100 mila copie di Petrolini

Ettore Petrolini


1930 08 01 Il Dramma Ettore Petrolini f0

Il più indiavolato dei romani de Roma, ovvero Petrolini, s'era fermalo, durante il suo corso di recite al teatro «dei Fiorentini», in un tranquillo albergo nella strada più tipica, storica e tradizionalista di Napoli: l'hotel dell’Allegria, a Toledo, in cui di allegro, di autenticamente allegro, invece, non c’era nulla, poi che tutto vi trascorreva ordinato e placido, appena turbato da un misterioso affaccendarsi, per niente ameno, di cento uomini dall'aspetto solenne, bruni di pelle, ben vestiti nei negozi di abiti confezionati, che di solito discendono, dal natio borgo selvaggio, proprio in quel luogo per trattarvi i loro commerci ancor più misteriosi. Ma alcune cose non si spiegano facilmente: e poiché tutti gli alberghi del mondo si equivalgono, Petrolini aveva preferito, anche per ragioni di coerenza, quello che almeno gli consentiva di entrare ed uscire alla sua maniera (sgambettando, fischiettando, canticchiando) sotto un’insegna promettente e trionfale.

Per questa ragione forse il suo umore, durante la permanenza, fu sempre lieto, trasparente, invitante a tutte le confidenze e alle più insospettate cordialità. E’ facile immaginare come egli sentisse fino allo scrupolo la responsabilità di quella dimora: e dopo averci dormito fino alle undici un suono placido e ristoratore, si vede, bisognava per forza mostrarsene soddisfatto. Così il più autentico dei romani de Roma, vegeto e fresco, in abito chiaro, col sorriso sulle labbra e il cappello color nocciola calato sugli occhi, si presentava ogni mattina sulla soglia dell’albergo dell'Allegria, al cospetto d’una piccola folla di ammiratori sconosciuti che lo aspettavano con molta disciplina e puntualità soltanto per procurarsi la innocentissima gioia di fargli largo e lasciarlo passare.

Apparentemente, in quest’omaggio quotidiano, non c’era nulla di originale: la solita, morbosa, comunissima curiosità di osservare da vicino l’attore preferito, di vedere come veste, come cammina, come si muove. Ma la folla intanto aumentava ogni giorno, e la vera ragione dell’attesa non era più un segreto. Nella città infatti qualcuno faceva circolare delle ineffabili storielle, raccontava dei particolari addirittura sorprendenti intorno alla vita di Petrolini; altri aggiungevano perfino, con molta circospezione, die egli avesse delle abitudini stravaganti e curiose, così che sarebbe stato facilissimo incontrarlo per via truccato e irriconoscibile. La piccola folla, diventata ormai più folta e meno disciplinata, e non costituita soltanto dai frequentatori anonimi del suo teatro, l’aspettava per convincersi che fosse lui, proprio lui, in carne, ossa e frenesia di muscoli, e non piuttosto qualcuno che gli somigliasse. Perchè — occorre dirlo? — in Partenope tutti hanno una naturale disposizione a stabilire rapporti e somiglianze. A rifletterci bene, molti uomini, in quel tempo, avevano qualche cosa di comune con lui.

E Petrolini, ignaro, innocente e impreparato, compariva in allegrezza sulla soglia dell’albergo dell’Allegria, senza sospettare che tutti quegli uomini in attesa, se avessero potuto, l’avrebbero volentieri assalito per assicurarsi come fosse fatto: se a molla o a vapore; per dividerselo, idealmente s’intende, a beneficio di codesta ricerca, con le mani e con gli occhi.

Io non ho mai conosciuto un uomo che potesse ricordarmi, sia pure alla lontana, i lineamenti, lo sguardo o la voce di Petrolini; ma per un mese a Napoli non si vide altro: Petrolini, Petrolini, Petrolini. Petrolini nei caffè, Petrolini in carrozzella, Petrolini nelle regie rivendite, Petrolini che si grattava l’orecchio destro o il sinistro, Petrolini con il fiore all’occhiello, Petrolini in terra, in cielo e dappertutto: come un nume. Era un’ossessione o un incubo. Non si riusciva a stabilire una logica; non si poteva passeggiare senza pericolo di essere scambiato per lui; non si poteva andare in vettura con il mantice abbassato senza che la geute sui marciapiedi non si voltasse per salutare e ridere con particolare intenzione; non si poteva più vivere, insomma, di lavoro e pane quotidiano. La formula dell’esistenza s’era trasformata per l’occasione in Lavoro; pane e Petrolini quotidiano. Si attribuivano, cosi, somiglianze del tutto arbitrarie e ipotetiche: l’uomo magro e quello grasso si equivalevano, il vecchio e il giovane rivaleggiavano, perfino le donne, innamoratissime di lui, profittavano della circostanza per mettersi in concorrenza.

Si racconta che una sera, all‘angolo di un vicolo di Toledo, un disgraziatissimo vecchio, sfinito e malfermo, mentre vendeva alcune sue cravatte di seta artificiale, a due lire l’ima, era stato assalito da un energumeno:

— La parrucca, la parrucca... Ti ho riconosciuto, sai...

S’era subito formata una piccola cerchia di curiosi. Accorreva gente da tutte le parti. Il vecchietto, con il pianto negli occhi, senza capir nulla, cercava di rannicchiarsi nell'angolo di una vetrina e tentava disperatamente di commuovere i più irrequieti e difendere le sue povere cravatte.

— Vogliamo vederlo senza parrucca!

E poi un coro di risate, di urli, di domande, di voci:

— E’ meraviglioso... E’ straordinario... Ma che bella trovata! Che tipo! Che tipo! Chi l’ha riconosciuto? E come ha fatto? Benissimo, benissimo...

Ma poi, se le macchiette seguivano le commedie, e l’attore scivolava dall’accento circonflesso dei tendoni di velluto, leggero leggero, come trasportato dalla musichetta dei suoi violini, presentandosi con la grazia e la letizia di uno che si voglia concedere una tregua, un riposo, o addirittura voglia liberarsi da un' atmosfera incombente, allora sì, che era lo stesso, — costruttore o demolitore, serio o scanzonato, tipico o fotogenico, — il Petrolini di ieri o di oggi, il Petrolini per tutti, l’attore, insemina, del nostro tempo.

Gli aneddoti intorno a Petrolini si diffondevano e si riportavano dovunque, conservando tuttavia, il più che fosse possibile, la loro autenticità. Una ragione c’era: la sottigliezza, talvolta impercettibile, delle sue battute non consentiva di ripeterle e riprodurle fedelmente. Bisognava, prima di tutto, capirle, intenderle, gustarle, assaporarle, sorriderci di quel sorriso che vale assai più di una facile risata, e finalmente ripeterle agli intenditori di simili sottigliezze paradossali.

Gli aneddoti più conosciuti erano tre, e tutti autentici. Il primo riguardava un conte romano, mi pare, gli altri due un tenore molto celebre ed esageratamente acclamato.

Nel camerino di Petrolini, affollatissimo come sempre, pochi momenti prima della rappresentazione, capitano due signori molto distinti: il conte romano e il tenore celebre.

— Oh, chi si vede — dice Petrolini al primo. — Lei a Napoli? Che piacere! E’ una fortuna inaspettata! Che mi dice? Sempre affaticato, immagino... E che fa? Che fa? Continua a non fa' gnente?

Il conte sorride con innocenza: si direbbe che non ha capito. Ma ora è la volta del tenore. Petrolini gli fa :

— Tu sei un artista sul serio, amico mio, uno di quelli... (e schiocca la lingua sotto il palato). Perchè sai qual'è la mentalità dei cantanti? Un cantante ti dice come se fosse la cosa più naturale del mondo: «Se non chiudi quel finestrino lassù, parola d’onore domani sera non canto».

Il tenore acclamato si unisce docilmente al conte: e i due sorridono senza intelligenza, per educazione. Petrolini, sempre serio, conclude:

— Un tenore, vedi, è capacissimo di recarsi al Lungotevere con una carbonella in mano e di farla strisciare lungo il parapetto, mentre egli cava fuori la sua nota migliore. E sapete perchè? Per misurare, dopo, sul parapetto, la durata del suo «re bemolle»...

1930 01 01 Il Dramma Mi confesso Ettore Petrolini f1

I presenti, è inevitabile, raccontano dappertutto i tre aneddoti, ovvero le tre battute. Chi capisce, chi non capisce, ehi ride, chi non ride, ehi sorride perchè convinto che alle battute di Petrolini bisogna sorridere per forza. Quando non si ride, però, è molto desolante; e non per colui che ascolta: per l’altro che ha raccontato. Ma già, occorrerebbe proprio la ma voce, il suo volto... Come si fa a ripetere quelle cosi? che gli vengono così, all’improvviso, sulle labbra sottili ed inarcate, come si fa?

E’ semplicissimo: si raccontano gli aneddoti, le storielle, le battute, alla maniera di Petrolini, con la sua voce, il suo volto, le sue labbra, i suoi ocelli, ecco. Ed allora i pochissimi che non hanno avuto la fortuna di somigliargli fisicamente, tentano di somigliargli così.

Mille, diecimila, centomila copie di Petrolini. Fra i più tenaci, che hanno inaugurato anch'essi, come «Gastone», il sistema del guanto ciondolante, si stabilisce subito la gara:

 Senti, ti voglio raccontare questa. E’ di Petrolini... io lo imito alla perfezione...

Roberto Minervini, «Il Dramma», anno VI, n.95, 1 agosto 1930


Il Dramma
Roberto Minervini, «Il Dramma», anno VI, n.95, 1 agosto 1930