Sette ore di guai

Eh? Avvocato? Lei? Uh uh uh uh, mattacchione. Ma mi faccia il piacere, ma mi faccia il piacere... non si deve approfittare della bontà altrui, ogni limite ha una pazienza!

Totò De Pasquale

Inizio riprese: maggio 1951, Stabilimenti Titanus-Farnesina, Roma
Autorizzazione censura e distribuzione: 9 ottobre 1951 - Incasso lire 280.500.000 - Spettatori 2.450.815



Titolo originale Sette ore di guai
Paese Italia - Anno 1951 - Durata 80 min - B/N - Audio sonoro - Genere Comico / Commedia - Regia Vittorio Metz, Marcello Marchesi - Soggetto dalla farsa "'Na creatura sperduta" di Eduardo Scarpetta - Sceneggiatura Vittorio Metz, Marcello Marchesi, Age & Scarpelli, Eduardo Passarelli - Produttore Golden Films-Humanitas Film,Roma - Fotografia Rodolfo Lombardi - Montaggio Franco Fraticelli - Musiche Pippo Barzizza - Scenografia Alberto Tovazzi


Totò: Totò De Pasquale - Carlo Campanini: signor Romolini - Isa Barzizza: Amelia - Giulietta Masina: figlia di Romolini - Clelia Matania: Angelina, signora De Pasquale - Mario Castellani: Antonino - Eduardo Passarelli: avvocato Peppino Spinaci - Guido Celano: Achille, marito geloso di Amelia - Alberto Sorrentino: Raffaele - Galeazzo Benti: Ernesto - Arturo Bragaglia: Arturo - Nino Milano: Matteo - Gildo Bocci: l'ubriaco - Gisella Monaldi: Carmela - Bice Valori: Maddalena, la balia - Ughetto Bertucci: Annibale - Carlo Mazzarella: Ludovico - Liana Del Balzo: donna Lucrezia - Gianni Baghino: commesso pasticceria - Elsa Pavani: Bettina - Andrea De Pino: signore con 5 figli - Liliana Mancini: ragazza sull'autobus - Mimmo Poli: un muratore


Soggetto

Totò De Pasquale (Totò) è titolare di una modesta sartoria. Il giorno del battesimo del figlio, riceve la visita dell'Avvocato Espinaci (Eduardo Passarelli), incaricato d'intimare il pignoramento dei suoi beni a causa di un debito ormai scaduto e insoluto. Quando l'avvocato scopre che la moglie di De Pasquale (Clelia Matania) è una sua vecchia amica, decide di soprassedere. Totò, per ingraziarselo ulteriormente, decide di fargli fare da padrino al battesimo, dimenticandosi di aver già affidato quel compito al cognato Matteo(Nino Milano), inguaribile attaccabrighe. Pochi minuti dopo Totò, l'avvocato e Matteo scoprono che la balia (Bice Valori) ha perduto il neonato dopo una lite in piazza con il marito. Senza dire nulla alla moglie, Totò va a cercare il bimbo e, per non far sospettare nulla alla puerpera, le fa portare la bimba dei Romolini, una famiglia di distratti studiosi che abita vicino ai De Pasquale. Ignari del fatto che il bimbo viene riportato a casa De Paquale da un amico della balia, Totò, l'avvocato e Matteo finiscono a casa di una prostituta (Isa Barzizza) e del suo folle protettore (Guido Celano). Successivamente, sono portati a credere che il bimbo sia stato portato erroneamente nella tenuta di campagna dei Romolini. Giunti nel paesino della tenuta, i tre si dividono e Totò strappa quello che crede essere suo figlio (ma in realtà è la bimba dei Romolini) a nonno Arturo (Arturo Bragaglia), che chiama subito aiuto denunciando il rapimento della piccola. Pochi minuti dopo, l'intero paesino dà la caccia al povero sarto, scambiato per un rapitore di bambini. Totò rischia prima il linciaggio e poi di precipitare dal tetto di un palazzo. Alla fine di varie peripezie, Totò si ricongiunge all'avvocato e al cognato con la bimba ma, arrivati alla chiesa dove doveva tenersi il battesimo, scopre che in realtà suo figlio è stato già battezzato. Il pover'uomo deve quindi subire gli insulti dell'avvocato (che minaccia di sequestrargli la sartoria per conto del suo cliente) e della suocera (che gli nega aiuto economico), nonché dei Romolini. Alla fine del film, Totò si siede sui gradini della chiesa, mentre tutti corrono dietro ad un carro attrezzi sul quale accidentalmente è stata posto suo figlio e la piccola Romolini.

Critica e curiosità

Le riprese iniziano tra fine maggio e luglio del 1951.È la prima delle quattro farse di Eduardo Scarpetta (che si chiamava «'Na criatura sperduta», scritta nel 1899) di cui Totò ne trarrà un film, i tre successivi, girati in Ferraniacolor, saranno: Un turco napoletano (1953), Miseria e nobiltà (1954) e Il medico dei pazzi (1954) tutti diretti da Mario Mattoli. Si trovano molti spunti dall’avanspettacolo La banda delle gialle, una farsa su un neonato continuamente perduto scambiato e inseguito dal povero capofamiglia, con abbondanza di esterni romani (piazza della Consolazione, Colosseo) e non (Marino, Castel Simone, Colle Oppio), ricordi di Harold Lloyd e Laurel & Hardy, e un ragguardevole cast di comprimari (Eduardo Passarelli, Isa Barzizza, Clelia Matania, Carlo Campanini, Mario Castellani, Galeazzo Benti). C’è anche Giulietta Masina, spiazzata dalle continue improvvisazioni del principe. In realtà la Masina rifiutò un secondo film con l'attore. Il progetto si intitolava Gaetana ed il cavallo bianco, storia del tenero rapporto tra una ragazza madre ed un ladro.

