931, Sez. 274, foglio 17: Giuseppe De Curtis, commerciante di frutta abitante al Corso Umberto I, N°75, quarto piano interno 43.
6)
a) De Stefano A., Sentenze e documenti dell'Ordine Costantiniano Nemagnico di S. Stefano, Napoli 1944,
b) De Stefano A., Giudicato sull'origine, storia e natura del Sacro Ordine Imperiale Costantiniano nemagnico di S. Stefano, Napoli 1945;
c) De Stefano A., Sentenze e documenti sui Rogliani Serena di S. Giorgio, cavalieri ereditari del S.I.O. Costantiniano nemagnico di S. Stefano.

7) De Stefano, citato, a, 5.
8) Regia Pretura di Napoli. N° 17933 - 42. Reg. Gen. 12413, Sentenze.
9) De Stefano, cit., c, 6
10) Paliotti, cit. 47.
11) Infusino G. P., Totò, la maschera di un principe, 54.
12) Libro d'oro della nobiltà italiana, Roma 1948.
13) Si veda sui dubbi di veridicità della sentenza:
a) Bertolotto E., Ferruccio E, Miseria e nobiltà di Totò, in "La Repubblica", Napoli, 20 ottobre 2004, pag. I e IX.
b) Della Ragione A., Titoli nobiliari abusivi ed il principe del sorriso, in "Cronache di Napoli", 29 luglio 2002, 5.

14) ASN, Sez. Giustizia N° 48, Reg. N° 12,1946, N° A1355 (A 1051/945. Repertorio 3019 del 28/7/49).
15) Paliotti, cit., 85, ed 86.
16) Nella sentenza citata a pag, 12 la data viene riportata in modo errato e cioè 1773 invece di 1733.
17) Ibidem.
18) Altro errore la sentenza è del 9 gennaio 1937
19) Della Monica, Le grandi famiglie dì Napoli, cit. 227.
20) Della Monica, cit. 230.


Gli studiosi al servizio di Totò

Per una completa comprensione della questione, riteniamo utile illustrare alcuni aspetti relativi agli studiosi che affiancarono l'attore nella sua ricerca di nobiltà. E' noto che Totò profuse denaro senza limiti per le sue ricerche araldiche e che tutto uno stuolo di avvocati e ricercatori vivevano alla sua corte. Tra gli avvocati, il principale suo ausilio fu Gaetano Bizzarro che seguì le varie questioni legali dell'attore, a partire dalla sentenza nobilitante fino al mancato acquisto del castello di Somma.

Altro personaggio legato alla vita di Totò è l'avvocato Eugenio de Simone, ultranovantenne che vive ancora oggi a Roma e che lo difese in diverse cause sia per tentata estorsione ai suoi danni sia sulla vessata questione nobiliare. Tra gli studiosi d'araldica e di storia probabilmente potrebbe essere annoverato l'Avv. Angelo de Stefano, l'autore delle pubblicazioni sull'Ordine costantiniano nemagnico prima citate; questa ipotesi potrebbe essere approfondita, ma non darebbe altri frutti sulla nostra ricerca.

Infine bisogna annoverare il noto studioso napoletano Giuseppe Porcaro, funzionario dell'Archivio di Stato di Napoli, famoso soprattutto per la sua ricerca: Taverne e locande della vecchia Napoli. Nonostante la notevole attendibilità di questo studioso egli incorse in un 'errore' grossolano proprio sulla famiglia di Totò.

Egli scrisse:

Ogni volta che lavorando all'archivio, mi imbattevo in carte col cognome de Curtis, spedivo una circostanziata relazione a Totò il quale poi, di solito, insisteva per avere altri particolari. Volle anche che compissi delle indagini per appurare se i fratelli Giambattista ed Ernesto de Curtis, autori della celebre canzone "Torna a Surriento" fossero o meno suoi parenti. Ci rimase molto male, Totò, quando completata la ricerca dovetti comunicargli che si trattava di un caso di omonimia (1).

La negazione della parentela con i de Curtis musicisti e pittori rientrava nella filosofia della negazione di ogni legame con i parenti poveri che niente avevano da spartire con la nobiltà.

Abbiamo seri dubbi sull'affermazione del Porcaro.

Una verifica degli alberi genealogici riportati di seguito, dimostra come Giambattista (1860-1926) ed Ernesto ( 1875-1938) altro non fossero che cugini di suo padre Giuseppe (1873-1940). Ma egli preso nella sua mania di nobiltà non poteva riconoscerlo. Però, ci sembra poco probabile che egli proponesse una ricerca tesa ad appurare una parentela che conosceva bene come dimostra una famosa foto dedicata a Zio Eugenio (1878-1967), altro fratello dei citati cugini Giambattista ed Ernesto.

Si tratta di una fotografia dell'attore con la dedica ora citata donata negli anni trenta, al suo parente, oggi in possesso del maestro Federico de Curtis, altro parente negato di Totò. Anzi è dimostrato che Ernesto de Curtis il famoso musicista, era conosciuto direttamente da Totò che gli chiese di essere introdotto all'inizio della sua carriera nel mondo teatrale, ottenendone un rifiuto.

