Totò le Mokò

Qui si tollerano troppe cose: questa è una Casbah di tolleranza e, coi tempi che corrono, c'è pericolo che la chiudano.

Antonio Lumaconi

Inizio riprese: settembre 1949, Stabilimenti Titanus-Farnesina
Autorizzazione censura e distribuzione: 17 dicembre 1949 - Incasso lire 424.000.000 - Spettatori 4.416.667



Titolo originale Totò le Mokò
Paese Italia - Anno 1949 - Durata 90 min - B/N - Audio sonoro - Genere commedia/comico - Regia Carlo Ludovico Bragaglia - Soggetto Arduino Maiuri, Furio Scarpelli, Sandro Continenza, Vittorio Metz - Sceneggiatura Furio Scarpelli, Sandro Continenza, Vittorio Metz - Produttore Raffaele Colamonici per Forum Film, Roma - Fotografia Sergio Pesce -Montaggio Mario Sansoni - Musiche Edoardo Micucci - Scenografia Alberto Boccianti


Totò: Antonio Lumaconi, Totò Le Mokò -Gianna Maria Canale: Viviane de Valance Carlo Ninchi: Pepè le Mokò - Carla Calò: Suleima - Elena Altieri: Nancy Cleim - Marcella Rovena: Sara, l'indovina - Franca Marzi:Odette - Luigi Pavese: Francois - Mario Castellani: Za La Mortadelle - Enzo Garinei: La Tulipe - Armando Migliari: Claude Cleim - Gianni Rizzo: la guida nella Casbah - Floria Torrigiani: la ballerina - Ciro Bernardi: il facchino - Riccardo Rioli - Giglielmo Leoncini - Bruno Cantalamessa - Luigi A.Garrone


Soggetto

Antonio Lumaconi, detto Totò, è un uomo orchestra napoletano, cugino del famigerato bandito della casbah di Algeri Pepè le Mokò, da poco morto in una sparatoria. Essendo il parente più stretto ancora in vita del furfante, gli giunge l'offerta di "dirigere" la sua banda.

Certo che si tratti di una banda musicale, Totò parte immediatamente per l'Algeria convinto di poter finalmente coronare il suo sogno di diventare un rispettato direttore d'orchestra, ma al suo arrivo si accorge di essere divenuto in realtà il capo di una banda di pericolosi delinquenti. Con una serie di equivoci si scontra subito con la nuova realtà e grazie a un misteriosa pozione datagli da Suleima, l'ex-amante di Pepè follemente innamoratasi di lui, acquista una portentosa forza erculea, che lo rende praticamente invincibile.

Ormai noto nella casbah come Totò le Mokò, s'innamora di Viviane, una ricca straniera di passaggio, e questo provoca la gelosia irrefrenabile di Suleima che pratica delle magie su di lui e in una notte gli taglia i capelli da cui riceveva la sua forza sovraumana. Pepè, in tutto questo tempo fintosi morto, ritorna e lo sfida ad un duello per il controllo della banda. Sebbene privo della sua invincibilità, Totò vincerà il duello, riuscendo addirittura a sgominare l'intera banda. Con i soldi riscossi della taglia, ritorna a Napoli a dirigere una vera banda musicale.

Critica e curiosità

Prodotto da Raffaele Colamonici e Umberto Montesi per Forum S.r.L, la pellicola venne girata nella primavera del 1949, per uscire in prima proiezione pubblica il 20 dicembre 1949. Per la prima volta si sente la battuta "Siamo uomini o caporali", stupenda la canzone "La mazurka di Totò", cantata da Lumaconi che inizia con quando sei solo e giovane... Il film è forse uno dei più divertenti del primo Totò. Pieno di gag, battute, equivoci, giochi di parole, rapido nei tempi e vivace. Totò è un vero fiume in piena.

La Casbah Algerina ricorda molto da vicino i vicoli di Napoli e delle tante città di mare. L’idea è di fare il verso a Il bandito della Casbah di Julien Duvivier, in cui Jean Gabin interpretava il bandito Pépé le Moko.


«Il solco fascista», 10 novembre 1937. Trafiletto promozionale del film 'Il bandito della Casbah'


Con gioia di Antonio, alla preparazione del film lavora il suo amico Eduardo De Filippo, che lo ambienta inizialmente a Napoli: il testo e l'adattamento comico non soddisfa il regista Bragaglia, e il film viene riscritto in pochi giorni da Metz, Marchesi, Age, Scarpelli e Continenza. Il film viene girato tra settembre e ottobre a ritmi forsennati, in soli ventidue giorni, e nonostante ciò il risultato è uno dei film più divertenti di Totò. Non ne fa un remake comico, ma una cosa diversa e la citazione, ancorché ironica, è rispettosa per un grande film, come quello di Duvivier. Nel film Totò canta anche una sua famosa canzone: La mazurka di Totò, piena di una struggente bellezza delle parole.  Gli intensi ritmi della lavorazione, costrinsero Totò a passare dal set de L'imperatore di Capri a quello di Totò cerca casa senza soluzione di continuità. Totò infatti girò contemporaneamente quattro film nel 1949 e otto film nel 1950. Ovviamente lo spettatore non si accorge della straordinaria mole di lavoro dell'artista, il quale appare proprio in questo periodo nella sua forma migliore.

Il numero più celebre del film è proprio la danza ‘apache’, ripresa dalla vecchia rivista Il mondo è tuo, ovvero Di male in peggio.

