5407 sere senza Ettore Petrolini

Ettore Petrolini


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Il grande attore morì il 29 giugno 1936. «Morire a cinquant'anni che vergogna», sospirò verso la fine. Un anno prima il Quirino di Roma aveva annunciato la sua «ultima recita».

Tempo addietro, facendo io parte di una certa giuria, non potei esimermi dall’assistere alla «premiazione» di alcuni attori brillanti. Dopo la cerimonia, qualcuno degli insigniti, vivamente acclamato dal mondanissimo pubblico adunatosi per l’euforica manifestazione, montò su una pedana a «dire» qualche cosa. Le battute più esilaranti, le trovate più irresistibili degli irruenti festeggiati, quando non si condensarono in onomatopee zoologiche, non lasciarono trapelare altra originalità se non quella di motteggi intorno a Fanfani, Baffone e il Colonnello Valerio. L’esibizione più penosa fu, poi, quella di un cosiddetto caratterista, la cui caratteristica più importante è quella di un’inverosimile pancia. Qualche giorno dopo, un teatro romano annunziava una commemorazione di Ettore Petroli ni. Non potei fare a meno, leggendo il manifesto, di ricordare la per me non lieta serata dei «premi». E allargando certe mie riflessioni, dovetti convenire che qualche volta le rievocazioni di grandi artisti e scomparsi non sono, forse, che inconsapevoli tentativi di catarsi. Il teatro, se non il pubblico, sentirebbe, in altri termini, un suo «complesso di colpa». Da qualche anno, per esempio, non si fa che «ricordare» Petrolini. V’è stata una mostra al Teatro dell'Università di Roma.

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Un noto premio letterario, finanziato e potenziato da una trattoria della capitale, s'intitola già da due anni al nome dell'attore. In via Baccina, sia pure con la contumacia di rappresentanze ufficiali, è stata scoperta una lapide sulla facciata della casa dove Ettore nacque. Un film tratto da una popolare commedia petroliniana va da qualche mese in trionfale giro gli schermi. Solamente il sindaco di Roma sembra non voglia corrispondere con slancio eccessivo all'idea di dare a una strada romana il nome dell’artista. Ostacoli burocratici si frapporrebbero, si dice, all'iniziativa. Ogni tanto la proposta è rinnovata da qualche cronista autorevole; poi non se ne sa più nulla. Eppure anche a Roma non mancano quartieri costellati di strade che ricordano attori. Si tratta, per lo più, di attori «forestieri». E, poi, quando le autorità capitoline provvidero alla toponomastica di quei quartieri, Petrolini era ancora vivo. I suoi ammiratori potevano applaudire ogni sera l’umorista irresistibile, lo sbeffeggiatore iconoclasta, il malinconico stornellatore. Petrolini lasciò il palcoscenico solo alla vigilia della fine. La sua lotta con la morte fu impari ma eroica. Scherzava con la sua malattia, quasi illudendosi di poterla, così, tenere a bada il più a lungo, «D’aspetto sta bene», constatò un giorno il suo medico. «D’aspetto sta sempre benissimo», sottolineò l’umorista. Il signor D’Aspetto continuò a star bene sino all’ultimo. Petrolini aveva il pudore della sua malattia, l'angina pectoris sempre in agguato.

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Ettore Petrolini (al centro) a Montecatini nel 1912 con una delle sue prime compagnie. Alla sua destra l'attrice Cina De Chamery.

Negli ultimi tempi, le crisi sempre più frequenti lo assalivano anche a teatro. Ma la sua vitalità reagiva, qualche volta con ferocia. Una sera, dopo lo spettacolo, si struccava, nel camerino. Aveva recitato «Mustafà», una delle sue creazioni più travolgenti, dove il comico e il patetico davano vita a un personaggio indimenticabile. Il pubblico, come sempre, lo aveva chiamato dieci, dodici volte alla rialta. Aveva voluto i «Salamini». E Petrolini aveva obbedito, aveva fatto i «Salamini», poi era apparso con la parrucca di un gentiluomo del ’700 a declamare un’altra filastrocca. Il pubblico non sapeva che Petrolini non stava affatto bene. Petrolini stesso se ne ricordava solo quando ritornava nel camerino. Mentre si struccava, entravano gli «amici». Ve n’erano alcuni che Petrolini vedeva per la prima volta. Altri li aveva conosciuti Fiuggi. Si trattava, per lo più, di commendatori diuremici che a Fiuggi, dove anch’egli andava ogni estate, l’attore si divertiva a trattare confidenzialmente. E quelli ne approfittavano, andando a infossare le file dei frequentatori del suo camerino.