È uno dei titoli meno noti di Antonio de Curtis, e non per colpa della sua qualità; l’attore elargisce i suoi "ogni limite ha una pazienza", "ma mi faccia il piacere!", cambia collocazione ai suoi celebri anni di militare, stavolta a Sondrio, e si esibisce in un’esilarante controscena quando i viaggiatori di una corriera cercano di descrivere fisionomia e abiti del misterioso rapitore di neonati (lui, che il bambino ce l’ha nella cesta, modifica continuamente i propri connotati e si stropiccia il cappello per stornare possibili sospetti).

Il film è grazioso ma rimane indeciso tra commedia umoristica e collezione di sketch, e al botteghino non raggiunge gli incassi clamorosi a cui i produttori di Totò sono ormai abituati. Iscritto al Pubblico Registro Cinematografico della S.I.A.E. con il n. 996, ottenne il visto di censura n. 10687 del 9 ottobre 1951 per una lunghezza accertata della pellicola di 2.300 metri. Ebbe la prima proiezione pubblica il 1º novembre 1951 e incassò 280.500.000 di lire. Per molto tempo creduto perso, venne inaspettatamente pubblicato nel 1997 in videocassetta e più avanti trasmesso svariate volte in televisione. Vuoi per l’incasso deludente, vuoi per la mancanza del nome Totò nel titolo, Sette ore di guai è poi caduto nel dimenticatoio, è stato dato per smarrito, rubato, perduto, fino a riemergere quasi mezzo secolo dopo nel mercato homevideo (videocassetta allegata al quotidiano "L'Unità" negli anni novanta), successivamente pubblicato in DVD dalla Ripley's Home video.Il film infatti, fu trasmesso da Raiuno per la prima volta nel 1998, a inaugurare un ciclo (pomeridiano) di pellicole del grande attore napoletano che, in quell'anno, avrebbe compiuto cent'anni. La rarità del film è dipesa dal fatto che la sua copia originale andò perduta per diversi decenni, salvo rispuntare negli anni Novanta.

"I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998


Così la stampa dell'epoca

Totò ed i suoi film sono diventato un'istituzione; con impressionante frequenza gli schermi italiani vengono animati dal fascio luminoso al centro del quale il comico agisce ed impera, ma, ciò che avvilisce soprattutto è la noncuranza che certi cineasti hanno dei gusti e del buon gusto dei pubblici. A nostro modesto avviso una pellicola di Totò è un attentato all'arte, un'offesa all'intelligenza dello spettatore ed un continuo, monotono ripetersi di situazioni e fatti e scenette che neppure hanno il pregio della novità perché già viste e riviste in innumerevoli opere del genere.

Che Totò faccia ridere è un dato positivo.ma il saper far ridere non è sinonimo di saper far divertire. Ormai Totò ed i suoi film hanno soltanto la capacità di rubare la risata senza promuovere l'allegria. Il che è segno di decadenza.
“Sette ore di guai” ha pochi pregi e molti difetti di tante pellicole del genere. Ci mostra un Totò spesso poco convinto di sè stesso in veste di padre alla ricerca del pargolo smarrito. Non è il caso di discutere la trama del film che è quella che è: un susseguirsi di episodi degni di una filodrammatica di paese. Naturalmente si fa vedere anche Isa Barzizza, più vestita del solito, il che, se è una vittoria della morale, è anche un lato negativo della pellicola, di queste pellicole che si reggono e si reggevano soprattutto sulla esibizione delle gambe di eva.

Nuccio, «La Gazzetta di Reggio», 19 ottobre 1951


Questa volta è stata scelta a uso di Totò una commedia napoletana di Scarpetta: e se l’idea di accoppiare il nostro ottimo comico alia vena del teatro dialettale è senza dubbio buona, il risultato purtroppo non si discosta molto dai soliti inesorabili film di Totò perchè della vecchia modesta commedia cl si è serviti solo come spunto per cucinare la solita minestra con i soliti ingredienti.

A Totò, sarto e padre felice ma in bolletta, viene scambiato il figlio di pochi giorni, proprio quando dovrebbe essere battezzato In presenza della suocera, odiata ma ricca. E le numerose avventure per ritrovare e riportare a casa il bambino offrono a Totò l’occasione di esibirsi nelle più strane situazioni, scambiato per Imbianchino, alle prese con una famiglia spaventosamente di. stratta di costituzionali, inseguito da una folla inferocita che vuole linciarlo, appeso a una finestra e salvato da un montacarichi; finché arriva ai battesimo in tempo per accorgersi che il suo bambino è già stato ritrovato e battezzato; quello che ha fatto tanta fatica per ricuperare è il bambino dei vicini distratti.

Accanto a Totò, qualche volta inevitabilmente divertente, il solito gruppo di specialisti, quali la Barzizza, Campanini, Eduardo Passarelli, Giulietta Masina.

«L'Unità», 3 novembre 1951


Max Linder, ai suoi bei tempi, sette anni Totò, più modestamente, sette ore di guai. Là uno specchio rotto, qui un neonato è il motore della farsa. La fonte: la commedia di Edoardo Scarpetta «'Na criatura sperduta». Siamo a Roma, in casa d'un sarto napoletano minacciato di pignoramento, nel fausto giorno in cui ha da essere battezzato il suo primo genito; fausto anche perchè si aspetta l'arrivo della suocera ricca che dovrebbe aprire i cordoni della borsa. La puerpera palpitante nel letto, la levatrice cucina, estranei che vanno e vengono, clienti protestanti ficcati in uno sgabuzzino e li dimenticati mezzi nudi: si comincia bene.

Il battezzando è al giardini pubblici, affidato a una serva patetica e distrarla che puntualmente lo smarrisce; alla notizia, il sarto padre dà in convulsioni: mancano sette ore all'arrivo della suocera. Comincia la caccia al pupo, intanto che per tener buona la madre che ignara di tutto lo chiede, si va a prendere in prestito da certi vicinanti distrattissimi, una loro bambina in fasce. L'introduzione di quest'altra «criatura» e appunto la causa dell'imbroglio, essendo che il sarto e i compari, quando già il loro bambino è stato ritrovato restituito da terzi, continuano inseguirlo, cioè corrono dietro quello della famiglia dei distratti; e scambiati per satiri e peggio, tutto un paese si solleva con tro di loro, e il sarto, che ha acciuffato il bambino non suo, vive un amaro quarto d'ora su cornicione d'un palazzo. In conclusione, arriva in ritardo al battesimo, la suocera piglia i cocci e i due poppanti spariscono daccapo...

Meno centrato su Totò, che per altro vi appare efficacissimo, che non i solili film di Totò, vuol essere una farsa di movimento d'intreccio; una corsa del genere di quella di «Prima Comunione ». Ma la scelta dei tempi non è sempre perfetta, e qua e là risaltano fastidiose lungaggini Comunque si ride, sebbene scosse. Col protagonista sono la Barzizza, la Matania, la Masina e alcuni noti e divertenti caratteristi. Campanini è l'ameno capo della famiglia dei distratti. Da un libro legge e dell'altro volta le pagine.

vice, «La Nuova Stampa», 3 novembre 1951


Ancora una interpretazione di Totò. L'inesauribile comico napoletano è, questa volta, protagonista di un film di Marchesi e Metz tratto dalla commedia di Scarpetta ”’Na creatura sperduta” ed intitolato Sette ore di guai (Titanus- Cinema Galleria). Un'interpretazione che, pur non essendo all'altezza delle migliori, non è nemmeno da disprezzare. Totò è un sarto il quale, nella mattina del battesimo, smarrisce il figlio. nelle peripezie (molte volte condotte con un ritmo alla Ridolini) per ritrovare a tempo il pargoletto, è tutto il contenuto della vicenda, la cosa migliore della quale è la battuta finale, quando, dopo sette ore di guai, il padre a prendere che il figlio sono stati imposti i nomi serafici, di Placido e Tranquillo.

Totò questa volta sta a mezza strada tra il ”terzo uomo” e il ”cerca casa”, non è sufficientemente attore e non è completamente pagliaccio. Riesce, in definitiva, a farsi vedere anche da chi non ha il palato troppo facile.
Accanto a lui passano un sacco di guai Clelia Matania, Eduardo Passarelli, Carlo Campanini e Giulietta Masina. La regia di Marchesi e Metz è, ormai, adattata su un comodo Cliché di sicuro effetto commerciale. senza troppa fatica del cervello, con parecchio utile al portafoglio.

«Cinesport», 15 novembre 1951


Per dirigere questo film, Metz e Marchesi si sono riservati alcuni spunti di clownesca fumisteria che fanno pensare alla buffonesca irrazionalità di certi svagati comici moderni: e se avessero avuto il coraggio di intonare ad essi tutta la vicenda svolgendola con meno insistiti compiacimenti e più varia alacrità, avrebbero potuto dare al film un accento di stimolante novità. Le concessioni che hanno fatto all'ovvia e stucchevole maniera della produzione corrente, hanno finito invece per imbastardire quegli spunti diluendoli nella banalità dei luoghi comuni da farsa sui quali si impostano gli sviluppi della vicenda tratta dalla commedia di Scarpetta «'Na criatura sperduta».

Le peripezie di un neonato che passa di mano in mano in seguito ad incidenti ed equivoci imprevisti, servono dì pretesto ad una serie di avventure nelle quali Totò viene coinvolto con due amici ed esposto a tutte sorta di guai: e sono gli episodi in cui egli si adatta a fare da tappezziere e si trova alle prese con una famiglia di distratti che offrono la più gustose risorse alla sua irresistibile estrosità di attore e di mimo. Con l'impareggiabile e inesauribile Totò partecipano al film Isa Barzizza, Clelia Matania, Giulietta Masina, Campanini, Celano, Castellani.

E.C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 17 novembre 1951


Se il titolo ne prevede sette il pubblico è costretto a qualche ora di guai. Guai prodotti dall'ormai noto blocco di soliti sceneggiatori (o cosiddetti tali) che possiedono la grazia di ammorbidire o annullare anche una divertente commedia di scarpetta.

Questo film è tratto infatti da “Una creatura sperduta” e narra le vicende di un padre in disperata ricerca della sua creatura che, nel giorno del battesimo, gli è stata sostituita.

I colpi di scena - e sono tanti nella commedia - offrivano l'avvio ad una felice successione di avvenimenti divertenti, anche se farseschi, ma questo film odora di fabbricazione in serie e deve essere di quelli sceneggiati in quindici giorni tra il fumo di una stanza dei Parioli o di via Margutta e i litri di caffè spesi per tenere desti gli impegnatissimi scrittori del cinema.

Si ride quindi (naturalmente se tifosi di Totò) soltanto all'immancabile intercalare “ma mi faccia il piacere” che rappresenta con ”comunque” e ”apoteosi”, uno degli slogan del comico Principe.

Il resto è avvolto, per un pubblico in cerca non di ”messaggi” ma di un giustificato passatempo borghese, nella nebbia più fitta. E la cornice (composta dagli attori Barzizza, Milano, Campanini, Matania e molti altri), è degna del quadro.

Quando i produttori che hanno un Totò in contratto ed una voglia matta di fare dei film comici (perché forse credono solo in quelli) si decideranno a cambiare i loro stati maggiori?

Anche sul campo di battaglia le truppe provate vengono sostituite da quelle fresche. I cervelli di cui si valgono i produttori di cui sopra, sono senza dubbio stanchi e affaticati. Non basta quindi rifarsi ad Eduardo scarpetta per un soggetto, ma è necessario quella lenta ed accurata elaborazione Senza la quale anche un Totò - come ieri sera - raccoglie fischi e dissensi.

V.S., «Il Popolo», 17 novembre 1951


"Sette ore di guai" è la filiazione cinematografica d’una commedia che Scarpetta condusse trionfalmente sui palcoscenici della prosa con il titolo di «'Na criatura sperduta». Totò ha ripreso il motivo e lo stesso titolo del film dice trattarsi di una lepida storia, nella quale il protagonista - un sarto che lavora a domicilio - incomincia passarne d'ogni colore a causa della balia che, in un giardino pubblico mentre flirta con un cameriere è sorpresa dal legittimo marito e, per salvarsi non trova di meglio che affidare il bimbo al suo amico e filare di buon passo.

Da questa prima disavventura, i guai snocciolano uno dopo l'altro, finché, con l'aiuto del Signore, tutto ritorna in ordine anche se Totò, con una smorfia di rassegnazione, avrebbe desiderato che il finale fosse colorato se non di grigio ma di rosa.A fianco di Totò abbiamo veduto Isa Barzizza, Carlo Campanini, Clelia Matania, Giulietta Masina; la regia, pervasa di diligenza, è di Metz e Marchesi.

E.M., «Momento Sera», 18 novembre 1951


Dare all’irrequieta comicità di Totò la disciplina di un film «costruito» è come incastrare un torrente nell’alveo in muratura: schiumeggia meno, fa minor fracasso, perde un po' del suo pittoresco, ma non ristagna poi negli acquitrini e arriva a una foce. Come in «Napoli milionaria», anche in «Sette ore di guai», diretto da Metz e Marchesi e derivato da una vecchia farsa di Scarpetta («’Na criatura sperduta»), Totò ha modo di dare al suo personaggio la razionalità accettabile di un tipo dopo essersi in troppi film meccanizzato nella rigidità legnosa della marionetta. Anche in «Sette ore di guai» che è il pazzo inseguimento di un neonato lasciato tra le braccia di un Ignoto da una bella cervellata, l'illogicità si esaspera in un rarefatto grottesco e la deformazione della realtà si fa, a tratti, strepitosa; ma c'è alla sua base, la pacifica o collaudata convenzionalità dell'umorismo del teatro dialettale, con le sue classificazioni consuete e i suoi abituali giochi degli equivoci.

Conoscete le figure di queste false: lo squattrinato borioso, il professore distratto, la cocottina di lusso con l'amante danaroso e l'amante del cuore. Li ritroverete in questo film: e anche ritroverete il tradizionale malinteso, per cui Totò, mentre cerca di recuperare il suo piccino perduto, è scambiato per un mostro rapitore di bambini e come tale linciato ho quasi.

Nell’episodio conclusivo, invece, la dove Totò pencola dal cornicione più elevato di un alto edificio, ritroverete la risata-brivido suggerita da Charlot nel «Circo» e da Harold Lloyd in «Preferisco l'ascensore», a meno che non ci si rifaccia all'orgasmo di «Quattordicesima ora». Mescolanza, insomma, di secolari motivi e di attuali, in uno; zibaldone non sgradevole, che agita, convulsamente, accanto a Totò, gli attori Campanini, Castellani, Matania, Barzizza e Masina.

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 4 novembre 1951


Naturalmente non può essere un discorso molto serio, se si prende lo spunto dall’ultimo film di Totò apparso sul mercato: «Sette ore di guai».

Un film abominevole. Si dovrebbe fare dunque piuttosto un discorso triste, commemorativo. Tuttavia, anche questa volta, l’allegro cinema italiano ha raggiunto l’unico risultato veramente comico che gli sia consentito: far uscire dalla sala di proiezione i critici con la faccia stravolta da umori vendicativi e imbavagliati (qui per critici intendo tutte le persone dotate di normale senso critico, siano pagati o no per esercitarlo sulle colonne di qualche giornale). Parlare del cinema comico italiano infatti non è più possibile. E’ antipatriottico. Questo particolare cinema è diventato una specie di piaga nazionale, una febbre intermittente della quale non è decente parlare ai vicini di casa. Tutti andiamo a vedere i film comici e tutti non oseremmo confessarlo ai nostri genitori. Quel ch’è più buffo, una volta nel buio della sala, c’è chi ride e chi no. I secondi odiano i primi. I primi ricambiano, non senza vergognarsi d’aver riso. Alla fine gli uni,e gli altri si sentono tormentati da un confuso complesso di colpa. A parte quel pizzico di ipocrisia che esiste sempre in queste cose, c’è anche un errore di fatto. Nessuna colpa. Quel riso ci è estorto. Anche una povera vecchia che scivola sul ghiaccio fa ridere, specialmente se qualcuno ci assicura che è caduta per finta, che è una burla. Poi magari la vecchia muore. E allora noi giustamente ci vergognamo, comprendendo che il nostro riso era stato soltanto un’impura contrazione muscolare, a tutto detrimento dell’intelletto e del senso morale. Ma la cattiva azione l’ha compiuta chi ha fatto cadere la vecchia.

«Sette ore di guai», ridotte fortunatamente a un’ora e mezza di proiezione, sarebbe la traduzione cinematografica d’una farsa dialettale di Scarpetta. Lo stesso Scarpetta troverebbe molto balzana l’idea di riprodurre a distanza di mezzo secolo situazioni e battute legate a un certo ambiente e a un certo gusto, allora già dozzinali, figuriamoci oggi. E sarebbe profondamente scandalizzato dalla mancanza di idee dei comici moderni. Quanto a Totò, che figura farebbe davanti a Scarpetta proprio lui che non si perita di sfoggiare con tanta insistenza giochi di parole che hanno già fatto il giro di tutti gli avanspettacoli suburbani d’Italia, come quello dell’«avvocato Spinaci»?

Ma Totò, dicono i produttori, è un mimo, è una «maschera», l’ultima maschera della commedia dell’arte e via dicendo. Naturalmente la maggior parte dei produttori se ne infischia della commedia dell’arte. Ad essi interessa soltanto la faccia che fa ridere, a colpo sicuro: il Totò-salva-tutto. Io mi meraviglio soltanto che Totò non pensi a salvare se stesso: che non si preoccupi, voglio dire, di lasciarci una immagine meno effimera di sè, della propria personalità indubbiamente eccezionale. Come può resistere alla tentazione di provarsi a fare un film, uno solo, che duri, che conti qualche cosa nella storia del cinema?

Mistero. Lo stesso mistero costituito dai tre personaggi «distratti» che rallegrano «Sette ore di guai»: personaggi privi, non dirò di intelligenza, che sarebbe pretendere troppo, ma di un barlume di luce che potrebbe distinguerli da una sedia o da un palo telegrafico.

«Tempo», novembre 1951


Intervista con l'attore (e fan sfegatato) Francesco Paolantoni. Stasera a Roma, un incontro per presentare l'iniziativa del nostro giornale.

ROMA.

«Cosa fa grande Totò? La sua capacità di essere comico, a prescindere». Ride il quarantunenne Francesco Paolantoni citando una delle più celebri battute del principe Antonio De Curtis. Perché, forse non tutti lo sanno, ma per il popolare Robertino di Mai dire gol Totò è una sorta di «santo», nel culto del quale è cresciuto fin da bambino. E al quale ha dedicato una versione tutta sua de La livella che sta portando in giro nello spettacolo teatrale The School of the Art of De Lollis. Ed è per questo che Paolantoni stasera presenterà Sette ore di guai, il primo dei due film «introvabili» (l'altra è Fermo con le mani, il primo film di Totò) che L'Unità spedisce in edicola dopodomani in videocassetta. L'occasione? Il trentennale della scomparsa dell'attore napoletano. L'appuntamento è a Roma (ore 21.00) presso la libreria Bibli di via dei Fiena-roli, dove a presentare il film di Vittorio Metz e Marcello Marchesi (pellicola praticamente inedita, mai trasmessa in tv e della quale è andato distrutto il negativo) saranno la figlia di Totò, Liliana de Curtis, l'attrice Isa Barzizza, per lungo tempo al fianco del comico napoletano nel ruolo della «prosperosa», e Giancarlo Governi, funzionario Rai e appassionato «totologo».

