Anna Fougez - A Vipera dicevano «O voi o la morte»

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Sognando palcoscenici coltiva l'insalata

Principio del Novecento, Napoli. Una bambina di otto anni fugge di casa e si accoda a una compagnia di guitti. La notte prima delia partenza, scrive allo zio: «Non perseguitatemi, è inutile. Ho deciso. O riesco a diventare una stella del Varietà, possibilmente senza rivali (sic), o, come la La Vallière, mi si apriranno le porte di un chiostro».

È il tempo dell’Italia familiare, onesta, pacioccona e romantica. La gente crede ancora nel risparmio, a scuola si imparano a memoria le poesie sui salvadanaio. Nella buona stagione, la mondanità è tutta nel passeggio. Incrociano le carrozze sul Corso, le dame rispondono ai saluti con sorrisi e lievi inchini.

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Ecco Anna Fouguez nel 1951 nella sua villa di Santa Marinella mentre canta la vecchia canzone «Vipera»

Naturalmente la fuga della bambina è accompagnata da uno scandalo. Il vecchio zio si mette in treno, e sulle tracce di vaghe testimonianze, comincia a girare l’Italia alla ricerca della «dannatissima mocciosa». Finalmente la trova in un teatro di Ventimiglia, lo spettacolo è quasi finito. Il gentiluomo riesce a penetrare in platea senza pagare il biglietto, e assiste a una scena piuttosto drammatica. In piedi, il pubblico urla maledizioni alla compagnia, al direttore del teatro e a tutta quella «massa di ladroni Che cos’era successo? Il capocomico aveva fatto stampare dei manifesti che dicevano : «Stasera debutta la piccola Fougère». La Fougère era una famosa cantante parigina della fine del secolo, e il trucco aveva funzionato ; tanto più che la parola piccola era quasi invisibile, e la gente credeva che fosse arrivata davvero la Fougère. In platea, nei palchi, in loggione non si faceva che parlottare : «Ma la Fougère, quando viene?». A mezzanotte calò il sipario. Fulmineamente si sparse la notizia dell’imbroglio. Il pubblicò si infuriò: rivoleva i quattrini indietro, o il sangue. Insomma, dovette intervenire la Forza Pubblica. Rigidi e baffuti carabinieri irruppero nel teatro. Non fu facile sedare il tumulto.

Verso l'una di notte, finalmente, il teatro era vuoto. La piccola Fongère, mezza morta di paura, era seduta davanti alla scrivania del comandante dei carabinieri. In ginocchio, il vecchio zio supplicava il comandante di rimettere in libertà quella povera creatura, colpevole soltanto di uno scherzo da ragazzini. Del resto, era orfana da due anni, ormai: era sola al mondo. Il capitano si commosse ; domandò alla bambina se le piacesse proprio recitare con un nome francese. La ragazzina fece di sì con la testa, perché aveva un groppo in gola. Il capitano scrisse su un pezzo di carta: Anna Fougez.

Il vecchio zio si arrese, e da quel momento diventò il segretario della diva, Anna Fougez. Furono tempi durissimi: tempi da pane e cipolla, pane e caffelatte. Ma Anna cresceva svelta, a tredici anni già guadagnava venti lire al giorno come «divetta eccentrica canto e danze a trasformazione». Da Napoli passò a Roma. A diciassette anni era la «sciantosa» del Trianon, un teatrino a una lira d'ingresso.

L'Italia, prima del diluvio delle grandi guerre, aveva tempo da perdere. Se oggi è divisa fra Russia e America, fra colomba della pace e Patto Atlantico, allora discuteva interminabilmente su «quella viziosa danza corruttrice che ha nome tango». Da Palermo a Biella, la pace delle famiglie, dei paesi, delle città, era seriamente compromessa dalla nuova danza demoniaca. Un professore di scuole medie scrisse in un giornaletto di Novara che «tango» derivava da «tangere», ossia toccare. Un urlo di indignazione proruppe dai seni delle severissime madri.

Ma ecco che nella polemica, all'improvviso, interviene la parola moderatrice di Pio X, il santo di Riese. «Non capisco» egli disse a un principe romano, che aveva l'audacia di prendere lezioni di ballo dal maestro Pichetti «non capisco perché andiamo a tirar fuori questi balli stranieri. Io ricordo che ai miei tempi si ballava la Furlana.» Non passò una settimana dall'udienza, e sul più grande giornale francese, «Le temps», appariva un «articolo a sensazione» dal titolo «Il Santo Padre preferiva la Furlana». E il vecchio ballo, per un anno, furoreggiò.

In questa Roma patetica, metà bersaglieresca e metà baciapile, nacque l'astro del Varietà: Anna Fougez. Nel piccolo teatro di via Frattina, il Trianofi, cantava le sue canzoni napoletane, piene di coltelli, di unghie, di sangue e di sospiri. Passava tra le poltrone occupate da marinai e da bersaglieri (era da poco scoppiata la guerra). Riceveva rose rosse e biglietti di questo genere: «Ho scommesso una tragica partita con me stesso: o riesco a conquistare Anna Fougez, o mi uccido!».

Venne l’armistizio, venne Fiume, venne il fascismo. I giovanotti che parteciparono alla marcia su Roma, ignoravano buona parte delle parole di «Giovinezza», ma sapevano perfettamente quelle di «Vipera». Ah, i brividi che ha sparso questa spaventosa canzone. I singhiozzi. I lamenti. «Viiipera, viiipera... al braccio di coleeeeei... che già distrusse tutti i sooogni miei... Era un simbolo... l’atroce simbolo».

