Totò cerca casa

Un posto da guardiano del cimitero non si rifiuta: a cimitero donato non si guarda in bocca. E poi in casa c'è un silenzio di tomba.

Beniamino Lomacchio

Inizio riprese: settembre 1949, Stabilimenti Titanus, Roma
Autorizzazione censura e distribuzione: 5 dicembre 1949 - Incasso lire 515.000.000 - Spettatori 5.364.584



Titolo originale Totò cerca casa
Paese Italia - Anno 1949 - Durata 90 min - B/N - Audio sonoro - Genere Comico / Commedia - Regia (Stefano Vanzina) Steno, Mario Monicelli - Soggetto Alfredo Moscariello, Steno, Mario Monicelli, Vittorio Metz - Sceneggiatura Age (Agenore Incrocci), Steno, Mario Monicelli, Scarpelli - Produttore Ata, Roma - Fotografia Giuseppe Caracciolo - Montaggio Otello Colangeli, Renato Cinquini - Musiche Carlo Rustichelli, Amedeo Escobar Scenografia Carlo Egidi Costumi Anna Maria Feo - Trucco Giuseppe Annunziata


Totò: Beniamino Lomacchio - Alda Mangini: Amalia, la moglie - Mario Gattari: Otello, il figlio - Lia Molfesi: la figlia Aida - Alfredo Ragusa: il bidello - Mario Castellani: l'imbroglione - Pietro De Vico: il cinese - Flavio Forin: il vedovo - Giacomo Furia: Pasquale Saluto - Folco Lulli: l'ambasciatore - Marisa Merlini: la patronessa - Aroldo Tieri: Checchino, fidanzato di Aida - Luigi Pavese: il capoufficio - Enzo Biliotti: il sindaco - Cesare Polacco: il vicecustode - Lilo Weibel: la turca - Mario Riva: il proprietario dell'agenzia - Liana Del Balzo: la contessa - Nino Marchetti: il professore - Gino Scotti: il dinamitardo - Ina la Jana - Mario Molfesi - Luigi A. Garrone - Eugenio Galadini - Attilio Torelli - Claudio Melini - Bruno Cantalamasso


Soggetto

Roma, seconda metà degli anni quaranta. Beniamino Lomacchio, impiegato del Comune con moglie e due figli a carico, dopo aver perso la casa a seguito di un bombardamento avvenuto durante la Seconda guerra mondiale decide di trasferirsi momentaneamente in un'aula scolastica. Tutto fila liscio fino a quando il Comune decide di sgomberare gli sfollati per riaprire la scuola.

Il simpatico Lomacchio comincia così una spasmodica ricerca della casa che lo porterà ad abitare in un cimitero (che abbandona sovrastato dalla paura), nello studio di un pittore e direttamente dentro il Colosseo. Dopo varie peripezie Beniamino riesce a prendere possesso di un lussuoso appartamento, ma in seguito scoprirà che un immobiliarista imbroglione lo ha affittato contemporaneamente a vari inquilini.

Critica e curiosità

Carlo Ponti, produttore esecutivo della Lux, contattò Totò per girare in sette settimane il film L'imperatore di Capri e siccome le riprese terminarono in anticipo, Ponti convinse allora il comico napoletano a interpretare un altro film non con la Lux ma per conto suo; così, ispirandosi alla commedia Il custode di Alfredo Moscariello, nacque l'idea di questo film. Totò cerca casa nacque quindi per caso, non ci furono grandi preparazioni. Totò era libero per quattro settimane e Carlo Ponti, avendo già il contratto con l'attore, andò da Steno e Monicelli per qualche idea: «Ho bisogno di un'idea per Totò, fatevi venire in mente qualche cosa, scrivetela alla svelta. Intanto io cerco un regista e vedo di mettere in piedi il film.» Così i due registi scrissero la sceneggiatura insieme ad Agenore Incrocci e Furio Scarpelli. Finita la sceneggiatura mancava il regista, Ponti decise quindi di affidare il film direttamente e Monicelli e Steno. Per la realizzazione si ispirarono anche alla storia a fumetti La famiglia Sfollatini, disegnata da Attalo, un disegnatore umoristico a cui si è ispirato anche Fellini. I due registi volevano mirare a rappresentare un argomento diffuso: quale il problema dell'alloggio, intendevano dare "il ritratto di un'epoca e di una società in ebollizione. "Totò cerca casa" venne girato con un aspect ratio di 1,37:1 in formato 35 millimetri, con il processo cinematografico Spherical. Come in molti altri suoi film, Totò rivide e modificò molte delle scene scritte sul copione.

La pellicola incassò 150 milioni di lire dell'epoca classificandosi al secondo posto nella classifica stagionale alle spalle di Catene di Raffaello Matarazzo. Ispirata ad una commedia napoletana («Il custode», di Moscariello)


Così la stampa dell'epoca

Un film comico dovrebbe costare almeno quanto un altro qualsiasi film di normale impegno», aveva dichiarato Comencini prima di iniziare L'imperatore di Capri. «Basta considerare che per un film comico bisogna girare, grosso modo, il doppio di inquadrature di un film drammatico se si vogliono ottenere e sfruttare effetti, movimento, eccetera. Naturalmente, queste osservazioni sono di carattere generale poiché, per mia fortuna, la Casa produttrice de L'imperatore di Capri, non vuol fare la politica della lesina ad ogni costo». [...]

Alberto Anile


Il Principe Antonio de Curtis, o meglio Totò, è oggi l'attore più pagato. E’ diventato il principe degli schermi e delle scene. Ben tre film da lui interpretati si sono proiettati e continuano a proiettarsi contemporaneamente sugli schermi romani, mentre egli stesso calca le tavole del palcoscenico del «palazzo Sistina» nella rivista «Bada che ti mangio», ritoccata in molti punti perché già presentata l'anno scorso.

Le avventure di Totò, sia alla ricerca di una casa, sia alla presa con i banditi della kasbah, sia imperatore delle gang capresi sono bene accette al pubblico che accorre di buon grado a vederle.

Ma fino a quando durerà questo fenomeno? Il repertorio di Totò è ormai completamente conosciuto, Eppure il multiforme principe napoletano sta girando attualmente «Napoli milionaria» dall'omonima commedia di Eduardo De Filippo che oltre ad esserne l'autore e anche il regista e interprete. Ha, inoltre, firmato quattro contratti per altrettanti film rifiutandone ben 15.

Prevedere fin da oggi se questi film riusciranno a far ridere è avventato per non dire difficile. Il pubblico ha imparato a conoscere al primo accenno di ormai visti motivi comici di Totò. I soliti lazi e sberleffi che hanno tipizzato il mimo napoletano, come comico a tutti i costi, sono ormai superati. Le torte in faccia e le battute in vernacolo hanno fatto la loro epoca. Si deve cercare di sviluppare le vere doti cinematografiche di Totò le cui risorse sono state finora solo in parte valorizzate come, ad esempio, in «Yvonne la nuit».

Batteranno questa strada le nuove produzioni? Speriamo di sì, in modo da poterci augurare un aumentato livello artistico di questi film punto in ogni caso, Totò continua a mietere milioni. Ventitre si dice per «Napoli milionaria» e 200 in totale per i prossimi quattro film. Noi ci accontentiamo di poter ridere, senza però ancora sentire «siamo uomini o caporali?»…

«Cine Sport», 14 febbraio 1949


"Otto" vi invita ad aiutare Totò che cerca casa

Molte donnine è riuscito a trovare, ma non due camere e cucina

Se ricevete una cartolina così concepita: «Sto cercando casa, aiutatemi », una cartolina che reca in calce la firma autografa di Totò, non vi preoccupate. Sua Altezza Antonio De Curtis, l’uomo dalla doppia personalità, il distinto signore in abito grigio che avete osservato più volte nella « hall » di un grande albergo o in un lussuoso bar alla moda di Roma o di Torino, non è sul lastrico. Chi cerca casa è il suo doppione; è Totò. Voi sapete già che Totò si sdoppia: è una specie del dottor Jekyll e del signor Hyde del teatro e del cinema. Il dottor Jekyll è l’uomo distinto che avete visto a bordo della sua macchina di lusso, e Sua Altezza De Curtis: ed egli non ha bisogno delle vostre modeste due camere e cucina. Ha un appartamento principesco ai Parìoli; un appartamento con i quadri degli antenati in giustacuore o in toga appesi alle pareti della biblioteca, con oggetti d’arte di un gusto squisito sui mobili, con una collezione di libri rari che farebbe girar la tetta al più difficile dei bibliofili. Ma il dottor Jekyll, cioè Sua Altezza De Curtis, cova dentro di sè un dramma: cioè tutte le sere, alle nove, diventa il signor Hyde. Da venti anni è così: ogni sera, ad eccezione del periodo estivo, quando diventa il signor Hyde ad ogni ora del giorno per la macchina da presa. Ed il signor Hyde, cioè Totò, cioè il comico travolgente che tutti avrete applaudito, indossa una vecchia «sciassa», caccia sulla testa una bombetta, infila intorno al colletto floscio della camicia un cravattino nero che è poco più di un laccio da scarpe e sale sul palcoscenico, o si avvia verso i teatri di posa.