«Sette ore di guai non l'ho mai visto - prosegue Paolantoni - e questa sarà davvero una bellissima occasione per scoprirlo. I film di Totò li conosco tutti a memoria, li andavo a vedere da quando ero un ragazzino. E penso che tra tutti il migliore sia Guardie e ladri: Totò affiancato da un grande come Aldo Fabrizi diventa ancora più strepitoso». La passione per Totò, Paolantoni la ricorda come una passione di famiglia. «Il suo spirito aleggiava in casa ed io sono cresciuto a pane & Totò - racconta -. Del resto a Napoli è idolatrato da tutti. Per me poi è più grande di qualunque comico, anche di Chaplin. E se ho deciso di fare questo mestiere è perché lui me lo ha fatto amare».

È proprio nella comicità di Totò che Paolantoni cerca le sue radici. «Una comicità pura - dice -che non ha bisogno di costruzioni. Gli altri si dovevano preparare le gag, le battute, lui niente: gli venivano fuori naturali, sul nulla. La sua era un'ispirazione mentale, un modo di essere, una maniera di giocare...». Una comicità, insomma, immortale, che riesce a vivere al di là delle mode. «La capacità dei più grandi - sottolinea l'attore napoletano - è proprio quella di far ridere restando fuori dal tempo: non amo la comicità legata alla cronaca». E la satira? «Quando è fatta bene mi piace. Penso ai Guzzanti, mentre come esempio negativo a quella del Ba-gaglino. La satira tra i giovani comici è parecchio gettonata, mentre pochi cercano la comicità pura, quella che piace a me. In Mai dire gol c'è, per esempio: la praticano Aldo, Giovanni e Giacomo.
Ma in questa direzione va anche il lavoro di Antonio Albanese, dello stesso Corrado Guzzanti quando non fa satira, di Giobbe Covatta e di Enzo Iacchetti».

Questa comicità, però, secondo Paolantoni, «soprattutto a teatro soffre di molti pregiudizi. È considerata di serie B. Di rango inferiore, insomma. Eppure la risata è curativa, fa bene al corpo e alla mente. Lo diceva anche La gente vuole ridere, lo spettacolo di Vincenzo Salemme che ho interpretato nelle passate stagioni nei teatri italiani. Attraverso la comicità ci si rigenera. E quella che amo io è quella fine a se stessa, quella carica di tormentoni che quando la senti ripetere alla gente per strada ti fa un gran piacere. Di comicità c'è e ci sarà sempre bisogno. Anche se non tutti subito lo riconoscono. Del resto, per quanti anni fu bistrattato Totò prima di essere rivalutato dalla critica?».
Gabriella Gallozzi

«L'Unità», 10 aprile 1997



I documenti

Recitare con lui era un macello. Se uno non era abituato a fargli da spalla non lo capiva. Andava a braccio, faceva e diceva cose imprevedibili, e se tentavi di dire la battuta com'era scritta finiva che gli riempivi il ritmo e rovinavi tutto. Purtroppo il film terminò quando cominciavo a capire come di doveva stare in scena quando c'era Totò. Cominciavo anche a divertirmi, certo uscii da quel difficile frangente carica di un'esperienza straordinaria che poi mi è servita.

Giulietta Masina


Da buon sarto ho fatto un film proprio su misura.

Antonio de Curtis



"Sotto la pergola" (Morbelli-Barzizza) dal film Sette ore di guai (1951)


Cosa ne pensa il pubblico...


I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Film poco conosciuto del grande comico napoletano ma decisamente da riscoprire. Gag a iosa, ritmo effervescente (sopratutto nella parte finale) e un Totò più esplosivo che mai sono i pregi di questo film. Notevole anche il resto del cast, su cui spiccano la Barzizza, Campanini e il fedele Castellani. Buono.

  • Uno dei film meno celebri di Totò, ma comunque molto divertente, sfrutta una trama di base molto elementare per una serie di equivoci e corse rocambolesche per ritrovare un bambino. Totò è scatenato, frena i suoi marionettismi per costruire un personaggio molto simpatico e abbastanza realistico (fantastici i duetti con Passarelli) e attorno a lui si muovono macchiette indovinate come quella del trio Campanini-Masina-Castellani. Bel ritmo, non male regia e musiche.

  • Partendo da un copione abbastanza esile e più adatto per le tavole di un palcoscenico si innestano una serie di situazioni comiche che si concedono addirittura il lusso di sconfinare nel surreale. La regia per gran parte del tempo è svelta e concisa, salvo nell’ultima parte in cui decide di diluire eccessivamente la sostanza. Totò è slegato dalla maschera di marionetta e incanala la sua verve nel personaggio ottenendo ottimi risultati. Ingiustamente poco considerato, meriterebbe una rivalutazione, sebbene non sia un capolavoro.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò che insiste con i Romolini che sbagliano sistematicamente il cognome “De Pasquale”.

  • Commedia poco conosciuta di Totò sostenuta da un buon ritmo (specie nella seconda parte) ed è abbastanza ricca di gag e tormentoni tali da garantire diverse risate. Totò sempre bravo a improvvisare e il cast di contorno come la Barzizza e Caatellani si regola positivamente di conseguenza. Occhio alle due giovani Bice Valori e Giulietta Masina. Sicuramente da riscoprire.

  • Film tutto di corsa di Totò diretto per l’unica volta da Marchesi e Metz. Un modesto sarto smarrisce il figlio nato da pochissimo per colpa di una balia sbadata. Da qui si innesta il moto perpetuo del film che ben presto acquista l’andatura affannata di una comica muta alla Mack Sennet. In fondo il copione teatrale originale di Scarpetta non è granché ma il film ha un gran ritmo, alterna gag demenziali ad acute notazioni psicologiche e a precisi dettagli ambientali, ha caratteristi all'altezza e diverte fino alla fine in modo intelligente e garbato.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: I curiosi baffetti di Totò; Totò sull'autobus quando cerca di andare d'accordo contemporaneamente con l'opinione di ciascun passeggero.

La censura

 

Documento revisione censura n.10687 del 9 ottobre 1951


Foto di scena, video e immagini dal set


Le incongruenze

  1. La levatrice chiede al cliente con l'abito corto di prendere il borotalco, in una scena il contenitore sul tavolo ha il tappo, in quella in controcampo ne è privo.
  2. Un pò in tutto il film, ma soprattutto nelle scene in camera della puerpera, il doppiaggio è sincronizzato veramente male.
  3. I due finti imbianchini sono al lavoro. Totò srotola per terra della carta da parati e poi la tira facendo cadere l'avvocato, ma essendo quest'ultimo lì davanti come poteva la carta srotolarsi proprio sotto le sue scarpe?
  4. La carta da parati nella parte del muro dove si è incollato il pennello è strappata in modo diverso rispetto a quella della parte del muro da dove si cerca di staccarlo.
  5. Nella scena del buco nel muro, provocato dal pennello incollato, Totò porta il berretto da muratore al contrario rispetto alla maggior parte delle altre scene e lui non lo ha spostato: notare la scritta "Corriere dello sport".
  6. La posizione del muro su cui i due falsi imbianchini mettono male la carta a suon di musica cambia continuamente.
  7. Il signor Romolini (Campanini) sale su una scala a pioli, che in una scena è appoggiata ad una grata e nella successiva ad un muro.
  8. Una paesana indica a Totò la casa dei "Romoletti", ma in realtà si chiamano Romolini.
  9. La signora Romolini (Masina) sta per prendere la bottiglia di veleno sopra la mensola con la mano sinistra, ma nella scena successiva la prende con quella destra.
  10. Quando la Masina prende la bottiglia di veleno, Totò e Campanini sono a due metri davanti a lei, per essere nella scena successiva molto più vicini, anzi Campanini è addirittura alle sue spalle.
  11. Nella scena in cui Campanini si infila la quarta giacca, sul tavolo c'è una pupazza di pezza che nelle scena successive si sposta ed al suo precedente posto appare una bottiglia vuota, che prima non c'era.
  12. Sempre nella scena in cui Campanini si infila la quarta giacca, Totò si abbottona i primi quattro bottoni del panciotto, rimane sbottonato solo l'ultimo in basso. Nella scena successiva soltanto i due bottoni centrali sono abbottonati, mentre poco dopo il panciotto è addirittura allacciato sfalsato.
  13. Totò nell'intento di cercare la sua giacca sgombera completamente il tavolo, buttando per terra tutto ciò che c'era prima sopra, ma dopo poco la sveglia (che dovrebbe essere sul pavimento) suona ed è sul tavolo insieme ad un altro oggetto misterioso.
  14. La sveglia che suona viene sollevata dal tavolo, poi rimessa in posizione verticale, ma al cambio di scena oplà ed è in posizione orizzontale.
  15. Totò arriva a casa dei Romolini con una giacca nera in mano. Questa giacca per sbaglio viene indossata da Campanini, che in tutto indosserà quattro giacche una sopra all'altra e quella di Totò è la terza. Alla fine Totò trova un'altra giacca, se la mette e gli sta perfettamente. Che gli stia bene questa giacca può essere una coincidenza, ma che la giacca originale del mingherlino Totò stia altrettanto bene al robusto Campanini, che sotto ne aveva già due mi pare proprio un errore.
  16. Quando Totò scappa con la bambina dalla casa dei Romolini, i cavalli alle sue spalle cambiano posizione in base alle inquadrature.
  17. Nell'evolversi della corsa per le strade di Marino, la coperta in cui è avvolta la bambina in braccio a Totò cambia colore e grandezza.
  18. L'uomo ubriaco sull'autobus che si avvicina a Totò in una scena è seduto storto guardando Totò in faccia, nella successiva è posto spalla a spalla.
  19. Il davanzale dove è appeso Totò, nel palazzo in costruzione, varia di grandezza e di forma in relazione alle diverse inquadrature.
  20. La finestra, dalla quale si sporge l'uomo con il bastone che vuole picchiare Totò, cambia in base alle inquadrature di grandezza e forma.

www.bloopers.it


Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo

Sette ore di guai

Il palazzo dove abita Totò De Pasquale (Totò) e dove questi ha una piccola sartoria si trova in Via del Colosseo 31 a Roma.

Sette ore di guai

Sette ore di guai

La vista dall’androne verso il muro di cinta antistante.

Sette ore di guai

Sette ore di guai

Il parco dove la balia Maddalena (Valori) mentre litiga con il marito smarrisce il figlio neonato di Totò De Pasquale (Totò) è il Parco di Colle Oppio a Roma.

Sette ore di guai

Sette ore di guai

Il palazzo in Piazza dell’Arco Antico dove lavora Ludovico (Mazzarella), il domestico che aveva preso in custodia il figlio neonato di Totò De Pasquale (Totò) smarrito dalla balia Maddalena (Valori), è Palazzo Del Grillo Robilant, che in realtà si trova in Piazza del Grillo 5 a Roma e che anticamente appartenne alla famiglia del celeberrimo Marchese del Grillo, il personaggio che ispirò l'omonimo film di Monicelli. La stessa casa fu casa di Cortese nel film Al diavolo la celebrità.

Sette ore di guai

Sette ore di guai

Sulla sinistra si trova il sedicente "arco antico", in realtà Arco del Grillo, attraverso il quale si scorge la Torre delle Milizie.

Sette ore di guai

Sette ore di guai

La piazza dove Totò De Pasquale (Totò), il cognato Matteo (Milano) e l’avvocato Espinaci (Passarelli) scendono dall’autobus appena giunti a Marino per recuperare il figlio neonato di Totò, è Piazza Matteotti a Marino (Roma)

Sette ore di guai

Sette ore di guai

La tenuta dei Romolini nelle campagne di Marino, nella quale Totò De Pasquale (Totò) rapisce la figlia neonata dei Romolini convinto che si trattasse del proprio figlio, con la quale era stato temporaneamente scambiato dallo stesso Totò, in realtà è il Castello di Marco Simone, situato al Km 17,2 della Via Palombarese a Marco Simone (Guidonia-Montecelio, Roma)

Sette ore di guai

Sette ore di guai

L’edificio all’esterno del quale un gruppo di popolane avverte gli abitanti della casa del rapimento della figlia dei Romolini, dando il via all’inseguimento di Totò De Pasquale (Totò), si trova in Via Palazzo Colonna a Marino (RM)

Sette ore di guai

Sette ore di guai

Il bar dove due avventori additano agli inseguitori di Totò De Pasquale (Totò) il cognato Matteo (Milano) e l’avvocato Espinaci (Passarelli), che vengono scambiati per complici nel rapimento della figlia dei Romolini, è il Bar Colonna, situato in Largo Palazzo Colonna 11 a Marino (RM)

Sette ore di guai

Sette ore di guai

Lo stesso luogo visto un po’ più da lontano.

Sette ore di guai

Sette ore di guai

I due "additati" (nel fotogramma ne vediamo uno solo), però, non potevano esser assolutamente visti da quel luogo, perché si trovavano da tutt’altra parte del paese, nella già vista Piazza Matteotti, accanto ad un monumento oggi scomparso e sostituito da uno nuovo.

Sette ore di guai

Sette ore di guai

La chiesa dove il figlio di Totò De Pasquale (Totò) viene battezzato in assenza del padre, impegnato nell’affannosa ricerca del nascituro e ignaro del fatto che era stato ritrovato e che lui aveva rapito la figlia dei Romolini, è la Chiesa di Santa Maria della Consolazione, situata in Piazza della Consolazione a Roma e di fronte alla quale vediamo parcheggiato il carro della "Sagra del Vino" di Marino con il quale Totò aveva raggiunto la chiesa con la figlia dei Romolini, a cerimonia oramai terminata.

Sette ore di guai

Sette ore di guai

Sette ore di guai

Alla fine del battesimo si ha un piccolo colpo di scena: uscito di chiesa e fermatosi sulla gradinata Totò di fronte a sé non ha la vista su Piazza della Consolazione, come ci si attenderebbe, ma su Via dei Fori Imperiali, dove vediamo i parenti dei figli di Totò e dei Romolini inseguire il carro della sagra, che era ripartito alla volta di Marino con i due pargoli a bordo.La foto aerea ci mostra la posizione di campo e controcampo, con le due frecce che ci mostrano rispettivamente la direzione dello sguardo di Totò dai gradini della chiesa (quella più a sinistra) e quella della ripresa su Via dei Fori Imperiali (Coordinate: 41.89298345813179, 12.487581968307495)

Sette ore di guai

Sette ore di guai

La palazzina in costruzione dove la cesta nella quale Totò De Pasquale (Totò) aveva nascosto la figlioletta dei Romolini viene recapitata per errore ad un muratore, che pensava di trovarci il pranzo ha una doppia natura. ESTERNI Quando è inquadrata dall'esterno è in via Borghesano Lucchese 1 a Roma.

Sette ore di guai

Sette ore di guai

La figlioletta dei Romolini viene issata con un cestello sul lato del palazzo in via Oderisi da Gubbio

Sette ore di guai

Sette ore di guai

Lo stacco in cui Toto ferma una camionetta e chiede un passaggio è col "trucco": sembra nei pressi del palazzo da cui è sceso ma il palazzo è quello in fondo, sopra la camionetta.

Sette ore di guai

Sette ore di guai

DALL'INTERNO E CORNICIONE. Quando però la scena è ripresa dall'interno della palazzina non siamo più lì ma a centinaia di metri di distanza e più precisamente, in via Magna Grecia, sempre a Roma.

Sette ore di guai

Sette ore di guai

Considerata la vista dal cornicione, il palazzo (C) è questo.

Sette ore di guai (1951) - Biografie e articoli correlati

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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
  • "Totò a prescindere" (Liliana de Curtis, Matilde Amorosi), Mondadori 1992
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983