Peppino De Filippo s'innamora di Carla Del Poggio

Peppino De Filippo


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Nel film “Luci del varietà” di Lattuada e Fellini recita anche la Signorina Snob

Roma, agosto

Girano l'ultima scena in un teatrino di ricreatorio parrocchiale. Giulietta Masina, che nella vita è la moglie di Federico Fellini, nel film è la compagna di Peppino De Filippo. Ha un fracchettino di raso rosso, ed esegue un numero di trasformista: Mazzini, Verdi, Garibaldi. Mentre provano e riprovano le luci, Lattuada prega il maestro De Angelis di farmi sentire la canzonetta che dà il titolo al film «Luci del varietà». De Angelis è scamiciato, come tutti del resto, ma lui con la camicia a quadri, le bretelle, stempiato, sembra un pianista di bar del Klondike. Suona con il cinismo e la precisione del vecchio tapeui. «Piena di speranze un triste dì, dalla casa ella fuggì... e sognando la... celebrità, entrò così nel Varietà. Fra miserie e stenti lei cantò; finché un signor le offrì ricchezze e amor».

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Mentre il maestro suona e Lattuada canticchia, Federico Fellini mi racconta la trama e io penso che forse questa è la volta buona per Peppino De Filippo. Chi intanto conosce il varietà è proprio lui, Fellini. Ha una biografia da scrittore americano; scappa di casa a diciassette anni, disegna sul «420» le storie a fumetti di Gordon, di cui inventa la trama, conosce Aldo Fabrizi ai tempi dell'avanspettacolo, e diventa suo «poeta di compagnia». Scrive versi, battute, storielle per il comico, e quando serve sostituisce pure qualcuno sul palcoscenico. Infine viene assunto al Marc' Aurelio, collabora a una sceneggiatura (per Macario), torna con Fabrizi e scrive per lui i soggetti di Avanti, c'è posto, Campo di Fiori, Ultima carrozzella. E ora che è sistemato, guadagna, si sposa, le cose gli vanno bene, tutto va per aria un’altra volta: armistizio, occupazione tedesca, arrivo degli alleati. Federico Fellini esce di casa come un lupo, deciso a tutto. Raduna i vecchi caricaturisti romani del Marc'Aurelio del Travaso, aprono botteghe ai quattro angoli di Roma, arruolano fior di commesse; i soldati alleati fanno la fila per farsi fare la caricatura. In una di queste bottegucce, un giorno che era scoppiata una lite fra militari e c’ era la polizia col berretto rosso che menava botte da orbi, arrivano Rossellini ed Amidei per proporgli di collaborare alla sceneggiatura di Roma città aperta.

Gente così plasmata a martellate come un paiuolo di rame, non ha paura di niente, e respirava naturalmente l'aria del dopoguerra. Il cinema finì per appartener loro di diritto, se non altro perchè nel generale fuggi fuggi, e abbandono, ebbero il coraggio di farsi avanti e di impadronirsene. E’ chiaro che le trame, per persone che possono contare su queste esperienze, hanno due soldi di ingegno, sanno tenere bene o male la penna in mano, diventano un particolare senza importanza. I loro film possono riuscire anche sbagliati, qualche volta, ma hanno tutti il suono, l'accento inconfondibile della verità e dell'esperienza trasfigurata dalla fantasia. Ci si rende conto benissimo che Alberto Lattuada, che al cinema è arrivato da tutt'altre strade, e con una preparazione culturale e tecnica più rigorosa, laurea in architettura, Cineteca milanese, collaborazione con Soldati, Giacomo l'idealista, Giovanni Episcopo, Bacchelli, Mulino del Po, ecc., abbia trovato naturale, a un certo punto, di allearsi con un uomo come Fellini. E con lui non solo dirige il film, ma ha formato una specie di società per la produzione. Gli è che un certo cinema non può avere altro linguaggio se non quello che corre le strade, si sente nelle terze classi dei lunghi treni che traversano la penisola, s'ascolta nei caffè della periferia, nelle piccole pensioni, nelle redazioni dei giornali e nelle questure.