La maschera di Totò continua intanto a perdere l’astrazione originaria. La maschera del teatro, la plasticità delle mosse, le caratteristiche allucinate del Totò d’avanguardia si riducono a bamboleggiamenti, smorfie trasognate, ilari accenni alla morte, alla riproposizione di numeri ormai storicizzati come quello del direttore d’orchestra. C'è il fattore età da considerare, inoltre i ritmi del cinema sono ben diversi da quelli diretti e spontanei del teatro. C’è, è vero, un cambiamento caratteriale: Totò diventa più cattivo. Danza un sadico balletto tutto a spese della partner, alla quale sbatte la testa su una ringhiera e rompe una bottiglia sul capo; “faccio un maciello, spacco tutto", alla fine si trasforma in una macchina di morte, carico di armi da fuoco, e fa strage dei nemici. Ma è comunque una cattiveria da fumetto, alla quale non si crede. Questo Totò ghignante, lo sguardo acceso di follia, non trasmette più l’inquietudine di una volta: ora il suo pubblico ideale è quello davanti al quale si esibisce a inizio film, composto soprattutto di bambini; il cinema insomma, sta prendendo il sopravvento sul teatro.

Nell’incontro con gli stranieri, se, come generalmente avviene, ignora la lingua dell’interlocutore, Totò ne usa un’altra qualsiasi, o ne mescola molte: così risponde a un venditore algerino che gli propone una bibita parlandogli in arabo: «Fernet? No, no! Acqua, acqua! Nisba? Nicht? All righi!».

Per Totò Lumaconi, che ad Algeri diventerà Totò le Mokò, diventano località straniere persino Albenga e Albano:

[Postino] - Viene dall’estero.
[Totò] - Dall’estero, perbacco!
[Postino (cerca di leggere)] — Al...
[Totò] - Albenga!
[Postino] - No. Al...
[Totò] - Albano!

Nei titoli di testa figura Renato Castellani anziché Mario Castellani.

"I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998



Così la stampa dell'epoca

Le quotazioni di Antonio de Curtis salgono a venti milioni per film. Si fa il nome dell'attore a proposito di un Il prode Anselmo, da interpretare insieme alla Barzizza, ancora diretto da Steno e Monicelli. Ma Totò si è già impegnato a interpretare Totò le Moko, una sorta di parodia del celebre noir Il bandito della Casbah di Julien Duvivier, in cui Jean Gabin interpretava il bandito Pépé le Moko: una pellicola celebre, i cui fasti sono appena stati rinverditi da Casbah, un remake americano. [...]

Alberto Anile


Il Principe Antonio de Curtis, o meglio Totò, è oggi l'attore più pagato. E’ diventato il principe degli schermi e delle scene. Ben tre film da lui interpretati si sono proiettati e continuano a proiettarsi contemporaneamente sugli schermi romani, mentre egli stesso calca le tavole del palcoscenico del «palazzo Sistina» nella rivista «Bada che ti mangio», ritoccata in molti punti perché già presentata l'anno scorso.

Le avventure di Totò, sia alla ricerca di una casa, sia alla presa con i banditi della kasbah, sia imperatore delle gang capresi sono bene accette al pubblico che accorre di buon grado a vederle.

Ma fino a quando durerà questo fenomeno? Il repertorio di Totò è ormai completamente conosciuto, Eppure il multiforme principe napoletano sta girando attualmente «Napoli milionaria» dall'omonima commedia di Eduardo De Filippo che oltre ad esserne l'autore e anche il regista e interprete. Ha, inoltre, firmato quattro contratti per altrettanti film rifiutandone ben 15.

Prevedere fin da oggi se questi film riusciranno a far ridere è avventato per non dire difficile. Il pubblico ha imparato a conoscere al primo accenno di ormai visti motivi comici di Totò. I soliti lazi e sberleffi che hanno tipizzato il mimo napoletano, come comico a tutti i costi, sono ormai superati. Le torte in faccia e le battute in vernacolo hanno fatto la loro epoca. Si deve cercare di sviluppare le vere doti cinematografiche di Totò le cui risorse sono state finora solo in parte valorizzate come, ad esempio, in «Yvonne la nuit».

Batteranno questa strada le nuove produzioni? Speriamo di sì, in modo da poterci augurare un aumentato livello artistico di questi film punto in ogni caso, Totò continua a mietere milioni. Ventitre si dice per «Napoli milionaria» e 200 in totale per i prossimi quattro film. Noi ci accontentiamo di poter ridere, senza però ancora sentire «siamo uomini o caporali?»…

«Cine Sport», 14 febbraio 1949


"Pepé le Moko" era un film di Duvivier interpretato da Jean Gabin e ispirato alle gesta di un fuorilegge che, per sfuggire alla polizia, aveva dovuto cercar riparo fra i tenebrosi meandri della Kasbah algerina. Questo film, diretto da C. L. Bragaglla, ne tenta una grassa parodia, immaginando che Totò, unico erede del celebre Pépé, sia chiamato In Algeri per raccoglierne l'eredità di capobanda e vi giunga, candido e innocente, ritenendo di assumere la direzione di una banda musicale; ne conseguono, naturalmente, i più facili equivoci in seguito al quali Totó, eroe per forza, è condotto a ripeter punto per punto - in chiave di farsa - le gesta del suo temibile predecessore.

Ancora una volta, però, l’umorismo di simili vicende, è quello facile e dozzinale del teatro di rivista: per ravvivarlo, Totò —che ne é divenuto, ormai, quasi l'interprete di diritto — tenta, come sul palcoscenico, varie improvvisazioni ispirate a dubbi intenti e caricaturali; se questo, però, gli conquista la generosa risata delle platee, non consente a noi di collocare le sue esperienze cinematografiche fra i «classici» del vero umorismo. Peccato, perché di tutti i comici italiani Totò è l'unico cui il cinema potrebbe offrire nobili occasioni di rivelarsi interprete duttile e profondo.

G.L.R. (Gian Luigi Rondi), «Il Tempo», 23 dicembre 1949


In un recente film parve che Totò accennasse a comporre in qualche modo un personaggio; in «Totò le Moko», soggetto di Metz e Scarpelli, regia di C. L. Bragaglia, egli ritorna al pretto genere della rivista e la sua comicità questa volta si sbizzarrisce in una immaginarla Casbah algerina, con parodistiche reminiscenze che si indovinano dal titolo, mentre nel suo gioco farsesco e grottesco si lasciano trascinare la Canale, la Calò e Carlo Ninchi.

