Racconti romani

Vede, il babbo... il babbo. Perchè, non si dice così?

Professor Semprini

Inizio riprese: settembre 1955, Stabilimenti Titanus, Roma
Autorizzazione censura e distribuzione: 14 ottobre 1955 - Incasso lire 755.198.000 - Spettatori 5.172.589



Titolo originale Racconti romani
Paese Italia - Anno 1955 - Durata 110 min - Colore - Audio sonoro - Rapporto 2.35 : 1 - Genere commedia - Regia Gianni Franciolini - Soggetto Alberto Moravia, Sergio Amidei - Sceneggiatura Sergio Amidei, Age & Scarpelli, Alberto Moravia, Francesco Rosi - Produttore Niccolò Theodoli per I.C.S. - Distribuzione(Italia) Diana Cinematografica - Fotografia Mario Montuori - Montaggio Adriana Novelli - Musiche Mario Nascimbene - Scenografia Aldo Tomassini - Costumi Beni Montresor


Totò: professor Semprini - Vittorio De Sica: avvocato Mazzoni Baralla - Silvana Pampanini: Maria - Franco Fabrizi: Alvaro Latini - Antonio Cifariello: Otello - Maurizio Arena: Mario - Sergio Raimondi: Valerio Zerboni - Nando Bruno: Amilcare - Mario Riva: cameriere - Aldo Giuffrè: avvocato - Mario Carotenuto: il commendatore - Eloisa Cianni: Iris - Giovanna Ralli: Marcella - Maria Pia Casilio: Annita - Turi Pandolfini: un cliente del barbiere - Anita Durante: madre di Alvaro - Gisella Monaldi: madre di Marcella - Ciccio Barbi: primo poliziotto allo stadio - Elio Crovetto: secondo poliziotto allo stadio - Dino Curcio: il barbiere cognato di Spartaco


Soggetto

Quattro giovani romani, Otello, Mario, Spartaco e Alvaro si incontrano dopo che quest'ultimo viene rilasciato dalla prigione. Vedendo che Alvaro lavora in proprio e fa buoni guadagni, gli altri 3 decidono di imitarlo e si interessano all'acquisto di un camioncino a rate. Ma non avendo denaro sufficiente per l'anticipo e la prima rata, e lavorando rispettivamente come cameriere, aiuto barbiere e garzone di pescheria, ricorrono a vari espedienti escogitati da Alvaro per far quattrini in fretta.

Prima provano a fare bagarinaggio ad una partita della Nazionale Italiana, ma vengono scoperti dai poliziotti che sequestrano loro tutti i biglietti. Poi, con l'aiuto di uno scrittore in bolletta, tentano di imbrogliare un avvocato, ma vengono preceduti nella truffa proprio dallo scrittore a cui si erano rivolti.

Provano quindi a spacciare delle banconote false, ma nemmeno questa trovata riesce. Infine si fingono guardie della buoncostume per poter multare le coppiette colte in atteggiamenti intimi a Villa Borghese, ma vengono scoperti e arrestati: tutti tranne Alvaro, che riesce a fuggire. I suoi compagni, dopo la lezione imparata con una notte in cella, decidono di "scaricare" finalmente il loro cattivo maestro e ritornano ai loro vecchi lavori.

Critica e curiosità

A fine settembre, l’attore partecipa al film, coproduzione internazionale diretta da Gianni Franciolini per la I.C.S. di Niccolò Theodoli. L’episodio con Totò, in duetto con Vittorio De Sica, è una mediocre rielaborazione da La parola mamma, una delle novelle moraviane da cui è tratto il film. Il film farà ottimi incassi ma non lascerà il segno per l’inconsistenza complessiva dell’operazione, attenta quasi esclusivamente a fotografare in Cinemascope le bellezze di Roma.

Nel film Totò è presente solo in alcune scene. Il film riceve il premio "David di Donatello"1956 per il miglior regista (Gianni Franciolini) e la miglior produzione (Gianni Theodoli).
La sceneggiatura è ispirata all'omonima opera di Alberto Moravia.

Nella sequenza della gita al mare ad Ostia si sente la canzone Ciccio o' pescatore cantata dal gruppo di Marino Marini.

Silvana Pampanini nel film viene doppiata da Adriana De Roberto ma altre fonti dicono che sia doppiata da Benita Martini voce molto simile.

"I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998


Così la stampa dell'epoca

De Sica e Totò, con le loro scene costituiscono quasi un numero a parte e lo fanno con piacevole condiscendenza . Totò vi ripete la divertente trovata del "babbo" costruendovi su, come Paganini, numerose variazioni [...]

Luigi Chiarini, 1955


Era fatale, inevitabile che il cinema s'imbattesse nei racconti, centinaia, che Roma ha suggerito ad Alberto Moravia. Non esito a paragonare questa materia a un giacimento di petrolio cinematografico: il film di Gianni Franciolini Racconti romani lo ha raggiunto con una facile sonda, è il fatidico pozzo numero uno della prevedibile Kansas City o Baku specifica, nella quale regista e produttori nostri si avvicenderanno infaticabilmente, potete giurarci, con le loro dannate, magiche trivelle. [...]

Giuseppe Marotta, 1955

Moravia ha scritto il suo romanzo non più a letto ma al tavolo della macchina da scrivere

Alberto Moravia scriveva di solito la maggior parte dei suoi libri stando a letto e quelli di casa si lamentavano perchè insudiciava le lenzuola con macchie d’inchiostro. Ma quest’ultimo suo grosso romanzo, La Romana (edizione Bompiani), non è stato scritto cosi. Moravia lo ha battuto a macchina, dal novembre 1945 al febbraio 1946, con una media di cinque pagine ogni giorno.

Questa volta Moravia ci racconta la storia di Adriana, una bella ragazza la quale comincia con il fare la modella e poi, con la complicità della madre, si trova a poco a poco ad essere una prostituta senza eccessiva fortuna. L’A-driana butta via le occasioni buone. respinge chi le potrebbe metter su casa e si perde nell’amare uno studente, che finirà con il suicidarsi. Nell'ultima pagina del romanzo si sa che aspetta un figlio, glie lo ha dato il più brutale e violento dei suoi amanti, che è anche un assassino; ma il caso offre la possibilità di far credere che il padre sia lo studente morto, il quale ha alle spalle una famiglia ricca, che vive in provincia. E’ un imbroglio non soltanto di avvenimenti, ina anche di coscienze, come è nel gusto davvero romanzesco di Moravia, e tale imbroglio pare rechi con sè un interrogativo: non si può infatti dire se l’Adrian a cambierà o no vita dopo molte sciagurate peripezie. D’altronde, lungo tutto il romanzo, più volte si prova la sensazione di avere a che fare con una vocazione sbagliata, Che l’Adriana non sia una vera prostituta, ma piuttosto l’immagine letteraria di una prostituta? A meno che non si tratti di un animo femminile fondamentalmente buono, in lotta con la propria disperata vocazione. Oppure, per uscire dal personaggio e tornare all’autore, a meno che non siano le preoccupazioni moralistiche che sempre sonnecchiano nei grandi scrittori veristi.

Tra tanta letteratura accademica, di bella pagina, di «memoria», e sperimentale, che persin troppo è servita ai giuochi degli anni passati, Moravia ha senz’altro mirato al romanzo, nella sua formula più sincera e meno sofisticata. Oggi è uno dei più famosi romanzieri di Italia e le sue opere, tradotte in molte lingue, ottengono all’estero fortuna e successo. Ha quaranta anni giusti e fu quel che si dice uno scrittore precoce. Diciotto anni fa egli faticò per farsi pubblicare il suo primo romanzo, Gli indifferenti, e riuscì poi a stamparlo a proprie spese.

Alberto Moravia era allora un giovane della borghesia romana, tutti lo conoscevano con il suo vero nome, che è Pincherle. e sapevano che aveva umore e modi contrastanti. Era, ad un tempo, affettuoso e capriccioso. Si mostrava sempre, o quasi, con il volto corrugato, come fosse scontento di se stesso, più che degli altri. Anche adesso, seduto al caffè o in trattoria con gli amici, sovente la sua espressione si indurisce e le parole gli escono dalle labbra a scatti: il ragazzo scontento si è tramutato in un uomo pronto al pessimismo. E’ stato un ragazzo avido di letture, facilitate e quasi favorite da quel dover trascorrere mesi interi in casa o a letto.

«Stavo anche nascosto in una soffitta», dice Moravia, «e mi leggevo un libro al giorno». Le ore trascorse sulle pagine di Manzoni, di Goldoni, di Dostojevski, gli autori preferiti, hanno lasciato un’eco che ancora oggi si avverte nelle sue trame e nella sua prosa. La sua fisionomia di romanziere apparve già perfetta sin dal primo libro. Se si dovessero confrontare le pagine degli Indifferenti con queste ultime della Romana, si vedrebbe nelle prime una sovrabbondanza di punti e virgola e di due punti; ma per il resto, taglio delle, scene, attacchi ed abbandoni, giri di dialogo, e, quel che più conta, il mondo ed i personaggi, già tutto era chiaro e stabilito nella sua mente. Moravia era un ragazzo puntiglioso e questo suo carattere lo ha travasato dentro la sua prosa, nella quale tutto è detto e precisato appunto con una specie di puntiglioso fervore.

Alberto Moravia vive a Roma, in un appartamento dei Quartieri Alti. Nel 1937 fece un viaggio in Cina. Tornato a casa, conobbe Elsa Morante, scrittrice, e la sposò. Conducono vita ordinata e, tra di loro, ben raramente si ricordano a vicenda d’essere entrambi scrittori di racconti e di romanzi.

Il proletariato non ha ancora espresso, da noi, scrittori in atteggiamento di critica. La borghesia, invece, si gode già la fine attraverso i suoi scrittori, che la dipingono quale è, avida o corrotta, impaurita od ipocrita. Negli anni passati, Moravia aveva l’ambizione di essere appunto il romanziere di tale declino, che era poi un modo d’essere ad un tempo dentro e fuori la borghesia, per metà complice involontario, per l’altra metà giudice volontario. In quegli anni frequentava i Pecci-Blunt nella loro villa di Marlia, presso Lucca, forse con l’intento di descrivere poi una particolare società, le sue pose snobistiche, i suoi vizi, le sue tare. Tutto ciò fa parte di quella spiccata inclinazione che Moravia ha per le sintesi ideologiche e per le interpretazioni del mondo, che sempre gli è stata cara. Non fu mai fascista; anzi, in quegli anni, nel tira e molla dei veti ministeriali, più d’una volta fu costretto a nascondersi dietro nomi inventati, come Trasone, o dietro altri, come quello di Pseudo,» che vuole appunto dire falso, e che era di grande ironia verso coloro che lo costringevano a queste cose.

Moravia, adesso, almeno nelle sue ultime opere, dichiaratamente non cerca più di darci il quadro d’una determinata società. Lo sfondo, l’ambiente sono sempre quelli, di media o piccola borghesia; ma il suo intento si fissa su un altro desiderio, quello di ripeterci le avventure di certi personaggi. Cosi era per Agostino, un lungo racconto che ha l’aria di essere oramai legato ad un’epoca della nostra letteratura. La narrazione è libera e chiara, si tratta di esprimere come, durante una stagione al mare, un ragazzo impari a conoscere le vicende sessuali degli uomini. Qui il tema era più stringato e d’efficacia inventiva; mentre nella Romana diventa più riflesso e, purtroppo, più riflessivo. Dato il tema nasce la casistica. La casistica ideale porta questa prostituta a contatto di certi uomini e non di altri: Gino, l’autista che la seduce e le promette di sposarla pure essendo già ammogliato; Giacinti, il buontempone che rutta, gode e paga; Astarita, l’infatuato, disposto ad ogni sacrificio e che meno degli altri ottiene; Sonzogno, il violento, per il quale ella sentirà al tempo stesso ripugnanza ed attrazione; infine Giacomo, lo studente, che sarà il suo «béguin».