E' questo l'uomo che cerca casa, non l'altro, non il suo doppione. Quale sia la vera personalità di quest'uomo davvero non so; perchè egli sostiene da maestro l'una e l'altra parte; è impeccabile come Sua Altezza De Curtis, è irresistibile come Totò. Forse ha due nature: e l’una ignora l'altra. Forse quando strabuzza gli occhi fa viaggiare con la velocità di un ascensore lampo il suo pomo d’Adamo, ignora di essere anche Sua Altezza De Curtis; e quando riceve ospiti nel suo appartamento ai Parioli forse non sa che la sera, per uno strano malefìcio, diventerà Totò. E per uno strano maleficio questo divertentissimo signor Hyde un bel giorno si è trovato senza casa. In questa situazione irresistibile l'han messo Steno, Monicelli e Metz che hanno scritto il soggetto del film «Totò cerca casa»; Steno e Monicelli che ne hanno curato la regia. Fracassi che ha diretto la produzione, l' «A.T.A.» che ha prodotto il film.

E da questa collaborazione è nata una vicenda divertentissima, paradossale, irresistibile: «Totò cerca casa».E' un modesto impiegato comunale, Totò, in questo film: si chiama Beniamino Lomacchio e vive accampato in una scuola assieme alla moglie Amalia (Alda Mangini) ed alla figlia Aida (Lia Molfesi). La signora Amalia però non vuol restare accampata: ed il povero Lomacchio cerca un appartamento: trova qualche posto in cui dormire un cimitero, lo studio dì un pittore, un manicomio — ma trova soprattutto donne, ovunque donne, donne per ogni gusto, lui che per le donne ha un debole. Trova donne come Marisa Merlini, come Lilo Weibel, la turca seducentissima, come Alda Mangini, e tante altre belle figliole. Assieme a Totò vi sono Enzo Biliotti, l'immancabile Mario Castellani, Luigi Pavese, Aroldo Tieri e Folco Lulli. Ma non sono loro ad attrarre Totò: sono le donne, la sua eterna ossessione. Perciò, come vi dicevo, se riceverete quella cartolina non preoccupatevi ; e lasciate che Totò cerchi casa. Gli fa piacere, in fondo: è il suo destino di «signor Hyde» del cinema.

«8Otto» 8 dicembre 1949


Totò cerca casa è una farsa che ha il coraggio delle sue azioni: impegna teschi e fantasmi, vedove coi baffi e il vocione, automobili impazzite, patronesse in ispezione scolastica, sonnambule, mogli gelose e diplomatici in mutande. Totò vi sta in scena dal principio alla fine con tutti i suoi lazzi di repertorio e qualche altro d'occasione. [...] un iradiddio di equivoci e di scambi, una comicità sbracata s'impossessa dello schermo, scatenando ondate d'ilarità. Non c'è ombra di pretesa, la cretineria è venduta sopra banco, onestamente. Con lo spassosissimo Totò, sono il Tieri, la Mangini, e altri noti caratteristi.

l.p. (Leo Pestelli), «La Nuova Stampa Sera», 10 dicembre 1949


Che Totò sia il miglior comico italiano ed uno dei maggiori oggi esistenti in Europa, non c’è, credo, chi voglia mettere in dubbio. La sua vena è irresistibile e nessuno gli resiste, disarmato da un gioco mimico che non è parodia o nemmeno buffoneria, ma che dell’una e dell’altra ha il mordente ora burlesco, ora caustico, ora salace. Accende l'Ilarità con lepidi lazzi, la eccita con sortite clownesche, la scatena con improvvise girandole mimiche che scompongono il suo corpo nelle grottesche figurazioni di un'assurda pantomima arieggiando perfino le deformazioni di certa arte contemporanea. Ne risulta una comicità elementare e viscerale: si ride senza riflettere, trascinati da convulsi irresistibili e questo oblio totale della coscienza è forse il dono migliore che sa dare al suo pubblico.

Il carattere irrazionale del suo estro è un ostacolo pressoché insormontabile all'adattamento cinematografico; e per quanto abbia tentato il cinema non aveva saputo, fino ad oggi, utilizzare convenientemente li buffoneria metafìsica e surrealistica di questo popolare «farceur» che è tanto eccellente come mimo, quanto modesto come attore. «Totò cerca casa» è il più riuscito esperimento del genere: per la prima volta Totò dà allo schermo da che può e ciò che sa, Steno e Monicelli si sono opportunamente rifatti al modelli classici di Mak Sennet, di Cretinetti e di Ridolini [...] Non tutto è di buona lega nel film. Una minore facilità di invenzione, una più avvertita scelta di ingredienti, un gusto maggiore del particolare, avrebbero giovato all'insieme; ma l'incalzare degli sviluppi che si accavallano senza dare respiro, trascina infantilmente alla risata traverso effetti di schietta natura cinematografica. [...]

E.C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 15 dicembre 1949


Il pubblico ride, gli incassi saranno rilevanti e il produttore accarezzerà la cassetta, pronto a porre in cantiere un nuovo film del genere. Un film creato per un attore comico (Totò) ed affidato alle cure di uno stuolo — dal registi, Steno e Monicelli, agli sceneggiatori tutti — di tecnici del « genere ».Al riguardo, però, sia al produttore che allo stuolo del « tecnici » vorremmo consigliare di passare, a propria istruzione, più volte questo film onde rivederlo a mente fredda per rintracciarne i molti errori e le troppe situazioni comuni nonché le tante banali — e forse anche volute — volgarità che hanno impedito il successo pieno del film stesso e costretto ancora una volta Totò a non possedere una maschera personale e viva.

Vice, «Il Popolo», 15 dicembre 1949


Opera di due soggettisti passati alla regia, Steno e Monicelli, è una specie di storia illustrata del cinematografo comico: un'antologia del principali stili alimentata da frequentl richiami alla farsa teatrale. Comincia come un film del secondo dopoguerra, applicando la comicità al neorealismo: prosegue con la rarefazione dell'assurdo, accentuando la caricatura sino alle esasperazioni surrealistiche: e conclude come un film del Primo dopoguerra, alla maniera di Ridolini. [...]  Totò e i suoi compagni (la Mangini, la Merlinli, Lulli, Tieri, Billotti) si agitano da indemoniati correndo su strade che molti avevano percorso prima di loro. Ma riescono a far ridere; ci mancherebbe altro che non riuscissero a far ridere, con tutto il loro indemoniato sbracciarsi.

lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 15 dicembre 1949


L’attore più “antico” del mondo è l’interprete ideale della eterna tragicommedia del povero diavolo che cerca una casa

La leggenda vuole che Totò, fuori di scena, sia un uomo molto stanco: di quella stanchezza aulica e distratta che affligge i re costituzionali e i loro ministri. Ma la leggenda, se pur si addice alla posizione sociale di Totò, è evidentemente falsa: non si comprende altrimenti come egli abbia potuto sopportare, e uscirne vivo, le fatiche cinematografiche che da qualche tempo gli vanno infliggendo alcuni produttori.

Tre anni fa Totò ci parlava dei propri rapporti col cinema come d'un amore mal corrisposto. Aveva l’aria di domandarsi accoratamente per quale misteriosa ragione nessun produttore o regista fosse mai riuscito a trasformare la sua grande maschera teatrale in una altrettanto grande maschera cinematografica. Forse pensava segretamente che, in queste cose, chi ha potuto ha sempre fatto, a un certo momento, da sè; oppure che, tutto considerato, non valesse la pena di staccarsi dalla polvere dei palcoscenici, dal calore della ribalta, da tutto ciò che ama, lui, ultimo erede dei Petito e degli Scarpetta, ultima maschera della Commedia dell’Arte.

