Dov'è la libertà?
Salvatore Lo Jacono
Inizio riprese: marzo 1952, Stabilimenti Ponti - De Laurentiis
Autorizzazione censura e distribuzione: - 6 febbraio 1954 - Incasso lire 273.200.000 - Spettatori 2.251.711
Titolo originale Dov'è la libertà?
Paese Italia - Anno 1952 - Durata 95 min - B/N - Audio sonoro - Genere satirico - Regia Roberto Rossellini - Soggetto Roberto Rossellini - Sceneggiatura Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Antonio Pietrangeli, Vincenzo Talarico - Produttore Carlo Ponti e Dino De Laurentiis - Fotografia Aldo Tonti, Tonino Delli Colli - Montaggio Jolanda Benventuti - Musiche Renzo Rossellini - Scenografia Flavio Mogherini
Totò: Salvatore Lo Jacono - Vera Molnar: Agnesina - Nyta Dover: la maratoneta di danza - Franca Faldini: Maria - Leopoldo Trieste: Abramo Piperno - Antonio Nicotra: maresciallo - Salvo Libassi: un altro maresciallo - Giancarlo Zarfati: bambino nel vicolo - Giacomo Rondinella: un carcerato - Ugo D'Alessio: un giudice - Mario Castellani: pubblico ministero - Vincenzo Talarico: avvocato difensore - Fernando Milani: Otello Torquati - Eugenio Orlandi: Romolo Torquati - Giacomo Gabrielli: Torquato Torquati - Andrea Compagnoni: Nandino, il cognato - Augusta Mancini: la signora Teresa - Ines Fiorentini: la sora Amalia - Thea Zubin: Dea, la cameriera - Fortunato Misiano: un pensionato -Pasquale Misiano : un pensionato - Nino Misiano: un pensionato - Pietro Carloni - Armando Annuale - Andrea De Pino - Maria Bon Roseto - Ines Targas - Fred e Aronne
Soggetto
Nel periodo poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Salvatore Lojacono (Totò), un modesto barbiere, esce di galera dopo aver scontato una lunga pena per aver ucciso un suo amico che insidiava sua moglie. Purtroppo l'uomo non sa dove andare ma, dopo qualche vicissitudine e contro ogni sua aspettativa, viene accolto dai parenti della moglie, ormai defunta. Salvatore pian piano viene a scoprire che la famiglia che lo ha accolto si è arricchita con i soldi rubati agli ebrei deportati nei lager dai nazisti, che la sua defunta moglie e chi la insidiava non erano altro che amanti, e che la ragazza che gli avevano presentato, a servizio della famiglia, è incinta di un altro. Amareggiato e deluso dalla vita, pianificherà il suo ritorno in prigione.
Critica e curiosità
Le riprese del film iniziano il 10 marzo, in piazza Augusto Imperatore, dove Ennio Flaiano riscrive precipitosamente le scene abbozzate da Rossellini sul rovescio di una busta. Antonio de Curtis è felice di girare con un regista come Rossellini; spera in un cambio di rotta dei recensori, e confida apertamente in uno sbocco commerciale in Nord America. Col suo metodo istintivo e confusionario, il regista di Roma città apertasta stravolgendo il soggetto di partenza, in cui l’ex barbiere Lojacono (Totò), in prigione per omicidio, passava anni per mettere a punto un’evasione vanificata da un condono imprevisto; ha deciso di concentrarsi solo sulla seconda parte, nella quale Totò, scontato il suo debito con la giustizia, trova fuori un’umanità egoista e decide di tornare dietro le sbarre: un capovolgimento totale, geniale, di Guardie e ladri.
Si tratta di uno dei film più travagliati di Totò, poiché, dopo aver girato alcune scene, Rossellini si disinteressò della pellicola.
Alla prima bozza della sceneggiatura collaborarono Antonio Pietrangeli, Vincenzo Talarico, Vitaliano Brancati ed Ennio Flaiano. Rossellini tenne di poco conto quanto scritto e decise quasi tutto al momento, di getto, quasi improvvisando. Addirittura Ennio Flaiano ricevette l'incarico della collaborazione al film il primo giorno delle riprese: sarà così fino al termine della lavorazione, Flaiano lavorerà in "presa diretta" su set abbozzando i dialoghi quasi in diretta. In questo modo la struttura originale della sceneggiatura cambiò sensibilmente e così facendo Rossellini rese il lavoro difficile a tutti.
In base ad una testimonianza di Aldo Tonti l'opera fu completata, a partire dalle scene del Tribunale, dopo circa un anno principalmente da Mario Monicelli (cosa smentita dal regista a Sebastiano Mondadori). Probabilmente Tonti confuse il giovane Monicelli con l'altrettanto giovane e promettente Federico Fellini, circostanza da lui confermata. Nonostante questo, Rossellini risulta essere l'unico regista accreditato del film. Al regista reduce dal disastroso Macchina ammazzacattivi viene dato dalla Ponti - De Laurentis questa seconda possibilità ma visti gli esiti Ponti decide di non voler più lavorare con lui. Il film uscì due anni dopo, nel marzo del 1954.
Nei doppiaggi, si distingue la voce di Alberto Sordi che doppia Andrea Compagnoni e Nino Manfredi uno dei ballerini della maratona. Da segnalare la partecipazione dei fratelli Fortunato, Pasquale e Nino Misiano, nel film i cinici componenti la famiglia Torquati, nella vita produttori cinematografici. Presente anche la giovanissima Franca Faldini, reduce dalle ribalte Hollywoodiane.
All'atto della distribuzione del film Mario Piperno, un superstite del campo di concentramento di Auschwitz, chiede al questore di Roma il sequestro della pellicola poiché si sente diffamato dalla figura dell'ebreo Abramo Piperno (Leopoldo Trieste).
Così la stampa dell'epoca
Dov' è la libertà? (1952) - Articoli di stampa
«Dov'è la libertà», Totò diretto da Roberto Rossellini
Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1954
Ecco la prova che Totò era veramente principe
Ecco Rossellini
Ennio Flaiano: la prima volta che incontrai Totò
Federico Fellini: «il mio Totò»
Franca Faldini: «Totò è sempre nel mio cuore però da vent'anni ho ritrovato la felicità accanto a un principe»
Gli «arrivati»: Totò
Ingrid e Roberto oggi ciak
Ingrid e Roberto, dopo il divorzio nozze in una piccola città italiana
La maschera di Totò
Roberto Rossellini e il figlio di Sonali: un segreto che scotta
Roberto Rossellini: «non sono il carceriere di Ingrid»
Rossellini ci darà un Totò europeo
Rossellini il conquistatore
Rossellini: «per noi in Italia non c'è più nulla da fare»
Totò e Rossellini verso la libertà
Totò, il comico dalla faccia tragica
Totò, il comico irripetibile
Vita, progetti, amarezze di Rossellini a Parigi
Dov'e' la libertà ? ha subito parecchie traversie. Le denuncia tutte, naturalmente, nelle slegature del racconto, nell'approssimazione di alcuni episodi, nelle disparità di tono. [...] Il film si snoda su questo mezzo tono fra il burlesco e il serioso, ma è sempre verso il primo dei due elementi che si finisce per scivolare, nonostante le consuete acrobazie di Totò ; e quando ciò accade ogni cosa rovina, in un grottesco autentico e involontario [...]