L'episodio ci è noto sempre grazie a Federico de Curtis anche lui nipote diretto del famoso Ernesto (2).

Ci sembra quindi molto strano che il Porcaro dichiarasse una estraneità di Totò dai de Curtis napoletani, popolari sì ma certamente maestri prestigiosi dell'arte napoletana di tutti i settori. Quella foto comunque visivamente, ove non bastassero gli alberi genealogici presentati, inchioda Totò alle sue umili origini (3).

Tralasciando il Porcaro che, impropriamente, il Paliotti riteneva il consulente araldico di fiducia dell'attore, il principale studioso alla corte di Totò fu Luciano Pelliccioni di Poli. Il Pelliccioni a suo dire servì Totò dal 1952 fino al 1967 e sarebbe stato estraneo alla costruzione della difesa araldica riportata nelle sentenze degli anni 1945-1946.

Su questo ricercatore abbiamo diversi documenti con importanti episodi inediti della vita di Totò che veniamo a descrivere in ordine cronologico. Nel 1965 egli si recò a Somma per ricercare ulteriori documentazioni su Totò per scriverne una storia. Fu ricevuto dalla marchesa D. Maria Luisa, mia sorella, in quanto a quel tempo ero in Venezuela dove mi ero trasferito alla fine della seconda guerra mondiale. Durante l'incontro gli furono riferiti i particolari delle visite dell'attore a Somma e di come egli non fosse affatto un parente dei nobili di Somma.

Il Pelliccioni riferì di essere Conte, ma di non avere una stabilità economica e che comunque stava lavorando da anni per l'attore e come anche il libro in realtà gli era stato commissionato proprio dal comico. Il 24 novembre del 1971, dopo la morte dell'attore che avvenne co-m'è noto il 15 aprile del 1967, egli scriveva a Somma, da dove gli erano state chieste notizie su quella pubblicazione iniziata negli anni sessanta.

Il Pelliccioni rivolgendosi ad un professore non altrimenti specificato, così argomentava la cessazione delle sue ricerche:

Egregio Professore

purtroppo il mio libro sulla famiglia de Curtis è rimasto interrotto ed inedito per la morte del Principe Antonio de Curtis.
Tutto il materiale da me rintracciato che era moltissimo, è stato portato alla figlia di lui, con la quale non ho mai avido rapporti, in Sud Africa, dove da tempo vive.
Mi dispiace perciò di non poterle essere utile, cosa fra l'altro che avrei fatto molto volentieri come omaggio alla memoria del famoso 'Totò', al quale, a parte quasi vent’anni di collaborazione professionale, mi legavano rapporti di amicizia e gratitudine.

Cordiali saluti a Lei ed alla marchesa Maria de Curtis

L. Pelliccioni di Poli (5)

La storia quindi sembrerebbe avere chiuso per sempre il sipario sull'opera del Pelliccioni, ma non era così. Il 19 aprile del 1987 l' Espresso pubblicava a vent'anni dalla morte, a cura di Altan, Forattini, Panebanco, Staino e Vincino, un omaggio a Totò, intitolato A prescindere.

Logicamente venivano propinate le solite affermazioni senza alcun reale fondamento e tra esse le più eclatanti erano le seguenti:

1921 - il giovane Antonio vede stabilizzarsi la situazione familiare: muore il marchese de Curtis che si opponeva alle nozze e la madre può finalmente sposare. Si trasferisce con la famiglia a Roma.
1933- Viene adottato dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas ed Antonio diventa Sua Altezza Imperiale Antonio Porfirogenito della stirpe costantiniana dei Focas Angelo Flavio Ducas Commeno di Bisanzio etc. etc... A seguito di questo articolo il Pelliccioni inoltrava una lettera alla redazione dell' Espresso che veniva pubblicata il 17 maggio del 1987.

Essa diceva :

Essendo stato per circa vent'anni il consulente araldico di Totò vorrei correggere alcune inesattezze contenute nell'articolo 'A prescindere' di Altan ed altri pubblicato nel numero del 19 aprile a pag. 120. In esso si dice che Totò venne adottato dal 'Marchese Francesco Maria Gagliardi Focas' e diventò ‘Sua Altezza Imperiale', con una lunga serie di titoli e predicati.

Ciò non è assolutamente vero: Totò fu adottato dal marchese Gagliardi ed inforza di quell'adozione aggiunse questo cognome, ma non il titolo di marchese, perché l'adottato ha diritto al cognome dell'adottante, ma non alla sua titolatura.