«Corriere d'Informazione», 23 dicembre 1949


Nel repertorio dei motivi comici utilizzati dal cinematografo, l'Oriente ha un posto tutt'altro che secondario. Da Buster Keaton, se non sbaglio, a Bob Hope non ha avuto lmiti la serie dei film che, per cercare situazioni e complicazioni divertenti, sfruttano le risorse di un esotico mondo pittorescamente artefatto da un’abbondantissima letteratura straniera. E' un modo assai comodo per inventare e accreditare le più bizzarre peripezie. Metz e i suoi amici sceneggiatori hanno questa volta fatto ricorso alla storia e all'ambiente di Pepè le Mokò immaginando che alla morte del famoso bandito, reso celebre da Duvivier e da Jean Gabin, i componenti della sua banda chiamino a capeggiarli un suo lontano parente, Totò.

La parodia è agevolmente etichettata con gli stessi elementi del film da cui deriva e con l'aggiunta farsesca di una lozione magica che conferisce al pavido Totò forza e tracotanza invincibili; tanto invincibili che, alla fine, egli riesce a distruggere la banda vincendo, come il signor Bonaventura, un milione tondo tondo.

Una meno facile inventiva avrebbe potuto offrire al protagonista più numerosi e gustosi pretesti di comicità; ma Totò è cosi esilarante che riesce a divertire anche ripetendosi. Comunque nel ballo e nel duello ha fatto sfoggio di inediti e spassosi effetti. Diretto con movimentata e colorita scorrevolezza da C. L. Bragaglia, il film si giova anche delia partecipazione di Carlo Ninchi, della Calò e della Canale.

E.C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 23 dicembre 1949


Parecchi anni fa, quando cominciava a formarsi quel suo pubblico che non l'ha più abbandonato, l'attore Totò subiva un'intervista dell'«Italia letteraria», che scrisse di lui cose molto « intelligenti », nel tono messo di moda da Cocteau per trattare dei clowns e dei circhi equestri. Vi si accennava a Charlot e alla Commedia dell’Arte, al fumismo e al funambolismo. Altri articoli seguirono in altri giornali; in uno si lanciava l’ipotesi, sempre a proposito di Totò, di «un matrimonio tra Aristofane e Pierrot . Probabilmente Totò non legge quello che si stampa sul suo conto, lo ha dimostrato restando insensibile ai cambiamenti, restando fedele al suo istinto comico, anzi alle sue vecchie battute, che ogni tanto ancora oggi ripete, come se il tempo non fosse nemmeno trascorso da quando caracollava sulle tavole del teatro Principe. In un mondo teatrale cosi sconnesso, Totò rimane un punto fermo.

E’ certo un attore inimitabile, che non è mai volgare, perchè i suoi gesti più volgari diventano arabeschi da contorsionista e le sue battute hanno la forza delle domande stupide. Oggi Totò è talmente definito che si è messo a fare un film dietro l'altro, non avendo nemmeno bisogno di una trama ma di una situazione. I titoli dei suo film recenti (Fifa e arena, Totò le moko, Totò cerca casa) fanno pensare che il suo pubblico non sia di eccessive pretese per quanto riguarda le storie, che vada al cinema per veder muovere, scattare, ridere Totò, come gli ha visto fare in teatro: libero dall'osservanza di un testo, padrone di fare e di dire ciò che vuole. Perlomeno, sullo schermo Totò dà questa piacevole sensazione, di inventarsi la parte man mano che il film procede. Come per la serie infantile di Pinocchietto, arriveremo a un Totò al Polo Nord, a un Totò garibaldino, a un Totò nel serraglio.

I suoi incontri sono ormai fissati dalla pratica, e anche i personaggi .di contorno: una bella ragazza, un rivale, un amico (o «spalle»), che gli prepara le battute e sopporta ogni guaio. Totò si veste da donna, da bandito, da artista, da torero. Non ci sono limiti ai suoi travestimenti, e nemmeno ai suoi film, che ripropongono la vecchia «comica finale». Se il progresso cinematografico supererò alcune difficoltà pratiche, Totò potrà darci un film nuovo ogni sera.

Ennio Flaiano, «Il Mondo», 31 dicembre 1949


Siamo lietissimi di economizzare spazio dicendo che questo film di C. L. Bragaglia non merita nessuna pietà critica. E se il pubblico casca nella trappola abbandonandosi alla risata più beata ciò dimostra che questo ignobile intruglio non è altro che una sfacciata pagliacciata cui schizzi ebeti sporcano lo schermo italiano. Punto e basta.

t. cl., «Il Lavoro», Genova, 11 gennaio 1950


«[...] Per Totò le Moko non occorre avvertire che si tratta solo di un film comico: la presenza di Totò basta ad annunziarlo. Importante è soltanto sapere se fa ridere. Sì, fa ridere. Siamo però in tema di farsa e bisogna quindi accettare tutti i presupposti della farsa: inverosimiglianza, illogicità, buffonerie.»

Gino Valori, «Cine Illustrato», Milano, 15 gennaio 1950


Dopo Macario, Totò; dopo Totò, Macario; e cosi via. I due sono ormai diventati un facile e popolare sinonimo del nostro cosidetto film comico; e, se lo-potesse, sfornerebbe ciascuno dei due un film al mese. Parecchi dei loro film li si direbbe però ideati e ripresi in quindici giorni. Sono infatti tirati via con una fretta tremenda. La battuta azzeccata si perde fra altre bolse, uno spunto non privo di risorse è subito dimenticato, uno sviluppo che potrebbe essere felice ai arena d'un tratto; e il film procede alla carlona, con lazzi da farsa e da farsacela, i primi capitati alla stanca fantasia di soggettisti e sceneggiatori.

