È tornato Sciosciammocca

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Eduardo De Filippo riporta sulla scena dell’Eliseo il personaggio che rese celebre Eduardo Scarpetta.

Roma, ottobre

Il centenario della nascita di Eduardo Scarpetta è stato celebrato da Eduardo De Filippo, riapparso al Teatro Eliseo per assumere la parte di don Felice Sciosciammocca nella commedia Miseria e nobiltà. Qualcuno ha affacciato il dubbio che la celebrazione del centenario sia stata spostata di un anno. A prestar fede al secondo volume delle Memorie di Scarpetta si dovrebbe dire che essa è stata anticipata. Benedetto Croce, che a Scarpetta voleva bene (tra l’altro era stato suo perito di difesa nel processo intentatogli dalla Società degli Autori e da Gabriele d’An-nunzio in occasione di una parodia della Figlia di Jorio, fu il primo a chiedere che Scarpetta chiarisse la sua data di nascita. Come mai lo Scarpetta, si domandava Croce, «sedici anni fa, nel 1838, stampava di esser nato nel 1853, e ora [1890] stampa di esser nato nel 1854? Lo storico futuro, insospettito, andrà a frugare nei registri dello stato civile; e chissà che non scoprirà che nessuna delle due date è vera, e che Eduardo nacque nel 1852?».

Scarpetta aveva dunque la civetteria di cavarsi uno o due anni quando era entrato da poco nei quaranta. È un tratto di questo attore straordinario che cominciò a recitare a tredici anni, scritturato per il Teatro San Carlino dietro compenso di 17 lire mensili, «in qualità di generico di secondo filo, non escluse le ultime parti e quelle di poca e niuna entità», con l’obbligo di «fornirsi di basso vestiario alla oltramontana» e l’impegno «di ballare, volare, sfondare, tingersi il volto, stare sospeso nell’aria». Partito con quel magro stipendio, Scarpetta aveva accumulato in pochi anni una ricchezza enorme. Possedeva una grande villa sulla facciata della quale aveva fatto scrivere: «Qui rido io», e un palazzo in rione Amedeo nel cui cortile sorgevano due statue che raffiguravano il padrone di casa nelle sue interpretazioni più famose.

Don Felice Sciosciammocca ebbe così il monumento che gli spettava, quando il suo creatore era ancora vivo. Scarpetta aveva abbandonato la scena senza addii, nel 1911, a cinquantotto anni. Ma visse fino al novembre del 1925. A chi gli domandava: «Perché non reciti più?», rispondeva con un’altra domanda: «Perché dovrei recitare ancora?». Sulle scene partenopee gli era succeduto il figlio Vincen-zino, per il quale nel 1888 aveva scritto appunto Miseria e nobiltà. L'idea della commedia era nata in Scarpetta dal proposito di attribuire a Vincenzino, poco più che decenne, una parte di qualche rilievo.

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Miseria e nobiltà è considerata la miglior commedia di Scarpetta (Ferdinando Martini, giudice non indulgente, scrisse allora che il primo atto era degno di Molière) e fu accolta da consensi unanimi. Si trattava oltre tutto di una commedia originale che segnava una tregua alla disputa accesasi intorno al «teatro di Scarpetta», le cui opere erano in gran parte rifacimenti dialettali di commedie non sue. Accusato di aver dato il colpo di grazia alla maschera di Pulcinella (lui, che aveva cominciato a recitare con Antonio Petito: il quale, del resto, aveva già tentato di aggiornarne il costume), Scarpetta, avendo attinto di preferenza al teatro francese, era anche accusato di avere imbastardito i caratteri del teatro napoletano.

A parte il vecchio detto «lazzi alla napoletana e soggetti alla lombarda», il quale sta a significare, come osserva il Croce, «che, se l’invenzione e la disposizione del dramma si facevano meglio dagli attori deH’alta Italia, nel dialogo e nelle trovate allegre valevano più i napoletani», non par dubbio che i polemisti deil1890, per amore di tradizione, confondessero le cause con gli effetti. Nessuno uccideva le maschere: morivano. La borghesia dell’Italia unita cercava altri tipi più aderenti ai suoi gusti meglio adatti a stuzzicarne gli estri. Si può anzi dire che attori come Scarpetta e Ferravilla facevano rivivere le maschere rinnovandone gli schemi. Furono insomma i protagonisti di una grande crisi.

È difficile figurarsi quale dovette essere la vitalità scenica di Sciosciammocca, da quante invenzioni sorretta. Non possiamo dedurla dalle fotografie, né dalle cronache. La presenza dii quel personaggio costante dovette conferire anche alle commedie di seconda mano una particolare originalità. Comunque lo Sciosciammocca della fine del secolo morì con il primo Scarpetta e non ci si poteva aspettare che Eduardo De Filippo ne tentasse una ricostruzione storica. Forse Miseria e nobiltà, meccanismo comico messo insieme per concludere che alla falsa nobiltà è preferibile la miseria vera, avrebbe guadagnato in suggestione da scenari e costumi della sua epoca. Ma Eduardo, ripugnando ai travestimenti, mirava ad altro. Voleva ribadire la vitalità di quei tre atti, e nello stesso tempo mostrare l'essenza umana di Sciosciammocca.

Ha raggiunto entrambi gli. intenti. La commedia, benissimo recitata da sedici attori tra i quali Titina De Filippo, Dolores Palumbo e Mario Siletti, si regge anche nei passaggi ingenui. Eduardo, poi, ha dato a don Felice una impronta non dimenticabile: voce, gesti e pause. Lui solo sa caricare le parole e i silenzi con tanta forza espressiva.

Raul Radice, «L'Europeo», anno IX, n.44, 25 ottobre 1953


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Raul Radice, «L'Europeo», anno IX, n.44, 25 ottobre 1953