Moravia è l’unico in Italia ad avere la bravura necessaria per mettere in moto una macchina narrativa che. senza indulgere ad una definizione di generi, va sotto il nome di romanzo. Ha fantasia, penetrazione psicologica ed un linguaggio che è suo. A convincere basterebbero le ultime cento pagine di questa Romana, quando i personaggi si trovano legati da fili a loro ignoti; ma è temerario dire che il filo più grosso, quello che è nelle mani stesse della protagonista, sia di buona sostanza, cioè vero. Al di là dell'artificio della narrazione in prima persona, che non preoccupa e non pesa, vi è la intelligenza improbabile di questa prostituta, che scrive con un acume contrastante con tutta la sua vita. Ella è una povera, istintiva ragazza. inesperta di sè e degli altri, eppure sovente si analizza, trova paragoni, immagini e sottigliezze che forse solamente un’altra poteva avere, quell’Aspasia amica di Pericle. Cosi il Gino, il Giacinti, l’Astarita, il Sonzogno, il Giacomo, la Gisella sono personaggi moraviani; ma la protagonista, questa Adriana, è troppo e soltanto Moravia.

Enrico Emanueli, «L'Europeo», anno III, n.30, 27 luglio 1947


Alberto Moravia è, forse, tra gli scrittori italiani che hanno avuto più soddisfazioni dal cinema. Dopo i successi della Provinciale e della Romana, due film interpretati da Gina Lollobrigida, è la volta dei Racconti romani, addirittura pellicola a colori e in cinemascope. Quest’ultimo film, però, è lontano dalla tecnica seguita in altre pellicole del genere; cioè non spezzettato in episodi, uno per ogni racconto.

I quattro protagonisti maschili del film Racconti romani, per cui gli sceneggiatori hanno preso lo spunto da otto racconti di Moravia, sono (da sinistra) Giancarlo Costa, Antonio Cifariello, Maurizio Arena e Franco Fabrizi. Vittorio De Sica e Totò compaiono in una sola sequenza, quella dell'avvocato filantropo e del « professore » imbroglione.

Giovanna Ralli, Silvana Pampanini e Maria Pia Casilio sono le interpreti femminili di maggior rilievo.

Ha una trama compatta con una storia unica, anche gli sceneggiatori hanno preso spunto da otto racconti di Moravia (esattamente: Il bassetto, Il biglietto falso, Il godi poco, Arrivederci, Il terrore di Roma, La par mamma, La voglia di vino e Prepotente per forza). Il personaggio centrale è Alvaro Latini, appena uscito dal carcere, si riunisce a tre suoi compagni per studiare il sistema di far quattrini. Non ne va bene una. Fallisce il tentativo di spacciare biglietti falsi da diecimila lire, va a rotoli la vendita a bagarinaggio di biglietti per lo stadio, non riesce la truffa ai danni di un avvocato filantropo.

E non va bene nemmeno il colpo di passare per poliziotti perché la coppia presa di mira, di sera, al parco, reagisce violentemente. I tre compagni di Alvaro finiscono in carcere, ma solo per una notte. Il protagonista, invece, se la cava e dopo un salutare tuffo nel Tevere si decide a vivere onestamente. Sempre, però, con l’idea fissa di riuscire, un giorno o l’altro, a far fortuna con una delle sue idee fin troppo pericolose. Racconti romani è stato diretto da Gianni Franciolini.

«Epoca», 1955


«Novella», anno XXXVI, n.49, 4 dicembre 1955

Da alcuni racconti di Alberto Moravia è stato tratto un film in cinemascope che ci mostra una Roma inedita e colorita

Una mattina Alvaro Latini (Franco Fabrizi) esce dal carcere. Va a casa, bacia la moglie Maria (Silvana Pampanini), poi va in giro per Trastevere. E’ il « capo » del quartiere e i suoi « fedeli » sono tre giovanotti.

Si chiamano rispettivamente Otello (Antonio Cifariello), Mario (Maurizio Arena) e Spartaco (Giancarlo Costa). Otello fa il pescivendolo, Mario il cameriere e Spartaco, detto il «bassetto », lavora nella bottega di barbiere del cognato. Alvaro rimprovera gli amici di fare mestieri umili.

Marcella (Giovanna Ralli) è la figlia della pescivendola che ha come garzone Otello. Marcella ama sinceramente Otello però nello stesso tempo lo tiranneggia perchè è una ragazza dai modi autoritari e dal carattere estremamente bizzoso e capriccioso. Otello le è però devoto e Marcella ne approfitta.

1955 12 17 Settimana Incom Illustrata Racconti Romani f04La ragazza di Mario si chiama invece Anita (Maria Casilio). E’ la figlia del sor Annibaie, proprietario di una trattoria trasteverina. Anita è una ragazza petulante che vuole a tutti i costi rinnovare il suo locale e vedere Mario in pantaloni neri, giacca immacolata e spalline dorate.

1955 12 17 Settimana Incom Illustrata Racconti Romani f05Il « bassetto » è invece un innamorato timido. Ama in segreto Ines (Eloisia Cianni) la bella cassiera di un bar. Ma non ha mai il coraggio di invitarla ad uscire con lui. Ogni giorno entra nel locale deciso a dire alla ragazza una frase galante. All’ultimo momento però riesce appena a balbettare un saluto.

1955 12 17 Settimana Incom Illustrata Racconti Romani f06Alvaro e deciso a far soldi, a tutti ì costi. Per questo convoca in casa sua, alla presenza degli amici, il «professor» Semprini (Totò), uno strano personaggio dalle idee brillanti che dovrebbe dare l’idea che renderà Alvaro ricco.

1955 12 17 Settimana Incom Illustrata Racconti Romani f07Semprini consiglia di commuovere un avvocato (Vittorio De Sica) noto per il suo buon cuore. Egli scrive una lettera toccante poi si reca in casa sua. E’ questa la prima volta che gli attori Totò e De Sica lavorano insieme.

1955 12 17 Settimana Incom Illustrata Racconti Romani f08Ma Alvaro non crede ai «benefattori». Un falsario gli vende per poche lire alcune banconote. Alvaro ordina agli amici di spacciarle. Otello va con Marcella a Ostia e tenta di spendere un falso biglietto da dieci mila lire.

1955 12 17 Settimana Incom Illustrata Racconti Romani f09Alvaro, a sua volta, va con la moglie all’Ippodromo delle Capannelle. Riesce a spacciare tutti i biglietti falsi ma li perde subito puntando avventatamente sui cavalli. Anche il «bassetto», Spartaco, è riuscito abilmente a smerciare il suo biglietto falso da diecimila lire, Però il danaro che ha avuto come resto è formato da biglietti da mille anch’essi falsi. Alvaro, a sua volta, va con la moglie all’Ippodromo delle Capannelle. Riesce a spacciare tutti i biglietti falsi ma li perde subito puntando avventatamente sui cavalli. Anche il «bassetto», Spartaco, è riuscito abilmente a smerciare il suo biglietto falso da diecimila lire, Però il danaro che ha avuto come resto è formato da biglietti da mille anch’essi falsi.

1955 12 17 Settimana Incom Illustrata Racconti Romani f10Stanchi delle « idee » di Alvaro, i tre portano l’amico sulle rive del Tevere e gli gridano: «Alvaro senti che idea ci è venuta stanotte» poi lo battano nel fiume. Tutti hanno capito che l’unica vera idea è quella di mettersi a lavorare. « Racconti Romani » non è un film ad episodi. E’ diretto da Gianni Franciolini e girato in Cinemascope Eastman Color.

«Settimana Incom Illustrata», anno VIII, n. 51, 17 dicembre 1955


Censura romana

Ciò che è accaduto al film "Racconti romani" è molto significativo. Riassumiamo qui, in poche parole, quella che si ripromette di essere una interessante vertenza giudiziaria: la casa produttrice di "Racconti romani" ha dato querela al Centro Cattolico Cinematografico poiché questo organismo, ancora prima che il film apparisse sugli schermi, aveva espresso su di esso un giudizio negativo, sconsigliandone la visione. E' evidente che vi è, in questo fatto, un chiaro motivo di scandalo, e bene ha fatto la casa produttrice del film ad adire le vie giudiziarie.

Ma vi è un motivo di scandalo ancora maggiore, dietro questa storia: ed è il modo con cui il Centro Cattolico Cinematografico ha espresso quel suo giudizio di condanna. Il C.C.C. ha potuto infatti condannare dato che nella Commissione di censura esso conta su autorevoli esponenti, i quali partecipano alle riunioni senza averne il mandato e l'autorità. E così, evidentemente, la Commissione di censura, che dovrebbe giudicare con precisi metodi, nel rispetto della legalità viene a mettersi in posizione confessionale e di parte rispetto al film. E perciò viene meno al suo mandato.

Il fatto è che tutto ciò si pone come simbolo di una situazione più generale: l'istituto della censura come è attualmente organizzato, è bacato, inutile e dannoso. Di ciò i cineasti si rendono ben conto, e più volte abbiamo udito la loro protesta. E del resto, basta ricordare alcuni casi in cui la censura ha agito in modo goffo, maldestro e sciocco, per rendersi conto chiaramente di come l’istituto della censura costituisca una palla al piede del mondo del cinema, e del libero sviluppo degli artisti.

Ora il Consiglio dei Ministri sta discutendo la nuova legge sul cinema. Su questa legge dovrà poi pronunciarsi il Parlamento. I desideri dei cineasti, anelli che essi hanno espresso attraverso il Circolo romano del cinema, sono che questa legge, oltre a risolvere i gravi problemi della vita del cinema come industria, risolva anche anello della vita del cinema come arte, della libertà degli artisti, della censura. E poi, non è chi non veda come i due problemi siano strettamente legati, e come una nuova regolamentazione dell'istituto della censura, che limiti nil suo prepotere, gioverà anche al cinema italiano come industria, togliendo i produttori da una pericolosa situazione di paura e di attesa.

T.C., «Noi Donne», anno X, n.50, 18 dicembre 1955


Una mattina di maggio Alvaro Latini esce da Regina Coeli. In pochi minuti è a casa, sulla soglia del negozio di stiratrice di sua madre; questa, invece di commuoversi, si precipita a chiudere i cassetti, e soltanto dopo abbraccia il proprio figlio.

Alvaro non si scompone e prende tutto a ridere. E’ contento perchè la giornata è bella, e perchè ha tanti progetti in testa. Egli si mette una camicia pulita, ed eccolo in giro per il quartiere, in cerca dei vecchi amici; li trova ben presto: sono tre giovani che lo considerano un po’ come un capo: Otello, Mario e Spartaco.

Mario è un tipico ragazzo di Trastevere, buono e cordiale: fa il cameriere alla trattoria del sor Annibaie e amoreggia di nascosto con Anita, la figlia del trattore, una ragazzina un po’ petulante che ha la fissazione, tra l’altro, di rinnovare il locale per farne un posticino alla moda, e vuole vedere Mario inappuntabile, con i pantaloni neri stirati, la cravatta nera, la giacca immacolata e i cordoncini dorati sulle spalle.

Otello (Antonio Cifariello) e un giovanottone grande e grosso, che scarica cassette e trasporta ghiaccio per le pescivendole del mercato. Egli fa all’amore con la figlia di una di queste pescivendole, che si chiama Marcella, ed è una bella ragazza dai modi spicci e dal carattere vivace che, pur volendogli bene lo tiranneggia.