Totò le Mokò vorrebbe essere una parodia di Pepe le Moko, il noto film di Duvivier con un Jean Gabin quasi irresistibile. E la parodia, qua i là, c'è; ma quanto grossolana, facilona, qualsiasi. Trascura ogni pretesto ambientale; e rinuncia ad avere, con un suo timbro sia pure modesto, un suo sapore. E' una buffonata, nient'altro che una buffonata; farcita di uscite e di trovatine più o meno sguaiate. Eppure, qua e là, affiora un accenno di ritmo, come un breve solfeggio di cinema: e potrebbe essere di cinema vero. Ciò di solito coincide con qualche particolare impegno di Totò, che è soprattutto un mimo che parla troppo.

Quando apre bocca, la sua battuta è per lo più pretenziosa e sorda; per darle un credito ci vuole tutto l'incredibile ottimismo di quanti se ne deliziano. Ma quando l'attore tace, e il mimo si può sfogare, allora si rivela il vero Totò, che sa essere, con un gesto e una occhiata, incisivo, complesso, tutto a segno. Se Macario, come si diceva la settimana scorsa, potrebbe essere il nostro finto-tonto, un personaggio di lenta arguzia e d'infinita bonomia: Totò ben difficilmente potrà essere un personaggio, ma potrebbe sicuramente essere una nostra ineffabile marionetta. Un pupazzo che potrebbe avere le malizie e le malinconie del clown più... stagionati, con delle virtù parodisti che d'ottima lega. Non sarebbe poco. Ma quando, i produttori che si sono dedicati a questo genere di film, vorranno comprendere che non c'è nulla di più tremendamente serio della preparazione di un film comico?

m.g. «La Stampa», 25 gennaio 1950


1950 01 25 Stampa Sera Toto le moko intro

Il bandito della Casbah, il famigerato Totò le Mokò, è morto, o almeno cosi si crede; e la sua banda, per non perdere l'avviamento, cerca un successore. Mokò è contrazione di Lumaconi, casato napoletano; e un tal Antonio Lumaconi, maestro di banda, lontano cugino drl defunto, è da Napoli convocato di urgenza ad Algeri per prenderne il posto. Totò, giacchè si tratta di lui, arriva alla Casbah convinto di dover dirigere una banda di suonatori; e su quest'equivoco il film si mantiene un pezzetto, e, bisogna riconoscerlo, con una certa abilita.

Conosciuto di che banda si tratta, il malcapitato si sgomenta: ma ormai è in hallo, la sua tacila è appesa allo cantonate, la Casbah si richiude su di lui. Una lozione capillifera che da la forza ne fa poi il degno successore di Pepe, e qui comincia la parodia delle più note situazioni del famoso film di Duvivier. C'è la zingara gelosa, c'è la straniera in fregola d'avventure, c'è la polizia che irrompe nella Casbah e ne esce scornata; e gli avvertimenti cantati come litanie, e gli organetti, e i balli strapazzoni, e la cravatta chiara e il passo stretto dell'affascinante bandito. Una Casbah burlesca ma precisa; una Casbah di tolleranza, come dice Totò. Poi salta fuori il vero Pepè lo Mokò che non era morto, e assistiamo al furioso duello del due cugini Lumaconi. Con la vittoria del più piccolo, e suo trionfalo ritorno a Napoli.

Questa nuova «comica» di Totò è assai meno sconnessa delle precedenti, avendo un bersaglio a cui mirare. Bene o male, fila; e non manca di trovate. Lo stesso Totò è meno teatrale, più rapido e vario del solito, non sempre risolto una smorfia o battuta soltanto: un ritmo cinematografico talvolta affiora dalle sue convulsioni. Sono con lui Carlo Ninchi e la prosperosa Anna Maria Canale.

l.p. (Leo Pestelli), «Stampa Sera», 25 gennaio 1950


Non ci pare che l'articolista di «Tribuna Socialista» nel cercare la difesa dei suoi interessi a riguardo del Cinema Crocemossese sia stato felice ed intelligente. Proprio ignorante la voce elevatasi da Mossoro non invece per contrario buon senso od onestà? Siamo contenti che il richiamo sul nostro cinema sia partito non da noi: è un segno più che evidente che tutto ciò che da tempo si mormora c si dice da noi (e pensavamo che i signori gestori se ne fossero già accorti) è giusto, è ragionevole. A Mosso ci si lamenta per i manifesti. Che dobbiamo dire noi, che vediamo sistematicamente avvelenata l'anima della nostra gente, specialmente dei ragazzi e dei nostri giovani? Facciamo notare «sistematicamente» perchè purtroppo non si tratta più di casi isolati.

«Il mio corpo ti scalderà» - «Totò le mokò» - «Il falco rosso» e quest'ultimo pieno di elementi negativi); disprezzo della religione, uccisioni, vendette, disonestà. Questa la ultima programmazione. Ma se almeno fossero lavori pregevoli dal punto di vista artistico! Oltre che di senso critico e morale, pare si manchi pure di senso psicologico. Pensano forse che da noi si possa digerire tutta questa roba? Ci stimano cosi poco? Quello che molte famiglie vanno or ora ponendosi come interrogativo, deve interessare tutte le famiglie che hanno a cuore l’educazione dei figli. Bisogna interdire ai figli la visione dei film moralmente dannosi.

«Il Biellese», 13 maggio 1951


Secondo appuntamento con Totò «principe clown» questa sera sul Secondo. Va in onda un film realizzato nel 1949 da Carlo Ludovico Bragaglià, Totò le Mokò. Il gusto della parodia e l’umorismo paradossale contribuirono a. decretare il successo di questa pellicola "della quale sono interpreti anelli Carlo Ninchi, Franca Marzi. Gianna Maria Canale e Carla Calò. Titolo e ambientazione si riferiscono al famoso Pepe le Mokò, capolavoro di Duvivier con Jean Gabin protagonista.