Certo il giorno che questo linguaggio popolare capitasse in mano a un vero artista, che riuscisse a farlo decantare e cantare, si potrebbe anche assistere a cose più grosse. Ma per ora rallegriamoci che un' esperienza tanto viva sia stata messa a partito e che si riesca a profittare, chi per un verso e chi per l'altro, di questa specie dì libertà provvisoria fra due guerre, che sembra diventata ormai la norma del vivere delle generazioni di questo Secolo. Peppino De Filippo ha recitato sinora in una ventina di film senz'altro risultato che quello, sempre apprezzabile, di far quattrini. E' molto probabile che interpretando questa volta il personaggio di Checco Dalmonte, attore di varietà, fidanzato con la figlia del capocomico, riesca a far centro. In fondo un attore con la sua faccia, i suoi mezzi, la sua capacità, furberia e intelligenza se lo meriterebbe.

Checco Dalmonte è un guitto, insolente, servile, opportunista, cane, posseduto da un dongiovannismo volgare e da un ottimismo irriducibile. Nella sua vita egli commette soltanto una follia: ed è quella di innamorarsi di una piccola ragazza della Ciociaria, bella come una dea (Carla Del Poggio), con le gambe lunghe e affusolate, l’espressione di un angelo e la furberia istintiva e la morale corriva della donna destinata a far carriera a tutti i costi. Per questa Liliana non c'è niente che non sia disposto a fare, abbandona la compagnia, lascia la fidanzata, cerca di mettersi per conto suo, raduna i un certo numero dì attori di varietà, uno più sballato e illuso dell’altro, un negro suonatore di trombone (John Kitzmiller), un tiratore di pistola italo-americano pescato in un dormitorio pubblico, una coreografa impazzita.

Ma quando tutto va a catafascio, come un mazzo di carte, come la piramide umana che dovrebbe rappresentare il numero migliore del suo spettacolo, quando persino la bella Liliana lo abbandona, durante le prove, cede alle lusinghe di un impresario vecchio e ricco, e parte in vagone letto per Milano, Checco Dalmonte ritorna coi suoi guitti, con la sua bella faccia di corno più dura che mai. Dovrebbe sentirsi umiliato; ha perso tutto, ha fatto spendere alla fedele fidanzata Melina i quattrini della dote con cui quella sognava di aprire una salumeria, e infine la ragazza lo ha tradito, ma lui non è pentito di niente. E partendo in terza classe per il Sud, mentre Melina in un angolo del vagone gli prepara l'uovo sbattuto, vede Liliana affacciata al finestrino di un treno di lusso. Corre a salutarla. Si confessa dunque vinto? Neanche per sogno. Ha di nuovo una scrittura, e debutterà l’indomani sera nel teatro di... (un oscuro paese il cui nome, partendo il treno, Liliana non riesce ad afferrare).

Con un materiale come questo per le mani, sordido, ma vivo, con attori di primissimo ordine a disposizione (perchè dentro il calderone ce ne sono tanti di bravi: Checco Durante, Folco Lulli, Dante Maggio, Fanny Marchiò, e persino la Signorina Snob, Franca Valeri, e persino Bonucci e Caprioli i comici esistenzialisti) Fellini e Lattuada hanno lavorato con gusto, spirito, intelligenza; a collaborare alla sceneggiatura hanno chiamato Ennio Flaiano e Pinelli, e sono persino riusciti a ottenere una compartecipazione agli utili del film, sulla base del trentacinque per cento dei guadagni netti. E' un esperimento, dunque, che va tenuto d'occhio, e con simpatia.

Gian Gaspare Napolitano, «L'Europeo», anno VI, n.32, 6 agosto 1950


Europeo
Gian Gaspare Napolitano, «L'Europeo», anno VI, n.32, 6 agosto 1950