1955 12 Noi Donne Racconti romani f05Spartaco, però, è il più tiranneggiato dei tre. Egli è detto « il bassetto » per la sua statura, ed è comproprietario di una modestissima bottega di barbiere. Chi fa il padrone è però il marito della sorella, un tipo di indolente che sta tutto il giorno in poltrona a gambe allungate a farsi radere e frizionare dal povero « bassetto ».

1955 12 Noi Donne Racconti romani f06Nel gruppo di amici Alvaro porta lo scompiglio, e semina il dubbio: la loro vita, dice, non sa di niente, e bisogna fare qualcosa per cambiarla. In carcere ha conosciuto un sacco di gente che gli ha insegnato un bel po’ di trucchi. Basta cominciare, basta ingranare. Poi Alvaro saluta gli amici e va da sua moglie, una bella popolana (Silvana Pampanini), alla quale promette che si comporterà bene perchè ha messo la testa a posto!

1955 12 Noi Donne Racconti romani f07Il dubbio seminato da Alvaro è cresciuto nella testa dei tre ragazzi. Ed essi accettano di gettarsi in una avventura che sembra facile: comprare i biglietti per la partita di calcio e rivenderli a borsa nera quando saranno esauriti. Ma, quando vanno a mettere in pratica l’idea, incappano proprio in due agenti in borghese, ohe li portano al commissariato. Alvaro se l’è svignata, ma i suoi tre amici passano un brutto quarto d’ora.

1955 12 Noi Donne Racconti romani f08La prima avventura è finita, ed i giovani amici di Alvaro sono un po’ amareggiati. Ma gli hanno ridato fiducia. Ora egli sta organizzando un nuovo colpo. Si è messo d’accordo con uno strano personaggio, un tipo di morto di fame dal cervello fino che tutti chiamano rispettosamente «professor Semprini». Il professore sta compilando una lettera commovente in cui invoca aiuto per una mamma moribonda!

1955 12 Noi Donne Racconti romani f09La lettera dovrebbe servire per presentarsi ad un anziano signore che, dopo la morte della madre, si è dato a opere di beneficenza. Ma grande è la sorpresa dei tre quando una mattina, andati a fare il colpo, si imbattono in Semprini, il quale è stato più svelto di loro, ed ha sfruttato già la idea.

1955 12 Noi Donne Racconti romani f10Vedendo il professore uscire dalla casa dell’avvocato, contando i denari, i giovanotti si sentono avvampare d’ira. Stanno per lanciarsi all’inseguimento ma il professore, fingendosi cieco, chiama un vigile e si fa aiutare a salire sull’autobus, sparendo così alla vista dei suoi amici. I quali, naturalmente, restano con un palmo di naso, scoraggiati, tristi e avviliti.

1955 12 Noi Donne Racconti romani f20Ma Alvaro ha avuto una nuova brillante idea; spacciare biglietti di banca falsi, che ha avuto da un falsario al modico prezzo di diecimila lire false contro mille lire buone. Certi di avere fatto un ottimo investimento i tre si muniscono ognuno di un biglietto di diecimila lire e si dànno da fare per cambiarlo. Otello, accompagnato da Marcella, che ignora naturalmente quel che egli intende fare, si reca ad Ostia in uno stabilimento balneare.

1955 12 Noi Donne Racconti romani f21Inutilmente il giovane Otello tenta di smerciare il suo biglietto. Nessuno ha da cambiare, ed è sempre Marcella ad intervenire, pagando di tasca propria. La giornata si fa sempre più nera e più tragica, finché non giunge il colpo di grazia: Marcella si accorge che quelle diecimila lire sono false, e fa una scenata a Otello, qualificandolo « delinquente ».

1955 12 Noi Donne Racconti romani f23Alvaro è all’Ippodromo delle Capannelle, con sua moglie. Gioca le diecimila lire su un cavallo e vince. Per prudenza manda Maria a ritirare la vincita. Va tutto bene, e la giornata si mostra promettente. Invece, alla fine della serata, dopo avere giocato e rigiocato, Alvaro si ritrova con mille lire. Ma non si lamenta: lui e Maria si sono divertiti; è questo che conta.

1955 12 Noi Donne Racconti romani f23Anche Mario ha avuto una pessima giornata, perchè era convinto che due carabinieri lo stessero seguendo. Perciò si è preso una terribile paura. In quanto a Spartaco è riuscito a cambiare il biglietto, al gioco delle tre carte. Ma quando presenta le piccole banconote agli amici si sente ridere in faccia: « Ma non lo vedi che sono falsi anche questi?! »

1955 12 Noi Donne Racconti romani f24C’è un periodo di stasi nella vita dei quattro amici. Le fidanzate tengono sotto controllo Mario e Otello, e anzi si sono recate in deputazione a casa di Alvaro per pregarlo di lasciare in pace i due ragazzi. Ma il fuoco cova sotto la cenere. Alvaro ha un’idea che qualifica come « decisiva », mentre la spiega agli amici titubanti. La sua forza di convinzione fa breccia sull’animo degli amici che, forse anche per la disperazione delle precedenti imprese andate male, lo seguono. Ed eccoli, tutti e quattro, vestiti in una singolare maniera.

1955 12 Noi Donne Racconti romani f25Con i cappelli a falda abbassati sugli occhi, con il bavero rialzato, i quattro amici si aggirano per Villa Borghese, in cerca di coppie che stiano abbracciandosi. Si avvicinano e gridano: « Polizia! Squadra del Buon Costume ». Sono convinti che l’uomo, per evitare scandali, pagherà parecchie lire. Anche qui la fortuna non li aiuta. Incappano in un baldanzoso giovinetto che, per nulla intimorito, pretende da loro che dimostrino, documenti alla mano, di essere veramente della Polizia. Ne nasce una zuffa, e i tre vanno a finire in camera di sicurezza, mentre Alvaro fugge.

1955 12 Noi Donne Racconti romani f26La mattina dopo, trascorse alcune ore di angoscia e di terrore, il maresciallo dei carabinieri lascia liberi i tre, poiché sono incensurati, e nessuno li ha denunciati per ciò che è avvenuto la sera prima. Alvaro frattanto, pesto e dolorante, è riuscito a raggiungere la propria casa. Sua moglie lo ha accolto con freddezza, e non ha creduto alla commedia da lui inventata. La madre, invece, gli ha creduto e lo nasconde. Ma ecco arrivare la notizia che gli altri tre amici sono usciti di galera.

1955 12 Noi Donne Racconti romani f27I tre mandano un ragazzino da Alvaro a dirgli che lo attendono sotto il ponte Palatino. Alvaro si affretta a raggiungerli. Gli amici lo accolgono sorridendo, e lui è tranquillo. «Meno male — pensa — tutto finisce bene». «Alvaro — gli dicono i tre — mentre stavamo dentro stanotte ci abbiamo pensato e ci è venuta un’idea». Poi, senza dargli nemmeno il tempo di accorgersi di quel che sta succedendo, gli si gettano addosso, e con botte, calci e spintoni, lo gettano nell’acqua del fiume mentre alla spalletta si affaccia la gente curiosa, attratta dalle grida, a vedere quel che succede.

1955 12 Noi Donne Racconti romani f28E’ passato qualche mese, e tutto sembra ora andare per il meglio. Anita, ad esempio, dopo furiose liti con suo padre, è riuscita a rinnovare il locale, ed ha raggiunto il suo sogno: Mario, in giacca bianca e spalline dorate, corre da un cliente all’altro, nella trattoria affollata, con aria soddisfatta. Spartaco è tornato nella bottega di barbiere ed ha ripreso, con il solito impegno, a tagliare capelli e a far frizioni.

1955 12 Noi Donne Racconti romani f29Otello è felice accanto a Marcella. Anche lui ha messo la testa a posto, e la aiuta a tenere il suo banco di pesce. Ma anche lei è cambiata, e non è più aspra come prima: i sorrisi dolci che i due si scambiano dietro il banco dimostrano come tutti gli screzi siano ormai appianati, e fra i fidanzati sia tornata la serenità. Tra poco si sposeranno, metteranno su casa, comincerà una nuova vita e le famose «avventure» non rimarranno che un ricordo del passato.

1955 12 Noi Donne Racconti romani f30Le cose non vanno però altrettanto bene in casa di Alvaro. Lui si è messo a lavorare, ed ora fa il meccanico in una stazione di servizio. Ma sua moglie, Maria, lo guarda con apprensione. Ella si accorge che Alvaro sta ruminando qualcosa in testa. Ed infatti lui non è soddisfatto. Ed ogni tanto mormora fra sè e sè: « Ci vorrebbe un piccolo capitale per cominciare, ma ho un’idea!... ». E su un progetto inespresso ma eloquente la storia finisce dove era cominciata. FINE

«Noi Donne», anno X, numeri 49, 50 e 51, dicembre 1955


Roma 3 dicembre, notte.

E’ lecito formulare giudizi negativi su di un fllm prima della sua programmazione in pubblico, nel momento in cui l’opera cinematografica può essere suscettibile di modificazioni e di ritocchi? Su tale quesito dovrà pronunciarsi il pretore Francesco Grieco, che lunedi comincerà ad occuparsi di un ricorso presentato da una casa di produzione cinematografica contro il Centro cattolico cinematografico.

La pellicola, che ha determinato la vertenza giudiziaria, s'intitola «Racconti romani»; è tratta dal volume omonimo di Alberto Moravia, cui il regista Gianni Franciolini si è ispirato valendosi della partecipazione di numerosi attori fra i quali Vittorio De Sica, Totò, Silvana Pampanini. Franco Fabrizi e Giovanna Ralli.

Il 13 ottobre 1955, quando il film non era stato ancora inserito nel cosiddetto «circuito di noleggio», fu sottoposto alla competente commissione di censura, per ottenere il «nulla osta» alla programmazione. Poco prima della visione, un rappresentante della società produttrice lesse una specie di «memorandum» per avvertire che talune crudezze del dialogo e varie scene del film dovevano essere sottoposte a revisione e che l'opera era ancora suscettibile di tagli, ritocchi, correzioni e perfezionamenti vari, ispirati a criteri di opportunità e di moderazione. Fu sottolineato, fra l’altro, che, durante la realizzazione di «Racconti romani», era stata concessa agli attori una certa libertà di espressione per consentir loro di manifestare le più spontanee qualità d'interpreti.

Alla visione, pur non facendo parte della commissione di censura, partecipò come spettatore abusivo, in quanto la legge non consentiva la sua presenza, un incaricato del Centro cattolico cinematografico, con sede in Roma, in via della Conciliazione 10. Il Centro dirama un bollettino periodico d'informazione su taglietti a stampa destinati agli ambienti ecclesiastici, ai parroci, alle associazioni cattoliche in cui i film vengono classificati con sigle convenzionali per stabilire se essi siano «visibili» per ogni categoria di spettatori; se lo siano «con riserva»; se possono esser veduti solo dagli adulti; se anche per quest'ultimi debbano avanzarsi pregiudiziali; se l'opera sia «sconsigliabile» per tutti. La diffusione del bollettino determina un orientamento nel mondo del cattolici sulla produzione cinematografica e passa attraverso una vastissima rete di propaganda e d’informazione.

Dopo la proiezione dei «Racconti romani», il Centro Cattolico espresse sull'opera un giudizio negativo sul plano artistico ed un altro assai severo sul suo valore morale. Dopo un riassunto della trama del film, apparve nel bollettino ima frase conclusiva cosi concepita: «Alcune scene di gusto grossolano e la mentalità del 'bugiardo' e dell'imbroglione non riprovata, consigliano di riservare la visione del film agli adulti di piena maturità morale».