Il famigerato capobanda che ha il quartiere generale nella casbah viene creduto da tutti ucciso in un conflitto con la polizia. La successione è offerta ad un suo parente, Totò, suonatore ambulante napoletano. Totò sognava appunto di poter dirigere una «banda», ma Intendendo un complesso musicale. Giunto ad Algeri, vuole dirigere un concerto nel migliore albergo, ma la polizia lo costringe a fuggire. Totò, spaventato, si rovescia in testa una lozione miracolosa. che lo rende coraggiosissimo. Diventa così l’idolo della casbah, ma, per piacere alla fanciulla amata, dovrà battersi all'ultimo sangue. Un’amante gelosa gli taglia i capelli durante la notte, togliendogli cosi tutta l'audacia. Nel vedersi, però, di fronte il vero pcpé le Mokò riacquista l'ardire, elimina il bandito e sgomina la sua gang. Intascati i denari della taglia, torna a Napoli dove potrà dirigere finalmente una vera banda musicale.

Sul Nazionale, la terza puntata di Facce dell'Asia che cambia, l'inchiesta di Carlo Lizzani e Furio Colombo, è dedicata all'India. Il servizio affronta il problema del precario equilibrio del grande Paese, analizzando i sistemi con i quali, secondo gli indiani, potrebbe venire risolta la situazione politica e socialé. Vengono esaminate inoltre lo questioni relative alla tradizione religiosa, alla struttura sociale per caste, al gigantismo artificioso delle città.

«Corriere della Sera», 4 aprile 1973


A breve distanza dalla programmazione del celebre film di Jullen Duvivier Il bandito detta Casbah (ovvero Pepè le Mokò) dedicato al suo indimenticabile, recentemente scomparso, interprete Jean Gabin, ci pare curioso che la Rete 1 abbia voluto inserire in cartellone questa settimana (e precisamente mercoledì 8 dicembre, alle 14) Totò le Moko, affettuosa satira del precedente che il buon Totò realizzò nel 1949 con la regia di Carlo Ludovico Bragaglia. Ci preme segnalare questa singolare iniziativa perché Totò le Mokò è forse il film che più ha contribuito al rilancio postumo, presso i giovani, del grande attore napoletano, cosi come Il bandito della Casbah, fu il film che diede maggiore notorietà in vita a Jean Gabin, facendo di lui il corrispettivo mito europeo del Bogart americano. La storia del cinema insegna che da un buon film si può ricavare un'altrettanto valida parodia mentre, quando il modello è scadente, la burla è spesso disastrosa.

Totò le Mokò è un esemplare illuminante della prima casistica, perché vi si accetta lo scherzo fino in fondo, calando nel panni del nuovo bandito della Casbah un «pazzariello» napoletano (Totò, appunto) che paga lo scotto delle sue aspirazioni di «capobanda» con la forzata attività gangsteristica: la qualifica e una buffa omonimia traggono, infatti, in inganno i veri banditi della Casbah alla ricerca di un leader dopo la morte — solo presunta — di Pepè. Come in una pochade (aleggia la figura del grande commediografo napoletano Scarpetta, che dal vaudeville francese attinse ispirazione e stile) l'equivoco si protrae in una catena di invenzioni, cui dà linfa a sua volta la creatività spontanea di Totò, il suo surrealismo plebeo forse unico al mondo. O forse comune a tutti i napoletani.

d.g., «L'Unità», 14 dicembre 1976


Diretto con mano ferma da uno dei nostri registi maggiormente inventivi e poliedrici, Carlo Ludovico Bragaglia, molto attento a cogliere negli anni le variazioni del gusto popolare, sulla base di una sceneggiatura altrettanto solida e ben articolata (Vittorio Metz, Furio Scarpelli, Alessandro Continenza), Totò le Mokò più che una parodia del film Il bandito della Casbah (Pépé Le Moko, 1937, Julien Duvivier ) appare come una sorta d’ideale continuazione in chiave farsesca e surreale, cavalcando con una certa disinvoltura i temi del paradosso e del nonsense, cari tanto al regista che al principe della risata.

Quest’ ultimo in particolare, al suo tredicesimo film, ormai entrato nelle grazie del pubblico, è lontano da quella svolta verso una comicità più riflessiva, soffusamente chapliniana, calata nel reale, che sarà rappresentata da Guardie e ladri (Steno e Mario Monicelli, ’51) e trasferisce ancora una volta sul grande schermo la maschera già portata al successo in teatro (vedi marsina e bombetta come abbigliamento base), una marionetta estremamente snodabile nel corpo e nel viso, per un’incredibile mimica gestuale e facciale, Pinocchio birbante la cui anarchia dei movimenti trova efficace contraltare in un’altrettanto estrema disinvoltura lessicale, una libertà d’espressione che scardina con irriverenza burlesca ogni forma e logica legata alla comune sintassi, facendosi così beffe di quanti siano portatori di un linguaggio preordinato, spesso in rappresentanza di una determinata classe sociale o dei ranghi di una burocrazia stolidamente assurda, quindi del potere in genere.

Nell’adeguarsi, dopo gli equivoci iniziali (si va avanti, efficacemente, sul piano dell’ironia, per almeno venticinque minuti, giocando su termini quali “banda”, “fughe”, “tromboni”, “piano” “gazza ladra”), alla nuova situazione di bandito esemplare, grazie anche ad un unguento che gli conferisce una forza prodigiosa, Totò ben incarna nella sua arte d’arrangiarsi, adeguandosi alle circostanze, l’uomo del popolo, non ancora “uomo medio”, che lotta con furbizia per soddisfare i bisogni primari, sopravvissuto alle storture e brutture dittatoriali e belliche, affidandosi ora alle proprie forze, ora alla provvidenza per poter continuare a stare al mondo e trovando, forse proprio in virtù di tali sforzi, adeguata ricompensa e soddisfazione finale.