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Quella sera, mentre si struccava, uno di questi commendatori fiuggini apparve con passo stanco e spetto avvilito. Salutò con effusione da rimpatriato l’immagine di Petrolini nello specchio. L’immagine gli rispose con un gesto cordialone. Dopo sapidi convenevoli, il commendatore prese a rievocare le numerose contrarietà che, dopo la cura di Fiuggi, lo avevano bersagliato. Era morta la moglie, difatti il narratore portava il lutto. Poi aveva perduto una causa di grande importanza, e non bastava: sua figlia era stata abbandonata dal marito per i begli occhi di una ballerina. Né i guai finivano lì. L’immagine di Petrolini, dallo specchio, seguiva le fasi del racconto con una faccia di circostanza, non di rado atteggiata a visibile e crescente comprensione. A un certo punto, l’attore si voltò verso l'angariato «amico» : «Lei non può immaginare» dichiarò con voce rotta, «lei non può immaginare, commendatore... come a me... non me ne frega niente...».

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Quando lo spettacolo era finito, quando l’ultima eco degli applausi s’era dissolta, il pensiero della morte riassaliva Petrolini. Non aveva ancora cinquant’anni, rassegnarsi non era facile. Si presentò al pubblico romano, per l’ultima volta, nel giugno 1935. Al teatro Quirino, una lapide ricorda l’estrema stagione di Petrolini. L’ultima sera, il 2 luglio, era incredibilmente afono. «Lo so», se ne uscì, a un certo punto, rivolgendosi alla platea, «la mia voce vi giunge come se vi parlassi da dentro un cassone.» Il pubblico rise e applaudì, pensando una delle solite interpretazioni estemporanee di Petrolini. Si rappresentavano tre lavori : «Zio prete», «Il cantastorie», «Pinelli». Il primo e il terzo erano due vecchi pezzi del repertorio petroliniano; il secondo, di Alberto Simeoni e Ferrante Alvaro De Torres, una «novità», l’ultima «novità» portata al successo da Petrolini. Il grande attore vi appariva nelle vesti di Pulcinella. Era una storia sentimentale. Pulcinella, cantastorie girovago, capita nella casa dove si festeggiano le nozze di una ragazza sacrificata dall’egoismo dei genitori a un uomo che non ama. Il patetico buffone si commuove alla sorte della «sposa», e nella notte la rapisce, per sottrarla all’infelicità, Dopo i tre lavori, il programma annunziava «Petrolini nelle sue interpretazioni». Cominciò con il solito discorsetto sui fatti del giorno. Come sempre improvvisava epigrammi ispirati a notizie di cronaca, a avvenienti politici, letterari, cinematografici, mondani. Da oltre trent'anni, Petrolini compilava il suo quotidiano parlato. Un quotidiano umoristico della sera. Dopo i «commenti», dalla platea si chiedeva, di solito, «Gastone». Anche la sera del 2 luglio 1935, apparve col frac, la tuba e i guanti del suo personaggio. Una particolare malinconia aveva quella sera dall’assurda filastrocca. Era una parodia intitolata «La canzone delle cose morte» :

Va per i cieli densi
un lembo scuro
ed è l'anima mia
che le va dietro
o lunghezza
d'un tempo men duro o durezza
di più di mezzo metro.

Giù per le valli
torturando i calli
gli avalli, cavalli e le convalli
rammento te
mazza di San Giuseppe
quando Letricia mia
quando vedrai papesatan
papesatan aleppa.

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Torino, Pasqua del 1932. Nel parco del Valentino Ettore Petrolini distribuisce doni i suoi piccoli ammiratori. Da pochi giorni l’attore era rientrato da quella che doveva ssere la sua ultima «tournée» all’estero. Petrolini era nato a Roma nel 1886.

Petrolini quella sera sembrava che non volesse lasciare il palcoscenico. I suoi intimi sapevano la gravità delle sue condizioni. Qualche mese dopo, infatti, non fu più in condizioni di uscire. Ma continuava a scherzare con la sua malattia. Soggiornò per qualche mese in una villa che aveva comprato nei pressi di Castelgandolfo, vicino al lago, «Una volta», ripeteva ai visitatori, «si diceva dall’ago al milione, ora è il contrario. Io ho guadagnato abbastanza per ridurmi qui. Dal milione al lago.» Gli amici, quelli veri, sapevano quanta amarezza si celasse dietro quei giochi di parole. Ritornato a Roma, Petrolini si aggravò. Al pittore Onorato che, una mattina andò a trovarlo, aprì il suo cuore ormai disperato: «Che vergogna», confessò, abbracciandolo, «morire a cinquant'anni !» Spirò la mattina del 29 giugno 1936. Ricordo i funerali, in una mattina caldissima. Petrolini morì nella sua casa di via Maria Adelaide, a pochi passi dalla casa di Trilussa. Era il tempo che tutti, umanisti insigni e umili pescatori, sul punto di morire chiedevano d’indossare la camicia nera. Fece un certo scalpore la notizia che Petrolini aveva chiesto d’indossare il frac di «Gastone».

Vincenzo Talarico, «Epoca», anno II, n.28, 21 aprile 1951


Epoca
Vincenzo Talarico, «Epoca», anno II, n.28, 21 aprile 1951