Due cuori fra le belve - Totò nella fossa dei leoni

L'uomo discende dalla scimmia. Io no, perché sono raccomandato.

Totò

Inizio riprese: fine 1942, Cinecittà Roma
Autorizzazione censura e distribuzione: 4 maggio 1943



Titolo originale Due cuori fra le belve (Totò nella fossa dei leoni)
Paese Italia - Anno 1943 - Durata 83 min - B/N - Audio sonoro - Genere Commedia - Regia Giorgio Simonelli - Soggetto da "Ventimila leghe sopra i mari" di Goffredo D'Andrea - Sceneggiatura Vincenzo Rovi, Akos Tolnay, Steno - Produttore Bassoli-Tirrenia Cin, Roma - Fotografia Ugo Lombardi, Guido Serra - Montaggio Giorgio G. Simonelli - Musiche Ezio Carabella, Mario Ruccione - Scenografia Alberto Boccianti - Costumi Vittorio Nino Savarese


Totò: Totò - Vera Carmi: Laura Berti - Enrico Glori: Mr.Smith - Enzo Biliotti: prof.Lorenzo Berti - Lia Orlandini: Clara Palozzi - Egilda Cecchini: Nalù, regina dei cannibali - Primo Carnera: il gran capo dei cannibali - Claudio Ermelli: Agatino - Giovanni Grasso jr.: il capocuoco - Umberto Spadaro: lo stregone - Arturo Bragaglia: il dottore Paolozzi - Federico Collino: Pietro, il tecnico - Nando Bruno: il piccolo gigante - Guido Morisi: Romero, il complice di Smith - Carlo Cecchi - Vittorio Bartozzi - Lucy D'Albert - Oreste Bilancia - Stefano Daffinà - Tullio Galvani - Alfredo Martinelli - Alfredo Ragusa


Soggetto

L'esploratore Smith parte insieme a Laura, bella fanciulla ma ingenua, alla ricerca del professor Berti, misteriosamente scomparso in Africa nel pieno di una delle sue ricerche. In realtà la spedizione è un pretesto per appropriarsi dei soldi di Laura, frutto delle incredibili scoperte del professore, non che suo padre, sulla catena evolutiva dell'uomo lasciatele in eredità. Insieme agli esploratori s'imbarca Totò, un maestro di danza, che è perdutamente innamorato di Laura. Dopo essere stato scoperto e messo in cella, Totò riesce a cavarsela proponendosi come guardia del corpo della ragazza durante il percorso nella giungla. Riusciranno a trovare il professore, completamente rincitrullito, il quale all'inizio non riconosce la figlia, ma che poi riabbraccerà (solo alla fine del film) grazie ad una botta in testa. Nel frattempo Totò viene catturato da un gruppo d'indigeni e offerto in sacrificio, ma all'ultimo momento la regina fa interrompere il rituale, perché s'innamora dello sconosciuto. Dopo mille peripezie Totò riesce a fuggire e ritrova i suoi compagni, ma lo aspetta una brutta sorpresa. Dopo aver vissuto momenti di tensione, il bene trionferà dato che Berti scopre che Totò è "l'anello mancante" della catena evolutiva dell'uomo. Finalmente Totò potrà starsene in pace con la sua amata.

Critica e curiosità

Il film è il quinto interpretato dal comico napoletano (se si esclude il suo intervento nel doppiaggio del film Arcobaleno, (uscito nello stesso anno) e oggi, in seguito ad una riedizione, è meglio conosciuto con il titolo Totò nella fossa dei leoni. L’umorismo è spesso infantile, la tecnica è carente, la realizzazione approssimativa. Viene girato nel Teatro 10 dove viene allestita una finta giungla con animali veri, tenuti a bada da Angelo Lombardi.

Per Totò la lavorazione è un massacro: è la prima volta che fa insieme cinema e teatro. La mattina è al lavoro a Cinecittà o nella giungla ricreata sul lago di Fogliano, e la sera è al teatro Valle, sempre impegnato nell 'Orlando curioso. Oltre che stressante la situazione è schizofrenica: a teatro sfotte la censura ministeriale, sul set è costretto a farsi fotografare con la 'cimice' fascista all’occhiello; la foto, scattata dal tedesco Eugenio Haas, sarà pubblicata a tutta pagina come quarta di copertina dalla rivista “Film” del 26 giugno 1943, disperato tentativo del regime, ormai a un passo dalla caduta, di annettersi il comico più popolare d’Italia.

Il filmetto è un esperimento interessante, perché recupera almeno un po’ del carattere lunare e teatro smarrito con Palermi; Totò è un “fantasma gentile” reso pallido dal cerone, un cartone animato posseduto da uno spirito folletto, un pupazzetto stralunato che sfugge alle più elementari leggi dell’esistenza, morte compresa.

La pellicola, che nel dopoguerra verrà ridistribuita con il titolo Totò nella fossa dei leoni, fa comunque sperare in una buona tenuta perché il 10 luglio 1943 la rivista “Film” annuncia che tra agosto e settembre Giorgio C. Simonelli dirigerà ancora un film con Totò protagonista. La data del periodico è la stessa scelta dagli alleati per sbarcare in Sicilia; due settimane dopo, Mussolini viene sfiduciato dal Gran Consiglio e il nuovo filmetto di Simonelli viene cancellato insieme a tante altre cose dell’Italia di quei giorni. Salta anche un film musicale nel quale Totò avrebbe dovuto fare una partecipazione, con lo stesso titolo - Arcobaleno - del vecchio progetto totoista di Barbaro; cominciato in contemporanea con Due cuori fra le belve, si trascinerà per due anni tra Italia e Ungheria finendo nel cestino delle pellicole sabotate dall’8 settembre. (Sulle vicissitudini di Arcobaleno - Alberto Anile)

Aldo Quinti aveva lavorato come aiuto regista del film e racconta di Totò che, in una breve sequenza all'inizio del film, appare facendo qualche passo di danza vestito con tutù da ballerina. Un frammento asportato dal film originale e trapiantato in una pura operazione commerciale, uno scempio che porta il segno di uno sfruttamento che non conosce barriere. La sequenza non esiste nella copia in circolazione.

In questo film di settant'anni fa l'Africa è "costruita" anche con i palmizi di un lago costiero nei pressi di Sabaudia, purtroppo in località non dimostrabile.

"I film di Totò, 1930-1945: l'estro funambolo e l'ameno spettro" (Alberto Anile), Le Mani-Microart'S, 1997


Così la stampa dell'epoca

«Si gira», novembre 1942


Di nessun film, come di nessuna commedia, bisognerebbe mai raccontare anticipatamente la trama e meno che mai di quelli di «trovate». Ragione per la quale ci siamo guardati bene di accennare alla trama di «Due cuori fra le belve» pur parlandone con l'ampiezza che merita questa nuova fatica di Totò. Ma non si tratterà di trama se vi informeremo che Totò, nei giorni scorsi, ha vissuto ore drammatiche, durame le riprese del film, scontrandosi con autentiche belve — leoni alla testa — nel selvaggio bosco ricostruito nel teatro n. 11 di Cinecittà.

E il bello, anzi il bellissimo, era che Totò credeva di avere a che fare con belve finte con le quali, evidentemente, trattare è assai più facile e spicciativo. Immaginate Totò in una situazione simile e tirate le somme a proposito degli elementi di comicità inarrivabile che essi conferiscono ad un attore come il nostro. Ed immaginate del pari che cosa possa essere di veramente ed autenticamente spassoso un film come «Due cuori fra le belve» che si impernia su «trovate» — trovate a centinaia — di questo genere...

Persino Giorgio Simonelli, il regista — che ha la responsabilità del film che è un film comicissimo e per questo difficilissimo — riusciva a stento a rimanere serio e ogni tanto, con la scusa di urlare «silenzio» ai molti — forse troppi — spettatori, si voltava dall'altra parte per «sbruffare» la sua risatina. Insomma, un successone di ilarità avanti-lettera, uno di quei successi che lasciano prevedere senza nessuna fatica, quello piu ampio e vasto del grande pubblico. Vi dicemmo l'altra volta che questo «Due cuori tra le belve» di Totò rappresenta per questo nostro attore un enorme passo dinanzi sulla via della definitiva conquista del pubblico. Vi confermiamo oggi, dopo aver assistito a nuove riprese di «Due cuori fra le belve», il nostro giudizio anticipatore in tutto ottimista su questo film per cui non sono state risparmiate nè cure nè spese, in modo da renerlo in tutto e per tutto degno della migliore produzione cinematografica italiana per il 1942-43.

Totò deve ancora girare, per «Due cuori fra le belve», spassosissime scene e non mancheremo di darvene ragguaglio. Ma in quanto alla trama, aspetterete a farvela da voi, dopo la visione del film. Credete a noi: è questo, ancora, il miglior mezzo per divertirsi dilettamente, senza preconcetti allo spettacolo di un film, specialmente d'un film comico.

«Lo Schermo», anno VIII, n.11, novembre 1942


...Sono quelli di Vera Carmi e di Totò protagonisti del film che si gira in questi giorni a Cinecittà. Ad essere proprio precisi, il protagonista di «Due cuori fra le belve» è Totò, ma — diteti un po' — non vi pare che una deliziosa figurina quale quella di Vera Carmi, dovunque appaia, e comunque, sia da innalzarsi di colpo al ruolo di protagonista? Perché? Perche prima di tutto è seducentissima e poi perchè ha delle reali qualità di artista, che «Due cuori tra le belve» metteranno in pienissima luce. Naturalmente, la grande attrattiva del film è costituita da Totò, in una parte che gli sta meglio di un vestito nuovo, un vestito che, oltre a tener conto del fisico, tenga conto delle particolarissime qualità artistiche di chi lo deve indossare.

In fatto di vestiti. Totò — in «Due cuori fra le belve» —- ne indossa una miriade, uno più strano e più spassoso dell'altro, dal momento che da uomo... congelato passa indifferentemente ad esploratore ed a vittima designata per un copioso pasto di cannibali. Ma sarà bene non addentrarsi troppo su quello che può dare anche una lontana idea della trama di «Due cuori fra le belve». Basti sapere che e certamente uno fra i film destinati al più lusinghiero dei successi per il nostro schermo, un film di schiettissima vena comica sullo sfondo di una originalissima e avvincente vicenda svolgentesi fra le più suggestive visioni di mari e di terre lontane. [...] Lo zoo di Salsomaggiore ha fornito le belve che costituiscono la non ultima attrattiva di «Due cuori fra le belve», il film che vi presenterà un Totò più Totò di sè stesso, se è lecito dire.

E' questo da tener presente, fin da ora, parlando di questo film che si ripromette soprattutto di valorizzare al cento per cento questo nostro veramente eccellente attore comico che, fin qui, non ha trovato la sua vera strada per quella conquista dello schermo che merita non meno di quella — già compiuta — del teatro.

Ma non abbiamo finito: è necessario che accenniamo ad un'altra notevole attrattiva di «Due cuori fra le belve». Ad un debutto di una fra le nostre più simpaticamente note sportive: Egilda Cecchini, la ben nota campionessa di pattinaggio, forse e senza forse la più grande virtuosa di pattini a rotelle europea. Egilda Cecchini ha una parte deliziosa in «Due cuori fra le belve», dove non manca, del resto, un altro nome celebre ed amato nel campo dello sport, quello di Primo Camera che ha creato nel film una parte di capo tribù selvaggia che non sarà cosi presto dimenticata.

Non la finiremmo più se volessimo elencare tutti gli elementi di successo di «Due cuori fra le belve» in cui la parte del classico «cattivo» è affidata ad uno specialista in materia: Enrico Glori, che ha sempre portato fortuna ai film a cui ha preso parte...

«Lo Schermo», anno VIII, n.11, novembre 1942


1942 11 14 CDS Due cuori fra le belve intro

Chi s'imbatterà faccia a faccia col re della foresta nel film «Due cuori fra le belve », sarà il comico Totò che, sotto la regia di Simonelli, sta appunto compiendo una movimentata spedizione nel continente africano: ma oggi, intanto, por incontrar lui, bisogna entrare nell'attiguo teatro dove un'altra singolare curiosità della tecnica cinematografica si rivela al cronista, nel salone di un piroscafo navigante in pieno oceano. Per simulare gli effetti del rollio di una nave, in un film, si fa comunemente oscillare il piano dove è collocata la macchina da presa: è un rollìo, per cosi dire, soggettivo dell' obiettivo.

Qui, invece, il castelletto di legno che sorregge la macchina è immobile, ed è proprio l'ambiente che si muove. Tutta la costruzione dell'ambiente, infatti, è montata su sostegni simili a quelli di una culla, e docilmente risponde.
malgrado la sua vastità, al movimento oscillante che le imprimono alcuni operai, mentre poltrone e tavoli, muniti di rotelle, compiono una allegra scorribanda attraverso il saloncino. Ma se le sorprese tecniche sono finite, non altrettanto si può dire per le sorprese umoristiche: capita, cosi, al cronista di notare un pesce che, dal vaso di cristallo dove va scodinzolando nell'acqua, apostrofa irritato e severo il protagonista del film; e capita ancora di notare nella generale danza dei mobili, una sedia e un tavolino che, opportunamente comandati da fili metanici, si fanno i complimenti. Lanciata attraverso la sala dalla spinta del rollìo, la sedia cozzerebbe fatalmente contro il tavolino, anch'esso movimento, se questo cavallerescamente non si ritraesse, cedendo il posto alla seggiola con cortesi parole di deferente rispetto. (Sì, anche i mobili acquisteranno in questa scena, grazie ad una opportuna sincronizzazione, il dono della parola). Simpatico veramente, quel tavolino, cosi compito verso il gentile, certo, assai più cavaliere di molti uomini quando viaggiano in autobus o in tranvai.

Alberto Ceretto, «Corriere della Sera», 14 novembre 1942


Totò eroe per amore - Vera Carmi: "Venere bianca". La danza serpentina di Egilda Cecchini

Lo scopo del presente articoletto non è di magnificare, con frasi apologetiche l'arte di quell'artista di eccezione che si chiama Totò. Che il nostro mimo sia una delle più espressive maschere comiche del teatro e dello schermo è cosa oramai risaputa. I maggiori esponenti della critica italiana hanno espresso il loro giudizio con una tale unanimità di consensi da far convergere su Totò l'attenzione di tutti coloro che si occupano di spettacolo. «Totò è un grande artista» ha scritto Antonio Barretta. «E' un comico di razza che non interpreta i discorsi, ma il sistema nervoso dei suoi personaggi», ha aggiunto Sandro De Feo: «Il suo senso del ritmo è formidabile, fenomenale, Totò è l’ultima espressione riassuntiva di dieci maschere meridionali», giudica Marco Ramperti, mentre Giovannetti afferma che «non si tratta del solito celebre istrione farsistico, ma di un attore perfettamente responsabile, che ha una mimica straordinaria per la ricchezza come per l'intensità». Adolfo Franci, non a torto, gli attribuisce un valore che lo rende degno di occultare uno dei primi posti fra coloro che detengono lo scettro della comicità internazionale, non alludendo forse a Roosvelt ed a Churchill, buffoni dilettanti ed occasionali, sia pure volonterosi, ma riferendosi ai professionisti di nuova e vecchia data: Chartot, Keaton, Fernandel, Max Linder, Harold Lloyd, Stanlio ed Ollio. Quindi arriverei io, buon ultimo, a portare a Samo il vaso ricolmo di un'aggettivazione laudativa che, in sede critica, recensendo la più recente fatica teatrale di Totò, la rivista L'Orlando curioso di Galdieri, ha sintetizzata in due parole: mirabile artista.

Questa volta sono stato in contatto con Totò, o meglio con il marchese Antonio de Curtis dei Principi Gagliardi (nobiltà autentica e di antichissima data) ritrovandolo quale protagonista di un film in corso di lavorazione e che merita di essere seguito, perchè rappresenta un notevole sforzo della nostra artindustria.

Alludo a Due cuori fra le belve, soggetto comico avventuroso che Goffredo D'Andrea, direttore di produzione sta realizzando tra la foresta quasi... tropicale del lago di Fogliano e quella così esattamente ricostruita nel teatro numero 10 di Cinecittà dall'architetto Boccianti da costituire oggi la maggiore attrattiva per chi si reca al nostro massimo stabilimento cinematografico. È di questi giorni infatti la visita del comandante Enzo Grossi, l'affondatore della Maryland e della Mississipi, il quale ha voluto assistere, con la famiglia, ad alcune emozionanti riprese ed è stato festeggiatissimo dagli artisti e dalle maestranze.

Film comico questo Due cuori fra le belve al quale portano la nota festevole del loro dovizioso temperamento artistico Totò, Ermelli, Arturo Bragaglia, Giovanni Grasso, Federico Collino. Ma anche avventuroso, perchè uno dei più valenti africanisti italiani, l'esploratore Angelo Lombardi, ben noto per quelle partite di caccia grossa che ebbero una cosi forte eco in Italia, ha curato — quale consulente coloniale — la parte drammatica, direi quasi il mordente del film, non solo portando il contributo della sua esperienza per creare, fin nei più minuti dettagli, un’ambientazione tipicamente equatoriale, ma animando la foresta con autentici esemplari di leoni, iene, scimmie, avvoltoi, gufi reali e serpenti, mentre una pittoresca folla di negri costituisce lo sfondo folcloristico umano di tutto il secondo tempo. Altri attori principalissimi sono: Enrico Glori, Enzo Biliotti, Morisi, Primo Carnera ed Umberto Spadaro. Come si vede, non a torto si può parlare di una compagine di interpreti di insolita valentia. E la donna?... Vera Carmi. Ed è per i serici capelli oro cenere della «Venere bianca» che Totò affronterà l'ira di Primo Camera, il gigantesco e fenice capo di una delle due tribù rivali, istigato dal subdolo stregone (Umberto Spadaro), non esitando a battersi all ultimo sangue o presso a poco, perchè... e qui c'è una trovata che non vi rivelo per non esagerare in indiscrezioni.

Gli altri ruoli principali femminili sono stati affidati ad un'ottima e brillante attrice teatrale. Lia Orlandini, e ad una notissima sportiva: la quattro volte campionessa d'Italia di pattinaggio artistico Egilda Cecchini, ora passala allo schermo. La campionessa è stata scelta per interpretare la parte di Nalù, la «Venere nera», non solo per le qualità fotogeniche e per la sua abilita di danzatrice, ma soprattutto per il suo coraggio. Infatti una delle scene più drammatiche ed avvincenti del film è quella in cui si vede il flessuoso corpo di Egilda Cecchini, avvinghiato da un enorme ed autentico pitone con il quale l'attrice esegue una danza erotica voluttuosa e suggestiva.

Altre caratteristiche pantome, che il coreografo Virgilio Uberti, del Teatro Reale dell'Opera, ha con esatto senso spettacolare regolato per il corpo di ballo che prende parte al film, ravvivano l’azione. A presiedere le sorti del film è stato scelto un regista di quelli che marciano sul sodo, sanno quello che fanno ed ammirano le lucciole ma, in materia di illuminazione, preferiscono le lanterne: Giorgio Simonelli. Aiuto, Aldo Quinti: operatore Ugo Lombardi. Chi ama gli spettacoli impressionanti si procuri un biglietto d’invito per visitare il teatro numero dieci di Cinecittà ed affronti cosi la prima... belva: Pappalardo, il severissimo e rigido custodie delle «belle e le bestie» che popolano e rendono pericoloso il nostro massimo tempio cinematografico.

Nino Capriati, «Film», anno V, n.49, 5 dicembre 1942


In un plot che capovolge l’avvio della rivista L’ultimo Tarzan, Totò vi interpreta un ardente innamorato che segue la sua bella (Vera Carmi), clandestino su una nave e poi al seguito di una spedizione alla ricerca di un mitico uomo-scimmia africano. Frivolo, leggero, scombiccherato, Due cuori fa le belve propone un Totò fumettistico (Steno e Vincenzo Rovi, cosceneggiatori con AkosTolnay, vengono dal giornale umoristico “Marc’Aurelio”) a contatto con la scemenza patente, i leoni feroci, le botte in testa, i selvaggi cannibali, la parodia dei Tarzan con Weissmuller e dei romanzi di Verne (il soggetto di Goffredo D’Andrea, direttore di produzione del film, s’intitola Ventimila leghe sopra i mari). Le cronache dell’epoca riportano con una certa enfasi un incidente sul set, quando la campionessa di pattinaggio Egilda Cecchini sviene tra le spire di un pitone per la scena di una danza erotica, ed è poi salvata dall’intervento del domatore Angelo Lombardi, consulente del film, e del pugile Primo Camera, scritturato come selvaggio.

Anonimo, Teatro di posa n. 10, «Cinema», n. 156, 25 dicembre 1942


Ed ora, che è questo coro dì ruggiti che si leva dal fondo del teatro; di ruggiti, di strìda, di clamori strani, di silenzi minacciosi, in uno scenario equatoriale di piante bizzarre, di liane, di erbe giganti. Ci dicono che lì in mezzo ci sta Totò, insieme con la fanciulla del suo cuore. Ma come, il buono, bravo, spiritoso Totò, gioia delle folle e consolazione dei malati di nervi, in mezzo a questo pandemonio ferino, dove impera la legge della jungla? Sarà dilaniato quanto prima, lui con la bella figliuola che secolui condivide la grande avventura... Affrettiamoci a salvarlo. E' con noi un famoso cacciatore di belve, di quelli che come le bestie feroci lo vedono, scappano a gambe levate, con tutti i peli irti e incanutiti dallo spavento, gridando: «eccola la bestia veramente feroce, l'uomo. Però se ne approfitta, perche ha in mano quel bastone tonante che sputa fuoco!».

Essendo con noi simile cacciatore, che è nientemeno il simpatico Angelo Lombardi, l'esploratore, l’africanista, il castigamatti dei leoni e dei crotali, andiamo avanci senza paura. Eccolo là, l'impagabile Totò, all’ingresso di una caverna, semicelata da enormi fronde pendenti d'una pianta la cui classificazione rimandiamo a una ponderata consultazione di Linneo. Ma non è solo, oh no! E’ con lui una bionda, deliziosa figura, emanante un fascino di angelo e di Eva. Occhieggia di dietro le spalle del suo intrepido difensore. Un cenno di Lombardi, che è poi il direttore tecnico tropicale, lo fa desistete dal puntarci contro la sua zagaglia barbara dalla punta certamente avvelenata, e il già truce volto si trasforma nel più gentile sorriso. Anche Vera Carmi cessa di fulminarci con quegli occhi che ti fulminano anche quando sono morbidamente socchiusi. L'intervista è breve, c'è troppo da fare, e ce lo dice chiaro e tondo il regista Giorgio Simonelli, che ci affida subito al severo direttore di produzione Goffredo D'Andrea. Però, Totò fa in tempo a informarci lui stesso della situazione.

— lo non sono Totò — ci dice — sono «Due cuori tra le belve», e non solo perchè questo è il titolo del film, ma perchè infatti, siamo proprio due cuori che — io ardentemente lo spero — si vogliono bene, e la «Venere bianca» che vedi al mio fianco e io, mai ci lasseremo. Ci sono io a difenderla dalle bramosie del gigante e vedrai che scherzetto che gli combino.

Vera Carmi, altrimenti detta la «Venere bianca», assente in un silenzio gravido di minacce e di sorprese.

— Ha voglia il gigante, capo della tribù rivale della mia, a fare la faccia feroce — prosegue Totò — me lo giuocheró come una cannuccia di pipa! La sua forza e la sua faccia feroce sono pinzellacchere !

— Berchè badrone Simonelli volere gosì —- fa un improvviso vocione di orco. Ci volgiamo con una certa apprensione. Ci troviamo faccia a faccia nientemeno con Primo Camera, truccato cosi bene da negro dello Zambesi che se non era la ben nota voce e certe sue manacce dai nodi grossi cosi, l'avremmo scambiato per l’orco di tutte le favole. E riprende -— Se invece badrone Simonelli volere gosì, io fare te bolbette e bordare via Venere bianga.

— Bé, intanto abbozza —- gli fa pronto il vispo Totò —, e attento che la «Venere Nera» non ti metta quelle sue unghie sul muso. — Una risatina al nostro fianco commenta con evidente soddisfazione. E' proprio la «Venere Nera» che arriva a corroborare la frase di Totò. L’osserviamo: è una bellezza d’una eleganza sorprendente, con certe gambe da pattinatrice a rotelle... E sfido io! Sotto la vernice nera l’identifichiamo lo stesso. E’ Egilda Cecchini. Ecco perchè la campionessa italiana di pattinaggio, dopo l'ultimo suo sfortunato duello con la Crimaldi — ah, quei giudici, incontrarli nel bel mezzo della foresta! — era scomparsa dalla circolazione sportiva. Per rifugiarsi quaggiù. Meglio con i negri e con le belve, che avere a che fare con le giurie alle quali è piaciuta di più la bionda bambola napoletana. Qui la Cecchini è nella parte di Nalù ed esegue danze impressionanti, persino tra le spire di un serpente boa. Vedere per credere. Altra artista di ruolo principale è Lia Orlandini: altri protagonisti Enrico Glori, Enzo Bilioni, Claudio Ermelli, Arturo Bragaglia, Giovanni Grasso, Federico Collino, Umberto Spadaro (lo stregone). La parte coreografica — vi sono pantomime selvaggie deliziose — è affidata a Virgilio Uberti. Il tutto rotea intorno all'astro Vera Carmi: tutto, comprese le belve, che si impietosiscono della sorte di due cuori cascati fra di loro. Una bella lezione, via, per gli uomini civili, di quelli che vogliono la morte del peccatore non solo, ma la rovina dell’innocente...

Veniamo via dal teatro N. 10 profondamente convinti della morale della favola che Totò e compagni hanno cominciato a raccontare per lo schermo. Alla visione il giudizio di un pubblico, che quando si tratta di Totò è favorevole in anticipo, e per titoli ben meritati. 

«Lo Schermo», anno VIII, n.12, dicembre 1942


La vicenda, imbastita per mettere in luce le qualità comiche del protagonista, mostra in più parti la corda e non sono sufficienti alcune trovate di discreto effetto, a mantenere la pellicola al disopra della mediocrità.

In sede morale è da biasimare ancora una volta la inserzione di scene sconvenienti che inficiano — e non soltanto moralmente — una vicenda, che data la sua natura comica poteva essere adatta anche per ragazzi. La visione del film va riservata pertanto agli adulti.

«Centro Cattolico Cinematografico», 1943


In pieno periodo di euforia salgariana arriva sullo schermo, come sarcastico sberleffo, questo film che è una pungente parodia della cinematografia romanzesca-avventurosa. Colpi di spillo e talvolta di pugnale alla grossa vescica dell'esotismo arcano e misterioso gonfiata a Cinecittà o nelle nostre campagne... tutt'altro che selvaggio e rie.

Desunto dal romanzo del D'Andrea «20 mila leghe sopra i mari», il film ha un’andatura pazzerellona che rispecchia lo stile ultradinamico di Giorgio C. Simonelli, già rivelatosi regista... pirotecnico con «C'è un fantasma nel castello». Si avverte qualche slegatura fra una sequenza e l'altra (per esempio: come fa Totò a ricomparire sulla nave dopo essere stato gettato in mare?), ma prima di tutto non bisogna ignorare le necessità del montaggio e poi ad un film parodistico non è lecito chiedere una dose troppo abbondante di logica.

«Due cuori fra le belve» non è un film comico alla maniera «chapliniana» (battuta con scarso successo dal Macario) ma si riallaccia al genere umoristico svagato e funambolico di Polidor, Robinet e degli «istintivi» precursori di quel surrealismo cinematografico di cui ci ha dato un intelligentissimo saggio il Cineguf di Firenze al recente Convegno di Udine. Per stabilire un punto di riferimento letterario, dirò che la comicità di questo film aderisce a quella de «Lo Scacciapensieri» ed è agli antipodi di quella del «Bertoldo».

Totò, il nostro grande mimo del teatro della rivista, è al centro della vicenda e qui si trova a proprio agio più che nel «San Giovanni decollato». Maestro di ballo ed esploratore per necessità amorose, Totò porta sullo schermo la fresca comicità che gli è propria e che si basa più sull'improvvisazione mimica che sul lazzo studiato e la battuta cerebrale. Fra gli attori comici italiani, Totò è indubbiamente il più cinematografabile. Egli ama portare sullo schermo il bagaglio delle sue frasi d effetto («a prescindere...» ecc.) ma si può indulgere a questa civetteria in grazia delle due ore che ci fa trascorrere in serenità di spirito.

La serena bellezza di Vera Carmi è la nota gentile del film, che si giova anche della collaborazione, di Enrico Glori, Enzo Biliotti, Lia Orlandini, Claudio Ermelli, Federico Collino, Arturo Bragaglia, ecc. Nelle pittoresche piumate spoglie, del «Gran Capo» troviamo quell'autentico selvaggio di Sequals che è Primo Camera. Il commento musicale si giova, nella scena della tempesta, di un brano musicale del Liszt. Purtroppo ci sono altri motivi meno classici e gabellati per originali, che il pubblico saluta facendo tanto di cappello. Gente di conoscenza, ingomma. Buona la fotografia del Lombardi.

l.c., «Il Piccolo delle ore diciotto», 11 giugno 1943


«La Gazzetta di Parma», 15 giugno 1943


«La Gazzetta di Parma», 16 giugno 1943


«La Gazzetta di Parma», 17 giugno 1943


«Il Popolo d'Italia», 20 giugno 1943


Trasportate Totò fra i selvaggi e abbandonatelo nella foresta vergine assieme a una ragazza che di lì a poco apparirà vestita quasi soltanto della sua pelle. Tenete presenti la faccia dell'attore, i suoi gesti, certa sua impressionante facoltà di spingere in fuori gli occhi e di far muovere alcuni muscoli sui quali, generalmente, la volontà egli uomini non agisce: otterrete il film inverosimile di un inverosimile protagonista. Il lazzo. il gioco di parole, la coincidenza francamente burlesca sono spesso sopraffatti da una comicità particolarissima fatta di contrasti sinistri e talvolta di tetre astrazioni. Totò é immutabile, la maschera che tutti conoscono, e Simoncini lo ha servito a dovere. Vera Carmi é una specie di Eva moderna, col reggiseno lucente come gli specchietti per le allodole.

r.r., «Corriere della Sera», 24 giugno 1943


Sempre che vedo Lia Orlandini faccio un tuffo. Niente paura: faccio un tuffo nel tempo, mi butto giù nel gorgo degli anni (mica tanti, intendiamoci, Lia) e me la rivedo, Lia la bionda, vicina nei giorni di Broadway, nei giorni del Processo di Mary Dugan, nei giorni di Kappa 41...

— Com’è — sempre le chiedo — che su me questi anni hanno inciso e tanto, o su voi manco per niente? Ditemi, come si viene a patti col diavolo in questo modo? Quanto gli avete dato per comprare il segreto?

Non me lo dice, la vile. Scantona, scivola, vira di bordo. Cerca tatti i pretesti per parlare d'altro. Si metto a parlarmi di cinema, di film suoi, di sue recenti giornate pericolose, d'altre giornate meno recenti, quelle per esempio di qualche mese fa. durante le riprese di Due cuori fra le belve. 

— Il film imminente di Totò? 

— Il film imminente di Totò: il film della foresta vergine, con Totò catturato dalla tribù dei Forti capeggiata da Camera, poi capitato nella Tribù dei Brutti: o pronto ad essere sacrificato durante un rito, e salvato per miracolo da Vera. 

— Si fa gran parlare di questo film. Dico la verità, s’è raramente parlato tanto d'un film comico come di questo. Volete vedere che stavolta le previsioni imbroccano in pieno? 

— Per forza. Troppi elementi concorrono a dar credito alle previsioni. E un’altra cosa: il ritmo, che hanno trovato. Avemmo l’ìmpressione, durante la lavorazione, di un fuoco d’artificio, un pezzo dietro l’altro. Il pericoloso di questi film, a protagonista comico, a mattatore tipo Totò, è quello dei monologhi, per dir cosi, dei punti statici, per cui il film si adagia, ogni tanto, sul perno centrale, e lì rimane, ad uso e consumo del protagonista, com’è stabilito dai regolamenti. Qui no, se Dio vuole; c’è posto e situazioni per tutti. 

— Volete dire che fra le belve c'è più posto che fra gli uomini? 

— Si dovrebbe pensare così, al mondo cinematografico. E badate che qui di belve ce n'è quante se ne vuole: di quelle vere, appositamente scritturate, e di belve umane, costituite da una masnada di frodatori, più pericolosa delle altre. Sapete che c’è pure un’eclissi di sole? 

— No: non me lo avevano detto. 

— Con Totò mago-astrologo, passando cosi, per una volta tanto, dalla stalla alle stelle? 

— Che stalla? 

— Vedrete. Ne vedrete tante, in questi Due cuori fra le belve che non saprete più da che parte rifarvi. 

— Molta carne al fuoco, in una parola? 

— Molto Camera su Bilancia, si potrebbe anche dire...

«Film», anno VI, n.26, 26 giugno 1943


«Il Messaggero», 26 giugno 1943


Totò in Africa par amore. Molti pericoli, insidie a non finire, la slealtà di un rivale manigoldo che non bada a spese pur di riuscire nell'intento, tutte queste difficoltà saranno vinte dall'innamorato Totò riuscirà a dominare l'ostilità della natura e quella del furfante suo avversario, e a impalmare la bella. La quale bella è la figlia di uno scienziato che sta compiendo nel cuore del continente nero ricerche di altissimo interesse. Il manigoldo cui s'è accennato più sopra cerca di soffiare allo scienziato l'onore e il frutto delle sue fatiche, oltre che la bella figliuola, e a questo scopo accompagna in Africa la ragazza. Ma sulla nave che il porta colà riesce a imbarcarsi anche Totò, e cosi s'inizia il grande duello fra le forze del male e del bene che finirà con lo schiacciante trionfo di queste ultime.

Totò è quello straordinario Totò che sapete, potenzialmente Il comico più dotato del nostro cinema e certamente li più stimolante per uno sceneggiatore inventivo e rispettoso di quel minimo di autonomia cinematografica che si richiede a chi scrive farse per il cinema. Ma non sempre quel minimo è stato rispettato qui dentro, e le trovate, alcune delle quali di un certo pregio intrinseco, sembrano tuttavia ferme o, se si muovono, sembrano girare esasperatamente su sè stesse, perchè immaginate per sè stesse — come trovate di giornali umoristici o di riviste —, e non per lo schermo. Tuttavia gli sforzi coscienziosi dei regista Simonelli per trasformare in tempo cinematografia il tempo rivistaiuolo o vignettistico di quelle trovate spesso cl riescono e sono i momenti in cui, grazie anche alla tempesta mimica e pantomimica di Totò, il pubblico non può fare a meno di ridere. Vera Carmi è la bella contesa, Enrico Glori il ribaldo.

def, «Il Messaggero», 27 giugno 1943


Totò in mezzo a tutti questi pericoli con il suo solito atteggiamento e le sue reazioni al cospetto dei cannibali e dei leoni, sono le stesse di quelle che egli prova nelle sue riviste di fronte al pubblico del Valle. Egli danza, salta si abbandona ai suoi taciti fervorini agitando l'indice, fa roteare gli occhi e con la sua comunicativa comicità, con la sua silenziosa e aerea follia costituisce l'unico numero del film, il quale è stato diretto da Simonelli con grande buona volontà. [...]

Pat. [Ercole Patti], «Il Popolo di Roma», Roma, 27 giugno 1943


DUE CUORI TRA LE BELVE, di Giorgio Simonelli. — E' questo un altro tentativo di inserire la comicità di Totò in una narrazione cinematografica, sul tipo di quelle illustrate da esempi ormai famosi. L'impegno produttivo non è qui poco, ciononostante non si può dire che l'impresa abbia avuto esito positivo, poiché solo a tratti la comicità del personaggio riesce ad affermarsi in un ritmo, cioè in una vera e propria espressività, che non sia semplicemente quella dell’attore di varietà.

La trama ce lo mostra innamorato della figlia di un famoso professore di antropologia, la quale ha organizzato una spedizione per andare alla ricerca dell’uomo scimmia, oggetto degli studi paterni. Per seguirla, egli finisce prima a bordo della nave che li porta nei mari lontani, poi su di un’Isola, dove le ricerche si svolgeranno. Qui il professore viene ritrovato, ma la figlia e il suo innamorato finiscono in mano del selvaggi, di dove li tirerà il Barbanera. (E’ pedanteria far osservare che una eclissi di sole, in quei paesi equatoriali, non si verifica alla medesima ora che da noi, e che quindi la previsione dell’almanacco non ha valore?). Mille peripezie si inseriscono naturalmente nell'azione, a movimentarla, intorno a Totò, protagonista, troviamo la graziosa Vera Carmi, Enrico Glori, la Orlandinl, Primo Carnera, il Grasso e vari altri attori e attrici.

acer, «Gazzetta del Popolo», 27 giugno 1943


[...] Se gli sgambetti, le piroette, il rotear d'occhi, gli sberleffi, i giochi di parole, gli strafalcioni e i costumi ridicoli - bagaglio frusto di palcoscenico - ci hanno una volta ancora fatto considerare come alle pellicole comiche sia rivolto un impegno editoriale di secondo ordine, un brano, la seconda rapsodia del Liszt suonata al pianoforte, ci ha impressionato. In queste, a parte l'esagerato rullio e beccheggio della nave, il volto di Totò, taluni suoi atteggiamenti, alcuni guizzi del capo, ci hanno illuminato sulle possibilità dell'artista. Fino ad oggi, egli è stato impiegato in scene comiche a lungo metraggio, con una messinscena economica, astrusa, con una regia ossequiente a uno schema antiquato e di maniera; viceversa, s'egli venisse utilizzato con maggiore avvedutezza tecnica e inventiva, forse riuscirebbe a fornire qualche saggio non privo di significato [...].

M.M. [Mario Menghini], «L'Osservatore Romano», Roma, 28-29 giugno 1943


Simonelli si può dire ormai il regista di Totò e, in verità, è quello che risolve i film di questo comico napoletano con un certo gusto. Ma Totò non fa che ripetersi e ripetere sullo schermo lazzi, smorfie, battute, gesti, situazioni già da lui presentati sulle scene di rivista ed elaborate dai canovacci di Galdieri e di Nelli e Mangini. Se si vuole insistere con un Totò cinematografico bisogna ricordarsi (non solo per i soggetti dei film che gli affidano) che la sua maschera è immutabile e fissa come quella di Buster Keaton. Vera Carmi, in questo film (Due cuori fra le belve) quanto mai generico e senza un minimo d'originalità, è ancora uaa volta nient'altro che bellina; una graziosa figurina senza personalità come le immagini pubblicitarie di certe ciprie o creme o lavande. Glori appare nell'ennesima parte di uomo tristo.

«Film», 5 luglio 1943


Totò è un grande mimo, e varrebbe davvero la pena che un regista intelligente si prendesse la briga di dirigerlo con serietà, cercando anche di trattenere certe sue eccessive baldanze frenetiche. A nessuno più di lui si addice alla perfezione quel famoso dialogo di Heinrich Kleist sulle marionette. Sembra svitabile come Pinocchio, puoi gettarlo in aria e lasciarlo cadere per terra, senza misericordia, tanto fa l'impressione di essere protetto da tutti gli acciacchi. Sorprendente è anche la estrema mobilità del suo viso oblungo, non so se cavallino o conigliesco; ma certo è indiscutibile una sua parentela con certi animali domestici, così come non è lontano dalla struttura fisica di Buster Keaton, del quale, altresì, conserva quella spiccata malinconia nei grandi occhi rotondi con in più una aggraziata aria istrionesca. E se non fosse per l'interesse che possono suscitare alcune sue smorfie, credo che difficilmente perdoneremmo a questo Due cuori far le belve tanta sciatteria e mestierantismo.

Giuseppe De Santis, «Cinema», VIII, 169, Roma, 10 luglio 1943


S. ZAMBELLI - Mi sono ben guardato dall'andare a vedere «Due cuori fra le belve». Sul serio Totò (marchese De Curtis) vi pronuncia più volte, alla sua irresistibile maniera, la parola «pinzillacchera»? Ah, che momenti. Conosco uno scrittore (e poeta del cinematografo e di non so che altro), il quale fu tra i primi a dichiarare che Totò (marchese De Curtis) poteva aprire nuovi orizzonti al film comico italiano; conosco questo messianico scopritore di volti e mi domando: come diavolo riesce, dopo «San Giovanni decollato», dopo «Due cuori fra le belve», a dormire la notte? Quanto a te, Giorgio C. Simonelli, s'intende che fare e disfare è tutto un lavorare.

«Film», 7 agosto 1943 (lettere al direttore)



La censura

Duplicato del verbale (datato 8 luglio 1948) della Commissione Revisione Cinematografica datato 28 aprile 1959
(Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema)


Foto di scena, video e immagini dal set


I documenti


«Totò e la cimice fascista»

«Film», anno VI, n.26, 26 giugno 1943

Due cuori fra le belve e il pianista



Notevoli analogie tra il film "La leggenda del pianista sull'oceano" del 1998 e quello di Totò "Due cuori fra le belve" del 1943, che lo ha preceduto di ben 55 anni. È impressionante quando Enrico Glori annuncia una partita a carte “col morto” e il clandestino Totò, appena buttato a mare, ricompare bagnato ma incolume, si siede al pianoforte ed esegue la seconda rapsodia di Liszt, spettro venuto a suonare il proprio accompagnamento funebre fra l’orrore degli astanti.


Cosa ne pensa il pubblico...


I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Fra i peggiori film con Totò, nel quale l'artista non può sfruttare neppure quei giochi verbali che altre volte salveranno, almeno parzialmente, la baracca. Qui il Principe deve quasi ridursi a mimo, all'interno di una sceneggiatura scombinata e poco coinvolgente, senza neppure un attore in grado di fargli da accettabile spalla. Film corto, ma noiosissimo. C'è Primo Carnera.Fra i peggiori film con Totò, nel quale l'artista non può sfruttare neppure quei giochi verbali che altre volte salveranno, almeno parzialmente, la baracca. Qui il Principe deve quasi ridursi a mimo, all'interno di una sceneggiatura scombinata e poco coinvolgente, senza neppure un attore in grado di fargli da accettabile spalla. Film corto, ma noiosissimo. C'è Primo Carnera.
  • Simpatica novella che permette al grande comico napoletano di utilizzare tutto il suo repertorio di plasticità corporea e mimica facciale. Momenti di comicità nonsense geniali. Evidente la povertà dei mezzi che viene sopperita egregiamente grazie a un ritmo di regia godibile e divertente. Fra i cameo spunta il mitico pugile Primo Carnera!MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La nave alla deriva mentre Totò suona il piano; L'eclissi.
  •  Un film bruttino e malriuscito che non trova il modo di esaltare a dovere il talento di Totò. Tirando le somme risulta un lavoro piuttosto banale dove una regia fiacca incide in negativo non riuscendo a dare un senso compiuto a una sceneggiatura scarna e priva di grandi idee. Totò deve ancora prendere le misure con il cinema, eppure già si intravede il potenziale, qui purtroppo non sorretto da nessuna spalla all’altezza. Consigliato a coloro che non possono proprio fare a meno di Totò.
  • Il Totò prima maniera è più un mimo che un vero e proprio attore; purtroppo questo film risente eccessivamente di una strutta teatrale in cui l'attore non trova uno sfogo. C'è da dire che la parte sulla nave strappa qualche risata ed è anche seguibile, ma quando si calca troppo sulla storia d'amore il ritmo diventa blando. Arrivati nella giunga si perde ogni divertimento anche a causa di un irrealistico Carnera nei panni di un indigeno! Comprimari opachi e messi al servizio di un soggettino che risulta davvero noioso a causa dell'età del film.
  • Girato nel 1943, in piena guerra e a pochi mesi dalla caduta del Fascismo, il film, sceneggiato da Steno, è un tentativo, in equilibrio tra l'assurdo e il grottesco, di trapiantare Totò in un film d'avventura ambientato il luoghi esotici, lontani e misteriosi. Siamo di fronte a un'opera di poche pretese e con una trama esilissima, dove troviamo il solito Totò dei primi film ridotto a una semplice maschera da cartone animato quasi solo smorfie e gestacci ipertrofici e appena insaporita dal sale di qualche stralunato gioco verbale. Non riuscito.
  • Dopo i due film con Palermi, Totò resta invischiato in una pellicola di poche pretese (un anticipo dei filmacci che sarà costretto a girare successivamente) dove per ridere bisogna davvero sforzarsi. Il protagonista, intendiamoci, dà prova del suo talento, ma la sceneggiatura è, specie da metà film in poi, raffazzonata. Totò, abbandonato totalmente a se stesso, non può dunque risollevare la pellicola, nonostante la trama avesse del potenziale. Il tema del selvaggio sarà sfruttato decisamente meglio in Totò Tarzan. Debole.MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La scena del pianoforte; Totò che spiega al medico la teoria evolutiva.

Le incongruenze

  1. 6'39'' In primo piano,di scorcio sulla destra schermo,la vetrina d'un'edicola-chiosco (poligonale) con alcune riviste: da dietro l'edicola,in secondo piano,sbuca Totò (ripreso di 3/4 dalla sua sinistra). Le riviste sono esposte all'altezza del suo torace. Dopo un ciak su altri soggetti, nuova scena a 6'41'', campo medio: Totò sulla sinistra schermo, frontale, al centro l'edicola accanto alla quale è seduto il giornalaio, la cui testa sta all'altezza delle riviste. Se fosse stato lì anche nello shot iniziale,avrebbe impallato la vetrina.
  2. A bordo della nave Venus. Totò sale su una cuccetta ed apre l'oblò (rettangolare...) della cabina,che è incernierato verso la destra dello schermo. Nuovo ciak,ripresa dall'esterno (ponte passeggiata): chiusura dell' "oblò", che è incernierato dalla parte opposta (ovvero, sulla destra schermo per lo spettatore, dato che è un controcampo). Diversa scenografia.

www.bloopers.it


Due cuori fra le belve (Totò nella fossa dei leoni), (1943) - Biografie e articoli correlati

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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "I film di Totò, 1930-1945: l'estro funambolo e l'ameno spettro" (Alberto Anile), Le Mani-Microart'S, 1997
  • Nino Capriati, «Film», anno V, n.49, 5 dicembre 1942
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • Documenti censura Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema