Fortuna mutevole di Leopoldo Fregoli

Toto_408_Alberto_Sordi

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«Chi vorresti essere», chiese un maestro ad un ragazzo, «Leopoldo Fregoli o Shakespeare?». «Fregoli», rispose quello, «perché è vivo». Soggiungendo: «Però vorrei essere piuttosto carabiniere a cavallo». La battuta, anche se non figura nel libro delle sue memorie pubblicato da Rizzoli, è autentica e mostra sino a qual segno si discutesse di lui, prima che la Crusca lo immortalasse accettando la voce «fregolismo» quale mutamento rapido in senso proprio e figurato. Così sistemato nel vocabolario a braccetto con fregola e fregolo, «le plus saisissant des Hommes-Protés, passés, préscnts et fu turs» continua per l’eternità, mutatis mutandis, a macchinare trasformazioni, visto che il mutare e rimutare è un costume dell’uomo vecchio quanto la barba di Abacuc.

Agli scapigliati di fine secolo, bramosi di evadere, Fregoli ha dato con l’esempio ben altre risorse che non gli elegantissimi manualetti fuori commercio del «saper vivere», portando sulla scena un modello in grande stile di come si possa essere «diversi», uno e mille, e magari «uno, nessuno e centomila».

Se questa sua trovata spiega la fortuna che tanto gli ha arriso in Europa, nelle Americhe, in Africa, in Asia, il segreto della sua arte va ricercato non già, poniamo, nelle rivelazioni del famoso «Fregoligra-fo», bensì in quel fregolismo militante praticato da lui in gioventù, e che generalmente poco si conosce.

Nasce Fregoli con una freddura postuma, forse per vendicarsi del destino che l’ha fatto figlio di un maggiordomo. «Facilmente si dimenticano i giorni più felici», disse infatti a Jarro; «io mi sono dimenticato, per esempio, il giorno della mia nascita». Fregoli nasce al mondo come a casa sua dall’alto di un nespolo, comincia a osservare nella folla, e tanto per fare le conoscenze bersaglia tube, cilindri; pagliette, pagliettine, cappellini; il suo pubblico. A scuola prende, manco a dirlo, le «sardelle» da don Mariano, il pedagogo a cui un giorno resta il righello in mano, perché Leopoldino l’ha preventivamente impiastricciato di vischio. Fregoli è pessimo scolaro, il disdoro del maggiordomo e forse il peggiore discolo che fosse capitato mai al quinto piano del palazzotto dei conti Pinciani. Se i maestri avessero genio, scoprirebbero loro i geni, ma chi sa con quali conseguenze. Leopoldino eccolo col grembiulino e il colletto di celluloide che pensa alla locomotiva da disegnare. Gli cade una goccia d’inchiostro sulla carta Fabriano. Allora, per salvarsi, con quell'inchiostro fa tanti baffi come nuvolette, e il maestro lo coglie in quell’esercizio!

«E la locomotiva?».
«È già passata...» risponde candidamente Fregoli.

Cacciato dalle scuole si fa chierichetto, ma smette col Deo gratias per tentare l’attore. In piena chiesa, di fronte all’Eminenza egli è un «ignorante» intelligentissimo, come suole accadere, nel Dotto e l'ignorante. Da attore ad orologiaio, per fare a correre col tempo. Dopo aver scatenata la rivoluzione in quel mondo del tic-tac perde il posto, e passa i suoi giorni tra le rampogne del maggiordomo e i teatrini di piazza Navona. Finisce per votarsi alla meccanica e perciò entra in una fabbrica di letti che gli permette di frequentare la sera le filodrammatiche di S. Giovanni. Tenta una recita a casa sua, ma Talia non lusinga i maggiordomi. Leopoldo alquanto sconcertato si presenta alla «P. Cossa», e finalmente gli affidano la parte del cameriere nella Signora dalle camelie. Fregoli per due notti non dorme, sempre con la sua battuta in bocca «La signora Gautier e il signor di Varville!».

Ma come si presenta in scena grida così la sua parte che suscita l’ilarità del pubblico. Compromessa la Signora dalle camelie, lascia la ribalta e l’officina. Ma rimedia il padre, che, forse corrotto dal figlio, pianta la livrea per farsi oste. Leopoldo cameriere scrive sui tavoli pensieri come: «Ubriaco, uomo che si rovina col vino»; «Oste, uomo che si arricchisce con l’acqua». E s’azzuffa nelle discussioni. Per esempio, sente che la signora X ha comprato un pesce e che il pescivendolo pretende la grossa perla che ci ha trovato dentro? Interviene lui dicendo che prima di tutto bisogna appurare se il pesce abbia lasciato o no parenti in mare. «Chi può assicurare che questa perla non sia una gioia di famiglia?»

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Fregoli si rifugia nel camerino. Bussano. È un omino della prima fila che reclama la propria bombetta. Dal Metastasio ritorna semplice spettatore nelle filo-drammatiche. E a forza di cantare contro la cattiva fortuna si scopre nel petto una bella voce baritonale. Una sera, al teatro Rossini, supera le risorse del baritono interpretando due parti nel Campanello dello speziale di Donizetti. Oramai crede a se stesso, ma come convincere il maggiordomo? Un giorno si presenta a suo padre una povera traviata, sedotta da Leopoldo e che maledicendo tutta la razza dei Fregoli dichiara di far pazzie se il figlio non riparerà il male. Come il padre, uscito un momento, ritorna colle lacrime agli occhi per dire che il figlio non c’è, trova Fregoli a fumare sul divano e le spoglie della traviata, lì accanto. Questo esperimento è l’atto di nascita del fregolismo. D’ora in poi si diverte a trasformarsi secondo il capriccio. È capace di vestirsi da fioraia e fare una capatina nella birreria di piazza Colonna, raccogliendo occhiate, sorrisi, baci e soldi. E queste sono le armi che usa in amore. Una sartina di cui va pazzo gli resiste?

 Non si perde in vane querele, ma, le giura che si ucciderà. Eccolo di fatti a ponte Margherita. Il Tevere è in piena nero come la pece. D’un tratto un tonfo rompe il silenzio. Fregoli ha saltato il ponte in spirito, legandolo ad una grossa pietra, e grida: «Soccorso, soccorso!». Il giorno appresso il Messaggero dedica due colonne al triste amore. Alla lettura del giornale la poveretta sviene, e, quando lo rincontra, per poco non rimane tramortita. Cosi vince l’amore.

Passando dalle braccia di Venere in quelle di Marte in qualità di artigliere, come è chiamato alle armi, Leopoldo riscrive di sana pianta una lettera di presentazione che ha per una signora, definendosi fra l’altro giovanotto eccentrico, straordinario, diabolico, enciclopedico e rubacuori. La signora è elettrizzata, non meno le sue amiche. Così Fregoli per puro caso diventa l’amante dell’amica del suo superiore, il quale forse per qualche sospetto non gli dà più la libera uscita. Che fare? Corre una sera da Neuccia prima del superiore, e detto fatto, si veste da contadi nella e a braccio di Neuccia mascherata da Pierrot va al veglione. Disgraziatamente capita l’ufficiale che, per colmo di sventura, fa una spietata corte a Fregoli il quale per salvare il pudore della contadinella, se non la disperata sorte dell’artigliere, gli dà lo schiaffo d’uso, mentre Neuccia togliendosi la maschera improvvisa all’amico una scenata di gelosia e lo pianta dicendo a Leopoldo: «Andiamo, Ida».

Ma preferisce partire per l’Africa. La passione per una gitana gli fa commettere tante belle pazzie a bordo, che arriva a Massaua preceduto dalla fama, e là organizza al teatro Margherita Un'ora nel regno di Satana, cioè esperimenti di negromanzia, taumaturgia e prestidigitazione. È un trionfo. Restato solo per la partenza dei suoi compagni d’arte, s’impegna di recitare un rifacimento del Condensiamo di- Novelli, interpretando da sé le parti di «lui, lei e l’altro», e dà al lavoro un titolo veramente ispirato, Il camaleonte. Il pubblico, alquanto scettico ma numeroso, se lo vede balzare in scena per il prologo in frac, calzoni corti, e garofano bianco all’occhiello; poi subito nei panni del marito ispettore di polizia, quindi colle, grazie di una bionda mogliettina, appresso colla faccia del cascamorto sconsolato, degno della matita del Daumier, e finalmente come cameriere. Tutto a tempo di primato, con voci e atteggiamenti personalissimi, cantando da baritono, da contralto, da basso. Al grido di «Fuori l’autore!» Fregoli fa segno all’autore di farsi avanti, e cosi sparisce per rientrare sospingendo se stesso, l’autore in nero, tuba c mazza.

Quando ritorna in Italia la sua valigetta non contiene che una vestaglia da donna, una parrucca di stoppa, un paio di stivaloni di carta lucida, crespo e cerone. Le speranze ben presto sfumano, il padre lo consiglia a fare l’orologiaio, ma Fregoli si presenta col Camaleonte al «Circolo della follia», con tale successo, che il pubblico non si può capacitare che sia uno solo l’attore.

Fregoli cosi bene mette l’arte sua al servizio della vita, che riportare poi le sue esperienze sulla scena è uno scherzo. A Milano, un’affittacamere gli vieta in modo assoluto di portar donne in casa. Invece fin dalla prima notte la vecchia sente dalla camera di Fregoli un gran pissi pissi, per cui la mattina lo aspetta al varco. Fregoli prega la signora di aver un momento di pazienza, quindi si rinchiude in camera e ripete il vocio della notte, le parole sue e di lei alla perfezione; poi le fa visitare la camera, che è vuota. Durante la notte Fregoli ha provato una scena, ecco tuttol Le notti successive la solita storia. Ma una volta l'affittacamere avvicinandosi alla sua porta gli dice:

«Ah, lei, eh, vuol farmi il solito scherzo, signor Fregoli. Sì, si faccia pure, tanto lo so che è solo...».

I tuoi cavalli di battaglia, Il Camaleonte, II terzetto della Gran via, L'arrivo del professor Sambajon, l'Eldorado si può dire siano colti dalla vita, da queste scenette che gli capitano girando il mondo. È questa la storia di alcune delle sue più mordaci parodie, come quella dei caffè-concerto da lui fin troppo conosciuti. In questo lavoro le sue sessanta trasformazioni costituiscono un capolavoro dei costumi dell’epoca in caricatura. Un impresario tedesco si presenta al pubblico dicendo che non può pagare gli artisti. Ecco allora la canzonettista francese a sparlare degli impresari, il baritono d’opera seria che si reputa un personaggio sacrificato, il clown, Monsieur A man trasformista, la signora Bianca oca della scena, il custode del teatro, la madre che dichiara: «Sin dinero mi hija no mueve lai pienercitas, no por Dìos». Alla fine di questa sfilata riecco l’impresario a scusarsi: gli artisti l’hanno abbandonato. Per rimediare esibisce personalmente altri quindici numeri, il clown parodista, la divetta intemazionale, il fantasista musicale, il trasformista, il prestigiatore, la danzatrice luminosa e Berlioz, Verdi, Wagner, Gounod, Meyerbeer, Offenbach, Mascagni direttori d’orchestra.

Si può non conoscere la velocità della luce, non la velocità di Fregoli, la cui meccanica delle trasformazioni è un prodigio di abilità ma non tutta l’arte sua, che quasi sempre è satira sottile. Tant*è vero che egli finisce per spiegarla al pubblico questa meccanica, trasformando ancor più le vecchie poltrone di platea in sedicenti banchi di scuola, e inventa il Fregoligrafo, un documentario del retroscena, in tutto diciotto metri di pellicola. Quanti sono i collaboratori dell’uomo dalle quattrocento parrucche? Cinque o sei, piazzati nei punti strategici, dietro le quinte. All’uscita dalla scena uno di questi gli toglie il mantello e il frac, mentre da se stesso si libera del gibus e della parrucca che forma tutt’in-sieme naso barba occhiali e mustacchi; un metro più in là un altro gli leva gli stivali per mettergli le scarpette di raso, mentre un terzo gli aggiusta sul capo la parrucca bionda e Fregoli s’appiccica un neo in petto; più in là la sarta gl’infìla una gonnella, e finalmente, dalla parte per la quale deve rientrare il truccatore gli completa la metamorfosi. E in tutto questo tempo Fregoli sviluppa le battute del personaggio della scena tenendo sempre viva l’attenzione del pubblico.

In questo modo ha compiuto un milione di trasformazioni, cioè una metamorfosi sistematica. Forse è da aspettarsi l’annuncio nel The Theosophist della reincarnazione di Leopoldo Fregoli in un bambino poppante nella contea di Windsor. Ma Fregoli benché tante volte abbia cambiato sesso, voce, abiti, mestiere ed anima, senza perder mai la testa, già conosce come siano temibili le trasformazioni del prossimo a suo riguardo, per una sola esperienza, avuta negli ultimi anni della sua carriera. Un giorno se ne sta al caffè dell’Adriano con degli amici, quando il cameriere gli viene a dire che una signora desidera salutarlo. Fregoli acconsente, sempre gentilissimo verso le sue ammiratrici. Allora una vecchietta si avvicina al suo tavolo ed esclama:

«Scusi, signor Fregoli, se l’ho disturbato... Ma desidero dirle che oggi, allo spettacolo, lei mi ha fatto piangerei».
«Piangere?...».
«Si, proprio piangere, perché mi sono ricordata d’aver visto il suo gran papà trent’anni addietro a Cremona, e d’aver provato allora una impressione indimenticabile... Che grande artista, suo padre!...».

Fregoli trasforma l’osteria patema in bancarotta, e si fa assumere dalle officine delle ferrovie. La giornata sua, si può dire, comincia alle nove di sera, colle filodrammatiche, e dopo queste le passeggiate romane alla luce del gas si protraggono fino all’alba. Allora si ritira nelle officine per dormire nei forni delle locomotive in deposito. Una nottata intera la passa a far sparire la gabbia dell’uccellino, come l’illusionista dell’Argentina, senza riuscirvi, e se la porta all’officina. Ma, scoperto con quell’arnese dal capoposto, siccome questi ne esige la consegna immediata, Fregoli in un baleno non solo fa svanire l’uccellino nella gabbia, ma la gabbia stessa dagli occhi del capo, che tutto invelenito lo vuol licenziare. Incoraggiato, per provarsi in pubblico prende in affitto il «Metastasio». Se non che al momento critico dello spettacolo, a Fregoli si rompe il laccio con cui tiene nascoste tre bottiglie al collo, che gli scivolano tra i pantaloni scatenando fischi da locomotive.

Riccardo Mariani, «Oggi», anno II, n.37, 14 settembre 1942


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Riccardo Mariani, «Oggi», anno II, n.37, 14 settembre 1942