Fernaldo di Giammateo, 1954
Resterà sospeso il chiarimento di qualche fatto, non però degli stati d’animo, che maggiormente importano: è probabile che brani previsti si siano omessi nella realizzazione o tolti al montaggio. [...] Ugualmente il film risulta unitario nella sua intonazione grottesca, sorretto dall’audacia stilistica della deformazione. [...] Le fasi deformate in senso espressionistico non esauriscono però il racconto, e anzi la singolarità del film si rivela proprio nel continuo inserimento di dati desunti da una puntuale osservazione della realtà [...]. Tutto il dramma si inscrive sulla maschera di Totò, martoriata e mobilissima [...]. Intensi attimi lirici [...]. Dovè la libertà? è opera originale, non indegna certo del fortissimo artista che l’ha firmata.
Marcello Clemente, «Filmcritica», 1954
Per ventidue anni un tizio è stato in carcere. Doveva restarci per ventinove, ma gli ultimi sette gli sono ora condonati; eccolo quindi riaffacciarsi alla vita, alla libertà. Ma ciò che fuori lo attende e gli si rivela (brutture, egoismi, abbiezioni) è per lui talmente insopportabile che farà ben presto di tutto per tornare in carcere, e vi riuscirà, ritrovando così un sereno asilo, un sicuro riparo, una sua libertà.
E' questo lo spunto che lo stesso Rossellini ha delineato, accettato e svolto per il suo ultimo film. Uno spunto che, evidentemente, è un paradosso; e con dei paradossi e su del paradossi non è certo facile costruire qualcosa. Comunque, sviluppi e significati più convincenti e sicuri sarebbero stati quelli satirici. Una satira molto amara, e sovente grottesca, e talvolta quasi allucinata, avrebbe potuto far sfilare dinanzi all'attonito reduce dalla galera una tale messe di « casi » più che edificanti da determinarlo allo sgomento ed alla rinuncia. Meglio non vivere, anziché vivere quella vita. Ma per sostenere un'impalcatura del genere sarebbe stata necessaria una vena incessante di trovate, di tratti e di denunce, in un crescendo ineluttabile, insopportabile; qui, invece, gli episodi sono pochini, e piuttosto diluiti, incolori.
In più il film ha avuto una strana costruzione. Enuncia fin dall'Inizio la sua conclusione e la sua tesi, togliendo quindi a parecchie situazioni le risorse di opportuni imprevisti; ed è il protagonista, che racconta la sua disavventura. Quando lo vedremo uscire dal carcere, saranno poi altri a raccontare, rivelandogli questo e quello; e i vari mozziconi di racconto troppo spesso ci danno allora per espressi casi e sviluppi che dovremmo vedere e seguire. Di qui una palese e quasi dichiarata insufficienza, tanto esteriore quanto generica, e ancora qua e là frettolosa.
Spiace, e non poco, il dover giudicare in questi termini la ultima fatica di un regista che dette al nostro cinema almeno due film indimenticabili, e sul quale, di volta in volta, è ancora e sempre legittimo riporre non piccole speranze. Ma il suo film è quello che è, e deve essere giudicato per quello che sullo schermo appare. Lo stesso Totò non ha accenti dovuti a una regìa diversa dalle solite che lo pilotano; e si che l'attore, almeno una volta ebbe ad affermarsi ottimamente, con la regia di Eduardo De Filippo, in Napoli milionaria.
m. g., «La Nuova Stampa», 6 marzo 1954
Condannato a 25 anni di carcere per aver tagliato la gola ad un corteggiatore di sua moglie, l’ex barbiere Salvatore Lojacono ha sognato costantemente di riconquistare la libertà, e ha anche studiato un piano di evasione. Ma un condono lo riporta inaspettatamente nel mondo che lui sognava.
I primi contatti con una società irriconoscibile provocano nell’animo di Lojacono un senso di sconforto e di amarezza. Solo e senza denaro, egli va ad alloggiare in un modesto dormitorio, ove passa il tempo corteggiando la figlia de! padrone, e guadagna facendo barba e capelli ai pensionanti.
Ma ecco le prime delusioni: la fanciulla di cui si era innamorato non è onesta come egli aveva creduto, e cosi Lojacono ritorna a vagabondare. Tuttavia, come per un benigno caso, egli incontra alcuni familiari della moglie morta, che lo invitano a casa loro. Il povero uomo spera di avere di nuovo una famiglia, di lavorare e poter vivere serenamente.
Le festose accoglienze di quella gente ridanno a Lojacono nuovo vigore e tranquillità. Ma anche stavolta l'illusione dura poco; egli si accorge che le parole, i complimenti di quella gente nascondono menzogne e secondi fini.
Si propone infatti, all’ex carcerato, di commettere un delitto: si tratta di uccidere un povero ebreo, che giustamente reclama la restituzione delle ricchezze di suo padre, da questi affidate a quella famiglia prima che i nazisti lo deportassero in un campo di concentramento, a morirvi.
Naturalmente a Lojacono viene data una versione diversa di questi fatti. Ed egli viene spinto ad incontrarsi con l’ebreo, ormai convinto che quello è un uomo da uccidere. In realtà l’incontro con la vittima è illuminante, e il candidato al delitto si rende conto di quale sia la verità e la menzogna.
Abbandonato da tutti, anche dalla stessa servetta che egli cominciava ad amare, e che aspira ad una diversa soluzione matrimoniale, Lojacono decide di attuare alla rovescia il piano di evasione, già studiato in carcere, e di servirsene per rientrare nella sua prigione.
La cosa non è facile. Il piano viene scoperto a metà, e Lojacono arrestato, per «violazione di domicilio», anche se si tratta di domicilio coatto. La cosa è grave, perchè la pena per questo reato è soltanto una forte multa, che riporterebbe il povero Lojacono nel mondo civile.
Per «fortuna» il solitario Lojacono riesce a trovare una àncora di salvezza: nell’aula del processo egli aggredisce l’avvocato che, maldestramente, gli aveva evitato la condanna che lui desiderava. Finalmente condannato, Lojacono torna in cella, dove il mondo gli appare migliore.
«Noi Donne», anno IX, n.12, 21 marzo 1954
Questo film è il frutto di una insolita collaborazione: protagonista ne è infatti Totò e regista Roberto Rossellini. Da questo binomio era lecito aspettarsi o tutto o nulla: la scintilla della reciproca comprensione tra autore e interprete poteva scoccare o non scoccare, istantaneamente determinando la riuscita o meno del film. Invece, cosa strana, il film non è nè bello nè brutto: la storia si svolge dignitosamente e lentamente, tranquilla e inutile, senza infamia e senza lode. E se non fosse per qualche sequenza molto originale e qualche smorfia di umana espressività, non ci si renderebbe neanche conto di essere dinanzi a un grande regista e a un grande comico.
«Dov'è la libertà?» è la domanda senza risposta che si rivolge un povero uomo il quale, uscito di prigione dopo 22 anni, si trova ad affrontare il grave problema di rifarsi una vita punto dopo tanto tempo, la sua città e riconoscibile: egli non riesce neanche a ritrovare la sua vecchia botteguccia da barbiere. Anche la gente diversa, egoista, corrotta defunti la stessa famiglia che apparentemente lo coglie a braccia aperte in realtà non tarda a rivelarsi per un'accozzaglia di spregiudicati furfanti. Di fronte a questa dura sconfortante realtà, al ometto non resta che scegliere di tornare nella cella dalla quale appena uscito.
Tutto è raccontato in modo piuttosto disuguale. Alcuni episodi veramente ben riusciti, come l'incontro del protagonista con una passeggiatrice e «l'evasione all'incontrario» che egli organizza per rientrare clandestinamente in carcere, si impongono per una bellezza di immagini degna veramente di miglior causa. Ma queste pagine felici sono poi tenute assieme da un tessuto connettivo alquanto opaco, in mezzo al quale il microscopio della buona volontà non riesce a individuare che cellule dal contorni confusi. Cosi la profonda tristezza della vicenda non arriva ad esprimersi in modo abbastanza compiuto da persuadere e commuovere, malgrado la buona volontà di Totò che, per presentare una maschera autenticamente tragica, rinuncia qui al solito repertorio dei suol ben noti lazzi, e di un gruppo di attori (la brava Nyta Dover, Vera Molnar. Franca Faldini, Leopoldo Trieste e Giacomo Rondinella) i cui personaggi raramente assumono una concreta evidenza umana. Bella la fotografia.
Vice, «Il Messaggero», 27 marzo 1954
E’ questo l’interrogativo che si pone Roberto Rossellini raccontando le vicende d’un ergastolano a cui un inatteso condono permette di riaccostarsi al mondo. Ma questo mondo, tanto sospirato per ventidue an ni, si rivela diverso nei suol mutevoli aspetti, costringendo l’uomo, che si è giovato di tre giorni di libertà, a tentare di ritornare in carcere.
Secondo lui la libertà non fuori delle mura di una fortezza di Portoflno, che ospita gli unici suoi amici : gli ergastolani che con lui hanno diviso molti anni di prigione. Totò, che t impersona la figura di un barbiere il quale ha ucciso la moglie per difenderne l’onore, i spiega ai giudici, che vogliono condannarlo per aver tentato d’occupare un luogo pubblico (il carcere), che a questa decisione è pervenuto dopo aver scoperto le brutture d’un mondo che egli credeva pieno di gioie.
Roberto Rossellini ha raccontato questa storia con toccante umanità, creando un personaggio cosi vivo e nuovo da aderire perfettamente alla va sta gamma di cui Totò dispone. Il film ha qualche lacuna e qualche lentezza, ma si fa vedere con piacere e con interesse per l’originalità della vicenda, il gusto con cui è narrato e per la buona interpretazione del protagonista.
«Il Popolo», 27 marzo 1954
Nell'opera di Rossellini il tema degli uomini privi di cristiana carità è certo tra i più fondamentali. Di solito però egli poeticamente se ne vale per giungere a conclusioni implicitamente o esplicitamente positive attraverso un drammatico procedere di argomentazione polemiche. Nel film di oggi, invece, il tema è sentito in tono minore, con scarsi approfondimenti umani in un clima che, pur mirando all'apologo, non trova mai una sua esatta morale.
Il racconto prende lo spunto dal volontario ritorno in prigione di un ex carcerato qui sono bastati solo pochi mesi di libertà per rendersi conto della cattiveria degli uomini cosiddetti per bene. in questa chiave, che ha quasi il sapore di una barzelletta, son viste, una in fila all'altra, tutte le delusioni che la libertà riserva a chi l'aveva tanto sospirata: delusioni sulla fedeltà coniugale, sulla famiglia, sull'amicizia, persino sull'aspetto stesso della città e delle case…
Ma tanta malvagità è in genere senza motivo, fredda ed esteriore come un elenco di capi d'accusa: non ferisce realmente l'animo del protagonista, non ci giustifica le sue reazioni, non trova giustificazione nemmeno a se stessa:i in certi luoghi si risolve in rigida asprezza, in altri cede al grottesco (se non addirittura alla farsa) e anche come tono, così, non raggiunge mai un sicuro equilibrio.
Il pubblico segue l'azione con un certo interesse vuoi per quel clima spesso caricaturale che la domina, vuoi per la presenza di Totò nelle vesti del protagonista: un Totò amarissimo, acido, acre, ancora piuttosto inedito. Al suo fianco Vera Molnar, Nyta Dover, Leopoldo Trieste, Giacomo Rondinella, Franca Faldini e Vincenzo Talarico.
G.L.R. (Gian Luigi Rondi), «Il Tempo», 27 marzo 1954
Da qualche tempo Rossellini si pone problemi sempre più generati dell'umanità e del vivere civile. "Dov'è la libertà" si chiede stavolta ed esemplifica con la storia di un detenuto che, dopo aver trascorso 22 anni in carcere, ne esce. Ma, trovatosi a contatto della gente, ne ritrae in breve una impressione così avvilente, così repellente, da perdere ogni fiducia nella società civile. Questa società, tutta intera, e per lui una società di ipocriti, di mascalzoni, di mentitori, di gente meschina, priva di ogni senso di solidarietà. Perciò il nostro eroe decide di ritornare in carcere, realizzando una evasione alla rovescia. processato per invasione, si farà di nuovo condannare alla galera, per trascorrere felicissima in carcere il resto della sua vita.
L’assunto paradossale inspiegabile ed inspiegato. Tutto il film si svolge traballando, e cade da posizione e situazioni moralistiche a situazione e farsesche senza alcun nesso. I vari tipi sono introdotti nella vicenda casualmente, senza logica narrativa, e non riescono a dir nulla che appaia un po' intelligente, o almeno grottesco, satirico, o qualcos'altro. Nulla. Un film sconcertante, questo di Rossellini: sconcertante proprio per la gravissima sperequazione che vi si avverte fra il nome insigne del regista (e quelli degli sceneggiatori), ed il risultato. E' sconcertante questa vacanza della intelligenza e dell'animo, questa disattenzione ad ogni elemento realistico, questa trasandatezza di linguaggio. In definitiva spiace dolorosamente il disprezzo - è una parola grossa ma chiarisce il nostro pensiero - verso il pubblico e i suoi sentimenti. Il personaggio principale è interpretato da Totò, che riesce a sorreggere qua e là la tenue vicenda con il suo abile gioco mimico.
l. c., «L'Unità», 27 marzo 1954
Egli ha rivisto nella pellicola una sua tragica vicenda con una conclusione molto lesiva per lui
Roma 6 aprile.
Il proprietario di una nota casa di spedizioni romana, Mario Piperno, ha fatto chiedere ieri dal suo avvocato al questore di Roma la sospensione della programmazione del film Dov'è la libertà, di cui è regista Rossellini e protagonista Totò. Il Piperno ritiene di aver identificato se stesso e la tristissima vicenda vissuta dalla sua famiglia al tempo dell’occupazione tedesca in uno degli episodi del film.
Nella pellicola, infatti, è descritta tra l’altro la storia di un tale Abramo Piperno che fu Internato dai Tedeschi nel campo di concentramento di Auschwitz insieme con la sua famiglia. Sua moglie Ester, suo padre, sua madre e un suo fratello furono uccisi; unico superstite, lui.
Perchè mal, al suo ritorno, non rese noto il nome del suoi delatori? Il film, alla fine, lo spiega con la frase: «Anche Abramuccio si era messo d’accordo con i suoi aguzzini per non pagare le tasse».
Ora, l'autentico signor Piperno — che non si chiama, come nel film Abramo, ma il cui nome è Mario — ha riconosciuto nell’episodio, come si è detto, la sua vicenda, anche per numerosissime coincidenze: la data della deportazione (ottobre ’43), il luogo della deportazione, il numero del congiunti deportati e la loro qualità di parentela con il Piperno, il nome — Ester — della moglie, l’età del Piperno allorché avvenne il tragico fatto (circa 35 anni) ed infine il fatto che fu lui soltanto il superstite.
E’ assolutamente lesivo — sostiene la parte in causa — affermare, alla conclusione del film, che quel tal Piperno «si era messo d’accordo con i propri aguzzini». Di qui il ricorso diretto a ottenere un provvedimento che valga a porre termine alla programmazione del film, provvedimento che potrebbe preludere al sequestro o comunque alla soppressione delle scene incriminate.
secondo una iscrizione sull'architrave del portone.
Soltanto la facciata è rimasta in piedi. Il crollo ha avuto conseguenze immediate anche per i vicini di casa che hanno dovuto lasciare le loro abitazioni calandosi dalle finestre, giacché erano precipitate anche le loro scale esterne.
Nell’incrociarsi dei commenti fra la popolazione su quanto era accaduto, le due proprietarie dell’edificio hanno risposto vivacemente ad alcuni apprezzamenti, determinando un tafferuglio, per cui hanno dovuto accorrere i carabinieri.
«Corriere della Sera», 6 aprile 1954
Un noto commerciante romano, deportato dai tedeschi ad Auschwitz, chiede il sequestro della pellicola per una frase lesiva
Roma, martedì sera.
Un noto commerciante di Roma ha chiesto al pretore la sospensione delle programmazioni dell'ultimo film di Totò, regista Roberto Rossellini. Il signor Mario Piperno, amministratore unico dell'omonima ditta di spedizioni, ritiene infatti di aver identificato se stesso e la tristissima vicenda della sua famiglia al tempo dell'occupazione tedesca, in uno del veri episodi di cui il film si compone.
Nella pellicola è descritta la storia di tale Abramo Piperno che, internato dal tedeschi nel campo di concentramento di Auschwitz insieme alla sua famiglia, ebbe tragicamente uccisi là di lui moglie Ester, il padre, la madre ed un fratello. Unico superstite fu lui. Perchè mai, al suo ritorno, non rese noto il nome del suoi delatori? Questo il film lo spiega alla fine, con la frase: «Anche Abramuccio si era messo d'accordo con i suoi aguzzini per non pagare le tasse ».
Ora l'autentico signor Piperno ha riconosciuto nell'episodio la sua vicenda; tutto, secondo lui, coincide: la data della deportazione (ottobre 1943), il luogo della deportazione, il numero dei congiunti deportati e la loro qualità di parentela con il Piperno, ti nome Ester della moglie, l'età del Piperno allorchè avvenne il tragico fatto (35 anni all'incirca), ed infine la circostanza per cui lui soltanto fu il superstite della strage. Ogni cosa coincide alla perfezione; ma, sostiene la parte In causa, è assolutamente lesiva la frase, alla conclusione del film che quel tal Piperno «si era messo d'accordo con i propri aguzzini».
Ciò, anche in considerazione del fatto che la tragedia della famiglia Piperno è assai nota nella comunità israelitica la quale anzi ha anche rilasciato una dichiarazione in cui si afferma che l'episodio della famiglia Piperno è unico e assolutamente inconfondibile con qualsiasi altro atto di deportazione. Di qui il ricorso presentato ai sensi dell'articolo 700 del Codice di procedura civile per ottenere il sequestro del film di Totò o comunque la soppressione delle scene incriminate!
«Stampa Sera», 7 aprile 1954
Anche con "Dov’è la libertà?" come con "Europa ’51", Roberto Rossellini ha voluto fare un film polemico. In tutt’altra chiave, naturalmente, e con diversi mezzi, adatti al suo interprete maggiore, che è Totò, stavolta. In "Europa '51", la protagonista, in segno di protesta contro la società ipocrita e cattiva, si appartava, stanca e nauseata, in una casa di cura per psicopatici; qui, Totò, tornato libero dopo ventidue anni di prigione, la di tutto per rientrarvi; la compagnia del galeotti gli sembra preferibile a quella della gente che ha la fedina penale senza macchia. La libertà è nella segregazione, ossia nella rinuncia ad ogni rapporto con il prossimo.
Solo apparentemente, nel processo imbastito in questo film, (l’imputato è Totò; il vero atto d’accusa à lanciato contro la società, ossia contro noi, voi e Rossellini. Tutti, insieme, siamo colpevoli d’insincerità, d’infingardia, di disonestà; il che, detto così brutalmente, implica una generalizzazione paradossale e denuncia, con le intenzioni, anche il tono del film, che è satirico. Di una satira (riconosca Rossellini, autore del soggetto, come della regia) che sembra sovvertitrice ed è abusata e convenzionale. Se si vuol dimostrare che la gente davvero savia sta in manicomio e la gente davvero per bene sta nel penitenziario, non è una tesi anarchica, è il luogo comune di tutti gli amareggiati, un sarcastico aforisma che si ripete da sempre.
Totò, appena scarcerato (scontava una pena comminatagli per omicidio; aveva ucciso un uomo che tentava di sedurre sua moglie) conosce doloroso delusioni. Non trova lavoro, perchè viene dal carcere; lo accolgono bene soltanto i familiari della sua ex-moglle, morta nel frattempo; ma non gli tacciono che quella donna, il cui onore egli difese con il delitto, lo tradiva sin dalle nozze. Le liete accoglienze, del resto, erano interessate: si voleva fargli sposare una ragazza che uno del parentado aveva sedotto. E si intendeva addossargli una truce missione: eliminare un giovane ebreo che chiedeva la restituzione dei beni familiari, carpitigli dal congiunti di Totò quando i nazisti avevano deportato i suoi genitori. Tutto fango, dice Totò; e chiede di tornare fra i detenuti.
Che cosa si aspettava l'ex-galeotto? Il soggiorno in carcere non dovrebbe avergli dato una idea rosea della società; il carcere rispecchia la società, chi sta dentro non può illudersi su quelli che stanno fuori.
Più strano sembra che Rossellini abbia fatto un film cosi sbandato e discontinuo, in bilico fra il dramma e la beffa, e non mai dramma veramente e non mai beffa. Qua e là, qualche buona inquadratura, ben curata dal regista e dall’operatore Tonti; qualche buon momento di Totò e del suoi compagni, specialmente di Nyta Dover, fra le molte donne del film. Ma l’insieme non appartiene al genuino Rossellini; è squallido, mal connesso e non significante. Bisogna appagarsi delle intenzioni; il regista stavolta, progettava un grottesco, voleva divertirsi. La prossima volta, non ne dubitiamo, si riprometterà di divertire i suoi spettatori.
lan., (Arturo Lanocita) «Corriere della Sera», 28 aprile 1954
La libertà è nelle prigioni, sostiene paradossalmente Salvatore Loiacono, protagonista di questo film di Roberto Rossellinl. Proprio il giorno prima della presentazione di Dov'è la liberta, il regista aveva affermato, davanti ai pubblico dei «lunedi letterari», di ritenersi in perpetua ricerca, non pago del cospicui frutti raccolti in passato. Toni farseschi, scorci realistici, motti di spirito, situazioni buffonesche e patetiche: c’è di tutto in Dov’è la libertà, che ha molti difetti ma non è senza dubbio scevro di originalità.
Salvatore è una sorta di Don Chisciotte in un mondo tutto contesto di ribaldi, un cavaliere errante in una società che pullula di furbastri e di «dritti». Anni prima, per difendere l’onore della moglie. Salvatore ha ucciso il suo migliore amico; di professione barbiere, egli non ha saputo resistere alla tentazione offertagli da quella gola traditrice, che gli soffriva indifesa. Nel carcere, bonaccione e servizievole come è. Salvatore s’è trovato benissimo; rimesso in libertà dopo ventidue anni, egli è finito di nuovo davanti al giudici sotto il peso di una singolare accusa: che suona press’a poco « tentativo di invasione del carcere.
Ora il protagonista racconta la sua vicenda. Era tornato da poco libero quando un gaglioffo gli ha sottratto i risparmi del carcere; una bella ragazza, figlia della padrona del dormitorio in cui è capitato, lo ha preso in giro. Finalmente. ha ritrovato i fratelli della moglie morta quando era in carcere. Son diventati ricchi, lo accolgono festevolmente: dopo pochi giorni. Salvatore scopre tuttavia ima verità atroce; egli fini in prigione a
causa di una svergognata che lo ingannava cinicamente e che denunziò il complice al marito solo per liberarsene. Come se non bastasse, i parenti si sono arricchiti denunziando una famiglia di ebrei e carpendone le ricchezze; la suocera fa la strozzina, le giovani di cosa sono in tutto degne del parentado. Ecco perchè Salvatore ha tentato di tornare in carcere; ma i giudici, comprensivi, lo mandano assolto. Caparbio, Salvatore raggiunge egualmente il suo intento aggredendo l’avvocato difensore. «Lesioni gravi»: avrà cinque anni di pace.
Dov’è la libertà si giova di alcune lepide invenzioni, di un palo di situazioni imbroccate e di una controllata interpretazione di Totò, che conferisce alla figura di Salvatore accenti di intelligente comicità. Come film appare però slegato ed incerto; manca soprattutto di «vis comica». Si direbbe che il soggettino è troppo inferiore alle qualità del regista; forse Roberto Rossellini ha voluto concedersi un «divertimento», che a noi appare troppo al disotto delle sue possibilità di regista. E' un po’ come se Coppi partecipasse per un capriccio a una gara domenicale di «Juniores». Tra l’altro, il problematico, teso, difficile Rossellini che tutti conosciamo. difficilmente potrebbe Imbroccare un film dai significati modestamente paradossali come Dov’è la libertà. Oli difetta la necessaria inclinazione. Non si è ridanciani a comando: le «teste leggere» lo sono in genere contro la loro volontà.
P. B., «Corriere d'Informazione», 29 aprile 1954
È una felice coincidenza che il titolare di questa rubrica, Alberto Moravia, sia in Spagna e perciò non possa occuparsi dell'ultimo film di Rossellini. Moravia, uomo tra i più modesti, non avrebbe mai detto che Dov’è la liberta? è il film «moraviano» di Renzo Rossellini, mentre si tratta della annotazione più saliente. L'autore della Romana, intendiamoci, non ha collaborato al film; il suo nome non appare nei «titoli di testa» accanto a quelli di Vitaliano Brancati e di Vincenzo Talarico; egli direttamente non c'entra. Ma forse questa è l’opera cinematografica che, in un certo senso, più gli appartiene, certamente più, per esempio, della Provinciale, film tratto da un suo racconto, ma profondamente trasformato dalla inclinazione «estetizzante» di Soldati, che è lontanissima da Moravia.
Non sappiamo se altri l'abbia già detto, ma a noi sembra fuor di dubbio la spiccata «corrispondenza» tra Rossellini regista e Moravia scrittore. I due uomini hanno certamente una corda in comune ed è la natura particolare della loro ispirazione migliore. Tutti e due respirano a pieni polmoni quando hanno a che fare con un certo tipo di «realtà», quella bullesca e incanaglita del suburbio trasteverino. Chi non noterà nel film di Rossellini gli stessi tipi umani e gli stessi ambienti che ci ha offerto Moravia nei suoi Racconti romani?
Non alludiamo al soggetto di Dov’è la libertà? Esso si muove su una trovata che non ha nulla di moraviano e se mai ha parentele con René Clair. Esaminiamolo un momento. Un condannato a trent'anni di carcere viene rilasciato qualche anno prima del termine dell’espiazione «per buona condotta». Egli è, davvero, un uomo buono, che ama il prossimo, anche se ha mandato una persona all'altro mondo. Se uccise, fu perché si trattava di un amico che aveva cercato di sedurgli la moglie.
Lasciate dietro le spalle le inferriate della prigione, suo compito è di «inserirsi nuovamente nel tessuto sociale». Ma tutti i suoi tentativi si concludono rovinosamente. La «società» nella quale cerca di introdursi è perfida, disumana, ed egli, dopo aver annaspato a vuoto, comincia a rimpiangere la sua cella. E infine si decide e «scappa» in prigione.
Il tema «si sta meglio in prigione che fuori» non è dei più nuovi (se ne è servito anche il regista di Finalmente libero, uno squallido film con Dapporto che per liberarsi dalle troppe mogli si fa chiudere in cella). Dov'è la libertà? appartiene al genere delle favole morali, e si vale di quell'espediente satirico che consiste nel capovolgere la realtà. Totò, infatti, che interpreta benissimo la parte del condannato, sarà protagonista di una rocambolesca «fuga in prigione», e il suo piano di invasione si varrà degli stessi strumenti e delle stesse astuzie che servono ai detenuti per eseguire i loro piani di evasione. Totò riuscirà a calarsi nell’interno del carcere servendosi della classica fune di lenzuola annodate.
La forza di Rossellini è nel descrivere la realtà, non nel capovolgerla. E infatti, il suo film, è dominato da un contrasto tra la favola della vicenda e la sua esecuzione verista. Per fortuna, però, Rossellini riesce continuamente a far dimenticare la favola. Egli d'istinto si tuffa nella realtà. Come narratore cinematografico egli è nato per ritrarre il vero, il vero che è stato capace di scoprire, di sorprendere. Parlare per apologhi non è affar suo.
E in Dov'è la libertà? Renzo Rossellini ci ha dato stupendi quadri dal vero. Parliamo della balera suburbana dove si fa la maratona di danza; dell'infimo dormitorio dalle pareti lebbrose dove Totò va ad alloggiare dopo uscito di prigione; e di quella famiglia di affaristi e strozzini che vive nell'appartamento carpito a ebrei deportati. Ricordiamo la giovanissima «serva» dall’aria ingenua di cui Totò sembra innamorarsi e che gli rivelerà di essere incinta. In lei, qualsiasi sentimento è assente, e la creatura che porta nel seno le ispira solo queste squallide parole: «Ne ha da scucì de quattrini», alludendo al padrone che la prese minorenne. Anche qui siamo nella «materia» cara allo scrittore Moravia.