Dopo il matrimonio di sua madre con il marchese Giuseppe de Curtis, successive ricerche storico araldiche genealogiche hanno dimostrato in marnerà inequivocabile la discendenza diretta dei de Curtis dalla famiglia principesca Griffo a sua volta discendente da quella imperiale bizantina dei Focas, dopodiché all'attore i cognomi di Focas Flavio Angelo Ducas, il predicato ‘di Bisanzio' ed una lunghissima serie di titoli nobiliari sono stati riconosciuti da varie sentenze civili e penali e non certo per l'adozione. Lo stesso elenco storico dell'Ordine di Malta lo cita con questi cognomi ed i titoli di Principe, Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero ed Altezza Imperiale. Ho voluto chiarire tutto questo proprio in memoria di Totò che alla sua nobiltà teneva moltissimo.

L. Pelliccioni di Poli - Roma (6)

Tutte queste cervellotiche precisazioni sono come vedremo e per quanto già riferito, completamente prive di fondamento e dimostrano solo la malafede del Pelliccioni. Inoltre la tesi del matrimonio del padre di Totò, Giuseppe, ostacolato dal nonno Luigi finché era stato in vita era campata in aria essendo morto questi nel 1926, ossia ben cinque anni dopo il matrimonio che aveva legalizzato il rapporto tra Giuseppe ed Anna Clemente, la madre di Totò.

L'unica cosa esatta, era la non trasmissibilità di titoli nobiliari a seguito di adozione, conformemente alle leggi del tempo storico in cui si svolgeva la vicenda di Totò. Su questo concetto giuridico abbiamo già scritto nel capitolo precedente, riportando i riferimenti normativi allora vigenti.

Brevemente perché poi non è il caso di prolungarci in questa sede, facciamo rilevare alcuni elementi che dimostrano come le affermazioni del Pellicioni fossero palesemente false:

- Giuseppe de Curtis, marito di Anna Clemente, madre di Totò non era marchese, infatti non è riportato nell'Elenco Nobiliare italiano edito nel 1922 (7).
- Né lui, nè suo padre, nè suo nonno sono mai stati citati in tutte le opere di araldica del Regno delle due Sicilie e della Italia unita.
- Era di professione sarto ambulante (8) e suo padre Luigi era imbianchino (9).
- Giuseppe nel 1931 è registrato nel censimento della città di Napoli quale commerciante di frutta (10).
- Il matrimonio tra Giuseppe de Curtis ed Anna Clemente avvenne il 24/12/1921 quando Totò aveva 23 anni, ma il riconoscimento della paternità avvenne ancora più tardi. Inoltre Giuseppe nonostante si fosse sposato non conviveva con la moglie, coabitando con uno studente in una pensione al Corso Umberto. Il censimento del 1931 lo registra quale abitante in via S. Eframo vecchio al N° 38.
- Il successivo riconoscimento da parte del padre non conseguì alcun effetto giuridico sullo stato nobiliare allora vigente perché Giuseppe poteva trasmettere al figlio il solo cognome; non risultano infatti beni di sorta trasmessi.
-I de Curtis non discendono dai Griffo in quanto sono ben precedenti quali conti longobardi di Cava (11).
-I Griffo non discendono dai Focas; tutto al più i Grifeo che sono altra cosa (12).
-La sentenza citata che inizialmente riconobbe ad Antonio de Curtis qualcosa, per i tempi in cui fu pronunziata, non poteva che sancire un cognome e non i titoli che non sono riconosciuti dalla Costituzione repubblicana.
-Totò apparteneva ad una famiglia de Curtis assolutamente non collegabile con i de Curtis di Somma, eredi degli antichi conti longobardi di Cava.

In questa breve disamina di fatto abbiamo sintetizzato ed evidenziato i fondamenti delle falsità propagandate che furono alla base alla base di quel grosso equivoco, che per anni ha ingannato i media e finanche la cultura ufficiale che avrebbe avuto il dovere di verificare ciò che accettava per verità. Con il Pelliccioni, grazie all'amico Simone Riberto, abbiamo avuto recentemente prima della sua morte avvenuta nel 2004 a Roma, una furiosa corrispondenza.

Contestatogli quanto scritto sull'Espresso egli negava di aver mai scritto una lettera a mia sorella Maria Luisa e continuava a ribadire le falsità e cioè che tutto discendesse dal padre di Totò, Giuseppe de Curtis 'marchese' (13).

Aggiungeva poi che a Liliana sia il padre (Totò) che il nonno (Giuseppe) avevano parlato della loro nobiltà. Per non essere prolissi termineremo qui la corrispondenza sul Pelliccioni, riservandoci di presentarla nelle sedi e nei luoghi che le vicende vorranno, come anche sarà messa a disposizione degli studiosi che vorranno consultarla.

Prima però di stendere un velo sull'argomento sintetizziamo la tesi di questo studioso:

- la questione è passata in giudicato; l'attore è morto ed in vita nessuno è riuscito a smontare la sua tesi;
- perché non vi siete fatto vivo prima (rivolgendosi a me), per rivendicare la esclusività delle vostre origini?;
- perché non lo includete una volta per tutte nel vostro albero genealogico tanto si tratta di un personaggio famoso? (15).

