Pasquariello povero milionario

Gennaro Pasquariello


1951 03 31 Epoca Gennaro Pasquariello intro

Pasquariello ha dedicato tutta la sua vita alia «piccola scena» e alia grande parsimonia. All’inizio della carriera, quando tutti lo credevano in difficoltà, subì un furto per l’ingente somma di tremila lire.

A mezzogiorno in punto, se Pasquariello non si fa vedere in Galleria, vuol dire che non è a Napoli. Ma da alcuni anni non si muove da Napoli se non per qualche gita professionale nei dintorni ; nozze, battesimi, spettacoli straordinari e, di solito, «dopo mangiato». A mezzogiorno, per non farsi trovare in Galleria, don Gennaro deve avere un motivo molto serio.

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I milioni di Pasquariello, due o tre prima della guerra, ricordano oggi le illusioni del «Buon Don Cesare» di «Signorinella»

«Sicuro», ammise il figlio del Commendatore, indulgendo alla curiosità del mio amico Enzo Bonagura, poeta di vena, autore di «Scalinatella». «Sicuro, papà è un po’ indisposto.» Non si tratta, Gesù, d’influenza vera e propria. Ma a una «certa età» è bene riguardarsi. A memoria d’uomo Pasquariello non s’è mai ammalato. È spiegabile come, ora ch’è vicino agli ottanta, il più lieve malessere lo metta in allarme. Don Gennaro, difatti, è a letto. «Per precauzione», si capisce. È a letto «vestito» ; vale a dire non da malato. Da qualche giorno egli la mattina si alza regolarmente, si fa la barba, si lava, si veste come per uscire. Dopo, anziché infilare la porta, ritorna verso il letto, si sdraia, come per un riposo pomeridiano, gettandosi addosso una coperta. Per una semplice precauzione, del resto, non è necessario spogliarsi. Egli è a letto, così, e in piedi nello stesso tempo. L’abitudine di riposarsi in questo modo gli è familiare fin dai primi tempi delle sue tournées. Il pubblico lo affaticava con la richiesta di bis. Don Gennaro era disposto a concederne all’infinito», purché l’impresario o il proprietario del teatro si mostrassero disposti a considerare ogni canzone in più di quelle in contratto come uno straordinario la cui ricompensa non desse luogo ad antipatiche contestazioni. Da una trentina d’anni Pasquariello abita in via dei Mille. Sotto le sue finestre una modernissima torrefazione gli manda continue incensate di caffè. Egli gradisce l’omaggio.

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Quanti nuovi bai in pochi anni. Segni dell’inflazione. A causa di essa don Gennaro, se non fosse l’età, quasi riprenderebbe a scritturarsi come una volta. Dieci anni addietro egli doveva difendersi dal fisco che lo tacciava di milionario. E anche gli intimi ammettevano che Pasquariello «stava bene». Ora, invece, un milionario è poco più di un pezzente. Questa minaccia di raffreddore gli impedisce, da alcuni giorni, di andare m Galleria a combinare qualche serata. Ma domani, se non pioverà, niente potrà più trattenerlo a casa. Non avrà che da aprire la porta e uscire. Nemmeno la noia di infilarsi il cappotto. Nemmeno il poeta Vincenzo Cardarelli va a letto più vestito di così. Pasquariello è visibilmente nervoso. Intorno a noi, d'altronde, vi sono albums, fotografie che potranno dirci ogni cosa. Basta allungare una mano. Gli occhi assorti e rotondi di don Gennaro seguono con paziente indulgenza le mosse degli intrusi. Non resta che rassegnarsi e lasciar fare. Il figlio stesso del grande artista apre un album. Sulla prima cartella, al posto d’onore, è incollata per un lembo una lettera. È datata 16 dicembre 1907. È il senatore Paolo Mantegazza che scrive («da casa») al «caro Pasquariello»: «Voi mi chiedete che cosa io pensi della vostra arte ed io vi rispondo che penso ciò che pensano quanti hanno il gusto dell’arte, quanti vi ascoltano con gioia grande e vi applaudiscono con entusiasmo sincero». Curando di trattarne le pagine con estrema delicatezza, sfoglio l’album. Mezzo secolo di arte di letteratura di teatro vi è rievocato se non sempre da un pensiero o da un motto, da una semplice firma.