Su codesto giudizio l'amministratore della società produttrice, Niccolò Theodoli, ha fondato il ricorso al pretore, chiedendo il ritiro delle copie del bollettino del Centro cattolico già diffuse e sollecitando il divieto di distribuirne altri esemplari; tutto ciò a prescindere dal risarcimento di ogni possibile danno. Nel ricorso si fa rilevare che dinanzi alla commissione di censura fu proiettata la cosiddetta «copia di lavorazione» alla quale, prima che la pellicola appaia sugli schermi, vengono fatti in sede di montaggio ritocchi, tagli e revisioni imposti dal giudizio dei censori. Non può essere quindi, valida una critica diretta al pubblico quando essa sia impostata sulla visione di una copia non ultimata, perchè — sostiene la società produttrice — «crea nel futuro spettatore preconcetti che costituiscono un gravissimo danno per quello che sarà il successo artistico ed economico del film».

Arnaldo Geraldini, «Corriere della Sera», 4 dicembre 1955



Roma, 5 dicembre

Un nuovo episodio, che ripropone all’opinione pubblica il problema della censura cinematografica e delle intromissioni clericali in questo campo, si è aggiunto in questi giorni a quelli, clamorosi, verificatisi durante la gestione Scalfaro, i quali, come i lettori ricorderanno, videro "Le avventure di Casanova" e "Il letto" tolti i dalla circolazione, dopo l'inizio delle programmazioni, per riapparire più tardi, tagliuzzati, solo davanti alle forme proteste del pubblico e degli ambienti culturali italiani.

Il «Centro cattolico cinematografico», il quale, com'è noto, è un organo legato all'Azione Cattolica, è stato citato in giudizio da una Casa produttrice, di cui è presidente il marchese Theodoli, per avere, in un suo bollettino mensile, anticipato un giudizio sul film "Racconti romani", tratto dal libro omonimo di Alberto Moravia per la regia di Gianni Franciolini. Questo film aveva ottenuto, il 13 ottobre scorso, il bene placito della censura governativa e doveva apparire sugli schermi nostrani durante le feste natalizie. Sul bollettino in questione il film veniva consigliato «soltanto agli adulti di piena maturità morale».

La perseguibilità ai termini di legge appare evidente. Ma questo non è tutto. Si è venuto, infatti, a sapere che le riserve contenute nel bollettino provenivano dal signor Emilio Lonero, membro del «Centro cattolico cinematografico», il quale aveva visionato il film insieme ai membri della commissione di censura, la quale ha la facoltà di concedere o di negare il nulla osta per la programmazione e che è alle dirette dipendenze del Ministero dell’Interno! A questo proposito qualificati membri di un Cine-club cattolico affermano che addirittura il gesuita padre Ravagli parteciperebbe, in nome del «Centro cattolico cinematografico», alle sedute tenute dalla commissione di censura, influendo notevolmente sull'operato degli uomini preposti a tale delicato incarico.

Davanti a questo grave episodio, illegale ed anticostituzionale, dell'inframettenza delle alte gerarchie cattoliche, indignazione e preoccupazione circolano negli ambienti cinematografici romani.

Per quanto riguarda la citazione in giudizio del «Centro cattolico cinematografico» la causa si terrà domani alle ore 13 in Pretura, davanti al giudice Francesco Greco.

La Casa produttrice è rappresentata dagli avvocati Simoncelli, Scialoja e Eugenio Calò. Il Centro cattolico cinematografico si è, invece, costituito per mezzo dell'avv. Enrico Biamonti. La frase che ha provocato la pronta reazione della Casa produttrice suona precisamente cosi: «Alcune scene di gusto grossolano e la mentalità del " bugiardo ” e dell'imbroglio, non riprovata, consigliano ecc.» Occorre aggiungere che la copia presentata alla commissione era quella «di lavorazione», suscettibile di ritocchi prima di passare nelle sale cinematografiche.

Il bisogno di una completa regolamentazione è profondamente sentito negli ambienti cinematografici. Ad esempio, il Consiglio direttivo del Circolo romano del cinema, in seguito a una riunione, alla quale hanno, tra gli altri, partecipato Alessandro Blasetti, Sergio Amidei, Cesare Zavattini, Luigi Zampa, Michelangelo Antonioni, Paolo Stoppa, Gino Cervi, Giuseppe De Santis, Antonello Trombadori, durante la quale sono stati lungamente discussi i princìpi informatori del testo di legge governativo, ha presentato la seguente mozione: «Il Consiglio direttivo ha preso atto con soddisfazione di quelle misure del progetto di legge che tendono ad assicurare alla cinematografia italiana una sana vita industriale, la possibilità di resistere alla concorrenza straniera e di migliorare la qualità della produzione, la cortezza di non soggiacere a degenerazioni di tipo speculativo.

«Al tempo stesso il Consiglio direttivo del Circolo romano del cinema, fedele al principio dell’inscindibilità tra libertà artistica e avvenire economico del cinema nazionale, riafferma quanto già espresso al proposito in tutti i suoi documenti ufficiali, raccomanda al governo e al Parlamento di sancire con un definitivo testo di legge le garanzie necessarie per sottrarre la creazione cinematografica ai pericoli derivanti dai vincoli e dai limiti anticostituzionali, tuttora incombenti, della legge fascista ».

«L'Unità», 6 dicembre 1955


Roma, 5 dicembre

Un nuovo episodio dell'ingerenza clericale in campo cinematografico è stato clamorosamente rivelato dalla citazione in giudizio dinanzi al pretore di Roma, da parte del produttore Niccolò Theodoli, del Centro cattolico cinematografico.

La vertenza di cui dovrà occuparsi il magistrato è sorta per il film «Racconti romani», prodotto dalla Diana Cinematografica e desunto dalla raccolta di racconti dello scrittore Alberto Moravia. Il film fu presentato il 13 ottobre in visione alla commistione censura del ministero degli Interni, che, dopo averlo visionato, rilasciò il nulla osta per la programmazione. Senonchè mentre il film, che in censura era stato presentato ancora incompleto, stava subendo gli ultimi ritocchi in attesa di essere visionato nelle pubbliche sale, il Centro cattolico cinematografico, nel suo bollettino mensile inviato a tutte le parrocchie ed associazioni cattoliche, anticipava un giudizio negativo su di esso riservandolo, secondo la sua particolare classificazione delle opere cinematografiche, «agli adulti di piena maturità morale ».

Tale giudizio ha provocato il risentimento della Casa produttrice che, con la sua azione giudiziaria, nel chiedere il sequestro del bollettino e riservandosi di chiedere i danni che potranno derivarle, ha sostenuto la illegittimità di una simile critica prima della regolare programmazione del film. In particolare sostiene che il giudizio negativo sarebbe stato scritto per il bollettino del Centro cinematografico da un noto esponente vaticano legato a padre Morlion, il quale avrebbe abusivamente assistito alla visione del film riservato alla commissione di censura.

Al di là della questione giudiziaria, sulla quale, dopo la costituzione delle parti a mezzo degli avvocati Vittorio Simoncelli Scialcia ed Eugenio Calò per la Diana Cinematografica e Beamonti per il Centro cattolico cinematografico, il pretore Greco si è riservato di decidere, ci sembra che l'increscioso incidente meriti un chiarimento da parte del Ministero degli Interni relativamente alla presenza alle visioni della commissione di censura di un rappresentante del Centro cattolico cinematografico, che non aveva alcuna veste per assistervi.

Dopo il ritiro del film «Le avventure di Giacomo Casanova », che il sottosegretario Scalfaro giustificò con la ridicola scusa di una protesta di alcune vecchiette bigotte (le quali avrebbero potuto fare a
meno di andare al cinema a vedere la pellicola invece di costringere milioni di italiani a privarsi dello spettacolo), il nuovo episodio mostra l’assalto al cinema che i clericali stanno tentando in varie forme, nell’intento di stroncare questa libera attività artistica e ridurla agli schemi aridi e superati dei film per sale parrocchiali.

I «Racconti romani» di Moravia costituiscono un'opera che ha già fruttato al grande scrittore, già candidato al Premio Nobel per la letteratura, un premio letterario: non ci meraviglia pertanto che nel film ricavato da quel libro l'ignoranza clericale abbia già ravvisato un nemico da combattere, un’opera di quel culturame che l’on. Scelba combatte con la «Celere»: ma ci sembra incredibile che in un Paese democratico io Stato possa tollerare un simile tentativo di strangolare ogni espressione d'arte: i codini del Centro cattolico cinematografico sono padronissimi di non andare a vedere le opere d’arte del nostro cinema e padronissimi di non leggere i 3/4 della letteratura mondiale che sono stati messi all'indice dal Vaticano. Ma lascino che gli altri restino liberi nel loro Paese e nelle loro idee; e le autorità dello Stato non consentano loro l’ingresso in quei pubblici istituti e in quelle commissioni ove deve vigere la regola dell'intelligenza e della cultura e non quella del più vieto, ignorante e retrivo oscurantismo.

«L'Avanti», 6 dicembre 1955


Gli incontri di Moravia col cinema non sono stati finora molto fortunati; e non crediamo per colpa di Moravia, quanto piuttosto del modo con cui i vari registi hanno creduto di dover portare sullo schermo il suo mondo, i suoi personaggi. Poco felice appare tutto sommato, anche questa libera riduzione dei Racconti romani, che vuole essere una commediola leggera dialettale, secondo quella moda che oggi impera nel nostro cinema. Ma oneste commediole, che trovano le loro origini nel successo delle commedie neorealistiche di Castellani e dei Vitelloni di Fellini, hanno il difetto fondementale di valersi semplicemente di una formula sostenute dal mestiere del regista e di qualche attore: e, come tutte le formule, anche questa dopo alcune prove risulta stanca e insufficiente a sostenere un film.

E’ interessante altresì notare come la pubblicità insista sul fatto che Racconti romani non è un film a episodi, così come un paio d’anni fa sottolineava invece la costruzione episodica di altri film: anche quella è stata una moda, ormai superata, ma che ha lasciato le sue sensibili e negative tracce. La formula del film a episodi ha cercato infatti di far dimenticare la storia. Il tema, per concentrare tutta l'attenzione sul fattarello, sulla macchietta: per ridurre insomma il mondo rappresentato a due sole dimensioni. E oggi queste commediole, che non sono più a episodi nella loro struttura, sono però altrettanto superficiali, continuano ad avere macchiette invece di personaggi e raccontano una storia, apparentemente unica, ma che si perde in mille fattarelli, in mille scenette marginali, senza mai avere molta sostanza. Questo è il caso senza dubbio dei Racconti romani di Franciolini che appaiono ancora più poveri e scarsamente umani delle sue precedenti Signorine dello 04.

Quattro «furbi» giovanotti sono i protagonisti del film. Per avere un’idea di che tipo sia Alvaro, il capoccio dei quattro, basti dire che appena torna a casa, uscito di galera, la madre, prima di abbracciarlo, corre a chiudere tutti i cassetti a chiave. Alvaro non è cattivo, è il solito vitellone, di grande città, che non vuole lavorare, perchè trova più semplice farsi i soldi con piccole e svariate truffe Cosi trascina i suoi amici Otello, Mario e Spartaco a comprare un mucchio di biglietti per una partita internazionale di calcio colla speranza di venderli a prezzo maggiorato, col risultato invece di farseli sequestrare dai poliziotti che solo per generosità non li portan dentro tutti quanti. Poi Alvaro, inesauribile, decide di toccare il cuore di ricchi e tristi professionisti con lacrimevoli lettere che descrivono la miseria di un povero giovane con lo madre morente. Questo non è che un'occasione per mostrarci Totò e De Sica in un episodio che non sa abbastanza di beffa e neanche di farsa.

Si tratto poi di spacciare biglietti da 10000 falsi: altro spunto per mostrarci le diverse disavventure dei quattro alle corse, al bar, in piscina, al parco. Finché il tentativo di farsi passare per agenti del buon costume alla caccia delle coppiette nei giardini fa finire tre dei nostri eroi in guardina. E quando escono capiscono che è meglio tornare al banale lavoro di tutti i giorni, non prima però di aver gettato in Tevere per un bagno salutare l'incorreggibile Alvaro. In tutto questo appaiono e scompaiono senza mai molto spicco, le donne, mogli, fidanzate, sorelle dei quattro.

Naturalmente non manca nel film qualche battuta buona o qualche trovata divertente; ma sono poche e si perdono in quel piccolo mondo dialettale e già sfruttato in cui il regsta insiste con poca fantasia. Senza contare che tutto questo spirito romanesco, che poi non è neanche autentico, incomincia ad apparire un po’ monotono al pubblico italiano.

Tra gli attori si ricordano soprattutto Franco Fabrizi, Totò e De Sica, che pure non dicono nulla di nuovo.

p. g., «L'Unità», 22 dicembre 1955


In Racconti romani, una produzione ai Theodoli diretta da Franciolini, (e tratta dall'omonimo romanzo di Moravia edito da Bompiani), dobbiamo anzitutto elogiare senza riserve gli effetti, assolutamente superiori, ottenuti con l'uso della fotografia Scope e dell'Eastmancolor. Roma ci appare viva e palpitante, vera e provocante propria come ognuno la può cogliere a tempo opportuno, sotto it nostro bel cielo azzurro; sia nelle spaziate vedute delle Cappannelle e di Piazza di Siena, sia nella cornice dei suoi monumenti o negli scorci, appena accennati, delle sue fontane, delle sue gradinate e dei suoi ruderi. Ma, sopruttutto, poiché Franciolini ha avuto il buon gusto di non cadere nell'errore dei registi stranieri che si sono cimentati con l'Urbe, essa ci investe, frizzante di vita e di gergo, nelle quenze del mercato dove il verismo (un verismo che ci piace) delle situazioni è altresì sostenuto da un dialogo di cui si potrà, forse, anche lamentare il tono un po' spinto, ma che ci fa essere con i protagonisti, a Roma e soltanto a Roma. Un autentico passo avanti, a nostro avviso, del nostro cinema del quale va dato grandissimo merito, insieme a Gianni Franciolini, anche a Mario Montuori che ha curato la parte fotografica.

Racconti romani narra la vicenda di quattro furbastri giovanotti (Alvaro veramente è già investito di responsabilità familiari), bidonieri mancati i quali, dopo aver arrischiato il peggio, leggi galera, sembrano mettersi sulla buona via. E soddisfatte sono spose, madri e fidanzate. L'opera è buona. Si avvale di un ottimo dialogo, per lo più dialettale, ma comprenbibilissimo, salvo quando esso viene un poco soffocato dalla invadenza di qualche supersonorità; di uno stuolo di veramente ottimi attori, tutti impegnati da Franciolini al meglio della loro arte; di un leggero, ma appropriato, commento musicale di Mario Nascimbene.

Fra gli interpreti, tutti da elogiare, meritano un cenno particolare Franco Fabrizi che conferma quanto di bene si era già detto di lui mantenendosi al livello raggiunto con II Bidone; Giancarlo Costa nella parte del piccoletto, che, è a nostro avviso una autentica rivelazione; Giovanna Ralli forse ancora più brava che... bella. Benissimo anche Silvana Pampanini sempre in forma, Totò e De Sica che hanno dato vita a personaggi i quali avrebbero potuto risultare troppo caricati ed invece, per loro merito, si muovono con perfetta naturalezza.

Regìa ottima, come abbiamo detto; colore e fotografia sulla via della perfezione.

Mag, «La Gazzetta di Mantova», 22 dicembre 1955


I «Racconti romani» che Alberto Moravia ha pubblicato e ancora va pubblicando sono più di una settantina; per questo film ne sono stati scelti otto, da questi si sono noi tratti tipi e spunti, aneddoti ed episodi, fondendoli in una sola vicenda, ariosa, mossa e colorita. Il riuscirvi era la prima non piccola difficoltà che il film offriva; è stata felicemente superata da Sergio Amidei e dai suoi collaboratori, fra i quali lo stesso Moravia. L'atmosfera c'è, i tipi ci sono, c'è un certo ambiente: non è poco. E' forse questo il film più equilibrato che Franciolini abbia composto, dopo il suo lontano c felice Fari nella nebbia.

In Villa Borghese aveva saputo avere accenti più acuti e amari, ma fra evidenti squilibri!. Qui c'è la cura costante di variare, talvolta di volere un po' sorprendere, di offrire un racconto sempre piacevole. E il film vi riesce, anche se quella piacevolezza ricorra talvolta all'accessorio e al superficiale, c soprattutto al bozzettistico. F' un bozzettismo agile, qua e la arguto, qua e là saporito. I tipi volentieri si presentano come macchiette, non ne escono molto, ma sono coerenti, e le loro piccole variazioni scattano puntuali, destano sovente una risata o un sorriso.

La malinconia e la tristezza affioranti talvolta dalle pagine che Moravia va dedicando al topolino, romano, qui sono risolte in leggereeza, in gaiezza. Questi quattro giovanissimi compari sarebbero dei candidati alla galera, uno c'è stato; tentano truffe, persino lo spaccio di banconote false; ma è evidente che non vogliono essere presi troppo sul serio, che li assiste una partecipe indulgenza dei loro autori, e che presto o tardi diventeranno dei bravi, modesti mariti. Appartengono un po' con alquanti anni di ritardo, alla famiglia dei protagonisti dell'agilissimo Sotto il sole di Roma di Castellani. Ma guerra e primo dopo-guerra sono ormai lontani, e si vive in una apparente normalità che soprattutto consiste nel vivere alla giornata, e nell'arrangiarsi. Ha naturalmente un suo spicco la figura di Alvaro, il mediocre capoccia, ur. po' vile, un po' spaccone, bugiardo, ipocrita; e attorno a lui ruotano le altre numerose figurette e figurine, si stendono sfondi romani sagacemente alternati e variati.

I numerosi attori sono tutti efficaci su di un livello che ne diventa, un po', un minimo comun denominatore: da De Sica a Totò, dalla Pampanini alla Ralli, dal Fabrizi al Cifariello, dall'Arena al Carotenuto, dal Costa al Riva. Frequenti incertezze di doppiato.

m.g., «La Nuova Stampa», 22 dicembre 1955


Otto racconti di Alberto Moravia, collegati In un’unica storia, ci descrivono le arrischiate avventure di quattro giovanottelli romani pronti ad arrangiarsi pur di guadagnare senza fatica. Trascinati da Alvaro, il più sfaticato e ingegnoso, che ha perfezionato in carcere l'esperienza tratta dal suggestivi esempi della borsa nera, del cinema e dei fumetti, decidono di diventare «padroncini» e di acquistare un piccolo camion. Bastano trecentornila lire di anticipo: il resto verrà. Ci vuol niente a far fortuna con un po’ di furberia e di arditezza. Potranno smetterla, cosi. Mario di fare il cameriere nell’osteria di Anita aspettando che il padre di lei acconsenta alle nozze, Otello di banco del mercato della futura suocera sopportando le bizze della lunatica fidanzata, e Spartaco di rasar barbe nella bottega del cognato. La sfrontata sicurezza di Alvaro, la sua strafottenza, il suo Istrionismo il convincono tentare a buttarsi in imprese che non avrebbero avuto, da soli, il coraggio di tentare: a imbrogliare famiglie e fidanzate per mettere Insieme centomila lire e triplicarle col bagarinaggio del biglietti di una partita internazionale di calcio.

Il colpo non riesce per l’intervento della polizia e, presi ormai nell’ingranaggio delle cose poco pulite, pur di rifarsi, cercano di sfruttare con lettere pietose chi ha il cuore commosso dalla morte di una persona cara di spacciare biglietti falsi, di fingersi agenti della squadra del buon costume e ricattare le coppie clandestine. E’ superfluo dire che non ne azzeccano una: e anzi finiscono per essere arre t stati cd evitano una denuncia e più gravi conseguenze per il rotto della cuffia. La lezione è suf Sciente, tuttavia, perché Mario, Otello e Spartaco facciano capire con argomenti definitivi che non vogliono più saperne delle trovate di Alvaro: lo pestano e lo buttano a fiume. Tutto si accomoda nel migliore dei modi con matrimoni, fidanzamenti e paci familiari: soltanto Alvaro non al dà pace. Nel garage dove lavora riprende imperterrito a convincere altri amici a diventare «padroncini».

Vicenda, dunque, tra patetica e umorista, piena di giovanile sconsideratezza, di Ingenua spavalderia, di popolaresca aggressività, maliziosa e bonaria. Beffarda e cordiale che Gianni Franciolini ha raccontata con festosa vivezza. Non vi si ritrova, certamente, l'aspro e amaro, pessimismo del racconti di Mroavia, la sua mancanza di pietà e di partecipazione; ma resta il gusto del racconto per il racconto, e quel senso di cronaca diretta che è forse il sapore più schietto delle sue favole. Nel film l’indulgenza e l’ironia addolciscono le figure e gli episodi a conferiscono loro un tono fra di scherzo e di gioco che non fa prendere sul serio nè l’impunita marioleria di Alvaro, nè l’acquiescente leggerezza dei suoi compagni, nè le malefatte nelle quali si ingolfano. Il racconto è articolato per le vie e le piazze di Roma con un’abbondanza e un gusto di ricerca che il cinemascope e il colore (una fotografia di Montuori spesso stupenda) rendono quasi eccessivi. Si ricorre addirittura all'elicottero per mostrare di Roma aspetti nuovi e maestosi: ma l’effetto nel complesso è gradevole e giova perfino al rilievo del personaggi che risultano di viva e pittoresca immediatezza. L'interpretazione è eccellente da parte di tutti: del Fabrizi e della Ralli che sono i personaggi più gustosamente curati, della Pampanini che sta sempre più acquistando in semplicità e spontaneità, della Casilio, del Cifariello, dell'Arena, del Costa. Inimitabili in due divertenti caratterizzazioni De Sica e Totó.

«Il Messaggero», 23 dicembre 1955


Moravia ne ha raccolti sessantuno di racconti romani, e con questi si è guadagnato un premio letterario che è forse il più importante fra quelli che si assegnano ogni anno in Italia. Sergio Amidei ne ha scelti otto, li ha cuciti insieme con un filo conduttore capace di assicurare unità all’opera cinematografica ed eccoci a questo cinemascope dal titolo «Racconti romani ».

Sono gli otto preferiti i migliori? Forse no, ma certo il regista e gli sceneggiatori scegliendo in questo senso, hanno voluto dare dell'opera di Moravia una loro interpretazione che non consente un rapporto tra il film e il testo letterario che gli ha dato origine. S'intende che a volte le esigenze del cinema orientano in modo particolare la scelta pur non rinunciando all’appiglio e al suggerimento letterario. E Franciolini ha soltanto tentato l’analisi del mondo dei furbi; personaggi romani scontenti della semplicità della loro vita, che sognano di mutare la propria condizione contando sulla fortuna e soprattutto sulla propria furbizia.

Il regista ci ha narrato le vicende di quattro scontenti, ma soprattutto ha preferito offrirci uno spettacolo di incomparabile bellezza, creando un film di tipo americano, valendosi del cinemascope per offrire di Roma una visione gioiosa e spensierata, tralasciando cosi quella che avrebbe potuto essere l'indagine sui personaggi più tradizionali della nostra quotidiana cronaca.

Il film è tuttavia opera di grande impegno, commercialmente valida. Raccoglie alcuni nomi fra i pìù popolari del nostro cinema, i quali posso fanno guardare con grande nostalgia ai volti che ha saputo proporci il neorealismo. Forse perciò ci convincono di più la Ralli, Franco Fabrizi, la Casilio e l'Arena, anziché i grandi nomi di cui si vale il cast. Silvana Pampanini, Vittorio De Sica, Mario Riva e Totò, sono i grandi nomi.

«Il Popolo», 23 dicembre 1955


I “bidonati”, i “vitelloni”, i “Bob” fiorentini e i “bulli” romaneschi sono da qualche tempo di moda nel cinema italiano, sia che ve li abbia introdotti da barzelletta, sia che, per giungervi, abbiano seguito strade più accademiche. Chi più chi meno, tutti questi tipi sono presenti anche nel film di oggi, derivato fin dal titolo da una serie di racconti di Moravia, ma quasi sempre mantenuto, nonostante tale origini libresche, sul piano della commedia popolare.

I suoi protagonisti sono quattro giovanotti romani che, guidati dal più intraprendente ma dal meno assennato di loro, tentano vie spericolate e disoneste per guadagnare presto e facimente un po' di denaro: per la loro goffaggine però, e in fondo, per la loro inesperienza al male, le loro truffe riescono sempre malissimo e ogni volta li mettono a rischio di passare brutti quarti d'ora. Alla fine, così, se non fosse per la comprensione di un bravo maresciallo, se ne andrebbero tutti quanti in galera: tutti, s'intende, tranne il loro caporione che, più furbo ma più codardo degli altri, non sta mai in prima linea e, perciò, riesce sempre a farla franca. Ora, però, le famiglie intrvengono e i giovinastri si rititano in buon ordine a vita privata. A meno che il «bullo» che li guida non abbia voglia di ricominciare...

Ha tenuto insieme le fila del racconto Gianni Franciolini cercando di legare fra loro in disparatissimi episodi con la cornice romana - antica e nuova - che fa loro sempre da sfondo: questo non gli ha evitato la frammentarietà, così come, in tutto quel bozzettismo spesso di maniera, non ha potuto impedire il ripetersi facile di macchiette e di spunti un po' convenzionali. La comicità di certe situazioni, comunque, e i caratteri abbastanza coloriti di certi personaggi sono riusciti a suscitare nel pubblico la necessaria allegria; grazie anche a un gruppetto di interpreti particolarmente affiatato: Antonio Cifariello, Franco Fabrizi, Giovanna Ralli, Maurizio Arena, Maria Pia Casilio, sostenuto, come ormai è d'uso da alcune partecipazioni eccezionali, quelle di Vittorio De Sica, di Silvana Pampanini e di Totò. Colore cinemascope.

«Il Tempo», 23 dicembre 1955


 

Non era facile trarre dalla folta raccolta dei Racconti romani di Alberto Moravia, un film organico e unitario; e l'esserci riusciti è gran merito di Sergio Amidei e di quanti con lui hanno cooperato alla sceneggiatura dell'odierno cinemascope a colori, diretto con scioltezza e assoluta padronanza di mestiere da Gianni Franciolini. S'intende che nella riduzione molto del vero Moravia, di quella sua aspra energia, si' è volatilizzato; o per meglio dire c'è rimasta la sua tematica scria, bozzettisticamento edulcorata. Ma poiché è convenuto che i film non si devono giudicare rispetto alla loro fonte, ma per quello che sono, essendo questo nel numero degli azzeccati, non cercheremo più in là, lo giudicheremo dalla sua riuscita.

La vicenda, piluccata qua là dal libro, invece che frantumarsi in episodi come era da temere, si accentra su quattro giovani amici, discesi dai lombi dei «vitelloni» di buona memoria e incrociati col più recenti «bidonisti», il cui farabuttlsmo è riscattato da un fondo di Innocenza ragazzesca; quattro discoli, redimibili, in cui rivive qualcosa dell'estro picaresco. Il peggiore, ma anche il più saporito, è Alvaro (Bervito a dovere da un ottimo Franco Fabrizi), che uscito fresco di galera per Una coltellata scappatagli di mano, convocava i compagni (un garzone barbiere afflitto dal complesso del «bassetto», un pescivendolo di mercato, un tavoleggiante di osteria) per insegnar loro a far quattrini, senza naturalmente il noioso accessorio del lavoro. E' un inventivo, ogni giorno «ci ha un'idea formidabile» e quattro delle sue pensate costituiscono lo allegro intreccio del film. II primo imbroglio è imperniato sul bagarinaggio, il secondo sulla mozione degli affetti da esercitarsi per lettera su persone colpite da lutto; Il terzo sullo spaccio di biglietti fasulli, il quarto sul camuffamento di agenti del buon costume In caccia di coppie che si baciano.

Tutti, ben inteso, falliscono intanto che fidanzate sorelle e mogli che subiscono le conseguenze contrappuntano il tutto con le loro proteste e maledizioni. Finalmente una notte passata in guardina riesce salutare ai tre succubi, che s'accordano contro il funesto Alvaro, lo buttano letteralmente a fiume e rientrano in carreggiata da quel bravi figlioli che sono sempre stati. Senza grandi estri, ma con un uso accorto di piccole trovate, e una non mentita giocondità che non traligna mal nel volgare, il film inserisce stupende visioni di Roma, traendo profitto dal grande schermo del cinemascope. Su questo sfondo, che non sa quasi mai di pretesto, si muove una piccola folla di attori ben disciplinati. Col ricordato Fabrizi, Antonio Cifariello, Maurizio Arena e Giancarlo Costa compongono lo spassoso quartetto, le cui donne sono Silvana Pampanini, Giovanna Balli, Maria Pia Casilio e Eloisla danni. Di fianco, grossi calibri come Vittorio De Sica e Totò.

p. (Leo Pestelli), «Stampa Sera», 23 dicembre 1955


«[...] Tratto da alcuni racconti di Alberto Moravia ampiamente rielaborati, il film si lascia piacevolmente seguire ma appare privo di quella arguzia salace, di quella grazia e vivacità narrativa che avrebbero dovuto - e non difficilmente potuto - improntare il suo svolgimento. La regia di Gianni Franciolini, benché non poco attenta e sensibile, non ha raggiunto il mordente, la levità e il ritmo di altri film sulla Roma ”minore”. Non pochi sono i richiami e le reminescenze, resi più riconoscibili dalla limitata consistenza dell'insieme.

La ripresa in cinemascope ha fatto sorgere, poi, un'istanza turistica tipo ”Tre soldi nella fontana” che ha un po' sviato il tono del film e ne ha reso ancora più leggero il peso specifico.
E’ rilevante il complesso degli interpreti, tutti lodevoli anche se nessuno eccellente, compreso Totò - troppo limitato nello svolgimento del suo personaggio - e De Sica, al quale è stata offerta una caratterizzazione poco precisa. Tra i quattro giovani, Franco Fabrizi fa la parte del leone e, pur avendo un gioco mobile e ricco, non riesce a sottrarsi a un impressione di manierismo e, talvolta, ad accenti alla Sordi. Alquanto sbiadito Antonio Cifariello, preciso e rispondente Maurizio Arena, troppo ”Geppa” il quarto. Delle ragazze, quella che maggiormente si pone in vista è Giovanna Ralli, aiutata non poco dalla parte. Graziosa e vivida la Casilio, pallida la Pampanini, inesistente la Cianni. Poco felici i risultati dell'Eastmancolor.»

Vinicio Marinucci, «Momento Sera», 24 dicembre 1955


Il mondo del «bidonisti» romani evocati da Fellinl nel suo dolente e poetico film ci è mostrato in una versione più ottimistica da Gianni Franciolini in questo grazioso "Racconti romani", ispirato da alcuni bei racconti di Alberto Moravia.[...] E' una pellicola assai piacevole, sciolta, vivace, spiritosa. Qualche volta si avverte un certo impaccio nella legatura tra l'uno e l’altro episodio, impaccio che è vinto subito da una nuova trovata. I caratteri sono ben disegnati. I personaggi riescono simpatici sebbene si comportino come gaglioffi. Non è questo un piccolo merito. La interpretazione è abbastanza fusa sebbene gli interpreti non appaiano tutti della stessa qualità. Ci piace tuttavia ricordare quelli che ci sono apparsi più a fuoco: Giovanna Ralli e Franco Fabrizi, Antonio Cifariello e l'arguto Totò.

«Corriere d'Informazione», 24 dicembre 1955


Tratto dall'omonimo volume di Alberto Moravia, il film non è altro che la riduzione di alcuni fra i più celebri episodi dell'opera, tra i quali «Il biglietto falso», «Il terrore di Roma», «Prepotente per forza». Trattasi però non di una serie di episodi staccati ed indipendenti, bensì di un lavoro a soggetto principale unico con derivazioni episodiche che mantengono sostanzialmente il proprio intreccio.

Il film è saturo di sequenze interessanti e simpatiche, ora allegre e spregiudicate, ora commoventi, e scorre su un piano di discreta levatura artistica. Ben diretta da Franciolini, egregiamente sceneggiata, la pellicola vanta soprattutto quei pregi che possono considerarsi le caratteristiche principali dei film del genere: naturalezza di scena, semplicità e linearità di soggetto, umanità e realtà dei personaggi. 

Uno fra i pregi più notevoli del film è senz'altro la recitazione, sobria e convincente, di un cast di attori di eccezione, ove primeggiano Totò, De Sica, Antonio Cifariello, Franco Fabrizi, Giovanna Ralli e Silvana Pampanini. 

Vice, «Il Monferrato», 30 dicembre 1955


Una piacevole farsa senza il lume delPintelletto: ecco tutto ciò che riesco a pensare del film "Pane, amore e...", la cui mediocrità può costituire un pregio in questi tempi di cinema acefalo. Il film, come tutti sanno, è il terzo di una serie i cui personaggi originali — Gina la Bersaglierà, il maresciallo Carotenuto e la sua governante Caramella — furono visti come una spiritosa e tenera contraffazione di tipi umani esistenti nella vita italiana. A parer nostro, in quei film, c’era qualcosa di più e di meno: precisamente la risoluzione dei problemi italiani di fondo mediante un accomodamento sentimentale. Perciò pensammo che i due film di Luigi Comencini, pur con ì loro pregi, fossero un segno di decadenza. Il cinema italiano era stanco di pensare con la propria testa, di verificare di volta in volta pna realtà che poteva riuscire faticosa e sgradevole, preferiva coglierne la schiuma iridiscente e vuota — niente di male, è sempre accaduto, nessun popolo ha mai sopportato a lungo il genio della tragedia; e li teatro della Restaurazione, con i suoi futili ma spiritosi capricci, arriva sempre a ripagare pubblico e autori delle fatiche mentali alle quali li hanno sottoposti i vari! Shakespeare. — E se vale una prova negativa di tutto ciò, ecco il terzo film della serie; nel quale terzo film non soltanto le soluzioni sgradevoli, ma anche i problemi sono spariti; e i personaggi originali (tranne, si capisce, la Bersagliera, perdutasi per la strada e sostituita da Sofia la pescivendola) procedono da soli in una allucinante aria vuota di pensiero, di idee, di sentimenti. Le rinunce mentali hanno una loro fatalità.

"Pane, amore e..." trasporta l’azione a Sorrento, guadagnando uno straordinario scenario naturale agli effetti cinemascopici, ma perdendo l’originaria rustichezza di Sogliena; sostituisce al regista Luigi Comencini il meno esperto Dino Risi (lasciandogli tuttavia al fianco il troppo esperto soggettista Margadonna), al quale evidentemente non si può rimproverare gran che, per via di quella fatalità che si diceva più sopra e che egli ha ereditato, senza contare che in questo tioo di film la tradizione vuole che agli attori sia lasciata la più ampia libertà di sfrenarsi a piacere; e sostituisce Sofia Loren a Gina Lollobrigida. Questo è il cambio più piccante, una specie di sfida a distanza; ma il confronto è impossibile, sempre per le stesse ragioni, sicché la povera Loren ha semmai solo il torto di avere recitato con esuberanza incontrollata una parte inesistente. Certo è che le sue stesse grazie fisiche la irretiscono ogni giorno di più; l'ostentazione della sua bellezza diventando una sorta di balletto macabro e lei stessa un personaggio da "trionfo della morte’’ medioevale.

Si potrebbe dire che stiamo dando troppa importanza a un film che, dopo tutto, ha l’unico scopo di divertire per un paio d'ore e di farsi dimenticare subito dopo. Questo è vero; ma è vero anche che "Pane, amore e...” rappresenta uno sforzo produttivo notevole, al pari dell’altro che negli stessi giorni natalizi abbiamo visto: "Racconti romani", di Franciolini, Entrambi a colori e in Cinema-Scope, entrambi costosi e pretenziosi sul piano produttivo, i due film rappresentano congiuntamente lo sforzo maggiore che la cinematografia italiana possa e voglia affrontare in questo momento. Ebbene ciò significa chiudere deliberatamente la porta in faccia all’intelligenza, alle idee. E il caso di "Racconti romani” è più grave dell’altro, giacché parte il film dalia buona letteratura di Moravia per arrivare a quella del regista Franciolini — non cattiva, ma rinunciataria, anzi disperata nella sua ricerca del convenzionale — attraverso l’ingegno di Amidei. In "Racconti romani" c’è qualcosa di peggio che l’assenza del pensiero: c’è la deliberata fuga dal pensiero e dalla invenzione.

Non mi si fraintenda. "Racconti romani” è su un piano più elevato di "Pane, amore e...”. Se in entrambi trionfa il dialettalismo, il bozzettismo provinciale, le piccole maschere di una commedia senz’arte, nel primo sopravvive la dignità di un linguaggio colto talvolta dal vivo della vita popolare romana, mentre nel secondo non c’è nemmeno la piccola invenzione verbale della canzonetta partenopea. La colpa degli autori di "Racconti romani” consiste nell’aver voluto esprimere, con umiliata parvenza di verità, caratteri e sentimenti nè originali nè veri, bensì presi a prestito, affittati, per comodità, per paura del rischio, per pigrizia morale e non intellettuale, per non so quale tortuoso bisogno di automortificazione. Tanto è vero che non i quattro "vitelloni’’ del film riescono a persuaderci di più, ma due vecchi e stanchi giocolieri della recitazione, De Sica e Totò, impegnati in uno sketch da teatro di rivista.

La interpretazione del film non rientra in questo discorso. E’ quasi sempre una buona interpretazione. Il carattere meglio inventato, e non senza affetto, è quello del "bassetto” Giancarlo Costa. Ma brava ci sembra anche la Pampanìni; e spero che non tolga nulla all’elogio quel senso di tenerezza che mi dà sempre una regina del sesso cinematografico italiano quando le circostanze la mortificano nella castigatezza femminile. Quanto poi al trionfo del buon senso femminile sulla scioperataggine maschile, bene, possiamo anche accettare il matriarcato di Franciolini: è l’iterazione, il rafforzativo di una opinione ormai condivisa da tutto il cinema italiano; che va diventando sempre più femminista e non so fino a che punto sia il caso di dire femminile. Può essere una chiave curiosa, da pensarci su.

Vittorio Bonicelli, «Tempo», 1 gennaio 1956


La stagione dei premi cinematografici italiani si è conclusa la settimana scorsa con l’assegnazione dei due maggiori — "grolle d’oro" a St. Vincent "nastri d’argento’’ a Roma — e vale la pena cavare un significato, anzi una indicazione per il futuro, dal lavoro quasi simultanee delle due diverse giurie.

Si sa com’è andata. Due giurie di uguale competenza e valore, tanto distanti l’una dall’altra, hanno concentrato tutta la loro attenzione sii un solo film: ”Le amiche". L’opera di Antonioni infatti, pur già premiata a Venezia l’anno scorso, ha ricevuto due "grolle” su tre (miglior film e migliore attrice dell’anno), tre "nastri" su dodici (migliore regìa, migliore attrice non protagonista, migliore fotografia). Tale risultato, abbastanza raro, è già una indicazione; ma resta una ambiguità di fondo, cioè può significare insieme povertà e ricchezza — povertà della attuale produzione italiana, e c’è qualcosa di vero; ricchezza in quanto le opere di qualità non sono mai in ogni arte, e specie nel cinema, frutti unici, staccati, irripetibili ;—. A guardare dunque la cosa da questo lato non si arriverebbe mai a una conclusione. La vera indicazione è un’altra; è che le due giurie, riconoscendo insieme la qualità di quel certo particolarissimo film, hanno segnalato l’esistenza di una strada sulla quale essi credono che il cinema italiano possa camminare.

Quale sia questa strada, ci siamo provati in tanti a dirlo e, temo, con scarso successo; e non è qui il caso di riprovare. C’è un’aspra modernità, nei film di Antonioni, che sfugge alle definizioni; probabilmente perchè essi sono il primo segno di un secondo neorealismo italiano, di un rinascimento ancora da fare. E’ una ipotesi come un’altra, e se c’è stato questo presentimento nelle due giurie, tanto meglio. Ma per restare nel pratico, codeste giurie hanno comunque affermato l’esistenza di un particolare stile, di un mondo morale ben definito, insomma di un’opera-guida; ecco appunto la strada nella barbarica sterpaglia che è oggi il cinema italiano. Non è detto che sia la migliore strada possibile, nè che sia l’unica. Importante è che ci sia.

Ma importante per chi? Fare a quasi tutti i produttori discorsi di stile, di mondo morale, di società italiana, di neorealismo borghese e via dicendo è sprecato. Codesti produttori sono occupati a piangere sulla crisi — spettacolo assurdo, giacché costoro sono disposti ancora a credere a tutto, ai marziani, alle streghe, ai concorsi di bellezza, tranne che agli autori dei film —. E perciò Antonioni vince premi ma seguita a tribolare per fare un film; e anche gli altri, i Fellini, i De Sica, i Lattuada, i Germi, tutti coloro che continuano a prendere premi nel mondo. L’Italia è l’unico Paese (parlo di cinematografo) in cui i premi dati da persone serie non servono a niente, nemmeno a un avviso pubblicitario. E magari si crede a oggetti chiamati "oscar”, distribuiti da meccanismi elettorali infinitamente meno seri, meno qualificati, meno competenti delle giurie delle "grolle e dei "nastri. No, non c’è speranza.

In margini ai quali nastri e grolle si potrebbero fare tante altre notazioni. Curioso, per esempio, che l’unico film il quale abbia contrastato il passo fino all’ultimo a "Le amiche” tanto a Roma che a St. Vincent, cioè "Il bidone” di Fellini, sia l’unico che non abbia avuto nè una grolla nè un nastro. La stessa sorte è toccata a certe attrici (la Lualdi, la Ralli, la Rossi-Drago) prese in esame da entrambe le giurie e premiate da nessuna. Viceversa Valentina Cortese s’è presa la "grolla" e il "nastro", e ne siamo lieti, come per i premi dati a Sordi, a Stoppa, a Carotenuto. Meno può piacere la mancata assegnazione del nastro destinato all'attrice protagonista; ma -a pensarci bene, se un "rifiuto” doveva esserci a significare mortificazione di una annata povera di buone opere, è stato individuato il punto più vulnerabile.

Un terzo premio è stato assegnato in questi giorni, detto dei "David di Donatello” (e non di Michelangelo, provate a indovinare perchè). Ma temo che da queste statuette, sebbene elargite con grande sussiego, si possa cavare poco. Il Presidente della Repubblica ha dato prova di grande e stoica benevolenza ricevendo i destinatari delle statuette e tacendo educatamente sulla stravaganza di certe idee per cui, ad esempio. "Racconti romani” e "Pane amore e...” sarebbero i migliori film italiani dell’anno "per il loro impegno tecnico, industriale ed artistico” (e vorrei suggerire al sottosegretario Brusasca, in spirito di amicizia, che proprio motivazioni di questo genere stanno alla radice di quella contraddizione fra cultura ed 'industria da lui denunciata così bene al Centro sperimentale pochi giorni fa).

Vittorio Sonicelo, «Tempo», 2 agosto 1956



La censura

La Commissione di revisione cinematografica esprime parere favorevole alla proiezione del film in pubblico, previo apporto di alcuni tagli (14 ottobre 1955), come testimonia la relativa lettera della produzione allegata al fascicolo.

Documenti censura del film Racconti romani, 1955 - Fascicolo - Direzione Generale Cinema

Documenti censura del film Racconti romani, 1955 - Presentazione - Direzione Generale Cinema



Foto di scena e immagini dal set


I documenti

Cosa ne pensa il pubblico...


I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Grazioso quadretto di vita proletaria in quel di Roma, tra truffette varie e malriuscite. Spiccano Franco Fabrizi (perfetto per il ruolo) e il sorprendente Giancarlo Costa, a me - lo confesso - totalmente ignoto. Fra le donne domina Giovanna Ralli. Totò viaggia da par suo e De Sica pare divertirsi. Caruccio e corretto, ma nulla di più: **.

  • Gradevole commediola aromatizzata Moravia (che supervisionò la sceneggiatura). Ingenua e invecchiata, giocata sul "colore" locale, una pellicola comunque simpatica che spicca il volo, prevedibilmente, nel faccia a faccia dei mostri sacri Totò e De Sica, sublime quest'ultimo nel ruolo dell'avvocato afflitto da idiosincrasia per le consonanti doppie.

  • Quattro amici con poca voglia di lavorare ed ancora meno cervello, tentano di mettere a segno piccole truffe, dimostrando di non avere talento neppure per quelle... Dalle cronache della Roma proletaria di Moravia, una storia di borgatari dalle parti del neorealismo rosa, in quanto la bonarietà prevale sulle note amare. Nel cast, perfetto Fabrizi, mascalzone immaturo e vigliacco, verace come una vongola la pescivendola vociona Ralli, gustosissimo il duetto Totò-De Sica nella sequenza ispirata al racconto "La parola mamma". Film superficiale e bozzettistico, ma gradevole.

  • Vita romana di quattro giovani smargiassi con velleità di campare alla giornata che tentano (dopo anni di nullafacenza/carcere) a diventare padroncini di un’impresa di trasporti cercando il denaro necessario all'inizio dell’attività con trucchi vari talvolta spassosi. Film leggero e scacciapensieri inchiodato al periodo di uscita che mostra una Roma Anni ’50 tra antico e moderno. Si può guardare senza intoppi, ma certamente non ci si trova di fronte al capolavoro neorealista.

  • Un cast coi fiocchi per una pellicola che trae i suoi spunti narrativi dalle pagine dell'omonima raccolta di Alberto Moravia. I mezzucci con cui far soldi, più velocemnete possibile, è motivo di situazioni simpatiche e divertenti. Tra i personaggi quello di Alvaro, impersonato da un bravo Fabrizi, è quello strutturato meglio mentre Totò e De Sica sono rispettivamente un professore e un avvocato. Leggero, con qualche motivo di interesse femminile (Giovanna Ralli su tutte) e scorci romani che si fanno ammirare sempre volentieri.

  • Simpatico, anche se penalizzato da una regia troppo lenta e anonima, diverte più per alcuni sketch singoli che nel suo insieme. Il quartetto protagonista è azzeccato (il migliore è Fabrizi, a suo completo agio nella parte del mascalzone), ma si fa rubare la scena dai comprimari, in primis una Giovanna Ralli particolarmente caciarona e bisbetica e poi il simpatico duetto Totò-De Sica, che rimane impresso nonostante la sua brevità. Buono.

  • Storie romane con protagonisti giovani truffatori e millantatori dediti a piccole truffe, uno spaccato romano grazioso ma al tempo stesso leggerino nonostante un cast altisonante e nostalgiche vedute della capitale. Ispirato dal omonimo romanzo di Moravia.

  • Simpatico spaccato del proletariato romano, quello più umile e squattrinato, che non ha le capacità per salire sul treno del boom economico del dopoguerra e che si arrangia giocando sporco nella speranza di fare lo stesso fortuna. È arricchito da partecipazioni illustri (alcune ridotte a semplici comparsate) e si avvale di una fotografia meravigliosa di una Roma che ormai è soltanto un lontano ricordo. Non male, dopotutto.

  • È un film leggero e spensierato, anche se all'epoca credo che abbia voluto essere, pur se con un po' di ironia, di denuncia sociale. Dà sia un'idea sul modo di vivere di oltre cinquant'anni fa che elementi di valutazione sui (pochi) mutamenti del costume italico. Pur se si guarda con piacere, è un film troppo elementare, formato da un collage di situazioni vivaci che però non originano una trama vera e propria. Permette di fare un bel "giro turistico" di Roma e dei suoi posti più noti (comprese delle belle vedute aeree). **

  • Quattro giovani lavativi romani, all’alba del boom economico, cercano di trovare, con metodi poco legali, il capitale iniziale per mettersi in proprio e diventare padroncini. Non ci riescono e rientrano nei ranghi. Racconto di Moravia, atmosfera realista e pacioccona che viene direttamente da Campo de’ fiori di Bonnard, sceneggiatura robusta e rigorosa, cast maschile e femminile con le carte in regola, Totò e De Sica in cammei di lusso, acute annotazioni di costume, cornice romana credibile ma il film non carbura mai e sconta una regia piatta e anonima.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La vivace descrizione dell'ambientazione romana anni '50, con le sue trattorie, i suoi vignaioli, le sue barberie, con le sue cassiere di bar da tapinare.

  • Nella bellissima e nostalgica Roma dei tempi andati, come in una garbatissima sequela di prime cartoline a colori, un gruppo di giovani uomini cerca di "guadagnare" qualcosa attuando curiose truffe. Totò non pare essere il vero protagonista di questa buona pellicola, ma la sua presenza è tutta un cameo da gustare. Il colore forse diluisce l'atmosfera neorealista (in cui in genere i film degli anni '50 son immersi), virando piuttosto verso le leggerezze più caratteristiche dei '60. Nel complesso è un tenero spaccato del mondo d'allora. Promosso!

  • Uno dei film che più amo rivedere, non so bene per quale motivo; probabilmente le riprese che Franciolini effettua su quella Roma povera ma spensierata degli anni '50 evocano in me ricordi di una gioventù ormai troppo lontana. Il cast è necessariamente "autoctono", ma tra i soliti Cifariello, Arena e Fabrizi sfila quasi in secondo piano il nome di Giancarlo Costa (Spartaco), attore troppo dimenticato e segregato in una breve carriera cinematografica. Scontato il finale.

Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo
 
La trattoria dove lavora Mario (Maurizio Arena), dove la cassiera è la sua fidanzata nonché figlia del titolare, è in via del Banco di Santo Spirito a Roma.

La stradina dove Otello (Antonio Cifariello) chiede un prestito di 25.000 lire alla sua fidanzata Marcella (Giovanna Ralli) per un nuovo progetto di lavoro (visto il rifiuto della donna il dialogo terminerà tra ingiurie e offese) è via del Velabro a Roma. Sulla destra del l'Arco di Giano e sullo sfondo la chiesa San Giorgio al Velabro. La stesa stradina la vedremo in Dolci inganni.

La casa dell'avvocato Mazzoni Baralla (Vittorio De Sica) vittima della truffa da parte del professor Semprini (Totò), rubando l'idea ad Alvaro (Franco Fabrizi) e i suoi amici è Villa Torlonia al Gianicolo in Via Giuseppe Garibaldi a Roma 

 

L'officina dove Alvaro (Franco Fabrizi) troverà un lavoro onesto è in Piazzale Ostiense a Roma. Questo ciò che si vede dietro. Quindi, osservando il controcampo nel terzo fotogramma e ruotando Google Maps, possiamo dire che l'officina era sistemata al tempo dietro all'edicola che si vede oggi

Il laghetto (qui invisibile) davanti al quale Alvaro (Franco Fabrizi) e i suoi amici provano a spacciarsi per guardie cercando di beccare qualche adultero è nel Giardino di Villa Borghese a Roma. Qui sullo sfondo il solito tempietto di Esculapio 

La tintoria dove lavora la mamma (Durante) di Alvaro (Fabrizi) è in Via di Parione 42, a Roma 


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09 Apr 2014

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Pampanini Silvana Totò era veramente un gentleman dalla punta dei capelli fino alla punta dei piedi, era un professionista favoloso, molto signore, molto gentile e molto bravo. Totò non era…
Daniele Palmesi, Federico Clemente
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20 Nov 2015

Pandolfini Turi (Salvatore)

Pandolfini Turi (Salvatore) Turi Pandolfini, all'anagrafe Salvatore Pandolfini (Catania, 10 novembre 1883 – Catania, 6 marzo 1962), è stato un attore italiano. Nipote di Angelo Musco,…
Daniele Palmesi, Federico Clemente
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11 Dic 2015

Raimondi Sergio (Feliziani Torquato)

Raimondi Sergio (Feliziani Torquato) Nome d'arte di Torquato Feliziani (Roma, 9 agosto 1923 – Roma, 9 gennaio 2003), è stato un attore italiano di cinema, fotoromanzo. Biografia Meccanico…
Daniele Palmesi, Federico Clemente
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20 Nov 2015

Ralli Giovanna

Ralli Giovanna (Roma, 2 gennaio 1935) è un'attrice italiana. Vincitrice due volte del Nastro d'argento, è stata diretta da alcuni dei più grandi registi del cinema italiano, come Mario…
Daniele Palmesi, Federico Clemente
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13 Nov 2015

Riva Mario (Bonavolontà Mario)

Riva Mario (Bonavolontà Mario) Pseudonimo di Mario Bonavolontà (Roma, 26 gennaio 1913 – Verona, 1º settembre 1960), è stato un conduttore televisivo e attore italiano, che raggiunse vasta…
Daniele Palmesi, Federico Clemente
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25 Lug 2021

Sangue vero sul ginocchio di Silvana

Sangue vero sul ginocchio di Silvana A causa di un tuffo pericoloso Silvana Pampanini è stata costretta a interrompere la lavorazione del film "Noi cannibali" Roma, agosto Antonio Leonviola…
Renzo Trionfera, «L'Europeo», anno IX, n.33, 9 agosto 1953
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23 Ago 2021

Silvana maestra di attori in germoglio

Silvana maestra di attori in germoglio Dopo le fatiche cinematografiche che si compendiano in due film interpretati nel giro di pochi mesi, Silvana Pampanini si i concessa una giornata di…
M. C., «Tempo», anno XVI, n.52, 30 dicembre 1954
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28 Giu 2021

Silvana Pampanini attende i «Racconti romani»

Silvana Pampanini attende i «Racconti romani» Una breve vacanza ha interrotto il lavoro di Silvana Pampanini, che sta per interpretare il film tratto dai famosi racconti di Moravia. Silvana…
H. S., «Tempo», anno XVII, n.29, 21 luglio 1955
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12 Ago 2021

Silvana Pampanini conquista lo squadrone

Silvana Pampanini conquista lo squadrone Èrr Sebbene il cinematografo sia considerato uno dei mezzi più efficaci per migliorare i rapporti fra i popoli e abbattere le barriere che ancora…
Mario Agatoni, «L'Europeo», anno X, n.10, 7 marzo 1954
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03 Mar 2022

Silvana Pampanini pedinata da un innamorato

Silvana Pampanini pedinata da un innamorato Silvana Pampaninl, appena rientrata in Italia, ha scritto per “Tempo” queste rapide e gentili impressioni del suo viaggio in Russia con la…
Silvana Pampanini, «Tempo», anno XVIII, n.45, 8 novembre 1956
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28 Giu 2021

Silvana Pampanini per Parigi è Nini Pampan

Silvana Pampanini per Parigi è Nini Pampan Silvana Pampanini, recatasi nella capitale francese per “girare” con Jean Pierre Aumont la terza riduzione cinematografica di “Koenigsmark”, si è…
Nicola Orsini, «Epoca», anno IV, n.130, 4 aprile 1953
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28 Giu 2021

Silvana Pampanini regina delle Canarie

Silvana Pampanini regina delle Canarie La notizia che Silvana Pampanini era stata minacciata di morte, apparsa alcuni giorni fa sui giornali, se non passò addirittura inosservata, fu…
Mario Agatoni, «L'Europeo», anno X, n.29, 18 luglio 1954
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19 Ago 2021

Sono una ragazza di famiglia

Sono una ragazza di famiglia Silvana Pampanini racconta ai lettori di “Tempo” uno degli episodi più commoventi della sua vita: il battesimo in San Pietro di Silvanella, la figlia della…
Silvana Pampanini, «Tempo», anno XVI, n.18, 6 maggio 1954
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10 Mag 2016

Totò e... Age

Totò e... Age La parodia era la sua forza Breve biografia Nome d'arte di Agenore Incrocci, sceneggiatore, nato a Brescia il 4 luglio 1919. Insieme a Furio Scarpelli, con il quale ha…
Stefania Carpiceci, Orio Caldiron, Giancarlo Governi
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19 Nov 2016

Totò e... Silvana Pampanini

Totò e... Silvana Pampanini Era un signore Silvana Pampanini ricorda Totò Totò era veramente un gentleman dalla punta dei capelli fino alla punta dei piedi, era un professionista favoloso,…
Daniele Palmesi, Orio Caldiron
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15 Ott 2016

Totò e... Vittorio De Sica

Totò e... Vittorio De Sica Uno ogni cento anni Parlare di Totò mi è molto caro, perché purtroppo non ho avuto il tempo e la possibilità materiale di dirgli tutto quello che pensavo di lui e…
Orio Caldiron, Daniele Palmesi
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Totò poeta

Totò poeta Ha messo in versi la storia del suo amore infelice per Silvana Pampanini... Roma, giugno Uscirà tra qualche mese un libro autobiografico di Totò, presentato da una prefazione…
Dino Aprile, «Settimo Giorno», anno IV, n.26, 28 giugno 1951
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Totò si è sposato con Franca Faldini

Totò si è sposato con Franca Faldini Il comico, di ritorno a Roma dopo una crociera, ha annunciato le sue nozze con la bella attrice. Roma, settembre Franca Faldini è la signora De Curtis.…
Augusto Borselli, «Oggi», anno XI, n.37, 15 settembre 1955
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Totò, il comico irripetibile

Totò, il comico irripetibile Di Totò — scomparso il 16 aprile scorso ancora in piena attività (stava girando le prime scene de Il padre di famiglia di Nanni Loy, che furono poi rigirate con…
Ernesto G. Laura, «Bianco e nero», anno XXVII, n.6, giugno 1967
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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • Documenti censura Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo - www.cinecensura.com
  • Enrico Emanueli, «L'Europeo», anno III, n.30, 27 luglio 1947
  • Arnaldo Geraldini, «Corriere della Sera», 4 dicembre 1955
  • «Epoca», 1955
  • «L'Unità», 6 dicembre 1955
  • «L'Avanti», 6 dicembre 1955
  • «Settimana Incom Illustrata», anno VIII, n. 51, 17 dicembre 1955
  • «Noi Donne», anno X, numeri 49, 50 e 51, dicembre 1955
  • "Il CCC citato in giudizio da un produttore", Arnaldo Geraldini, «Corriere della Sera», 4 dicembre 1955
  • "Un estraneo vigila sulla Commissione che visiona il film per la censura", «L'Avanti», 6 dicembre 1955