A proposito di Viviani

Raffaele-Viviani


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Passeggia per Napoli e lo salutano tutti, chiamandolo» commendatore» e sorrìdendogli. Parla per istrada ad alta vóce, e guarda i passanti come chi è abituato ai consensi. Se cammini con lui non sai mai bene quando devi fermarti per ascoltarlo o quando devi proseguire: egli ti sta a fianco irrequieto, ti si pianta davanti, ti scuote con a-sprezza, ti accarezza o ti abbraccia, tutto per suo conto, in perfetta indi-pendenza, senza che tu sia riuscito mai a mettere in un certo ritmo sincrono il tuo pensiero al suo. Sotto questo a-spetto è simile a Gemito.

Parla sempre di teatro e, per istrada, canta le sue canzoni in pienissimo giorno, magari in via Roma nell’ora della passeggiata. Intorno a sè non vede nessuno, oppure i passanti gli appariscono pubblico che. ad un dato momento, dovrà applaudire. ‘Anche Gemito, per via, agitava il cilindro, scuoteva la tremenda barba e parlava delle visite notturne che gli faceva Alessandro Magno o della sua scultura. Ma Gemito vestiva alla Tolouse - Loutrech ed era piuttosto strano all’aspetto; mentre Viviani. in genere. è irreprensibile in un «doppio petto» grìgio, a quadrettini, che gli conferisce un'aria di intellettuale sud-americano.

Come Petrolini, Viviani viene dal «Varietà». E del «Varietà» ha conservato quel senso aggressivo di recitazione quasi espressionista, e la vivezza movimentata del teatro più puro. Apparve nel mondo del «Varietà» nel momento più inquietante della sua storia: il benessere assenteistico di una Italia provinciale si sfaldava sotto i colpi di una crisi sociale che il nascente industrialismo aveva generato.

I personaggi vivianeschi vivono in quelle architetture potenti e grasse inghiottite nei vicoli oscuri e profondi come nei crepacci di montagna; hanno una precisa sistemazione storica; sono nati lì, in quel preciso tempo e tutti i loro atti sono determinati da cause precise: come una pazzia logica, agghiacciante.

Non sono tormentati da amori complessi, da sentimentalismi o da alte idealità; i loro problemi sono di ordine pratico: piccoli problemi di vita quotidiana, di vita radicata quasi al «rione» di Napoli, più che a tutta la città. Proprio questa «animalità» rende universale simbolico il teatro vivianesco. Dialettale. Dialettale allo stesso modo di Verga. La produzione di Viviani è ricca occupa quasi tutto il suo repertorio.

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Ha scritto più di sessanta commedie, ha scritto canzoni, ha scritto poesie. Alcune di queste commedie come «Gli zingari»», «Un fatto di cronaca», «Pescatori». «Circo Equestre Sgucglia». «Campagna napoletana». «La commedia della vita» od altre, sono fra le più belle del teatro italiano contemporaneo. Il suo teatro richiama alla mente le pantomime cubiste. il teatro espressionista ed O' Neill. «Zingari» è forse la sua opera più strana e inaspettata: è una favola tragica alla Kafka, concitata ed inquieta, nella quale ad un certo punto, i personaggi sono trascinati in un vorticoso mulinello di allucinazione e di terrore primordiale.

Il programma di Viviani è quello di affermare una fede, un principio morale ma le sue commedie, analizzando la vita con ferocia ostinata, finiscono per essere la critica più aspra, più insidiosa a quella fede, a quella morale. Anche il folclore, quando appare, è messo in una luce spietata che lo ferisce a morte. Non v’è nulla di più tragico che una tarantella ballata da Viviani in una sua commedia, in una vecchia sua commedia : «La marina di Sorrento». Si possono chiamare folclore le incisioni di Goya, le sue «mascherate», i suoi «capricci»?

Viviani scrive le sue commedie dovunque: in treno, al caffè, nel camerino durante la recita, dovunque, e su pezzettini di carta, magari su biglietti tranviari. Scrive battute, appunta piccole annotazioni su un personaggio conosciuto in giornata o una frase acchiappata a caso, per istrada. Poi organizza mentalmente lo svolgimento detrazione tenendo presente i suoi comici ad uno ad uno, le loro possibilità artistiche e i loro caratteri. La commedia vera c propria la scrive dopo, a casa sua. nel giardino alle spalle del suo piazzo al Corso Vittorio Emanuele. E la scrive a macchina direttamente.

La stesura definitiva di una commedia è per Viviani la prima prova della commedia stessa perchè, scrivendola, egli la recita da cima a fondo; stabilisce l'intonazione delle battute, il movimento scenico, il vestiario, le luci, tutto Nasce, in quell'istante. la commedia interamente; e forse per Viviani lo spettacolo è finito. Ma poi verranno le prove con gli attori, sempre nel giardino della casa, le visite degli scenografi, la prova degli abiti «la indossare in quella commedia e son tutte cose che Viviani compie in una specie di febbrile entusiasmo, quasi come un novizio. E sono per lo meno vent'anni che si la le stesse cose.

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Quest’anno ha ridotto una commedia di Antonio Petito: «So' muorto e m'hanno fatto turnà a nascere» con Pulcinella. La reciterà nella prossima stagione teatrale. E' un lusso che può solo concedersi un attore come Viviani; è una preziosità che presuppone un gusto letterario raffinato, digiacomiano. Il Pulcinella vivianesco sarà certamente una delle sue più belle fantasie. Quando partirà per il «giro» ( come dice la gente di teatro) andremo ad accompagnarlo alla stazione sempre gli stessi; Viviani aspetterà, come ogni anno, che il treno si muova, affacciato al finestrino fra i suoi comici che gli somigliano tutti un poco e ci dira fino all’ultimo momento le battute più vive della sua nuova commedia, quasi a volerle ancora modellare, sciacquare, fino all’ultimo, nel cielo napoletano.


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Pa. Ri., «Tempo», anno V, n.113, 31 luglio 1941


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Pa. Ri., «Tempo», anno V, n.113, 31 luglio 1941