Le grandi e le piccole ombre vegliano, ora, il nervosismo di don Gennaro che, per precauzione, a mezzogiorno non si fa vedere in Galleria. L’incostanza della stagione ha in tutto questo una parte preminente. «Mò, tutti i mesi sono come marzo», constata, non senza amarezza, Pasquariello. Prima era un’altra cosa. Lo stesso marzo aveva giornate bellissime. Lo diceva don Salvatore di Giacomo: «Ride o’ sole cu ll’acqua». Ora, non ride più niente. E don Gennaro è diventato «n’auciello freddigliusu», e sembra davvero che «ncopp’ ’o terreno 'nfuso» sospirino «’e viole» della nostalgia. Certo, se ne avesse voglia, basterebbe una nota, un accenno soltanto, e la voce di Pasquariello evocherebbe ancora fantasmi e memorie di poesia ; le creature soavi e sognanti di don Salvatore, di don Ferdinando, di don Ernestino, di don Liberato volteggerebbero, come per incanto, intorno a noi. Basterebbe niente, solo che don Gennaro ne avesse voglia. Ma egli da tanto è restio a concedere bis. E per chi, ora, dovrebbe «ripetersi» ? C’è, forse, Puccini a «pregarlo con tanta insistenza» ? Eppure chi l’ha ascoltato recentemente asserisce che la voce del cantore è sempre quella. Ma dove sono, dove sono i tempi di Pasquariello e Donnarumma? Da venti anni, quasi, la voce di Elvira tace. Don Gennaro non ha mai dimenticato il grido estremo di lei : «Pasquariello, io non voglio morire!». Libero Bovio diceva che la canzone univa e divideva Donnarumma e Pasquariello. «Avrebbero trascorso l’esistenza insieme se nelle tipografie non esistessero i caratteri più grandi e più piccoli.» Ma Pasquariello assistè sino all’ultima ora la sua compagna d’arte. «E a lui, a lui solo, Elvira, agitando le braccia gialle scarnite» aveva indirizzato le sue ultime parole. Da venti anni, quasi, i caratteri delle tipografie sono rimasti tutti a disposizione di Pasquariello. Ma è chiaro che avrebbe preferito continuare a contendere alla sua compagna quelli «più grandi». Dopo Donnarumma, Pasquariello fu sempre solo. «Un altro Re», aveva sentenziato Ferdinando Russo, «un altro Imperatore sono possibili ; ma dove si andrebbe a pescare un altro Pasquariello?».

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Gennaro Pasquariello ed Elvira Donnarumma furono, all'inizio del secolo, gli interpreti eccezionali della canzone napoletana. Essi sono riusciti a teatralizzarla e a portarla dalla piazza e dai vicoli al «café-chantant».
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Da sinistra: Buongiovanni, Capurro, Pasquariello e Izzo; il poeta, il musicista, l’esecutore e l’editore.
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Nella rievocazione dell’Eden, celerbre teatro napoletano, Pasquariello ha voluto cantare «Vola e va».

E ancora: «Noi non vorremmo sentir mai da altri le canzoni che abbiamo sentite per la prima volta da Pasquariello». «L’originalità del Commendatore», mi spiega il poeta Bonagura, «consiste nel fatto che egli si è sempre presentato al pubblico col suo volto.» «Maldacea», aggiunge il figlio di Pasquariello, «eseguiva i tipi delle sue macchiette truccato, papà, invece, sostituì al tight una giacchetta e una bombetta.» Insieme coi successi nacquero le leggende intorno all’artista, della canzone. Prima fra tutte la leggenda della parsimonia. Cento cronisti hanno illustrato questo aspetto di Pasquariello. Pasquariello e le mance, Pasquariello in trattoria, Pasquariello e il padrone di casa, Pasquariello e gli impresari, Pasquariello e gli anfitrioni di banchetti e festini cui egli partecipava ufficialmente come invitato ma in realtà come scritturato. «Commendatore, un’altra canzone!», insistevano, con euforia, le signore. Il Commendatore guardava con aria d’intesa verso il padrone di casa ; se un cenno non evasivo lo rassicurava, la preghiera era esaudita. Dell’«avarizia» di Pasquariello si è parlato, forse, più del necessario. A ogni modo bisogna provare che i soldi non servono. Una volta, per lo meno, bastava essere milionari per attingere una certa tranquillità. Oggi, invece, chi è più povero di un milionario? Un pensionato, forse. Ma almeno ha la soddisfazione di scendere, qualche volta, coi suoi colleghi in piazza a «manifestare» sotto il municipio o la prefettura.

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Pasquariello ha ottanta anni e scende ancora quasi ogni giorno in «Galleria» a Napoli in cerca di scritture per qualche spettacolo straordinario.

I milioni di Pasquariello, due o tre prima della guerra, ora ricordano un po’ le illusioni di un personaggio del suo repertorio, il «buon don Ce; sare», di «Signorinella». Poveri milioni diventati «cenere» come la legna in casa del nostalgico notaio dal «mantello a ruota». Non è solo per ragioni sentimentali che don Gennaro, dopo aver dato più volte l’addio ufficiale al palcoscenico, vi è sempre ritornato. E anche okg>. a mezzogiorno sarebbe in Galleria., a confabulare con impresari, se il tempo fosse più ragionevole

Vincenzo Talarico, «Epoca», n.25, 31 marzo 1951


Epoca
Vincenzo Talarico, «Epoca», n.25, 31 marzo 1951