Tra le scene da ricordare, oltre i suddetti equivoci iniziali, l’apertura, con la bellissima Mazurka di Totò, la danza apache, il duello col “risorto” Pépé (Carlo Ninchi), senza tralasciare alcuni calembour, a volte fini a se stessi (“Dove avete intenzione di condurmi a quest’ora?”; “In questura, dal questore”; “E il questore in quest’ora è in questura?”), altre con riferimenti all’attualità (“Qui sono tutti tolleranti. Questa è una Casbah di tolleranza. Con l’aria che tira finirà che la chiuderanno”), semplicemente ironici (“Tutti i giorni nella Casbah… Non sei un tipo casbahlingo”) o chiaramente sfottenti nel mettere in riga chi si concede arie da superiore (“Ma lo vuol capire? Lei è un cretino! Si specchi e si convinca”) .

Grazie alla sua valida costruzione complessiva, il film diverte e suscita risate ancora oggi: se poi siano meglio queste totoate, come all’epoca la critica definiva tali pellicole, in senso dispregiativo, o i lavori più “composti” che verranno in seguito, è questione ancora aperta, per quanto lo scrivente apprezzi in egual misura ambedue, ritenendole espressione di una duttilità nell’estro comico, capace di molteplici sfumature, non comune e difficilmente ripetibile.

Recensione di Antonio Falcone



I documenti

La scena in cui Totò impersona «l'uomo banda» nel film «Totò le Mokò» del 1949, verrà riproposta nel film «Mary Poppins» nel 1964, interpretata da Dick Van Dyke.

Toto e Mary Poppins 2


La mazurka di Totò (Totò le Mokò, 1949)

Il fenomeno del momento: la "danza Apache" («L'Europeo», anno VI, n.11, 12 marzo 1950)


La sceneggiatura a Eduardo De Filippo

 
Fu di Carlo Ludovico Bragaglia l'idea di ambientare il film nei bassi di Napoli e affidò la sceneggiatura a Eduardo De Filippo che, in nome dell'amicizia che lo legava a Totò, accettò. Il lavoro del commediografo fu però respinto, col pretesto che fu presentato in ritardo rispetto ai tempi previsti. Di questo episodio non rimane che una lettera di Totò, indirizzata all'amico Eduardo: "Caro Eduardo, mi ha scritto Carlo Ludovico Bragaglia che hai accettato di scrivere il soggetto per il mio prossimo film. Credimi, caro Eduardo, che questo mi ha riempito il cuore per due motivi. Primo perchè sono sicuro che con la tua eccezionale arte ne farai un capolavoro di umorismo; secondo, perchè mi è tanto caro che sia tu a scriverlo."
Baule 003

La giacca di Antonio Lumaconi

 

Quanti sogni nella notte Toto le Moko mini"Quanti sogni nella notte" (Bonagura-Bixio) dal film Totò le Mokò (1950)


Cosa ne pensa il pubblico...


I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Molto sotto la fama (*½ - sbalorditivo il ***½ di Morandini). Scatenata farsaccia che funziona nella parte iniziale, con l'equivoco sulla "banda" e con i doppi sensi a carattere musicale, ma che poi cala vistosissimamente, anche perché, tolto Totò, il cast non funziona granché, neppure Luigi Pavese. Delle donne l'unica a colpire è la popputissima Franca Marzi, qui in veste di barista.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: "Ti batterai per me?" "Batteròmmi!".

  • Tra i migliori film interpretati dal principe De Curtis, diretto da Bragaglia in una commedia degli equivoci che si svolge tra Napoli e un Algeri bene resa dal punto di vista della cartatterizzazione ambientale. Classica commedia degli equivoci dalla sceneggiatura "scoppiettante", specie nella prima parte dove si gioca sull'ambiguità della terminologia musicale. Nella seconda parte il ritmo cala un po'.

  • Una delle prime pellicole girate da Totò (all'epoca 51enne), diretto dal regista di fiducia dell'attore (il grande Carlo Ludovico Bragaglia). L'intreccio narrativo è quasi elementare, pur se firmano la sceneggiatura tre penne dorate quali quelle di Sandro Continenza, Furio Scarpelli e Vittorio Metz. Però Antonio Lumaconi è letteralmente esilarante e saprà strappare sorrisi sensa soluzione di continuità (gli effetti della "polverina", il balletto surreale, la sparatoria finale). Notevole la ricostruzione degli ambienti della Casbah algerina.

  • Un one-man show di Totò, che con la sua ineguagliabile maschera e gli irresistibili giochi linguistici regge da solo le sorti di una commedia dalla trama ridotta all'osso (un equivoco), rimpolpata con riferimenti parodistici a Il bandito della Casbah e all'episodio biblico di Sansone e Dalila. Al cospetto dello scatenato Principe i comprimari diventano pressoché invisibili; solo le donne oppongono resistenza nelle figure della gelosa Calò e della provocante Canale.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò colpito dal maleficio; Il ballo; il duello con la spada; Totò armato, solo contro tutti.

  • Scatenata parodia de Il bandito della Casbah (con riferimenti anche a Sansone e Dalila), questo è uno dei film più divertenti del primo Totò, con un fuoco di fila di gag cui dà il via l'equivoco sul significato di "banda". Infatti Lumaconi, vero e proprio "uomo-orchestra", si reca ad Algeri convinto di dirigere una banda musicale ereditata dal lontano parente Pepè Le Moko e si ritrova suo malgrado a capo di una banda criminale. Innumerevoli i giochi di parole e le battute surreali. Un piccolo gioiello di comicità.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il ballo degli apaches; "Siamo uomini o caporali?"; "Il Questore a quest'ora è in questura?" .

  • Un vecchio film di Totò, senza tempo, rivisto (per l'ennesima volta) a mezzogiorno di una domenica umida e grigia. La polverosa pellicola porta bene i suoi anni e nonostante molte scene ormai siano impresse nella mia memoria, riesco ancora a sorridere e divertirmi. Agile e dinamico, per gli annni che porta, con quella Casbah dei fuorilegge dove fumo e champagne sorridevano al dopoguerra, nella prospettiva di pace e rinascita, in cui il nostro cinema fece la sua modesta parte. (***)

  • Uno dei migliori tra i film del primo periodo di Totò. La trama è semplicissima, tutta imbastita su un equivoco che dà modo al principe di scatenarsi in giochi di parole, macchiette e irresistibili mossette. Si ride molto e anche i personaggi secondari fanno la loro parte (in particolare Pavese e Ninchi). Notevole.

  • Un gran bel Totò, negli anni in cui da maschera ancora troppo teatrale si avviava ormai a diventare personaggio comico dotato di personalità e spessore. In questo caso a dare una mano al Principe è l'altrettanto nobile (sua madre era una Visconti) avanguardista Bragaglia, in grado di colorare salacemente questa rispettosa parodia del film di Duvivier, fondata su un fuoco di fila di equivoci musico-criminali e la corrispondenza Napoli-Algeri. Memorabili diverse gag e intonatissimo l'intero coro a supporto del capobanda: squillanti la Canale e la Marzi.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il colpo al Grand Hotel col "disvelamento" della banda; Totò salmodiante nel vicolo; "A te la mala Pasqua!" "Che me frega: è ferragosto"; Il ballo bullo.

  • Film a suo modo anche superiore a tanti altri del Principe. Intanto perché è uno dei pochi in cui Totò senza una vera spalla riesce comunque a inanellare gag su gag. E poi perché senza nessuna difficoltà riesce a dare vita a due personaggi diversi senza perdere in verve. Anche qui le scene mitiche si sprecano: il tango, il duello con il vero Lemokò, la prima rapina... Bravo Bragaglia e bella comunque anche la ricostruzione dell'ambiente della casbah.

  • I primi venti minuti sono degni del miglior Totò; la serie di equivoci su cui improvvisare è costruita alla perfezione e dà la possibilità al comico di esprimersi al meglio. Poi, lentamente scende di tono per convogliare in un finale che butta troppo sulla baraonda. In tutto il film non mancano i giochi di parole mentre alcune scene surreali permettono alla vena eclettica dell’attore di venir fuori e a Totò di esprimere tutto il repertorio, legato ancora all’esperienza teatrale più che cinematografica. Degna prova corale dei comprimari.
    Sgangherata e veloce commedia con un Totò particolarmente in forma e senza freni. Il film parte in modo scoppiettante per poi sgonfiarsi nella seconda parte, e ciò va a inficiare sul risultato finale. Non mancano i giochi di parole e le classiche smorfie di Totò. Bella e brava Franca Marzi e occhio a un giovanissimo Enzo Garinei che praticamente non parla mai.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò lancia la ballerina nel salone.

  • Imperdibile per i fanatici dell'originale di cui è la parodia (ovvero Il bandito della Casbah). È qualitativamente disuguale, parte in sordina e finisce così e così ma ha una parte centrale niente male, con gag riuscite e trovate strepitose o almeno gustose (il trattamento che Totò riserva alla ballerina è autentica comicità sadica). Una quasi boiata ma con una sua dignità.

  • Uno dei vertici dell’arte clownesca di Totò. Questa parodia scatenata del film francese Il bandito della Casbah offre l’occasione al regista futurista Carlo Ludovico Bragaglia di trasmettere in chiave farsesca al personaggio elettrico di Totò i concetti di moto perpetuo delle forme cinematografiche proprie della sua concezione astratta dell'arte, centrando l'obiettivo. Il film sposa il dinamismo di un balletto sperimentale con l’esagitazione anarchica e pulcinellesca del personaggio di Totò che sottolinea in senso assoluto i suoi tratti anarchici.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Non si conta in questo film il numero degli straordinari e assurdi giochi linguistici di Totò!

  • Parodia del celebre "Pepè le moko" di Gabiniana memoria e non solo visto che Sansone e Dalila sono dello stesso anno. Il canovaccio è elementare ma un giovane Totò ci delizia con le sue trovate sceniche da saltimbanco; le sue battute, non più ampollosamente surreali come nei precedenti film, lasciano spazio alla comicità di pancia, senza dimenticare la sua immensa classe. Antonio Lumaconi-Totò, comunque non lascerà mai la sua condizione di morto di fame da generazioni, stereotipo che si ripeterà in quasi tutte le pellicola del principe.

  • Divertente commedia in cui Totò si districa tra una sceneggiatura di genere fantastico (il gangster invincibile grazie a una pozione) e la necessità di dover far ridere lo spettatore. Il nostro ci riesce da par suo e come sempre è il vero mattatore che nasconde ogni mancanza. Buono il ritmo, non ci si accorge nemmeno di essere dinanzi a una pellicola datata 1949.

  • Un film da vedere per divertirsi, lasciarsi coinvolgere dall'energia incredibile, inesauribile del grande comico. Uno dei miei film preferiti di Totò, una galleria di trovate mimiche e verbali. Una comicità non pensosa, liberatoria, da non sottovalutare. La battutina del questore in questura, poi, ha attraversato la mia vita come un tormentone, specie da quando, tanti anni fa, il vicequestore della mia cittadina mi chiamò al telefono un sabato pomeriggio e non seppi resistere alla tentazione di metterla in pratica.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il «numero» del pazzariello napoletano.