Totò è stato attore intelligente, sensibile. Rossellini gii ha ispirato uno dei personaggi più belli della sua carriera. Qui non siamo al macchiettismo spicciolo in cui, troppo di frequente, cade il principe dei comici. In questo personaggio c'è un’anima. E se «fa ridere di meno» è perché commuove e convince di più. Rossellini è stato bravissimo anche nel disegnare gli altri personaggi. Franca Faldinl, di solito così inutilmente fastidiosa, ci ha dato scene di forte rappresentazione drammatica. Lo stesso vale per Nita Dover. L’aver trasformato due bambolone insipide in attrici di chiara attitudine ci fa capire le capacità di Rossellini. A dispetto delle contraddizioni a cui prima abbiamo accennato, egli ci ha dato con Dov’è la libertà? un ottimo film, al livello dei suoi tempi migliori.
Vice, «L'Europeo», anno X, n.19, 9 maggio 1954
Dev’essere stato tutt’altro che facile montarlo e non si può nemmeno dire se i volonterosi che hanno provato ci siano riusciti, perché del film non si capisce quasi niente. [...] Del resto, se vi capita tra le mani il fascicoletto pubblicitario distribuito dalla Lux, provate a dargli un’occhiata: troverete che il soggetto era alquanto diverso. Inoltre troverete fotografie di scene che nel film non ci sono: e non ci sono non per un intervento della censura [...] ma proprio perché, fatti i conti, egli non era più capace di ficcarcele dentro. [...] Dov'è la libertà appartiene dunque al periodo dei film di Rossellini che non si capiscono e non si possono montare. Un esempio abbastanza clamoroso fu già quello della Macchina ammazzacattivi. Con quest’altro lo sfacelo dell’artista è completo. [...] La verità è che non si può far del cinema con il dilettantismo e la strafottenza; le intuizioni di un paio di minuti non bastano. Poi occorre un paio d’anni per cercar di mettere assieme il materiale. [...] Anarchia e misticismo [...] si danno la mano [...] confermando la decadenza di colui che fu uno dei più grandi registi del cinema italiano.
Guido Aristarco, «Cinema Nuovo», 15 maggio 1954
Nel film non esiste né il grottesco satirico, né una farsa libera di sovrastrutture. Di tale impaccio risente lo stesso Totò che, privato dì pretesti validi, sia pure su un piano esteriore, fatica a tenere in piedi il fantoccio protagonista [...] SÌ aggiunga che da un punto di vista sintattico, grammaticale e tecnico, il film, come spesso accade quando Rossellinì «non ne ha voglia» o esce dall'ambito che è suo, sembra l'opera di un principiante, dal quale assai poco ci sia da sperare per l'avvenire [...]
Giulio Cesare Castello, «Cinema», Milano, 31 maggio 1954
Sulle orme di Totò, il quale, nel film « Dov’è la libertà », sostiene la parte di un ex detenuto che fa di tutto per rientrare in carcere, un napoletano di 34 anni, pur di tornare dietro le inferriate, si è attribuito un nome falso e un furto inesistente. Per andare incontro al suo eccezionale desiderio, il pretore della sezione penale ha «regalato» all’uomo, tale Vincenzo Caricchio, dieci mesi di reclusione per autocalunnia e quindici per false generalità, più le spese del processo che l’imputato «pagherà», con qualche mese di prigione.
«Corriere di Saluzzo», 3 luglio 1954
Totò è accusato di invasione del carcere perchè si è introdotto abusivamente in una cella. Egli ci racconta come si sia trovato in carcere avendo ucciso un amico che aveva attentato all’onore di sua moglie, e come si è trovato bene. Liberato per buona condotta dopo 22 anni, sera trovato a dover affrontare la vita sfuggito da tutti per la sua condizione di ex carcerato. Ritornato in famiglia apprende che la moglie era realmente l’amante dell'uomo da lui ucciso. Disgustato di tutto ritorna in carcere per scontare anche gli anni che gli hanno condonato. Ma in Tribunale i giudici gli infliggono una semplice multa. Allora egli salta addosso al suo avvocato e con un morso gli strappa un orecchio. Così almeno sarà condannato e ritornerà in carcere dove troverà in sua libertà.
Regìa di Roberto Rossellini. Interpreti: Totò, Leopoldo Trieste, Franca Faldini, Nita Gray, Giacomo Rondinella.
«Corriere Biellese», 8 luglio 1954
«Roberto Rossellini piaceva parecchio a Totò — ricordano Franca Faldini e Goffredo Fofi nella biografia del grande comico —. Era intelligente, colto e signore. Oltretutto lo chiamava sempre Antonio e diceva "per favore" ogni volta che esigeva qualcosa, dal primo attore all’ultima comparsa. E Totò a certe sfumature ci badava». L’incontro col celebre regista è avvenuto nel 1952, in occasione del film in onda stasera, recitato anche da Nyta Dover, Vera Molnar, Leopoldo Trieste e dalla stassa Faldini. Totò è il barbiere Salvatore che dopo vent’anni di carcere per aver ucciso un uomo che gli insidiava la moglie viene rilasciato proprio nel momento in cui sta per evadere secondo un piano ben congegnato. A casa trova tutto cambiato, quello non è più il suo mondo. E cerca di tornare in galera dove, secondo lui, «è la vera e unica libertà possibile».
«Corriere della Sera», 1 maggio 1989

Lo storico e unico incontro tra Roberto Rossellini e Totò non fu tra i più felici. Il regista di Roma città aperta spesso era assente dal set, i soldi mancavano e il film venne finito da Monicelli, che girò la scena del tribunale. «Dov' è la libertà?» (1954) è comunque importante ed emblematico per capire gli umori degli anni 50, e per questo è presente nella rassegna domenicale «Capolavori sconosciuti» curata da Paolo Mereghetti. Una cappa plumbea di conformismo è calata sul Paese, la censura è più forte che mai. E Salvatore Lojacono (Totò), che esce di prigione dopo vent' anni (aveva commesso un delitto passionale), si ritrova circondato da ipocriti e farabutti. La conclusione (alla sceneggiatura collaborano Brancati, Flaiano e Pietrangeli) non è una sorpresa, ma è così paradossale e provocatoria che è stata ripresa più di una volta nel nostro cinema.»
Alberto Pezzotta, «Corriere della Sera», 13 marzo 2005
I documenti
Il neorealismo e la miseria
![]() |
Sugli ambienti miserevoli del set di Dov'è la libertà? - ricorda Franca Faldini - Totò fece questa considerazione:
E me lo chiamano neorealismo. Altro che neo, è un'atmosfera vecchia almeno quanto me, questa schifezza di odore che è stato lo Chanel numero cinque di tutta la mia infanzia. Ci sono giorni che me lo sento ancora addosso e allora mi riprende una paura e la smania di arraffare, arraffare contratti, buoni o cattivi, denaro, perchè oggi mi vogliono, domani chi lo sa e io di una realismo così ne ho avuto a iosa."
