Mistinguett non volle recitare la parte della vecchia

Mistinguett


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La fama di Mistinguett giunse all’apice quando un esploratore sperdutosi nella giungla scoprì che la regina del “music hall” era conosciuta persino nelle foreste della Papuasia.

Parigi, gennaio

Il 1929 il «Casino de Paris» cambiò direttore e rivista. Henry Vama presentò Paris Miss. Mistinguett ne era la vedetta. «Andiamola ad applaudire», si dissero i parigini «sarà senz'altro la sua ultima rivista.» La regina del music hall doveva portare al successo an cora diverse decine di copioni. Venti anni dopo la vidi all’«A.B.C.». Paris s’amuse, si intitolava lo spettacolo. Mistinguett animava quattro quadri. In uno di questi danzava un indiavolato ballo, dando filo da torcere al compagno che avrebbe potuto essere suo nipote e che l’impresario era andato a pescare fra gli elementi più scatenati di una «cantina» di Saint Germain des Prés.

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Da tanto tempo si parlava di lei che tutti avevano finito per credere alla sua immortalità. Era nata nel 1875 e la sua lama internazionale aveva resistito alla grande guerra, al tiro della «Bertha» e alla battaglia di Verdun, al tracollo del prestito russo e alla fine dell2 Parigi dei granduchi. Doveva sopravvivere anche alla seconda, alla televisione e alla bomba atomica. Nata con la Terza Repubblica, stava per vedere morire la Quarta : da Mac Mahon a Poujade. Si è addormentata dolcemente giovedì scorso, nella sua villa della campagna parigina a Bougival. Ha fatto in tempo a veder fissare la propria leggenda, come certi scrittori che fanno in tempo a veder stampare le loro opere nelle collane dei classici.

Mistinguett doveva essere considerata proprietà nazionale. Solo qualche impertinente parlando di lei, osava accennare al mistero del suo anno di nascita, come fece quell'inviato italiano al «Tour de France» quando le chiese se si ricordava dell’impresa di Maurice Garin e Petit Breton. Qualche anno fa un altro impertinente giornalista si ebbe per tutta risposta una spaccata in bella e dovuta forma, secondo le regole del French Can Can.

Mistinguett era nata nella campagna parigina. Si chiamava semplicemente Jeanne Bourgeois quando andava a vendere mazzi di violette all’ingresso del vicino «Casino d’Enghien». Dalla piccola fioraia inizia la leggendaria esistenza di questa donna, leggenda culminata nell’episodio delle foreste della Papuasia, dove un giorno si perde l’esploratore Winter. Ad un tratto questi sente una voce lontana. È una indigena che canta Valencia. L’esploratore la raggiunge, la interroga: «È la canzone di Mistinguett» si sente rispondere L’eco della voce di strillone, come la definì Cocteau, era giunta fin là. Ed era l’epoca del fonografo a tromba, non della radiotelevisione.

Ai primi passi sul palcoscenico, in un locale popolare dove aveva il compito di far passare un po’ di tempo e di coprire il rumore prodotto dall’arrivo dei ritardatari, si chiamava Miss Helyett. Una canzone che ebbe fortuna, La Vertinguette, diede origine al nome Mistinguett. Catulle Mendès scrisse nel 1908 sul Journal: «Se la rivista arriva alla centesima rappresentazione lo dovrà soprattutto a quelle stupende gambe». Già, le gambe di Mistinguett, di cui si è parlato tanto e che le compagnie di assicurazione inglesi accettarono di assicurare per diversi milioni di franchi non ancora svalutati. Robin disse: «Se dovessi scolpire la musa del music hall in mancanza di un peplo o di un profilo greco le darei le gambe di Mistinguett».

Alla piccola Jeanne Bourgeois, una attrice che allora andava per la maggiore (la torre Eiffel doveva ancora essere inaugurata), disse che con quella faccia poteva fare di tutto meno che del teatro. La sbarazzina fece ugualmente la propria strada su tutti i palcoscenici del mondo. Aveva il senso del ritornello, sapeva animare un palcoscenico, conosceva l’arte di piacere al pubblico, anche con quei denti prominenti alla Femandel e quella faccia da «scimia genial». La definizione è di Maurice Chevalier e Mistinguett ha fatto in tempo a leggerla nelle memorie del suo ex compagno di lavoro intitolate Le tempie grigie. Mistinguett ha perdonato a Maurice la prima parola grazie alla seconda. «Il suo viso sembrava scolpito dagli schiaffi» ha detto Cocteau quando ha appreso la notizia della morte. «Spero che il nostro Paese maligno e iconoclasta parlerà con rispetto di lei. Esprimeva una poesia involontaria. È naturale che Mistinguett crolli come le altre cariatidi di quell’epoca meravigliosa che fu la nostra.»

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È morta ricca, assistita dal figlio dottore, avuto da una relazione giovanile con un addetto d’ambasciata brasiliano, dal fratello e dai nipoti. Maurice Chevalier da Las Vegas, dove sta cantando in un locale, le aveva telegrafato mercoledì scorso : «Sempre con te con tutto il cuore e con i nostri meravigliosi ricordi. Sarò a Parigi il 20 gennaio. Coraggio, mia cara. Maurice». Troppo tardi. Da tre giorni aveva perduto conoscenza. Nelle sue memorie l’attrice aveva scritto: «Quando lo conobbi, Chevalier non aveva il senso del denaro. Non sapeva mettere da parte. Alla mia scuola fece progressi così rapidi da superarmi. E col tempo è diventato più bravo e più ricco di me». Forse avrebbe voluto scrivere più tirchio. Per tredici anni la Miss e Maurice avevano formato la coppia più felice. Hanno continuato a punzecchiarsi in seguito a vicenda, col massimo affetto. Mistinguett non si è mai sposata, neppure con Carenzio, l’ultimo suo compagno di lavoro. Una sera un vagabondo si presentò all’ingresso degli artisti al «Casino de Paris»: «Sono il signor Mistinguett: voglio vedere mia moglie» disse. Trascorse la notte al commissariato di polizia. «Quello è stato l’unico mio marito» ha scritto Mistinguett.

Subito dopo l’ultima guerra un impresario propose all’attrice di interpretare una rivista. Il copione era imperniato su una vecchia gloria del music hall che insegnava a ama giovane attrice l’arte di muoversi sul palcoscenico, impennacchiata come un pavone, di portare i costumi più pesanti, di unire il canto alla danza. Poteva essere il suo caso. Solo lei era in grado di insegare come scendere uno scalone con le più belle gambe del mondo. «Accetto» rispose Mistinguett «l’idea mi piace. Ma la parte della vecchia chi la farà?» Mistinguett, tutto il mito di Mistinguett, sta in quella domanda impertinente.

Lorenzo Bocchi, «Epoca», anno VII, n.276, 15 gennaio 1956


Epoca
Lorenzo Bocchi, «Epoca», anno VII, n.276, 15 gennaio 1956