  • Prima regola fondamentale da osservare, ogni qualvolta ci si accinge a vedere un film con il grande De Curtis, è quella di non porsi troppe domande sul come e il dove il film sia stato girato. Totò le Mokò non trasgredisce a questa regola: scenografia e sceneggiatura sono da considerarsi assolutamente semplici ed elementari. Detto ciò si deve comunque considerare l'opera assolutamente unica nel suo genere per un Totò in piena forma dal punto di vista della mimica. Uno dei film più gustosi del compianto comico partenopeo.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Alla richiesta di un secondo bacio Totò esclama: "un duplicato"!

  • Totò, musicista di strada, si trova a sostituire il parente defunto Pepè Le Mokò, capo della banda di Algeri. L'equivoco giocato sul doppio senso di "banda" consente a Totò di sciorinare all'inizio tutta la sua vis comica: un gran trascinatore! Convince anche la Calò, legnosa la Canale.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La donna della banda: "Baciami ancora!" Totò: "Un duplicato?".

La censura

Duplicato del verbale (datato 17 dicembre 1949) della Commissione Revisione Cinematografica datato 15 gennaio 1965
(Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema)


Foto di scena, video e immagini dal set


Le incongruenze

  1. Nei titoli di testa Mario Castellani compare erroneamente come "Renato Castellani".
  2. Quando Totò è in Italia e suona per i bambini, in alcuni momenti non utilizza alcun strumento eppure la musica continua a sentirsi.
  3. L'uomo che accompagna Totò verso il postino ha un sigaro in bocca, ma nell'inquadratura dell'apertura della lettera il sigaro è passato sulla mano sinistra.
  4. Al suo arrivo a casa Mokò, Totò spiega la sua strategia alla "banda". Al cambio di inquadratura gli uomini che gli erano accanto si sono quasi tutti spostati di posto.
  5. Al Grand Hotel, la banda è impegnata a tirare fuori gli strumenti. Il bandito con il fez in un'inquadratura è abbastanza a destra di Totò, nell'inquadratura successiva è invece a sinistra.
  6. Totò sfoglia lo spartito e nell'inquadratura da davanti ha la bacchetta nella mano sinistra, mentre è nella mano destra nelle altre inquadrature.
  7. Durante la sparatoria Totò ha in mano un MP40, con la quale scimmiotta. Si sentono gli spari, che dovrebbe fare, ma si vede benissimo che non è lui che spara.
  8. Inseguito dalla polizia, Totò si rifugia nella camera di una donna semi-nuda. Nelle prime scene l'asciugamano che indossa per coprirsi e arriva fino alle ginocchia, mentre quando si nasconde pure Totò le arriva ai piedi.
  9. Quando in casa Totò dice alla banda di avere "terrore, spavento", Castellani in un'inquadratura è seduto, nella successiva è in piedi.
  10. Uscito il bando di cattura per Totò, alcuni arabi si mettono ad urlare per impedirne l'arresto. I labiali delle persone sono mal sincronizzate con le urla che fanno.
  11. I componenti della banda si riparano in casa e salgono velocemente le scale. Nell'inquadratura della salita delle scale dal pian terreno Castellani è il quinto della fila, ma nell'inquadratura dal primo piano diventa secondo.
  12. Al banco del bar "Ali Babà" Totò ordina da bere. In un'inquadratura il braccio sinistro è disteso sul banco, nella successiva è appoggiato solo con il gomito.
  13. La danzatrice del bar "Ali Babà" canta, eppure poche volte muove la bocca.
  14. Pepé ritorna facendosi vedere dai suoi nel retrobottega del bar "Ali Babà". In una scena parla con Pavese, poi con uno stacco brusco l'immagine successiva fa vedere che Pepé sta strangolando Pavese.
  15. La frangia del fez di Totò cambia continuamente posizione.
  16. La ex fidanzata di Pepé non si capisce dove abbia preso la foto raffigurante Totò, quando questi arrivando nella casbah il giorno prima non si è fatto foto.
  17. La ex fidanzata di Pepé usa la foto per fargli dolore con gli spilloni e con degli schiaffi. Lo colpisce prima al sedere e dietro la schiena e poi sulla bocca e sulla guancia. Come è possibile colpire tutte queste parti del corpo avendo una foto, mica è tridimensionale.
  18. Quando Totò si tocca dopo aver ricevuto lo schiaffo - tramite la fotografia, nel primo piano tutte le dita sono sulla guancia, mentre nel campo lungo il mignolo è sul naso.
  19. Totò e la ricca biondona sono nella stanza di lui e parlano di Napoli. La posizione della mano di lei, che tiene alcuni oggetti, si sposta al cambio d'inquadratura.
  20. Durante i combattimenti tra Totò e Pepé, Totò fa dei salti e delle acrobazie impressionanti, peccato che si vede benissimo che non è lui. La controfigura che lo sostituisce è palesemente più magro e più alto di lui.

www.bloopers.it


Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo 

1949-Toto le moko 01 

1949-Toto le moko 02 

 1949-Toto le moko 05

Il Grand Hotel di Algeri dove Antonio Lumaconi (Totò) si presenta con la sua nuova banda ereditata da Pepè Le Mokò e dove scoprirà che questa non è una banda musicale bensì un gruppo di delinquenti è l’ex casinò Paradiso del Mare di Anzio (Roma). Tutte le scene sono state girate nella Sala degli Specchi (la stessa dove Totò, 11 anni più tardi, girerà una scena di Risate di gioia), qui plurisfruttata in base all'inquadratura. Ripresa dal centro del salone verso i balconcini rappresenta la hall dell'albergo algerino mentre ripresa dalla prospettiva opposta è la sala del ricevimento dove Lumaconi scoprirà l’amara verità


1949-Toto le moko 03 

1949-Toto le moko 04

La piazza di Napoli dove Antonio Lumaconi (Totò) suona la mazurka all’inizio del film non è affatto a Napoli ma in Piazza della Colonnetta a Isola Farnese (RM) sulla Cassia vicino all'antica città etrusca di Veio!


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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • "Totò, un napoletano europeo" (Valentina Ruffin), Ed. Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 1996
  • Documenti censura Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema