Le glorie del Varietè italiano: Gennaro Pasquariello

Gennaro-Pasquariello


1911 Cafe Chantant Nicola Maldacea

Gennaro Pasquariello

Dal giornale Il Lavoro di Genova.

Una volta tanto, il gergo non mente: Pasquariello creò la canzone a sua immagine e somiglianza, pur non essendo la prima persona della trinità cui appartiene, Veramente in questa specie di esegesi non è troppo facile inoltrarsi e nulla si potrebbe prefinire, col rischio di ingarbugliarsi tra simboli e persone.

Date alla parola «trinità» il significato e l’estensione che meglio vi piacciono: importa però dare al popolo quello che è del popolo — la paternità riconosciuta della canzone — ed a Pasquariello quello che è di Pasquariello, mettendolo alla destra del suo popolo onnipotente.

Nè il paragone sembra irriverente: pur non enumerando paragrafo per paragrafo tutti i versetti evangelici, basterebbero a giustificarlo l’avere egli fatto risorgere a novella vita non un solo Lazzaro, ma parecchi, e d'aver moltiplicati i pani spirituali di cui si nutrono il lordo, lo scugnizzo, la miss e la guagliona. Prima di lui c'era il caos: un caos non troppo tenebroso, se vogliamo essere schietti, poi che palpitavano in esso parecchie stelle.

Ahimè, in questi tempi di feminite sociale, dando uno sguardo alla canzone ed alle sue interpreti non si può giurare che il caduco feminismo canzonettistico sia in auge: le belle donne che tra i bianchi riflessi della luce elettrica ed i paradisi dei lussureggianti scenarii, si misuravano in bellezza ed in canorità, sono ormai confinate nel mito del passato prossimo, non più fulgenti della loro effimera deità. Furono oggetti di moda. Vero è che le stelle della canzone napolitana sono rimaste soltanto nella celebre Marechiaro di Tosti come annuncia Pasquariello quando, con una sua particolare squisitezza di coloriture vocali ed orchestrali, esegue per la milionesima volta la fortunata canzone : le altre, quelle che ancora mangiono, bevono... champagne e vestono panni serici - quando lo credono opportuno - han troppo bisogno del riflettore per fare sfoggio d'una impropria luce crepuscolare, ma non rappresentano Napoli cantandone le canzoni che hanno si e no un quarto d'ora di voga. Costituivano, una volta l’ardente ammirazione e la costosa aspirazione dei maestri e poeti, i quali scorgevano in esse tante piacevoli modelle collettive delle singole fantasie alale che starnazzavano in lungo ed in largo sul pentagramma, senza preoccupazione di estensioni e di possibilità. Ed esse si imponevano più con la voce che con la parola, e talvolta con runa e l'altra, ed in ogni ciasse, da quelle medie e popolari alle più privilegiate, parevano le vive e graziose cariatidi d’un monumento sentimentale che s'elevava all’anima partenopea.

Ma poi.... "fuggir le ninfe" eccetera, e si propagò l'epicedio disperato:

- La canzone è morta !

Nelle canzoni più recenti c’è purtroppo come il gemito d'una sirena agonizzante, che pare sospinga le genti a ritroso verso le classiche bellezze di canzoni morte, ma circonfuse d'una aureola d'eternità.

Ma quello che fu il tramonto delle stelle del caffè concerto fu creduto tramonto della canzone.

Vi fu, è vero, un periodo di crisi, di stanchezza, di stasi, ma era l'interregno che faceva da ponte da una divinità ad un'altra. In quel periodo, anzi, la canzone fermentò ed esplose ringiovanita e nel volgere d' un decennio, o poco più, trionfò con Pasquariello: distruggendo per molta parte l’esclusiva ed arida vanità delle gole d’oro, trionfò sui vieti luoghi comuni, sulle frasi stereotipe, e seguì la fervida mobilità dello spirito moderno: il buon partenope d’oggi non è soltanto pervaso dall’atavico senso di gaudio panteistico ma, è purtroppo travagliato dalle sofferenze e dalle delusioni che può dirsi siano nell'aria; ha però questo di speciale : gode di soffrire, purché soffra, cantando.

Non è, d'altronde, la canzone un capitolo della filosofia di quel popolo ardente che prolifica rigogliosamente tra il Vesuvio ed il golfo più incantevole d'Italia? E non è la filosofia odierna in preda ad un disorientamento bizzarro ed intricato di divergenze?

E perciò è anche vero che al contatto dei diversi poeti odierni, provvisti quasi tutti d'una cultura non sempre insufficiente, animati da passioni non precisamente semplici ed innegabilmente composite, la canzone è andata subendo una inevitale alterazione. Ma la massima che il poeta volle di moda suonava: Rinnovarsi o morire; e la canzone si rinnovò e le stelle impallidirono, o s'ecclissarono, o passarono in seconda linea.

Che sia stato un fato storico a regolare anche le sorti della canzone ?

E’ innegabile che, fin da quando essa germinò anonima, ebbe per oggetto la donna e l'uomo per soggetto.

E Pasquariello pare abbia avuto lo scettro per diritto di.... sesso!

La canzonella resistito al tempo ed agli eventi. Salvator Rosa cantava e creava Michelemmà, quando il popolo ululava affamato, seguendo le orme di Masaniello. Molti poeti cantano oggi che l'industrialismo — che è un dovere ed un diritto di ogni città che aspirò ed aspira alla unità politica e nazionale d'Italia — minaccia di separare il partenopeo dal dolce ozio e dalla inerte contemplazione delle bellezze naturali emergenti da panorami paradisiaci : egli fa il fedele depositario di queste virtù e se - iddio lo liberi e la buonanima di Franceschiello preghi per lui — domani si vedrà spinto verso la minacciata ed inculcata o-perosità viva e faticosa, egli se ne vendicherà cantando.

E il divo Pasquariello non morrà.

Poi che tutti i suoi conterranei sentono nell'anima, al suo cospetto, quella profonda trepidazione che somiglia al brivido delle foglie lambite dal primo venticello primaverile: sentono quello che può chiamarsi il senso canoro della comune origine, un senso che trascende da l'infinito, ed è una risonanza intima che li avvince ed essi se ne nutrono e se ne illuminano, sicuri di essere intesi da tutti per quell' uno che li rappresenta e li riproduce col suo ben fatto cuore che sa tutta la musica di Napoli.

E. A. Mario, «Café-Chantant», anno XV, n.24, 26 giugno 1911


Cafe-Chantant
E. A. Mario, «Café-Chantant», anno XV, n.24, 26 giugno 1911