Sono passate poche stagioni e ci accade di ritrovare Totò, inequivocabilmente, star. Lo ò nel significato internazionale della parola, per i suoi primati di popolarità, di produzione, di incassi. Nella sola estate del 1949 ha girato quattro film. I produttori giustamente se lo contendono. L’antico innamorato deluso è ora un ricco ereditiere. I suoi film costano poco, di tempo e di denaro: un mesetto, generalmente, e una, cinquantina di milioni; e rendono enormemente, perchè il pubblico lo ama e lo segue ogni giorno di più. E tuttavia sembra un po' buffo pensarlo star: come Esther Williams, Isa Barzizza e Gregory Peck. Lui stesso, immagino, si sente un po’ buffo in quei panni. Probabilmente per questo se ne scappa, quando può, rifugiandosi sul palcoscenico: è il suo modo di consolarsi per non aver trovato mai, nonostante tutto, quel certo produttore o quel certo regista; il suo modo di essere genuinamente se stesso.
Ma queste son malinconie critiche. La grande stagione di Totò è in pieno svolgimento. Non ancora spenti i clamori di Fifa e arena, non ancora accesi quelli dell' Imperatore di Capri, ecco due nuovi film in visione contemporanea nelle grandi città: Yvonne la nuit e Totò cerca casa, che presentiamo su queste pagine. E' l’eterna tragicommedia del povere diavolo che cerca casa. L’ha cercata sempre: era l’uomo delle caverne inseguito dal dinosauro, era l’uomo delle palafitte scacciato dall’alluvione, era Diogene, era l'Ebreo errante, era Robinson Crosué. Casa, dolce casa. Mito di oggi e di sempre. Chi dunque poteva meglio interpretarlo di questo attore che è il più antico del mondo?

Il soggetto e la regia sono di Steno e Monicelli: due noti soggettisti e sceneggiatori, qui per la prima volta in veste di registi. Essi hanno congegnato una trama arruffata e spiritosa, immaginando un piccolo impiegato municipale, con moglie e due figli, il quale alloggia nell’aula di fisica di ima scuola. Una casa è il miraggio di tutta la sua famigliola. Un giorno il poveretto crede di aver finalmente trovato un posto di custode che gli garantirà una abitazione: ma è il posto di custode di un cimitero. E’ facile intuire ciò che accadrà a Totò nella casa di un cimitero. Non gli resta altro scampo che la fuga. La famigliola in rotta ritorna alla scuola. Altri guai, altra fuga, altro alloggio. Questa volta è lo studio di un pittore ed è sufficiente una modella in frenesie nudiste per far sì che la famigliola si volga a precipitosa ritirata. Resta il Colosseo, quand’ecco apparire la fortuna, in forma di premio d’un concorso: un milione. E’ sufficiente un milione per trovare finalmente una casa? Ahimè no. E’ sufficiente soltanto per procurare altri ameni dolori, per far girare pazzamente la macchina degli equivoci e delle disavventure. Sicché, finalmente, alla sventurata famiglia non rimane che un solo alloggio: questo sicuro, comodo, ben riscaldato. Peccato che sul portone sia scritto: Manicomio.

Vittorio Bonicelli, «Tempo», n.51, Milano, 24 dicembre 1949


Due comici

Parecchi anni fa, quando cominciava a formarsi quel suo pubblico che non l'ha più abbandonato, l'attore Totò subiva un'intervista dell'«Italia letteraria», che scrisse di lui cose molto « intelligenti », nel tono messo di moda da Cocteau per trattare dei clowns e dei circhi equestri. Vi si accennava a Charlot e alla Commedia dell’Arte, al fumismo e al funambolismo. Altri articoli seguirono in altri giornali; in uno si lanciava l’ipotesi, sempre a proposito di Totò, di «un matrimonio tra Aristofane e Pierrot . Probabilmente Totò non legge quello che si stampa sul suo conto, lo ha dimostrato restando insensibile ai cambiamenti, restando fedele al suo istinto comico, anzi alle sue vecchie battute, che ogni tanto ancora oggi ripete, come se il tempo non fosse nemmeno trascorso da quando caracollava sulle tavole del teatro Principe. In un mondo teatrale cosi sconnesso, Totò rimane un punto fermo. E’ certo un attore inimitabile, che non è mai volgare, perchè i suoi gesti più volgari diventano arabeschi da contorsionista e le sue battute hanno la forza delle domande stupide.

Oggi Totò è talmente definito che si è messo a fare un film dietro l'altro, non avendo nemmeno bisogno di una trama ma di una situazione. I titoli dei suo film recenti (Fifa e arena, Totò le moko, Totò cerca casa) fanno pensare che il suo pubblico non sia di eccessive pretese per quanto riguarda le storie, che vada al cinema per veder muovere, scattare, ridere Totò, come gli ha visto fare in teatro: libero dall'osservanza di un testo, padrone di fare e di dire ciò che vuole. Perlomeno, sullo schermo Totò dà questa piacevole sensazione, di inventarsi la parte man mano che il film procede. Come per la serie infantile di Pinocchietto, arriveremo a un Totò al Polo Nord, a un Totò garibaldino, a un Totò nel serraglio. I suoi incontri sono ormai fissati dalla pratica, e anche i personaggi .di contorno: una bella ragazza, un rivale, un amico (o «spalle»), che gli prepara le battute e sopporta ogni guaio. Totò si veste da donna, da bandito, da artista, da torero. Non ci sono limiti ai suoi travestimenti, e nemmeno ai suoi film, che ripropongono la vecchia «comica finale». Se il progresso cinematografico supererò alcune difficoltà pratiche, Totò potrà darci un film nuovo ogni sera.

Ennio Flaiano, «Il Mondo», 31 dicembre 1949


Il lavoro comprende numerosi motivi comici, che Totò sfrutta con abilità; ma si tratta, in complesso, d'un lavoro scadente. La comicità del film cade spesso nel volgare e nel pornografico; il lavoro contiene episodi molto salaci e battute scabrose, che ne fanno uno spettacolo moralmente censurabile. La visione è esclusa per tutti.

"Segnalazioni cinematografiche", «Rivista del cinematografo», gennaio 1950


Totò cerca casa e trova mezzo miliardo

L'ultimo film interpretato da Totò ovvero dal comico napoletano principe Antonio De Curtis, ha assunto questo titolo: «Totò sordomuto». La serie, comunque, continua e continuerà. Dopo «Totò certa casa», seguito da altri tre film interpretati sempre dallo stesso attore, la collana ha subito denunciato una stanchezza di fattura e di inventiva.

Che il pubblico, è bene rivelare, ha concretamente avvertito: infatti gli spettatori sono progressivamente diminuiti. I produttori, tuttavia, fanno orecchie di mercante; i profitti sono tutt'ora ragguardevoli, giacché il costo di un film interpretato da Totò si può contenere in una cifra che è circa la meta di un film di normale produzione. In seconda visione, in ogni caso, «Totò cerca casa» ha incassato, a Roma, in contemporanea in due o tre sale, quanto di solito incassa un film di prima visione.

Così, conti alla mano, uno dei proprietari più solidi delle sale cinematografiche romane, possessore di un discreto circuito da considerarsi un vero e proprio «trust», inizierà ora una produzione di film con Totò che ha scritturato — stando ai «si dice» — per cinque anni per la notevole somma di mezzo miliardo; vale a dire 100 milioni all'anno. L'ingaggio si riferisce anche a Totò attore di varietà e alle sue tornées sui palcoscenici d'Italia, ma questo non diminuisce la portata del mezzo miliardo.

«Milano Sera», 21 marzo 1950


Shakespeare come Totò

Il pubblico italiano si orienta, verso i film italiani, a quanto risulta da una statistica effettuata sul primo semestre delia stagione cinematografica in corso. Il gettito delle prime visioni del semestre ha raggiunto i quattro miliardi e 600 milioni di cui 3 miliardi 616 milioni spettano a film americani; 713 milioni circa spettano a film italiani, e 226 spettano a film inglesi. Il migliorato favore coi quale il pubblico accoglie la produzione italiana è documentato dal confronto tra il semestre preso ora in considerazione e il corrispondente semestre della stagione '48-49. La percentuale dei gettiti dovuti ai film americani in questo inizio di stagione è del 78,88 per cento (mentre nell'altra stagione era dell'84,30 per cento) ; la percentuale dovuta ai film italiani è del 15.48 per cento (mentre prima era solo del 10-01 per cento). I film stranieri che hanno raggiunto maggiori incassi sono «Cucciolo» con 131 milioni 272 mila lire e «Giovanna d’Arco» con poco meno. Il film italiano che ha incassato di più è «Totò cerca casa» con 80 milioni 317 mila lire. Il film d'arte di Lawrence Olivier, «Enrico V», ha incassato quasi la stessa cifra: 80 milioni sessanta mila lire. Shakespeare è dunque sullo stesso piano di Totò.

«La Settimana Incom Illustrata», 10 giugno 1950


Monicelli - La sera cantavamo con Totò

Steno ed io diventammo registi per caso quando inventammo «Totò cerca casa». Per «Risate di gioia» la Magnani non lo voleva: «Abbassa il tono del film»

«Ok, parliamo dell'estate 1949. Allora girai il mio primo film, in collaborazione con Steno: Totò cerca casa». Mario Monicelli, con quel suo modo un po' brusco un po' sincopato di parlare, accetta finalmente di ripercorrere un pezzetto della sua lunga carriera. Non voleva farlo. «Non mi piace guardarmi indietro - aveva detto -. Il passato è passato. E, poi, non ho il gusto dell'aneddoto. Figuriamoci del pettegolezzo retrospettivo. Posso parlare solo del mio lavoro, del cinema. E' l'unica cosa che ho fatto nella vita».

Di cose, nella sua vita, veramente ne ha fatte moltissime. Ha 77 anni e fa cinema da quando era diciottenne. Ha girato una settantina di film e nella storia del cinema è entrato come uno dei maestri della commedia all'italiana. Ha lavorato con grandi attori e suoi sono alcuni capolavori come La grande guerra, I compagni, L'armata Brancalcone. Ma nel mondo dei ricordi s'inoltra malvolentieri. Mentre si muove con serena sicurezza fra gli interessi e gli affetti del presente. Eccolo sorridere - neanche tanto spesso - nella piccola casa dove è andato ad abitare con la sua nuova famiglia. Mostrare i quadri dipinti dalla giovane moglie. Raccogliere il pupazzo di peluche che la sua ultima figlia - Rosa, di 4 anni - ha piazzato sul più bel divano della stanza. E soffermarsi sul film cui sta lavorando, insieme con Suso Cecchi D'Amico e due esordienti.

«Vorrei fame - dice - una sorta di continuazione e controcanto di Speriamo che sia femmina. Lì raccontavo il rapporto fallimentare fra uomo e donna, la speranza per il mondo nelle relazioni nuove che le donne sanno instaurare fra loro. Adesso vorrei raccontare quanto le donne - passate attraverso l'esperienza del femminismo - hanno spaventato gli uomini, li hanno intimiditi, messi in fuga. lnsomma vorrei che le donne si prendessero un po' la responsabilità del fatto che i sessi non riescono più a trovare un'intesa fra di loro».

E Totò? Il regista fruga fra buste ingiallite mescolate a libri e dischi. Fatica a mettere ordine fra le foto di film disparati. Si diverte, qualche volta, nel rivedere una faccia. S'imbroncia, più spesso, davanti a visi di gente scomparsa, ragazze sparito dopo la breve parentesi in celluloide. Finalmente ecco una piccola antologica di Totò. Totò che ammicca, strabuzza gli occhi, avanza sghembo come solo lui sapeva fare. Monicelli riflette e dice: «Lui era speciale».

Racconta: «L'ho conosciuto nel '49, anche se - prima - l'avevo spesso incontrato. Insieme con Steno avevo scritto le sceneggiature di tanti suoi film di successo. Io e Steno eravamo una coppia molto richiesta quando noi dopoguerra ci fu quell'imprevedibile boom del cinema italiano. Tutti credevamo che - aperte le porte alle pellicole americane, finita la protezione che il regime aveva assicurato al nostro cinema - non ci sarebbe stato un futuro per noi. Molti si erano dirottati verso attività alternative: giornalismo, fumetti. Invece scoppiò il neorealismo. Nacquero - nonostante i pochi soldi, i mezzi tecnici scadenti - quei capolavori e tante pellicole di cassetta. I film costavano poco e rendevano. La gente faceva la coda davanti ai cinema. I produttori investivano e ci guadagnavano. Stimolavano anzi gli autori a sperimentare nuovo strade Insomma, fu un boom.

«Steno ed io diventammo registi per caso. Carlo Ponti aveva sotto contratto Totò per due mesi. Doveva fare un film per la Lux di Alfredo Guarini. Pensò di fame due di film, invece di uno. Allora si girava alla buona, senza la prosopopea di oggi. Ponti ci disse: inventatevi un soggetto, presto! E ci venne l'idea di Totò cerca casa. Il problema degli alloggi era drammatico. Le città erano semidistrutte. Quella storia teneva d'occhio l'attualità e - come si faceva alloro saccheggiava anche le idee di altri, gli spunti che venivano da una conversazione, il teatro napoletano tradizionale. L'episodio dell'alloggio nel cimitero, ad esempio, è preso di sana pianta da un alto unico - anonimo - del repertorio napoletano. Il clima era quello del tempo dell'opera buffa, di Cimarosa e Paisiello, quando un'aria si trasferiva da un'opera all'altra, e cosi una situazione, un personaggio. Le cose nascevano cosi, con grande felicità, in una maniera che poi si è perduta e che rimpiango molto. Si stava insieme, allora, registi, scrittori e attori. A Roma ogni sera sul palcoscenico di un piccolo teatro, l'Arlecchino, saliva a cantare o recitare chi voleva: Aldo Fabrizi come Ennio Flaiano, Ciarletta. Brancati, Mazzarella, la Valeri.

«Ponti interpellò un paio di registi, poi ci disse: Ma, scusate, perché il film non lo dirigete voi? E cosi finimmo dietro la macchina da presa. Era estate, naturalmente, perché allora si girava solo nei mesi estivi quando il bel tempo era sicuro. Non come oggi che, con le pellicole e i mezzi tecnici a disposizione, si può lavorare sempre e, anzi, la luce invernale, di taglio, è preferita. Le ragioni artistiche allora non potevamo neppure permettercele. Mentre oggi - ironia della storia! - film non se fanno quasi più. Arrivammo sul set col copione completo. Non si usava cambiare, avere ripensamenti. Non c'era il tempo per rifare una scena. Totò aveva approvato la sceneggiatura. Lui veramente non discuteva mai. Gli andava sempre bene tutto. Non contestava mai una situazione, una psicologia. All’inìzio aveva tentato di dare qualche suggerimento, per portare avanti una comicità più surreale, più lieve. Ma non fu capito. E la smise di insistere.

«Anch'io l'avevo contrastato. Avevo voluto, semmai, umanizzare il personaggio, portarlo fuori dal cliché della macchietta. Ho fatto un errore. E me ne dispiaccio, tanto più che, poi, mi ha sempre divertito molto rovesciare i ruoli, inventare attori. Sono stato io - in La ragazza con la pistola - a fare di Monica Vitti, l'interprete dell'incomunicabilità e dell'alienazione, un'attrice comica. E nei Soliti ignoti ho avuto l'idea di trasformare in attore comico Gassman, che fino ad allora il cinema aveva voluto nei ruoli del latin lover o del cattivo o dell'antipatico. Sempre in quel film feci saltare fuori Marcello Mastroianni comico, la Cardinale che era una ragazzetta appena venuta da Tunisi e che non sapeva neppure parlare l'Italiano. Tiberio Murgia che faceva Io sguattero in un ristorante... Stessa operazione, ma in senso inverso, nella Grande guerra, dove affidai a Sordi un ruolo drammatico...