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Napoli, Anna Fougez, «divetta eccentrica» 1933, Anna ha al suo fianco René Thano. Ma «Faccetta nera» ormai minaccia di prendere il posto, nel suo repertorio, di «Addio mia bella signora»

Gli anni rotolano con una velocità vertiginosa. 1925, 1930. Il mondo cammina repentinamente. Gli occhi stracarichi di bistro di Anna Fougez sono quasi un controsenso. All'improvviso «tutti i bimbi d'Italia si chiaman Balilla». «Vipera» lascia il passo a «Faccetta Nera», «Addio mia bella signora» è soppiantata da «Dalmazia, Dalmazia, cosa importa se si muore». Ai lunghi tacchi fatali, succede la scarpa ortopedica, la scarpa di sughero. Addio, addio!

Nel 1940 Anna Fougez stava per trasferirsi a Parigi, con quello che fu il suo «partenaire» fedelissimo e prezioso, René Thano. Ma la dichiarazione di guerra li colse mentre facevano i bagagli. Anna allora si chiuse nella sua casetta in riva al mare, tra le vecchie fotografie, i vestiti di lamé d’oro, le collane, i bracciali a forma di vipera. Dalle persiane sbarrate (la luce fa male alla pelle), udì il rumore sordo dei bombardamenti, il canto malinconico dei negri ubriachi. Udì ancora le urla dei comizianti. Udì scoppi di bombe a mano, colpi di fucile; e poi ancora canti di ragazze che andavano al mare. E infine, una sera, delle vecchie canzoni politiche che si intrecciavano nell’aria di primavera : «Bandiera Rossa» e «Giovinezza». A questo punto Anna Fougez aprì le imposte, chiamò il caro amico, gli disse: «Non senti, René? È tutto come allora, non è cambiato niente!».

Come allora: 1921. E così la cara diva si vestì, e in piena notte, con ai polsi attorcigliate le vipere d'oro, calò a Roma, su una vecchia «Isotta Fraschini». Suonò al primo palazzo che le venne in mente, al palazzo Brancaccio. Il suo vecchio amico, Roland, le corse ad aprire in pigiama, tutto assonnato. Ma Anna lo costrinse a vestirsi. Svegliò la cuoca e si fece portare carne fredda e champagne. E fino all’alba suonò, cantò, rise, ballò. Aveva ancora negli orecchi le «terribili» canzoni che si intrecciavano nell’aria calda della primavera.

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 Anna Fougez «guappa». Con la sigaretta all’angolo della bocca canta il repertorio napoletano della «guapperia». Ha sedici anni e non è ancora la «sciantosa» del Trianon. I grandi astri sono Mistinguette e Petrolini: Anna ne tiene le fotografie nel camerino. Anna vestiva cosi quando cantava «Vipera» venticinque anni i fa, alle platee che la chiamavano «tentatrice fatale». Riceveva in cambio dei brividi che comunicava, cesti di rose rosse. 

Il giorno dopo, a palazzo Brancaccio, c’era mezza Roma di «una volta». Attori del cinema muto, vecchi nobili, medici illustri. Fummo chiamati anche noi, per quanto privi di titoli nobiliari e di adipe. E Anna cantò. Le persiane erano abbassate, si capisce: il sole fa male alla pelle. Tutti erano seduti su morbidi cuscini, le mani incrociate sotto il mento. Anna cantò «Vipera», quasi come allora, forse meglio di allora. Non sappiamo. Sappiamo solo che i vecchi nobili, e i panciuti professionisti, a un certo punto, si slacciarono i polsini e controllarono : avevano la pelle d'oca.

Più felice d’una ragazzina, l'animo ben sostenuto dallo champagne e dagli applausi, Anna scrisse un telegramma a un noto impresario di Milano, il quale da tempo sollecitava il suo ritorno alle scene. Il telegramma era molto laconico, diceva semplicemente : Accetto. E così, in autunno, se non avrà tempo di cambiare idea, Anna Fougez riapparirà in teatro, oppressa da enormi cappelli di piume, carica di bracciali d’oro.

Dopo la conquista notturna di Roma, è tornata a riposarsi nella villetta di Santa Marinella. A poco a poco ricomincia a riaprire le persiane, si riabitua alla luce del sole. Ricompra i giornali, riascolta la radio. All’ombra di un vecchio melo legge dei libri, o scrive agli amici, risponde alle lettere degli ammiratori: lettere ingiallite, di vent'anni fa. Qualcuno si è meravigliato di ricevere, con tanto ritardo la fotografia della diva; qualche altro ha risposto che per carità, non si ripeta una cosa del genere, ché ora ha moglie, figli, e un nipotino in viaggio.

In fondo, una diva senza posta non ha senso. E da quando Anna Fougez ha deciso di ricalcare il palcoscenico, il postino di Santa Marinella ha parecchio lavoro in più. Chi ne risente, di questo «ritorno di fiamma», è il vecchio orto: un orto immenso, dove una volta il giardiniere della diva coltivava pomidoro, insalata e rose bianche. Ma adesso il giardiniere è occupatissimo a riaprire

I bauli, rimettere all'aria i vestiti, i trucchi, tutto l'armamentario di trent’anni fa. L’estate passa presto, e bisogna prepararsi in tempo. Anna passeggia nervosa sul lungomare, coi suoi grandi occhiali da sole, neri, alla Greta Garbo. Cammina, prova la voce. Una voce ancora salda, cavernosa, sensuale. Una voce che scalda i sensi ai cari pensionati di Santa Marinella. «Ed era un simbolo, l'atroce simbolo della sua malvagità...»

Nantas Salvalaggio, «Epoca», anno II, n.40, 14 luglio 1951


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Nantas Salvalaggio, «Epoca», anno II, n.40, 14 luglio 1951