Per finire ci sembra poi degno di nota riferire alcuni episodi inediti della vita di Totò perché comunque arricchiscono la nostra conoscenza sulla questione, questo a prescindere dall'attendibilità dei fatti narrati. Pelliccioni riferisce che egli era diventato nonostante le sue ricerche a pagamento, quasi un nipote dell'attore (16).

Egli partecipò, a Roma, insieme al cugino di Totò, Edoardo Clemente, alla chiusura della bara ed alla funzione religiosa che si tenne nella vicina chiesa di S. Eugenio. Arrivati a Napoli in un'apoteosi di gente, al cimitero vi fu il discorso molto commovente di Nino Taranto.

Al cimitero un gruppo di persone a detta del Pelliccioni avrebbe tolto Totò dalla bara, ormai gonfio per la putrefazione e l'avrebbe portato gridando e piangendo nel rione Stella. Quando poi lo riportarono gli astanti si accorsero che l'anello di platino con lo stemma gli era stato rubato (17).

Testimoni dell'episodio sarebbero stati, Franca Faldini, Edoardo Clemente, l'avv. de Simone ed il cognato di quest'ultimo l'ufficiale di marina Telese e logicamente il fedelissimo autista Carlo Cafiero (18).

Pelliccioni a suo dire sarebbe stato presentato all'attore da due sue ex fidanzate, Fioria dei marchesi Torregiani, e Marcella Otinelli, coreografa del famoso ballo degli Apaches nel film Totò le Mokò. Fioria fu anche ballerina della compagnia di Macario.

Questo episodio di vilipendio della salma di Totò o anche di adorazione popolare non ci è noto da alcun altro riferimento e comunque contro la sua attendibilità depongono le comuni norme sanitarie che prevedono per un viaggio così lungo, qual è quello Roma-Napoli, la bara sigillata con cassa di zinco esterna.

Sulle frequentazioni aristocratiche di Totò nella capitale il Pelliccioni aggiunge alcuni nomi a noi ignoti: il conte Fabrizio Sarazani, il conte Caetani dell'Aquila d'Aragona, il generale conte Sebastiano Visconti Prasca (19).

In conclusione il Pelliccioni fu senza dubbio il più costante degli studiosi al soldo di Totò nella ricerca di notizie e documenti che potessero consolidare il suo status nobiliare. Egli afferma di essere stato assunto a partire dal 1951 (20) e di aver continuato a lavorare per l'attore fino alla sua morte avvenuta nel 1967. Ma se l'attore era stato riconosciuto "principe" (sic) dalla Repubblica nel 1945-1946, perché avrebbe avuto bisogno di continuare a ricercare documenti, titoli, e testi antichi?

Questa constatazione ci porta ad una amara riflessione e cioè che Totò consapevole della verità sulle sue origini fino alla fine, lottasse per consolidare una situazione che chiara e solida non era. Di lui, della sua mania, come anche della sua generosità, approfittarono uno stuolo di ricercatori, librai, antiquari, giornalisti che lo assecondarono nella sua "nevrosi di nobiltà" fino alla fine.


Note bibliografiche

1) Paliotti, cit. SI.
2) Silvestri C., Ecco le vere origini di Totò, nobile con qualche dubbio, "Il Roma", 31 maggio 2002, 9.
3) Archivio privato de Curtis, Fondo fotografico, Provenieirza Federico de Curtis.
4) Paliotti, cit. 81.
5) Archivio privato de Curtis. Corrispondenza Pelliccioni. Lettera da Roma del 24/11/1971, intestata 1SAG1 (Istituto storico araldico genealogico internazionale).
6) L'Espresso, 17 maggio 1987, 220-221.
7) Elenco nobiliare Italiano, Torino 1922, ad vocem. E' riportato solo il ramo nobiliare di Somma Vesuviana non è citata e riconosciuta alcuna famiglia de Curtis di Napoli, cognome molto diffuso e certamente non esclusivo di personaggi nobili.
8) Grimaldi Giovanni, Un'eclatante pretesa al trono di Bisanzio - Il caso de Curtis, 2005,6. Siveda pure la documentazione in nostro possesso; Giuseppe in qualità di sarto era socio fino al 1912 della Ditta D'Acierno, Porzio, de Curtis, poi la ditta si legò a Vuosi con ragione sociale G. de Curtis e C.
9) Ibidem.
10) Archivio storico Comune di Napoli, Censimento 1931, Sez. 274, N° 17.
11) Vedi capitolo I;
12) Della Monica, cit.
13) Archivio privato de Curtis, Corrispondenza. Pelliccione, da Roma 14/2/2002, foglio 3.
14) Ibidem.
15) Archivio privato de Curtis, Corrispondenza Pelliccioni, da Roma 22/5/2002, foglio 2.
16) Archivio privato de Curtis, Corrispondenza Pelliccioni, da Roma 14/2/2002, fo-glio 1.
17) Archivio privato de Curtis, Corrispondenza Pelliccioni, da Roma 14/2/2002, foglio 2 e 3.
18) Archivio privato de Curtis, Corrispondenza Pelliccioni, da Roma 15/4/2002, foglio 3.
19) Archivio privato de Curtis, Corrispondenza Pelliccioni, da Roma 17/9/2002, foglio 1.
20) Archivio privato de Curtis, Corrispondenza Pelliccioni, da Roma 15/4/2002, foglio 2.


Principe del sorriso sì. Altezza imperiale da oggi non più.

[...] Quando tutto sarà pronto il museo costituirà un'attrazione molto forte per i napoletani e per i forestieri, per cui si tratterà pur sempre di un buon investimento.

Questi episodi di attualità invitano a parlare di nuovo di Totò, una figura ormai entrata di diritto nella leggenda, ma dopo i fiumi d inchiostro versati sull'argomento in decine di libri che hanno suturato da tempo le scansie delle librerie degli appassionati, non è lecito scriverne ancora se non si è in grado di aggiungere qualche novità. Ed è quello che ci proponiamo di fare grazie all'amicizia che nutriamo da anni con un cugino dell'indimenticabile attore: il maestro Federico De Curtis. Egli con squisita gentilezza ha fornito una serie di notizie che, integrate da alcune ricerche genealogiche, ci permette oggi di escludere categoricamente la nobiltà tanto agognata da Totò. Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Commneno Porfirogenito Gagliardi de Curtis di Bisanzio, Altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e d’llliria, principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte e duca di Drivasto e di Durazzo, così amava definirsi il grande Totò, il quale, pur di fregiarsi di questi altisonanti titoli nobiliari, spese una fortuna, ma senza rimpianti. Questa sfilza di titoli, a cui tanto teneva il principe del sorriso non furono altro che il frutto di un raggiro ad opera di un tal Pellicani (2), esperto di araldica oggi ottantenne ma ancora attivo con studio a Roma e a Milano.

Il primo a sentire puzza di bruciato e odore di truffa fu Indro Montanelli e lo esplicitò in un suo articolo, ma all'epoca non vi erano le prove inoppugnabili dello scartiloffio.

Oggi viceversa sono disponibili due ben distinti alberi genealogici, uno di Totò e della sua famiglia e l'altro di un tal Camillo de Curtis, un gentiluomo di settantanove anni, da anni residente a Caracas, legittimo crede dei pomposi titoli nobiliari, assunti in epoca remota da un suo avo tale Gaspare de Curtis.

Il Pellicani, che tra l'altro, come ci ha assicurato il colonnello Belluti, è stato per un periodo ospite dello Stato... Creò, secondo quanto riferitoci dal tenore De Curtis, che da decenni s’interessa alla vicenda, documenti dubbi, quali una sentenza del Tribunale di Avezzano emessa nel 1914, pochi mesi prima che un cataclisma devastasse la città, distruggendo la cittadella giudiziaria ed altre due sentenze. l'una del 1945, l’altra del 1946, del Tribunale di Napoli, oggi conservate all'Archivio di Stato, completamente diverse nella grafia da tutte le altre corte contenute nel faldone ed inoltre pare combinò artatamente le due discendenze carpendo l'ingenuità del grande artista che, una volta riconosciuta la sua preclara discendenza, fino alla morte amò distinguere la maschera, irriverente scoppiettante e canzonatoria, dal Nobile, gentile, educato e distaccato dagli eventi e dalle passioni. Pubblichiamo per la prima volta questi due alberi genealogici, uno dei quali indagato fino al 1750 e dal loro esame è incontrovertibile che il marchese Camillo de Curtis appartiene ad una diversa schiatta.

Ciò che abbiamo riferito sulla base delle confidenze del maestro Federico, non sposta naturalmente una virgola nella straripante venerazione con cui legioni di estimatori ricordano il grande, inimitabile, immortale artista e tra questi ai primi posti, teniamo a precisare a scanso di equivoci, sta il sottoscritto, il quale ha rivisto ogni film di Totò non meno di quaranta-cinquanta volte ed è in grado di ripeterne a memoria qualsiasi battuta, tutte le poesie e tutte le canzoni. [...]

Achille della Ragione, «Il Mattino», 29 luglio 2002

(2) Luciano Pelliccioni di Poli


E' tornato apposta da Caracas, dove abita, a Somma Vesuviana, dov’è nato e dove abitano ancora la sorella e i nipoti. A 82 anni, quanti ne ha appena compiuti, il marchese Camillo de Curtis ha deciso di scrivere una storia della sua famiglia e di sgombrarla di una presunta parentela che gli fu imposta, suo malgrado, in gioventù. Quella con Antonio De Curtis, in arte Totò.

Lo fa con la nonchalance che gli deriva dalla educazione (solida) ricevuta nel castello avuto e dal denaro (molto) accumulato in Venezuela. Ma perché prendersi la briga, dopo tanto tempo, di sottilizzare su una parentela di cui, nobili o no, ci sarebbe di che sentirsi onorati? «Per amore di verità. A ottantadue anni, restano quasi solo i ricordi, e i ricordi meritano di essere onorati». Il primo ricordo che il marchese Camillo ha di Totò risale ai 1936. All’epoca è un ragazzetto di 14 anni e vive con il gemello Rodolfo e la sorella Maria Luisa, ventunenne, nel castello di Somma Vesuviana, un'infilata di saloni affrescati per ricevere e poche stanze ove abitare, che il nonno Camillo, morto nel '32, ha mantenuto com’era, senz'acqua e senza luce («Bevevamo dal pozzo e avevamo i lumi a petrolio») perché le «diavolerie moderne» non appartenevano alla sua cultura. E che il padre Gaspare, vedovo precoce, bonvivant da Belle Époque, con una passione smisurata per le donne e per il gioco, non è esattamente in grado di mantenere, avendo dilapidato il patrimonio familiare in una vita avventurosa e dissipata.

Nel 1936 Antonio De Curtis, attore, ha già cominciato la scalata alla ricerca di un quarto di nobiltà. Da pochi anni porta questo cognome, essendo stato tardivamente riconosciuto dal padre Giuseppe, e ha dunque impresso nella sua storia di bambino cresciuto nei vicoli della Sanità il marchio di figlio illegittimo, il che, data l'epoca, non è peso da poco. Da qui, probabilmente — come annota Vittorio Paliotti, che ha dedicato al comico napoletano un libro «Totò, principedel sorriso», edito da Pironti) stravenduto — l'ansia di riscatto che lo induce prima a cercare un tutore d'alto lignaggio (lo trova nel '33 in un marchese, Francesco Maria Gagliardi Focas, che lo adotterà) e subito dopo una vena di sangue blu nell'ascendenza paterna.

Sarà proprio Gagliardi, vecchio amico di famiglia, ad accompagnare Totò al castello di Somma Vesuviana, perché incontri il marchese Gaspare, alla ricerca di una linea parentale di cui, fino a quel momento, nessuno ha saputo nulla. «Il nostro casato — racconta ora Camillo de Curtis — era nel punto più basso della sua parabola. Ci restava qualche terra, ma affondavamo nei debiti. Sicché l'attore entrò plebeo al castello e ne uscì con un titolo nobiliare, essendosi autonominato cugino di nostro padre e nostro zio». Ne uscì anche alleggerito di 100 lire («Un direttore di banca ne guadagnava 360 al mese») che regalò ai ragazzi, e di un contratto con cui nominò il "cugino" Gaspare, con lo stipendio di 3000 lire, amministratore della sua compagnia teatrale. Poco dopo, racconta ancora Camillo, «Totò si comprò un quadro, una crosta settecentesca, che ritraeva Gaspare de Curtis, succeduto nei 1756 al fratello Michele nel titolo di marchese. La pagò 2000 lire. E si comprò vari diplomi di cavaliere dei fratelli de Curtis».

I due “cugini” andarono d’amore e d'accordo per un paio d'anni, gli eredi del marchesato de Curtis ebbero anche casa a Roma, nel '37 Totò con la figlia Liliana fu ospite per qualche giorno nel castello di Somma. Poi il sodalizio si incrinò, Gaspare de Curtis finì suicida nel castello e «noi orfani, fino a quel giorno dichiarati amati nipoti, non ricevemmo da Totò neppure le condoglianze. Avevamo sedici anni, mio fratello Rodolfo e io. Eravamo studenti. Senza lavoro. Senza un soldo. Andammo a chiedergli aiuto. Disse: “Ci penserò”. Non lo abbiamo più sentito. Non fosse stato per mia sorella, che nel frattempo si era sposata...».

La guerra s’incaricò di spazzare le memorie spiacevoli e il loro corredo di astio. Rodolfo de Curtis, nel ‘41, finì disperso nel sottomarino “Marcello”. Camillo tornò dalla guerra indenne, ma solidamente spiantato. «Decisi di tentare la fortuna all’estero. Partii per il Venezuela, alla ventura. Racimolai a stento i soldi del biglietto». Ma neppure a Caracas si comincia senza un cent e i due superstiti eredi de Curtis decidono di vendere il castello che ormai è disabitato, e a rischio rovina, per consentire a Camillo di investire nel suo futuro. Il castello viene messo in vendita, per 100 mila lire. «Totò si fece vivo un'altra volta: voleva comprarlo — ricorda Camillo — ma non ne ebbe mai la possibilità, perché gli mancavano i quattrini. Lo vendemmo alia famiglia Vernicchi, di Montella, che lo abitò per qualche anno e poi lo abbandonò. Ora è nel patrimonio del Comune».

Dal Venezuela, dopo aver accantonato l’idea di rientrare definitivamente in Italia a metà degli anni Cinquanta («Venni, mi chiamarono certi mafiosi, mi invitarono in un ristorante. "Per duecento anni in paese ha comandato la sua famiglia. Ora comandiamo noi”, mi dissero. Capii che non avrei potuto accettare questo mondo e questa mentalità»), Camillo de Curtis è tornato a trovare la sorella quasi ogni estate. Non si è mai occupato del De Curtis attore né «della sua malattia — così la chiama — di nobiltà». Finché non gli fece saltare la mosca al naso una serie di interviste, e un sito internet, in cui prima Totò e poi la figlia Liliana citavano il castello di Somma come una proprietà di famiglia. «Proprietà del marchese Giuseppe, figuriamoci. Mai esistito. La documentazione araldica trovata in una cantina del castello. Figurarsi. Mio padre gliel’avrà venduta». E fu cosi che decise di passare al contrattacco. Per una circostanza fortuita, stabilì un contatto con Federico De Curtis, cugino vero dell’attore, per vent'anni nel coro del San Carlo, che per ragioni opposte (la sua famiglia, nobile d'animo ma non di sangue blu, è stata rinnegata), coltiva la stessa ansia di chiarezza. Con puntigliosa acrimonia insieme hanno ricostruito il doppio albero genealogico, su atti dello Stato italiano e del Regno delle Due Sicilie. Per entrambi, sono risaliti fino al Settecento, mostrando che la famiglia di Totò, figlio di Giuseppe, figlio di Luigi, figlio di Lorenzo, figlio di Gennaro, proprio non ha nulla da spartire con quella del marchese Camillo, figlio di Gaspare, figlio di Camillo, figlio di Pasquale, figlio di Camillo, figlio di Gaspare, figlio di Luca Antonio.

Non soddisfatto, il marchese de Curtis è andato anche a scartabelare le sentenze che decretarono il principe della risata "altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e dell'Illiria, principe di Costantinopoli”. Titoli di fronte a cui la discendenza sommese risulta scolorita, ma che, secondo de Curtis e nonostante i verdetti, tutti favorevoli all'attore, «sono inventati di sana pianta». Tesi non isolata, del resto. Se lo storico napoletano Aldo De Gioia può sostenere: «Molte sentenze rintracciate da Totò erano datate in epoca monarchica, e con la Repubblica non valevano più. Senza contare che alcuni fascicoli all’Archivio di Stato o mancano del tutto o presentano cancellazioni sospette». Deciso a fare giustizia almeno «delle falsità che riguardano la mia famiglia», il marchese de Curtis ha contattato uno studioso di storia locale, Domenico Russo, e ha cominciato a scrivere un libro di memorie. Il titolo? Non c’è ancora. Totò suggerirebbe forse: “Miseria e nobiltà, facciamoci una risata”.

Eleonora Bertolotto, Ferruccio Fabrizio, «Repubblica», 20 ottobre 2004


Totò, impero e nobiltà

Dal quartiere Sanità di Napoli al trono di Bisanzio: il fantasioso sogno nobiliare di Antonio de Curtis

Questa è la storia di un napoletano del rione Sanità, Antonio Clemente, che a 39 anni incassa il credito che vanta con la sorte: si fa riconoscere dal padre naturale assumendone il cognome. Da quel momento è Antonio de Curtis – già proprio lui, Totò! – che di lì a poco si trasformerà in Sua Altezza Imperiale Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Camneno de Curtis di Bisanzio Gagliardi, come da sentenza del tribunale di Napoli.

Principe del sangue o della risata? Rispondo con una sua nota battuta: "Ma mi faccia il piacere!" Non esito, infatti, a propendere per la seconda attribuzione, che privilegia i suoi successi professionali. Come il comico abbia potuto scalare genealogicamente l’impero bizantino fino a rivendicarne la discendenza, be’, è davvero prova d’artista. Sulla faccenda ha disquisito con perizia ed arguzia Giovanni Grimaldi nella sua relazione al II° Colloquio Internazionale di Genealogia di San Marino illustrata il 2 aprile 2005, preziosa per mettere a fuoco i termini della ’querelle’. La mania del titolo nobiliare è debolezza antica e fin troppi borghesi sperperarono – ma c’è chi ancora lo fa – i loro patrimoni alla ricerca di un blasone. A forzare la natura delle cose, nel caso de Curtis concorrono tre condizionamenti psicologici. Il desiderio spasmodico di superare lo stato di illegittimità della nascita, lo spirito di rivalsa sociale, il compiacimento di lasciarsi alle spalle l’originaria, precaria, condizione di vita. Il tarlo nobiliare inizia a lavorare su Antonio fin dall’infanzia con le storie familiari, buone giusto per darsi un tono con i dirimpettai del vicolo. Si mormora che la famiglia de Curtis, di cui Totò ancora non ha acquisito il nome, goda del titolo marchionale. Il Nostro, impaziente di incoronarsi nobile, trova una scorciatoia degna della miglior commedia napoletana.

Pattuisce col marchese Francesco Gagliardi la propria adozione a fronte di un vitalizio. Ora può ben dire: "Chiamatemi marchese, perbacco!" È il 1933. Ma l’appetito vien mangiando. Marchese non gli basta e, così, col suggerimento di qualche araldo compiacente, alza lo sguardo su più vasti orizzonti. Mette a fuoco un’ipotesi aulica che parte da lontano. Si tratta nientepopodimeno che del trono di Bisanzio. Il tribunale di una Napoli stremata dalla guerra, disseminata di macerie e di ’signorine’, nel 1945 gli accorda la discendenza imperiale, e nel 1950 ordina la rettifica anagrafica del cognome. Totò tocca il cielo con un dito e si fa scappare, euforico, che la sua genealogia risale al 362 a.C., vale a dire che è la più antica del mondo. Data la sua professione non si capisce se è una battuta oppurese davvero Antonio finisca con l’immedesimarsi nel ruolo ritagliatogli dagli araldi di fiducia. Tutto concorre al risultato. I marchesi de Curtis di Somma Vesuviana, per interesse o per amore, stanno al gioco e lo ’riconoscono’ come parente. Totò, dunque, è erede per discendenza del ramo dei Griffo, dell’imperatore Niceforo II Focas, regnante tra il 963 ed il 969. Questa antica e nobile famiglia napoletana era presente anche in Sicilia con la cognomizzazione Grifeo.

Entrambi i rami avrebbero tratto origine da Leone, figlio di Barda II Foca, vittorioso nel 970 sui bulgari capeggiati da tal Grifeo. In ricordo dell’impresa Leone abbandonò il nome della stirpe Foca per dare origine, appunto, ai Grifeo ed impalmando Costantina, figlia dell’imperatore di Costantinopoli Alessandro. Il loro figlio Auripione combattè i saraceni in Sicilia cacciandoli dalla Val di Noto. L’erede Giovanni I Grifeo si accasò a Messina convolando a nozze con Valdetta Branciforte. Da questa unione deriverebbero sia i Grifeo siciliani che quelli napoletani.

Gli altri cognomi acquisiti Ducas, Flavio Angelo, Comneno, Porfiriogenito – quest’ultimo non compare nell’Albo d’Oro della Nobiltà Italiana – si riferiscono alle dinastie succedutesi a Bisanzio e che giustificherebbero la discendenza di Totò. La noia della pindarica concatenazione genealogica de Curtis ha il pregio di rammentarci che siamo tutti parenti grazie all’idillio di Adamo ed Eva, prodotti ben riusciti dell’immaginario religioso. Nulla – e qui lo ripeto – è più relativo della nobiltà. È appena il caso di ricordare che la genealogia è una scienza che vive delle regole scientifiche della ricerca storica e del diritto. Un conto è narrare la storia per eventi, altro è dimostrare la propria relazione di sangue con i protagonisti.

Antonio de Curtis non mi risulta abbia mai resa pubblica, confortata da prove documentali certe e senza soluzione di continuità, la discendenza dall’imperatore Niceforo II Focas fino a se stesso, ultimo frutto maschile del vetusto albero genealogico. Sarei ben lieto di essere smentito da chi fosse in grado di dimostrarmi il contrario. Per certificare la legittima successione di una quarantina di generazioni – tante sono – più che un attore ci vorrebbe un mago! Senza entrare nel dettaglio delle approssimazioni, lacune e forzature possibili, la teoria della discendenza imperiale trova sulla sua strada tre insormontabili ostacoli:
1) Antonio non apparterrebbe alla linea primogenita dei marchesi de Curtis, quindi, non ne sarebbe l’erede;
2) la relazione tra i de Curtis e i Griffo non sarebbe documentata;
3) non sarebbe provato che i Griffo/Grifeo siano discendenti dei Foca. Sono considerazioni che, fino a prova contraria, stroncano ogni ... bizantinismo.

A questo punto è lecito chiedersi come mai la Repubblica italiana, nonostante la IV Disp. Trans. della Costituzione che non riconosce i titoli nobiliari ma solo la cognomizzazione dei predicati esistenti prima del 28 ottobre 1922, abbia potuto soddisfare le istanze di Totò. È presto detto: la travagliata luogotenza di Umberto II, il vuoto creatosi con la soppressione della Consulta Araldica, le incertezze della neonata Repubblica consentirono tutto ciò. Soltanto successivamente la Consulta tentò di mettere ordine raccordando il dettato costituzionale con il soppresso diritto nobiliare per quanto riguarda il nome ed i suoi riscontri anagrafici, a prescindere dalla nobiltà genealogica. Nel frattempo, però, i buoi erano scappati e molti ne approfittarono.

Alessandro Perini, 22 febbraio 2012


Riferimenti e bibliografie:

  • "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "Storia della famiglia De Curtis, dai longobardi fino alla falsa nobiltà di Totò", Camillo De Curtis, Ed. Summana, Napoli, 2005
  • "Totò colpito dal quadro del sosia esposto a Cava" dal sito lacittadisalerno.it
  • imperialclub.net
  • Totò, impero e nobiltà - Alessandro Perini, dal sito lindro.it
  • Premessa di Simone Riberto, luglio 2022
  • Documentazione araldica Famiglia de Curtis esposta alla mostra "Totò Genio", Napoli, aprile 2017.