«Già allora, nel '49, Totò era fragile, di salute delicata. Era un vero uomo di teatro, abituato a orari diversi, spazi ristretti. Si sentiva a disagio all'aperto dove si girava. Si stancava e infastidiva per le lunghe pause, sotto il sole o la pioggia, nelle attese che il cinema comporta. In realtà amava il teatro e riteneva che quello fosse il luogo in cui valeva la pena esprimersi. Del cinema non gliene importava molto. Era gentile, un signore. Lui era il cast, per questo gli si mettevano accanto anche attori non professionisti che facevano ripetere una scena magari tante volte: Totò non si spazientiva. Con le sue partner, le bellone del tempo, aveva un modo distaccato di comportarsi: era come su un palcoscenico d'avanspettacolo, quando le luci si spegnevano tutto finiva lì. Certo, era un divo. Ma, insieme con Aldo Fabrizi mi diede la prima grande lezione di uomo di spettacolo. Li volli per Guardie e ladri, nel '51. Erano due mostri sacri. Fabrizi aveva fatto il regista, aveva lavorato con la Magnani, era un uomo scontroso e irritabile. Sembrava un'impresa impossibile farli lavorare insieme. Tutti erano preoccupati. Invece mi rivelarono che - quando più divi lavorano insieme - ciascuno vuole mostrare quanto è disponibile: arriva in orario, non pretende il camerino migliore, non si presenta al trucco per ultimo per guadagnare mezzora di sonno. Andò tutto benissimo.

«In quell'estate del '49 due cose mi colpirono di Totò. Una sorta di sdoppiamento fra l'attore e il principe. Sul set recitava, era scurrile, farsesco, comico. Poi diventava il principe De Curtis e la sua fedeltà alla figura del blasonato era totale. Amava stare a casa. Aveva una saletta di proiezione dove si vedeva - anche do solo - i film. Ascoltava musica e ne componeva. Quando riceveva, la sera, ci faceva sentire le sue canzoni, raccontava aneddoti. Era un uomo molto simpatico, ma non faceva il comico, non si esibiva. Sapeva ascoltare. Si facevano le due, le tre...

«Le volte che andava a vedersi - e non lo faceva neanche sempre - assisteva al film come se quello sullo schermo fosse un altro: rideva di gusto oppure non si divertiva per niente, ma non entrava mai nel merito dicendo questo si poteva fare così questo è andato male perché... Era come se la cosa non lo riguardasse: un atteggiamento che non ho mai trovato in nessun altro attore. Era davvero così diviso? Era una corazza che si era costruito? Non l'ho mai capito. Ho capito poi, invece, quanto grande fosse il mito - mania, debolezza, fissazione? - per quel suo titolo nobiliare. Una volta, nel '51, mentre giravamo Guardie e ladri al Palatino, lui puntò il dito verso l'Arco di Costantino. ‘ Sai che quello è mio?", disse. Io non capii. “Certo, certo”, risposi con ironia. Lui, serissimo, insistè: "E' mio perché Costantino era un imperatore romano. Mentre io discendo direttamente da antenati greco-bizantini”.

«La sua notorietà era senza confronti. Con lui girai il primo film che firmavo da solo, nel '55, Totò e Carolina (film che mi diede un sacco di guai con la censura, perché Totò era un poliziotto diciamo umano, vessato dai suoi superiori, sostenuto da un groppo di persone che cantavano L'Internazionale e sventolavano la bandiera rossa: dovetti fare un sacco di tagli, l’identità di quelle persone fu cancellata e il film uscì con mesi di ritardo!).

«Le nostre strade si separarono per anni. L'ultima volta che lavorai con lui fu nel '60. in Risate di gioia, con Anna Magnani. La Magnani la conoscevo bene. Andavo spesso alle serate in casa sua, serate molto divertenti: lei recitava sketches, cantava, faceva terribili scherzi col telefono svegliando la gente, spacciandosi per altri... Per quel film ci scontrammo: lei non voleva Totò. Tira giù il tono del film! diceva. Io però mi impuntai o Totò fu nel cast. La macchina da presa - vidi - gli era diventata più familiare. Il pubblico cinematografico, per lui abituato al rapporto platea-palcoscenico, non era più qualcosa di astratto. Alla fine di ogni scena la troupe - 20-30 persone - si raccoglieva insieme e lo applaudiva. Questo lo riscaldava, gli piaceva. Un'idea geniale. Che però non avevo avuto io...»

Liliana Madeo, «La Stampa», 15 luglio 1992


E Totò era antigovernativo

[...] In Cerca casa, Totò senzatetto di guerra, impiegato statale, vive prima in un'aula scolastica, poi al cimitero, nello studio d'un pittore, al Colosseo. La eccellente sceneggiatura (di Age, Scarpelli, Metz, Marchesi) sostiene un Totò grandioso, rissosamente antigovernativo, affamato di cibo e di giustizia, che rispecchia le ansie di milioni di italiani che la guerra aveva privato d'ogni cosa. Come capitava sempre nei film di Totò, al suo fianco figuravano un gruppo di caratteristi usuali e preziosi: Alda Mangini, Aroldo Tieri, Mario Riva, Luigi Pavese, Mario Castellani, Folco Lulli, Marisa Merlini. Sono queste le ragioni per cui Cerca casa è uno dei film migliori di Totò.

In genere, bisogna dirlo, i film di Totò, con il loro protagonista straordinario, erano davvero brutti, tirati via, mal fatti, realizzati cialtronescamente con pochi soldi: i critici di professione. che non hanno mai sottovalutato il talento di Totò, hanno sempre (giustamente) notato la bruttezza dei suoi film. Se Totò non fosse stato risucchiato da un ambito di sfruttamento e autosfruttamento, se non avesse avuto un certo disprezzo per il cinema insieme a una appassionata ammirazione per il teatro, se non avesse perduto così presto e quasi completamente la vista, costringendosi a ripetere le mimiche, i lazzi che conosceva a memoria, tutto sarebbe andato meglio per l'attore bravissimo, senz'altro degno di una notorietà internazionale.

Lietta Tornabuoni, «La Stampa», 21 maggio 2005


La censura

Il film ebbe dei piccoli problemi con la censura cinematografica, in particolare per il linguaggio. All'epoca la commissione non era ancora ben organizzata. I produttori però, a insaputa dei registi, avevano cominciato a far leggere i copioni all'addetto alla censura: Scicluna-Sorge (con il quale Steno e Monicelli ebbero un bello scontro per "Guardie e ladri"), che dava consigli ai produttori sulle scene da girare e da non girare.


Viene espresso parere favorevole alla concessione del nulla osta, a condizione che la visione venga vietata ai minori di 16 anni e che sia soppressa la scena del nudo di donna in silhouette. Respinto anche un foglio della foto-busta, contenete 16 soggetti, relativo al materiale pubblicitario del film.

Duplicato del verbale (datato 5 dicembre 1949) della Commissione Revisione Cinematografica datato 23 aprile 1955
(Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema)

Fascicolo documenti censura del film Totò cerca casa, 1949 (cinecensura.com)
(Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema)

Viene autorizzata la proiezione al pubblico ma con divieto ai minori di 16 anni imposto dalla censura.


I documenti

Nella foto sopra, conservata nel baule di scena, la camicia di Beniamino Lomacchio nel film "Totò cerca casa". Sotto, la giacca indossata da Totò nei film 'Totò le Mokò' e 'Totò cerca casa', anch'essa conservata nel suo baule di scena.


Steno ed io facevamo gli sceneggiatori, specialmente di film comici e umoristici: avevamo sceneggiato per Macario e Rascel insieme a Metz, Marchesi e altri. Avevamo conosciuto Totò perché avevamo sceneggiato anche per lui, lo incontravamo sui set dove qualche volta i registi ci chiamavano per modificare qualche cosa. Poi è capitata quest’occasione: Ponti aveva un contratto con Totò di sette settimane, mi pare, per fare come produttore esecutivo della Lux "L'imperatore di Capri", solo che spinse Comencini a fare il film in poco tempo. Gli rimanevano quindi tre settimane di Totò pagate. Allora fece un altro film, non con la Lux ma per conto suo; si rivolse a noi e ci disse: “Ho bisogno di un’idea per Totò, fatevi venire in mente qualche cosa, scrivetela alla svelta. Intanto io cerco un regista e vedo di mettere in piedi il film”.