Lavorando con Roberto Rossellini, ho fatto una scoperta; come dire ho riconosciuto in me stesso una verità che, fino a ieri, non mi aspettavo potesse offrirmi il cinematografo. E che cioè nella realtà idealizzata è possibile fare arte vera. Per la prima volta infatti, ve lo ripeto, ho sentito che il peso della mia parte non era tutto sulle mie spalle. Siamo in due, stavolta, ad interpretare il film: Rossellini ed io. Ho dovuto purtroppo ripensare in questi giorni a tutto il mio passato lavoro, quando in certi films poco ci mancava che mi dovessi caricare sulle spalle anche la macchina da presa.
Totò, Una mia breve confessione, “Il Grillo”, n. 1, 28 maggio 1952 (Busta T09, fase. ‘Totò’, Fondo Calendoli, Biblioteca della Fondazione Cineteca di Bologna)
Rossellini fa scrivere la sceneggiatura del suo film a quattro persone che ci si mettono d'impegno, poi butta la sceneggiatura, va a pesca e comincia il film come gli pare.
Ennio Flaiano
Rossellini, che ogni tanto aveva altro da pensare, telefonava e diceva: 'Chi c'è libero per girare?'. 'Ci sono io'. E così per esempio, la telefonata di Misiano l'ho girata io. Succedevano spesso cose così.
Lucio Fulci
Roberto si era ammalato, mi pare, i produttori mi pregarono di concludere in qualche modo il film. Una sequenza minuscola, solo un paio d'inquadrature: Totò che saltava in testa all'avvocato Talarico e gli mordeva l'orecchio, tutto qua. Ma ioero ugualmente intimidito e a disagio. Come tutti, gli dicevo: 'Senta principe, potremmo fare così, ecco, principe, lei viene avanti...'.E allora Totò mi ha guardato con quei dolcissimi occhi da rondone e mi dice: 'Voi mi potete chiamare Antonio.'Era un'investitura; sia pure per pochi minuti ero diventato il suo regista.
Federico Fellini
Dov’è la libertà? [...] è piuttosto un derivato di Europa ’51, perché è un tentativo di esaminare la stessa situazione. Poi c’era quel personaggio straordinario che è Totò. Il film, come si vede oggi, è molto mutilato, molto alterato, era molto più crudele. Questo tentativo di addolcirlo che hanno fatto i produttori gli toglie peso. Del resto non sono film importanti, sono solo esperimenti.
Roberto Rossellini
![]() |
Nel film vi sono tre accenni di canzoni di Totò:
Casa miacantata da Giacomo Rondinella
Uocchie ca' me parlate che Totò canta rivolto a Maria (Franca Faldini)
Me songo 'nnammurato...c'aggi 'a fa che Totò dedica alla giovane Assuntina
In extremis, un attimo prima del ciak mi sussurrò: ‘Leopoldo, mi potreste ripetere che cosa ci ha detto Roberto, la cosa ultima che ha detto a me?’. E mi confidò che in esterni, in mezzo alla gente, con i ragazzini che facevano chiasso e si buttavano addosso, lui perdeva la testa, non si raccapezzava. ‘Ogni volta è una sofferenza, io sto bene in teatro, quando esco per le strade mi suiciderei’. Cercai di recuperare le indicazioni del regista; domandammo un attimo di riflessione prima del ciack e ci scambiammo i consigli, gli accorgimenti. Poi di colpo la folla ammutolì e partimmo. Roberto disse sottovoce alla segretaria: 'Prima buona'.Flaiano, onnicomprensivo, mi disse: 'Siete due mostri'.
Leopoldo Trieste, nelle sue memorie rievocando le riprese al portico d’Ottavia
Al film lavorò la gente più impensata, è stata una lavorazione molto caotica, come d’altronde erano sempre caotiche le lavorazioni con Rossellini. I due si adoravano, non dipendeva da incompatibilità ma da un certo disordine di vita, dalla genialità del regista. E' vero che il film è stato ultimato da più persone, così com’è vero che Rossellini l’ha scritto o riscritto praticamente al momento: ogni tanto si appartava e buttava giù su foglietti quattro cose... Era un modo di lavorare piacevolissimo per chi c’era perché era sempre una sorpresa, però, indubbiamente... Per Totò avrebbe potuto essere una bellissima cosa, poteva dargli un passaporto per il mondo.
Franca Faldini
Il film risulta essere un apologo profondamente sfiduciato, ma carico di un’esasperazione tematica interessante e decisamente controcorrente nel panorama rosa del neorealismo di allora, il suo pessimismo spinge al grottesco e al paradossale anche l’interpretazione di Totò, ma tra regista e attore non c’è scambio, non c’è, si direbbe, abbandono reciproco il film ne risente, non quaglia.
Goffredo Fofi
Cosa ne pensa il pubblico...
I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com
- Ho il sospetto che in alcune interviste, stufo di essere sottovalutato, Totò dicesse all'intervistatore ciò che riteneva il tipo volesse sentirsi dire, piuttosto che quello che lui pensava davvero. Infatti, fra i suoi film che il Principe sosteneva di prediligere, c'era questo, anche perché diretto da Roberto Rossellini. Peccato che il film sia brutto, noioso, con il nostro che interpreta il solito personaggino patetico (perché lo considerava un passo in avanti rispetto al "burattino" del teatro di rivista... allora era questo che si credeva).
- Amo il cinema didascalico di Rossellini e i suoi film sul “disagio”, ma questa pellicola con Totò la trovo esteticamente brutta, narrativamente sconclusionata e con una tesi di fondo a dir poco semplicistica: ma si può trovare realmente la vera libertà in carcere? Mah... Rossellini non credeva al progetto, la sceneggiatura cambiò spesso di mano, molte battute furono improvvisate sul set e sembra che l’aiuto regista Lucio Fulci e addirittura Fellini abbiano girate diverse scene come quelle del processo. Insomma, una babele, un'occasione gettata al vento.
- Tra i meno diffusi del Principe, questo lavoro, a cui han messo mano diversi registi a parte Rossellini, ha il pregio di mostrare un Totò intenso ed espressivo spogliato dai suoi consueti ruoli comici. Grosso punto debole è la sceneggiatura, che a tratti appare efficace ma in molti punti sembra trascinare a fatica gli eventi della storia fino alla conclusione, che nella sua tragicomicità riporta il registro dalle parti della commedia. Il Principe cerca di fare bella figura, ma, come spesso è accaduto nella sua carriera, è abbandonato a se stesso.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Lojacono scopre la verità su Torquati.
Le incongruenze
- Agnese sul terrazzo appende al filo i fazzoletti. Uno di questi è appoggiato sopra a due mollette, ma nell'inquadratura successiva le mollette non ci sono più, anzi il fazzoletto che stende poco dopo torna a essere quello sopra le due mollette.
- Totò è sul terrazzo con Agnese e le passa un fazzoletto che la ragazza appende al filo. Dopo qualche secondo suona la porta e Totò si accinge ad andare ad aprire, ma proprio in quel momento consegna di nuovo il fazzoletto (lo stesso già appeso poco prima) ad Agnese.
- Totò, all'inizio del film, dice che gli sono rimasti 180 giorni di carcere da scontare. Più tardi, però, gli giunge inaspettata la notizia che gli sono stati condonati più di 1000 giorni, ed è subito libero.
www.bloopers.it
La censura
La Commissione esprime parere favorevole e la Società Lux Film comunica di aver effettuato il taglio, allegato, riguardante il funzionario di Pubblica Sicurezza. Contenzioso tra la Produzione Ponti-De Laurentiis e L’unione delle Comunità Israelitiche Italiane, secondo la quale erano presenti nel film 'alcune sequenze offensive per l'ebraismo'.
Foto di scena, video e immagini dal set
![]() |
|||
Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo | |||
|
|||
Il carcere di Portofino nel quale era detenuto Salvatore Lo Jacono (Totò) e che sarà oggetto di un tentativo di "invasione" da parte dello stesso, deciso a ritornare in galera dopo esser stato scarcerato, disgustato da ciò che aveva vissuto fuori dal carcere, è il Castello Aragonese di Baia (Bacoli, Napoli), situato in Via Castello 39 e visto anche in Cadaveri eccellenti (1976), dove pure sarà spacciato per carcere. | |||
|
|||
Il cortile dell’ora d’aria. | |||
|
|||
La piazza dove, la sera dopo essere uscito dal carcere nel quale aveva trascorso ventidue anni di detenzione, Salvatore Lo Jacono (Totò) si aggira smarrito cercando il Teatro Augusteo, non sapendo che nel frattempo era stato demolito, è Piazza Augusto Imperatore a Roma. Qui vediamo Totò guardarsi attorno alla ricerca del teatro. | |||
|
|||
Sulla destra transita il passante che indicherà a Totò il luogo dove si trovava l’Augusteo. | |||
|
|||
Guardando nella direzione indicatagli Totò vede il Mausoleo di Augusto, collocato nel bel mezzo della piazza: il Teatro Augusteo è realmente esistito in questo luogo e si trovava esattamente all’interno del monumento; inaugurato nel 1780, fu demolito nel 1937, periodo nel quale fu costruita la stessa piazza. | |||
|
|||
|
|||
Il vicolo dove Salvatore Lo Jacono (Totò) consegna a Giacomo (Rondinella) i due barattoli di latte in polvere che aveva comprato su suo incarico e dove scoprirà che i soldi che gli aveva dato per acquistarli erano falsi è Vicolo de’ Renzi a Roma, all’altezza dello sbocco nell’omonima piazza.Totò ora arriva in quel luogo provenendo da Via del Cipresso. | |||
|
|||
L'abitazione dove, dopo esser uscito dal carcere, Salvatore Lo Jacono (Totò) prende alloggio in una camera in affitto si trova in Via della Pelliccia 38 a Roma. Questo (A) è l’ingresso, visto nella scena dove Totò viene scacciato dall’abitazione, dopo che la padrona di casa l’aveva sbattuto fuori dalla camera e costretto a passare la notte sulle scale.Uscito dall’abitazione Totò s’incammina verso Vicolo del Piede.Il posto è stato individuato grazie alla vista dal balcone della camera di Totò verso il campanile della basilica di Santa Maria in Trastevere, esattamente in asse con il fotogramma (il punto rosso indica il punto dove si trovava la camera presa in affitto da Totò) | |||
|
|||
La strada dove, mentre sta vagando senza meta dopo esser stato scacciato dall’affittacamere, Salvatore Lo Jacono (Totò) si imbatte in un gruppo di buoi diretti al mattatoio e, credendosi inseguito dalle bestie, si mette a correre spaventato è Via di Monte Testaccio a Roma, proprio all’esterno del celebre ex mattatoio del Testaccio. | |||
|
|||
Il controcampo, con Totò che fugge nella direzione opposta. | |||
|
|||
Dopo una lunga rincorsa, che nel film dura pochi istanti ma che viene lasciato intendere durata un po’ di più, ritroviamo le bestie all’esterno del mattatoio... ossia a nemmeno cento metri di distanza dal punto dove avevamo visto Totò fuggire via! | |||
|
|||
La casa dove abita Abramo Piperno (Trieste), l’ebreo al quale i parenti della moglie di Salvatore Lo Jacono (Totò) avevano rubato tutto durante la deportazione nei lager, si trova in Via del Portico d’Ottavia a Roma. Questo è l’ingresso. Accanto al portone si trova il bar dove Totò va a cercare Trieste: in realtà si tratta della rinomata trattoria Da Giggetto al Portico d’Ottavia (B) | |||
|
|||
Infine, ecco Totò e Trieste che si incamminano verso il Portico d’Ottavia (D), del quale viene mostrato un piccolo scorcio. |
Dov' è la libertà? (1952) - Biografie e articoli correlati
«Dov'è la libertà», Totò diretto da Roberto Rossellini
Alivernini Umberto
Amati Giovanni (Nino)
Amoroso Roberto
Annuale Armando
Articoli & Ritagli di stampa - 1950-1959
Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1954
Carloni Pietro
Castellani Mario
Corbo Sandro
D'Alessio Ugo (Pasquale)
De Laurentiis Dino (Agostino)
De Pino Andrea
Delli Colli Tonino (Antonio)
Dover Nyta (De Chvalkovsky Angelica Antonietta Anita Enrichetta)
Ecco la prova che Totò era veramente principe
Ecco Rossellini
Ennio Flaiano: la prima volta che incontrai Totò
Faldini Franca
Federico Fellini: «il mio Totò»
Ferri Riccardo
Franca Faldini: «Totò è sempre nel mio cuore però da vent'anni ho ritrovato la felicità accanto a un principe»
Gli «arrivati»: Totò
Ingrid e Roberto oggi ciak
Ingrid e Roberto, dopo il divorzio nozze in una piccola città italiana
Jaboni Massimo
La maschera di Totò
Laurenti Giuliano
Libassi Salvo (Salvatore)
Magnanti Elda
Me songo annammurato
Misiano Fortunato
Misiano Pasquale
Nicotra Antonio
Ponti Carlo (Fortunato Pietro)
Roberto Rossellini e il figlio di Sonali: un segreto che scotta
Roberto Rossellini: «non sono il carceriere di Ingrid»
Rondinella Giacomo
Rossellini ci darà un Totò europeo
Rossellini il conquistatore
Rossellini Roberto
Rossellini: «per noi in Italia non c'è più nulla da fare»
Talarico Vincenzo
Totò e Rossellini verso la libertà
Totò e... Mario Castellani
Totò, il comico dalla faccia tragica
Totò, il comico irripetibile
Trieste Leopoldo
Uocchie ca me parlate
Vita, progetti, amarezze di Rossellini a Parigi
Zarfati Giancarlo
Riferimenti e bibliografie:
- "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
- "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
- "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
- "Un intruso a Cinecittà" - Leopoldo Trieste - Eri, Torino 1985
- «Noi Donne», anno IX, n.12, 21 marzo 1954
- Vice, «L'Europeo», anno X, n.19, 9 maggio 1954
- "Totò, l'uomo e la maschera" (Franca Faldini - Goffredo Fofi) - Feltrinelli, 1977
- Documenti censura Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo - www.cinecensura.com