Mario Monicelli


In quell'epoca c’era il problema degli alloggi, perché si era subito dopo la guerra, c’era un’Italia semidistrutta, non si trovava casa e compagnia bella. Ci venne in mente di inventare l’idea di una famigliola che cerca un riparo e tutte le vicende che le sarebbero capitate, e la scrivemmo rapidissimamente. Ponti intanto non trovò il regista. Non so perché, forse erano occupati o non volevano farlo perché allora girare con Totò o chi per lui era considerato un abbassarsi. E allora ci disse: “Ma sentite, l’avete scritto voi, perché non lo fate voi? Fatelo svelti, in quattro o cinque settimane...”. Eravamo un po’ titubanti, poi alla fine dicemmo “Vabbe’, facciamolo noi”, senza con questo voler fare chissà che, né voler iniziare una carriera di registi. Dato che dovevamo fare in fretta, prendemmo almeno un paio di idee da altre fonti. Per esempio la scena il cimitero era una farsa che il teatro napoletano comico faceva spesso... e la scena dell’appartamento affittato a tre faiceva parte anche quello della vecchia tradizione delle farse napoletane. La fretta ha avuto la sua parte, ma anche i suoi vantaggi.

Mario Monicelli


Ho lavorato un giorno solo ma lo ricordo perchè ho avuto il piacere di conoscere Totò. Ero stato chiamato per dire proprio due battutine, dovevo andare soltanto all'anagrafe e denunciare la nascita di mio figlio. Invece venne fuori una cosa molto carina sulla difficoltà di trovare il nome giusto perchè il personaggio di Totò bocciava ogni nome che proponevo. Capii che Totò andava cercando da me dei nomi che potessero dare dell'imbarazzo... Chiamandosi Palmiro, per esempio, poteva essere solo di sinistra per via di Togliatto, e roba del genere. Totò rispondeva "No, no, no, per carità..." e così andammo avanti un bel po'. Fu fatto tutto "a soggetto", non era scritto sulla sceneggiatura.

Giacomo Furia


Ci davano gli scarti degli altri film, pellicole attaccate con l’acetone. I film di Totò erano davvero molto poveri: allora bisognava accontentarsi di quello che ci dava la produzione e girare ogni film in ventotto giorni, facendo dalle trenta alle quaranta inquadrature al giorno. Lavoravamo dodici ore al giorno, senza i sindacati, e lui si portava appresso sempre gli stessi attori perché conoscevano i suoi lazzi, le sue battute, sapevano andargli appresso e non fermavano il film. In "Totò cerca casa", cinquant’anni fa, facevo la maestra, oggi dicono che ero bellissima. Totò non stuzzicava mai le attrici e aveva un gran cuore: ricordo che il primo giorno di riprese arrivava un gioielliere e lui comprava un braccialetto a tutti quanti. [...] Steno era l’unico regista che stimava e apprezzava Totò, il più intelligente, il più umano, il più arguto, quello che lo ha capito prima del grande Pasolini.

Marisa Merlini


Ho abbandonato la regia del film "Totò cerca casa" perché Totò dice: ‘La macchina qui, la macchina là’. Due registi per un film andranno bene, ma tre sono decisamente troppi!

Mario Monicelli


Cosa ne pensa il pubblico...


I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • ½Solitamente stimato (*** pure per Morandini), mi ha deluso. Pare più raffazzonato che datato. Certo è che Totò ha guizzi memorabili e che l'episodio cimiteriale ha qualche tocco notevole (c'è pure il grande Cesare Polacco), ma nella seconda parte il film si fa stucchevole con l'appartamento pluri-abitato e antiquatissimo con l'automobile impazzita del finale, interminabile alla ricerca del metraggio. Il personaggio di Folco Lulli può richiamare Re Faruq, ma si tratta solo di un caso, perché il film è antecedente al suo esilio romano.
  • Codiretta da Steno e Monicelli, è decisamente una delle migliori pellicole intepretate da Totò. Il merito è della buona sceneggiatura e della capacità degli autori di scrivere un copione che da un lato riflette bene il clima difficile dell'Italia del dopoguerra ma è nello stesso tempo una raffinata parodia del cinema neorealista. Ovviamente l'intepretazione dell'attore napoletano è un grande valore aggiunto e funziona ancora di più in un valido contesto come questo.
  • Derivata dalla commedia teatrale Il Custode (Moscariello), la sceneggiatura si sviluppa compiutamente -facendo leva sul lato misero/comico- attorno alle disavventure d'un impiegato statale, scontato dell'abitazione in tempo di guerra. Beniamino Lomacchio (Totò) vagabondando da un'aula scolastica al cimitero (sequenza macabro/ironica indimenticabile) finirà per approdare al Colosseo. Gli ottimi dialoghi vengono -spesso- surclassati dalla capacità mimica e dal senso innato d'improvvisazione cui il grande attore fa ricorso in più contesti.
  • Certo minore e datato, e non il miglior Totò di Steno e Monicelli, ma comunque meritevole, con spunti felici (in particolare l'episodio cimiteriale con fantastico, ancorchè spartano, dècor e atmosfera pre-Addams, con tanto di gufo-cucù!), guizzi surreali (il cinese nel bagno, la scena dei timbri che spalanca un improvviso, folle squarcio chapliniano) e scarti (il dialogo sul pudore con la donna velata ma nuda). Ah, e una nemmeno tanto sottile vena anarchica, di cui fa le spese lo stronfiante sindaco.
  • Sfollati alla ricerca di una casa, dal cimitero all'attico di un pittore, dal Colosseo a un appartamento venduto da truffatori: umorismo leggero, con qualche idea gustosa (soprattutto negli incastri della sceneggiatura a episodi con personaggi ricorrenti), ondeggiante fra i classici sketch di varietà e l'altrettanto classica commedia degli equivoci. Film macedonia, insomma, in cui pure l'insieme del cast è ben assortito e di qualità, anche se la parte del leone la fa ovviamente un Totò in gran forma. Molto ingenuo, ma anche piacevole.
  • Da un tema su cui ci sarebbe ben poco da ridere - la perdita della propria abitazione dopo la fine della guerra -, Steno e Monicelli traggono una parodia del neorealismo dalla sceneggiatura discontinua, che tuttavia si compatta intorno alle strabilianti doti comiche di Totò. Ci sono episodi alquanto riusciti (il cimitero), altri che riparano nel paradosso (l'equivoco in classe), altri ancora soffocati da situazioni risapute (la truffa dell'appartamento).MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò che timbra tutto come un forsennato; Le informazioni del vice custode (un grandissimo Cesare Polacco) a Totò.
  • Il Totò più macchiettistico del primo periodo impiegato in una divertente commedia che ironizza sulla penuria di alloggi nel dopoguerra. La girandola di equivoci che si crea in alcuni casi è davvero irresistibile, come nel caso dell'appartamento venduto a più inquilini con il nostro che si crede in preda ad allucinazioni. La verve del grande attore si palesa anche quando può improvvisare con la sua inconfondibile mimica, come nello sketch al cimitero. Notevole cast folto di caratteristi di spessore. Da vedere.
  • Un impareggiabile Totò regala mimiche e battute fulminanti in questa breve pellicola che vede una famiglia all'annosa ricerca di un alloggio dove poter vivere. Il ritmo è sempre elevato e tra le vicende cimiteriali e quelle relative all'abitazione occupata da più inquilini si sorride con piacere. Per essere un film dell'immediato dopoguerra appaiono abbastanza spinte alcune battute del principe della risata.
  • Vale per la verità più per il fatto di essere il primo Totò diretto da Steno/Monicelli e per inserirsi in un ottima annata (Totò Le mokò, Fifa e arena) che per la sostanza che gli vien invece solitamente attribuita. Caratteristico il suo procedere per scenette (diremmo quasi per "stripes") e la evidente spregiudicata volontà di omaggiare e canzonare il neorealismo. I due registi però (come gli sceneggiatori Age/Scarpelli) sembrano ancora dover studiare il Principe. Resta un film spedito e indispensabile. Memorabili i copricapo di Polacco, Lulli e Merlini.MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò scolaretto alle prese con la "patronessa" Marisa; Il manicomio come "casa" sicura (idea ripresa in Totò Peppino e le fanatiche.
  • La crisi degli alloggi nel secondo dopoguerra italiano viene per un attimo stemperata dalla verve comica di Totò che impersona un povero disgraziato in cerca di sistemazione per sé e la sua famiglia. Nonostante siano passati diversi anni, resta piacevole e divertente, soprattutto nella prima parte. Gli equivoci su cui improvvisare non mancano e Totò non perde occasione di sfruttare la mimica e la dialettica che lo hanno reso famoso. Si tratta di situazioni in grado di far esprimere l’attore più che di un scritto vero e proprio.MOMENTO O FRASE MEMORABILI: "Lei vuole sposare mia figlia? No, non se ne fa niente: a me i generi non interessano, a meno che non siano alimentari!".
  • Un Totò incontenibile e divertente è il protagonista di questa scatenata commedia diretta a quattro mani da Mario Monicelli e Steno. I vari sketch che si susseguono sono ricchi di verve e nonsense anche grazie alle improvvisazioni dello stesso Totò. A fare da cornice alla storia ci sono dei buoni caratteristi.
  • Film molto invecchiato e sopravvalutato. Fu, all'epoca, un grande successo commerciale per il produttore Ponti, ma dopo più di sessant'anni dà l'impressione di essere una farsa neorealistica mal riuscita, squilibrata e, addirittura, raffazzonata. L'intento meritevole di affrontare il problema della scarsità di alloggi viene continuamente contraddetto da un umorismo burattinesco e surreale da comica del cinema muto se non, persino, da cartone animato. Qualche gag da umorismo nero andata a segno non salva il film.MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La scena dei timbri, uno dei topoi più travolgenti e funambolici del repertorio teatrale e cinematografico di Totò.
  • Pellicola un po’ discontinua cui Totò dà una certa omogeneità e il cui motivo d’interesse è lo sguardo ironico sui problemi degli sfollati nel dopoguerra e sul malcostume, purtroppo sempre di moda, delle truffe ai danni dei bisognosi. Steno e Monicelli, come spesso accade, “stanno sul pezzo”. Pur in mancanza di battute e situazioni davvero memorabili, la prova di Totò è come sempre godibile e gli attori di contorno danno un buon apporto.

Le incongruenze

  1. Beniamino (Totò) appena alzato cerca la sua scarpa sinistra ed accusa suo figlio di avergliela rubata. Alla fine proprio il bambino aveva preso la calzatura, adattandola a mo' di barca a vela. In realtà quando si vede bene la scarpa si vede che è una destra e non sinistra, come prima aveva detto il padre.
  2. Checchino (Tieri), il fidanzato della figlia di Beniamino, si rivolge al futuro suocero dandogli del "tu". Il film è stato girato nel 1949 e tutta questa confidenza tra futuri genero e suocero non c'era, magari c'era - fuori dal film - tra gli attori Tieri e De Curtis, che non hanno cambiato il loro rapporto nel film, calandosi bene nella parte.
  3. Al cimitero Checchino inciampa all'improvviso nel filo della campanella. Essa dovrebbe far rumore solo per un attimo, invece continua a suonare per molti secondi, risultato non di un inciampo, ma di una vera e propria tirata continuata.
  4. Quando Beniamino va a portare le due candele al defunto, accende una candela per ben due volte in due sequenze distinte, che probabilmente è sempre la stessa ripetuta.
  5. Beniamino viene scambiato per un alunno dalle autorità della scuola e viene fatto andare alla lavagna per risolver un problema. Esso consiste in una moltiplicazione: 365 X 45,80. Dopo vari calcoli Beniamino scrive 745 e ¼. Tutti sono soddisfatti della giusta risoluzione del problema, peccato che il risultato dovrebbe essere 16717.
  6. Beniamino sta spolverando uno specchio nella casa del pittore e rimprovera i due fidanzati, che smettono subito di baciarsi, ma nella scena successiva nello specchio continua a vedersi il bacio tra i due, quando in realtà i due hanno smesso e non hanno neanche ricominciato.
  7. Beniamino vede "l'allucinazione" delle valigie, poi per opera del montaggio (fatto pessimamente) il discorso con la moglie inspiegabilmente va a finire su una questione di donne.
  8. Beniamino beve un drink che si era preparato l'ambasciatore. Questi quando si alza e si accorge che il bicchiere è vuoto ha le mani sulla bottiglia vuota, nell'inquadratura successiva le mani non impugnano più la bottiglia.
  9. Beniamino guida l'auto dell'ambasciatore ed arriva al Foro Italico, ma si vede lo scoppio dell'auto prima che questa sbatta sulla statua, appena inaugurata. E' poco probabile che abbia frenato, facendo scoppiare la bomba, visto che non aveva frenato mai durante la corsa, eppure nel frattempo aveva sfasciato di tutto: muri, bancarelle...
  10. Beniamino è nella stanza da letto, dove si trova la fidanzata dell'ambasciatore. Ha la camicia da notte, e non porta nessun cappello. Dopo che sono entrati l'ambasciatrore e la moglie, Beniamino fugge dalla finestra, ed ha in testa il cappello.
  11. Beniamino fugge con l'auto dell'ambasciatore, e non può frenare poichè, al pedale del freno, è collegata una bomba che era destinata proprio all'uomo politico. Sfonda il muro di una fabbrica di ceramiche e la macchina si riempie di vasi da notte ma, nella scena successiva, nell'auto non c'è più nemmeno un vaso...
  12. Il muro contro il quale si sta dirigendo Totò con l'auto nella fuga finale è simile ma diverso rispetto a quello che, pochi secondi dopo, l'auto sfonda infilandosi nel palazzo. Il primo è un muro reale, il secondo è finto ed stato ricostruito in studio quasi fedelmente all'originale, anche se qualche piccola differenza c'è (per esempio, il muro dello studio non reca i segni del tempo del muro reale, visibili sotto la finestra posta a sinistra del punto d'impatto)
  13. Quando Totò sta per sfondare il muro del palazzo e si copre la faccia per riparsarsi, a bordo dell'auto, alla destra di Totò, già si vedono dei pezzi di muro, nonostante questo non sia ancora stato sfondato.
  14. Il letto che viene trascinato dall'auto guidata da Totò, dopo che questa si è infilata in un appartamento sfondando il muro, era dotato di quattro rotelle che ne agevolassero il trascinamento e che si vedono benissimo quando il letto si ferma nel bel mezzo della strada e gli "inquilini" si svegliano.
  15. Verso la fine, quando Toto' aggancia il letto con l'auto-bomba e successivamente lo lascia andare, i due scendono dal letto con le scarpe.
  16. Quando Totò, esasperato dal ritmo frenetico degli impiegati comunali che timbrano carte, afferra dei timbri e "bolla" l'abito dell'ispettore scolastico, questi inveisce contro di lui con delle frasi sconnesse, ma la bocca è chiusa.

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Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo

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La quarta casa nella quale si trasferisce Beniamino Lomacchio (Totò) con la famiglia è il Colosseo a Roma. Grazie alle immagini aeree di Google Maps ed al servizio di Street View, che eccezionalmente si addentra nell'anfiteatro, siamo in grado di individuare la posizione esatta dell'appartamento.

L’appartamento ricavato da Beniamino si trova in corrispondenza della balconata segnalata con A, dalla quale la moglie Amalia (Mangini), esultando per la vincita di un milione di lire, rovescerà una secchiata d’acqua sulla testa d’una principessa in visita al monumento.

Cominciamo con l’individuare la visuale che si ha dalla balconata A che non è quella che si vede qui sopra poiché si trova ad un piano superiore del Colosseo.

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Questa è la terrazza sottostante (B), sulla quale staziona la principessa quando riceverà la secchiata d’acqua. Da notare che il cancelletto alle spalle del gruppo di comparse, nel secondo fotogramma, oggi è stato coronato da uno stipite che all’epoca si trovava altrove. Dall'alto una panoramica che ci mostra bene il punto esatto.

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Il manicomio dove Beniamino Lomacchio (Totò) e la moglie Amalia (Mangini) “trovano casa” alla fine del film, dopo l'incidente della statua, è in realtà Villa Sciarra, situata in Via Calandrelli 23 a Roma, che Bava utilizzerà in Sei donne per l'assassino. Dopo una ricerca sulle fontane di Roma, ho notato che l'unica che assomigliasse a quella visibile nei fotogrammi era proprio la Fontana delle Sfingi della villa.


LA FUGA DI BENIAMINO LOMACCHIO – 1a parte

Ricostruzione della fuga lungo le strade di Roma di Beniamino Lomacchio (Totò), che scappava dall’ambasciatore del Kubistan (Lulli), uno dei tre acquirenti ai quali era stato venduto l’ultimo appartamento, che credeva che Beniamino avesse una relazione con sua moglie (Rocca). L’auto sulla quale viaggiava alla fine esploderà perché un attentatore, che pure si trova a bordo della vettura, aveva collegato una bomba del freno con l’intenzione di uccidere l’ambasciatore, al quale era destinato l'automezzo. Le scene sono in tutto 23 (due dalla doppia natura).

1) Subito dopo aver lasciato il palazzo, si vede l’auto attraversare Piazza Gentile da Fabriano.

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2) Ritroviamo ora l’auto in Corso d’Italia (1° fotogramma), mentre procede in direzione di Piazza Fiume, dove, venuto a sapere della presenza della bomba sotto il freno, Beniamino si spaventa e perde il controllo dell’auto, che prende a piroettare vorticosamente nella piazza (2° fotogramma). Se rifacessero il film oggi negli stessi luoghi dove fu girato, vedremmo l'auto infilarsi nella Sottovia Ignazio Guidi

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Mentre Piazza Fiume non sembra aver subito grandi stravolgimenti...

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...almeno sin quando non inquadrano il punto dove oggi c'è l'edificio della Rinascente.

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Durante la piroetta dell'auto in Piazza Fiume vengono mostrati scorci non appartenenti a questa piazza: tra gli altri si riconosce Corso Pannonia

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Nella medesima scena della piroetta compaiono Piazza Epiro...

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...e poi Via Numidia

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3) Ancora spaventato dalla notizia della bomba, Beniamino procede a zig-zag lungo Via Flaminia, dove lo vediamo transitare all’altezza dell’incrocio con Via Rabirio. Da notare che oggi le rotaie del tram seguono un percorso differente e che l’edificio posto all’estrema destra è stato prolungato verso Via Rabirio, che si è quindi ristretta.

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4) Rischia quindi un frontale con un tram, che gli taglia la strada in Piazzale delle Belle Arti.

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LA FUGA DI BENIAMINO LOMACCHIO – Parte 2

5) Evitato il tram e imboccato il Lungotevere Flaminio (che inizia proprio dal Piazzale delle Belle Arti), Beniamino in questo punto rischia un secondo frontale dopo aver tolto le mani dal volante per minacciare uno schiaffone all’attentatore, che lo aveva offeso dandogli dello stupido.La visione ravvicinata dell’edificio sullo sfondo permette di riconoscere anche le finestre indicate con B

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6) Provenendo da Via Salaria, l'auto di Beniamino svolta a destra imboccando Via Po. Da notare che è rimasta l'edicola religiosa posta all'angolo sinistro dell'incrocio, mentre il giardino sulla sinistra è scomparso e oggi al suo posto c'è un negozio.

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L’auto-bomba fa quindi ritorno in Piazza Gentile da Fabriano.

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Altro zig-zag sul Lungotevere Flaminio, poco prima di giungere al bivio con Via Antonio Allegri da Correggio

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9) Lasciamo il quartiere Flaminio (per ritornavi subito dopo) e l’auto guidata da Totò fa la sua comparsa nel bel mezzo di Piazza di San Bernardo, la stessa dove sarà girata una delle più famose scene di Angeli e demoni.

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LA FUGA DI BENIAMINO LOMACCHIO – Parte 3

10) La strada dove l’auto investe la bancarella di un venditore di pesci rossi, impatto dal quale Beniamino ne esce con un bel casco in testa (un boccione con tanto di pesciolini a nuoto) è Via Guido Reni, oggi riconoscibile un po' a fatica perchè gli edifici che si vedono a sinistra nel fotogramma sono stati demoliti e sostituiti da altri.

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Il controcampo della strada dove avviene l’investimento con il banchetto del venditore di pesci non appartiene a Via Guido Reni, come ci si attenderebbe, bensì a Via Pannonia, già utilizzata nel corso di questa fuga. Il panificio che si vede al centro dell’inquadratura non esiste più perché nel 1953, 4 anni dopo le riprese, è stato trasformato nella trattoria Romolo e Remo.

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11) Uscita dalla casa, trascinando con sé il letto sul quale dormono i proprietari), l’auto percorre Via Virginio Vespignani...

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...in direzione del Lungotevere Flaminio, imboccandolo svoltando a destra

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12) Percorrendo Viale Pinturicchio, come ha scoperto Roger, Beniamino approfitta della “decapottazione” dell’auto, provocata dall’impatto con il muro della casa, per alzarsi in piedi e sincerarsi dello stato dei “dormienti”. A 63 anni di distanza l'aspetto della strada è cambiato. In particolare, dietro l'edificio A ne è stato costruito uno che cela quello che, nel fotogramma, gli compariva alle spalle (tuttora esistenza ma invisibile dal luogo dove, nel 1949, furono effettuate le riprese). La prova definitiva ce la fornisce l'edificio che si vede dietro A nel terzo fotogramma e che oggi è nascosto alla vista da un edificio costruito dopo il 1949: situato all'altezza dell'intersezione con Via Ferdinando Fuga, se ne riconoscono la fila di finestrelle centrali tonde e quelle sul lato destro, leggermente arretrate.

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LA FUGA DI BENIAMINO LOMACCHIO – Parte 4

13) Siamo ancora sul Lungotevere Flaminio, praticamente di fronte alla casa di Pierina in Quella peste di Pierina, ma in un tratto che precede l’immissione di Via Virginio Vespignani (a rigor di logica l’auto avrebbe dovuto trovarsi oltre quel punto, non prima).

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14) Beniamino torna ad alzarsi per controllare i “dormienti”: siamo sul Ponte Duca d’Aosta, mentre sullo sfondo si riconosce la palazzata che si affaccia su Piazza Mancini. Nel terzo fotogramma la palazzata di Piazza Mancini vista da vicino

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15) Mentre i “dormienti” concludono il loro viaggio, Beniamino insegue un ciclista: siamo tornati in dietro, prima del ponte, perché quella che si vede sullo sfondo è ancora la palazzata di Piazza Mancini, del quale viene inquadrata in pieno sole la facciata aperta su Via Luigi Poletti (che è anche la strada dalla quale proveniva ora l’auto di Beniamino).

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16) Avete avuto una sensazione di déjà vu? Esatto. Infatti, dopo l’inseguimento al ciclista di Piazza Mancini, ritroviamo Beniamino all’incrocio tra Via Flaminia e Via Rabirio dove in precedenza (scena 4) era andato dritto per la Flaminia mentre ora prende a destra (guardando) per Via Rabirio. Da questo fotogramma si intuisce ancora meglio come l’edificio B un tempo fosse più corto e, di conseguenza, come oggi Via Rabirio sia più stretta

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LA FUGA DI BENIAMINO LOMACCHIO - Parte 5

17) L’auto-bomba arriva a tutta velocità dal Lungotevere Thaon di Revel...

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...e svolta a sinistra, imboccando il Ponte Duca d’Aosta e puntando dritta verso il Foro Italico, che all’epoca non era ancora dotato di uno stadio (i lavori di costruzione, interrotti dallo scoppio della guerra, ripresero nel 1950).

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18) La fuga di Bernardino Lomacchio ha termine nel Piazzale del Foro Italico dove l’auto, oramai fuori controllo, si schianta contro una statua, inaugurata proprio quel giorno, che crolla perché l’impatto causa l’azionamento del freno e della bomba ad esso collegata. La statua (ovviamente posticcia) appena inaugurata e demolita dopo neanche 5 minuti. Il pallino rosso segna il luogo dell’impatto.


LA FUGA DI BENIAMINO LOMACCHIO - La deviazione dei dormienti

1) La strada nella quale il letto si sgancia dall’auto e prende a destra, mentre Beniamino continua diritto, è, come scoperto da Roger, Viale Bruno Buozzi. Il letto si infila in Via Gramsci mentre sullo sfondo si riconoscono gli edifici affacciati su Piazzale Don Giovanni Minzoni. Qui vediamo gli stessi edifici:

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Qui invece vediamo dov'era la svolta. Ecco gli edifici affacciati su Piazzale Don Minzoni e la svolta visibile nel fotogramma

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2) La strada dove il letto si ferma e ne scendono i due “inquilini”, che poi, un po’ frastornati, se ne vanno a braccetto è Piazza Epiro a Roma. Si noti la scuola, allora in fase di costruzione ma già riconoscibile.


Totò cerca casa (1949) - Biografie e articoli correlati

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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998 (interviste e Marisa Merlini, Giacomo Furia, Mario Monicelli)
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • "Totò proibito" (Alberto Anile) - Ed. Lundau, 2005
  • Documenti censura Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo - www.cinecensura.com
  • Liliana Madeo, «La Stampa», 15 luglio 1992