Totò e Marcellino

Mai che a un rinfresco dessero un piatto di spaghetti caldi!

Giuseppe La Paglia

Inizio riprese: febbraio 1958, Cinecittà, Roma
Autorizzazione censura e distribuzione: 21 aprile 1958 - Incasso lire 360.480.000 - Spettatori 2.301.034


Titolo originale Totò e Marcellino
Paese Italia - Anno 1958 - Durata 98' - B/N - Audio sonoro - Genere commedia - Regia Antonio Musu - Soggetto Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa - Sceneggiatura Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, Diego Fabbri, Antonio Musu - Produttore Luigi Rovere - Fotografia Renato Del Frate - Montaggio Otello Colangeli - Musiche Carlo Rustichelli - Scenografia Ottavio Scotti - Costumi Pia Marchesi


Totò: Lo Zio Di Marcellino - Pablito Calvo: Marcellino Merini - Fanfulla: zio Alvaro Merini - Jone Salinas: Ardea - Memmo Carotenuto: Zeffirino - Wandisa Guida: la maestra - Nanda Primavera: la portinaia Rosina - Salvatore Campochiaro: l'avvocato - Amelia Perrella: sora Amalia


Toto_e_MarcellinoSoggetto

Per sfuggire alla polizia, un ladro chiamato il Professore si finge zio di un orfanello che sta seguendo il funerale della mamma. I due diventano amici ed il Professore ospita Marcellino nella sua abitazione: un vecchio tram in disuso.

Alvaro, il vero zio, saputo che il nipote ha ereditato una casa dalla madre, ottiene che il bambino vada a vivere con lui e lo costringe a chiedere l'elemosina insieme ad altri ragazzini. Il Professore scopre l'ignobile attività di Alvaro, ma nel frattempo Marcellino è fuggito: gli hanno fatto credere che la mamma è finita all'inferno e lui vuole a tutti i costi commettere una cattiva azione, così potrà raggiungerla...

Critica e curiosità

Scritto da Massimo Franciosa, autore del racconto Una chitarra in paradiso (da cui è tratto il soggetto) e co-sceneggiatore, Diego Fabbri e Pasquale Festa Campanile. Antonio Musu, ha diretto tre anni prima Il prezzo della gloria, un dignitoso prodotto drammatico-bellico; la produzione, di Luigi Rovere con partner francesi, è realizzata con discreta eleganza; gli ambienti hanno un efficace sapore realistico, le recitazioni sono convincenti, la tenuta narrativa indiscutibile.

Questi tentativi di esportare la maschera di Totò in Francia e Spagna arrivano però in uno dei momenti peggiori della sua carriera, con un fisico affaticato e la vista continuamente minacciata da una ricaduta della malattia. Infatti gira soprattutto in presa diretta, se necessario è comunque in grado, con qualche difficoltà, di doppiarsi. A Totò viene accoppiato una piccola star internazionale, il piccolo Pablito Calvo già interprete tre anni prima del fortunato Marcellino pane e vino. Totò non ha più il fisico di Guardie e ladri, a soli sette anni di distanza appare invecchiato, ingrassato, allentato, ma la misura dell’interprete è comunque ammirevole, e qualche critico se ne accorge.

"I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998


Così la stampa dell'epoca

1958 02 02 L Arena Toto e Marcellino L

«L'Arena», 2 febbraio 1958


«[...] L'idea di mettere insieme un comico ed un ragazzino che irradia simpatia è stata vantaggiosa, sin dai tempi del Monello. [...] Totò trova più di uno spunto per essere divertente [...]»

Maurizio Liverani, 1958


Bini è direttore di produzione anche di Totò e Marcellino, nel quale Totò viene accoppiato ad una piccola star internazionale, quel Pablito Calvo che tre anni prima ha interpretato il fortunatissimo Marcellino pane e vino. Per il piccolo Pablito, che nel '58 ha dieci anni, il cinema è ancora un gioco, un'esperienza piacevole e divertente. „Quell'anno non lo dimenticherò mai», ha ricordato in una recente intervista, «perché mi trovai benissimo accanto a Totò. Il grande comico napoletano mi voleva bene come un figlio e fu lui a insegnarmi l'italiano. [...]

Alberto Anile


1958 05 11 L Europeo Toto e Marcellino intro

Sono i muri delle città, questi mantelli d’Arlecchino? Sissignore Un mondo fittizio, di carta, di manifesti d’ogni colore, ci agguanta non appena usciamo di casa e non ci molla che quando rientriamo. Su «palchi» grezzi, effimeri, oscillanti, gracchiano e gesticolano gli «oratori». Da automobili pavesate, microfoni invisibili urlano sfuggi a Tizio e avvinghiati a Caio. Nelle portinerie, le cassette della corrispondenza traboccano di foglietti e cartoncini stipati di analoghi avvertimenti. Galoppini di qualsiasi taglia vanno e vengono, s’urtano, s'accavallano, si frantumano come le onde marine. «Votare... DO!» canta un grammofono. La tunica di Dio, tirata selvaggiamente («È nostro!». «Menzogna! Appartiene solo a noi!») dagli acerrimi politicanti, si gualcisce e si lacera; la Madonna è quasi incapace, la notte, di rammendarla. Ah spietato maggio del 1958, non mimose e albicocche, non cieli di perla e radure vellutate, ci offri: ma ispide, torbide elezioni. Il sostantivo maggiormente usato, nei comizi e dalla stampa, è «libertà». Mannaggia «Tutta per te, si fa 'sta festa», diciamo a Napoli.

È una proverbiale. antica espressione; ce la tramandiamo, quaggiù, di padre in figlio. Ne conoscete l'origine? Al tempo dei tempi una contadi' nella vesuviana diciottenne, formosa. compatta (il nome? la battezziamo Filomena) fu assegnata in moglie, dai propri genitori, ad un massiccio campione della grettezza e delle fatiche rurali. Gaetano? Ma sì, chiamiamolo Gaetano. Lui e lei si erano appena in-
travisti, a lunghi intervalli, in chiesa o al di là di un campo di grano; ma in pochi giorni, dopo aver sì e no scambiato quattro parole, e senza nemmeno essersi lambiti col gomito, vennero a nozze. Era una domenica. Fino al tramonto del sabato, Gaetano aveva zappato nel suo poderetto e Filomena aveva condotto al pascolo gli animali della propria cascina. Ma nelle successive ore cominciò la febbre degli eccezionali preparativi. Dal capoluogo giunse trafelata la sarta con l’abito nuovo. Polli, oche, agnelli furono sgozzati. La massaia, con le tozze braccia incrostate di vene, impastò focacce a decine. Botti salirono dal cellaio, diffondendo un aspro odore di gioia e di risse. Eccetera. Dopo un sonno breve e agitato. Filomena balzò in piedi. Toc toc: sorelle e cugine le portarono, ammiccando e celiando, un mastello d’acqua calda per il bagno. Svanite le ragazze. Filomena sbarrò l'uscio e, con l’impegno che le era abituale, ma astrattamente, come lavava nel fiume i Danni, si lavò. Asciugatasi, indugiò un poco a rivestirsi. C’era un polveroso, torvo specchio. Filomena vi si accostò, riflettendo.

Pensò a quel matrimonio senza affetto, casuale, nato come nasce la parietaria, soltanto perché fra mattone e mattone, o sasso e sasso, c’è un velo di terriccio. Lampeggiò, frattanto, il sole. Filomena vide i festoni e le botti sull’aia; vide pure, nel cristallo annebbiato, il suo giovane corpo... il meglio del suo giovane corpo. E, tergendosi una lacrima, disse all’immagine riflessa: «Tutta per te, si fa 'sta festa». Con la tristezza di Filomena rappresa nell'animo, io cammino fra gli inni elettorali a una presunta Libertà. Una Libertà senza amore, né in chi la promette, né in chi la invoca. Abbiamo, fra i candidati al Parlamento, il professor Marianini: il mimo, il Brummel di «Lascia o raddoppia». Le ambizioni dilagano, straripano. E chi bada a spese? Danzano il rock and roll i miliardi affannosi della DC, di Lauro, del PCI, di ogni partito. E mette conto. La posta è alta. Una voce mi bisbiglia che se tutto andrà come facilmente andrà, qui non avremo elezioni mai più.

Con una tonnellata di realtà sul gobbo, che film potevo desiderare? Scelsi una favola cinematografica, scelsi Totò e Marcellino. Di che si tratta? La mamma di Marcellino, gravemente inferma, non riesce a confessarsi a don Vincenzo; ma apprendiamo egualmente, dalle vicine, che era una di quelle. Al figlio lascia il bene che gli ha voluto, l’appartamentino in cui lo ha (immagino) partorito, e uno zio briccone, detto Alvaro. Simultaneamente ci viene presentato un infimo ladro, Totò, che abita in un tram abbandonato. L’umile e astruso delinquente, in fuga dopo un colpo fallito, si accoda alle esequie della povera Marta. È scambiato per lo zio Alvaro. Mica brutto, diciamolo, questo funerale zoppo (non avendo ricevuto che la metà della somma pattuita, l’imprenditore ha fatto staccare un cavallo), con la gentuccia e l’orfanello dietro. Avvenuto il seppellimento. Marcellino, che negli occhi di Totò ha scorto una luce umana, lo segue. Invano l’ometto cerca di levarselo di torno. Deve accoglierlo nel suo rifugio tranviario. Qui molti graziosi gags (il finestrino che precipita, la pioggia nei barattoli, e simili) perdono, con l'insistenza, d'efficacia. Qualunque geniale gag, meno veloce è, meno rende. Potete diluirlo, ma a patto di tenderlo maggiormente, di esasperarlo. Occorrono esempi? Charlot (non lo nomino a caso, per Totò e Marcellino) inghiottì il fischietto. Non è che la prima fase del gag. Subito gli viene il singhiozzo, al vagabondo, e ciò produce fischi. Ridiamo, s'intende; ma, cronometro alla mano, Chaplin, proprio nell’attimo in cui stiamo ricomponendoci, attua la terza fase del gag: a un fischio più lungo degli altri, cioè, fa accorrere un tassì.

Legano, insomma, Totò e Marcellino. Perché non installarsi nella vuota casa del bambino? Prima dello sgombero, Marcellino affida a un palloncino una lettera per la mamma: la quale non può non essersi allogata, secondo lui, che in Paradiso. Gli autori della vicenda (Franciosa. Festa Campanile, Fabbri) gli hanno voluto o dovuto conferire l’ingenuità che ci piacque, anzi che ci irretì, in Marcellino, pane e vino. Ma questo è un Marcellino cresciuto; aggiungeteci che essere allevati da monaci è tutt’altro che essere allevati in grembo a una poco di buono a San Giovanni o al Tiburtino. Induriscono e disincantano i Marcellino, questi rioni popolari. Invece il Marcellino di Franciosa, di Festa e di Fabbri, è di un totale, assoluto candore. Quando, nella casa del genuino zio Alvaro (sopravvenuto finalmente a strapparlo a Totò) apprende che la mamma fu quella che fu, egli giura che la raggiungerà all'inferno. Come? Quale è il peccato, fra i tanti, che non ha perdono? L’irriconoscenza, diamine, tu mi baci e io ti accoltello. Dunque Marcellino appicca il fuoco al tram in cui giace addormentato l'angelico Totò. Qui, carissimi Franciosa e Festa e Fabbri, qui era il seme del gentile, poetico e originale film che avreste potuto suggerire. Quel chierichetto sul orato, che senza volerlo indica a Marcellino la via sicura dell’inferno... da quella parte, vedi, non puoi sbagliare.

E la marcia del fanciullo verso il diavolo. E il diavolo sconfitto dall’innocenza. Quanto mi dispiace, carissimi, di non aver lavorato con voi a Totò e Marcellino. Vi avrei detto: «Cosa? L'amicizia del pezzente e del bambino? C’è già stato il monello». Vi avrei detto: «Cosa? Totò che pernotta in un vecchio tram? C’è già stato, in Carosello napoletano, Stoppa con la famiglia pernottanti in un landò». Vi avrei detto: «Chi, l’uomo che vive saccheggiando i buffets nuziali? Ma è il protagonista di Caviale e lenticchie. per tacere di una precedente novella di Marotta, che s’intitola ”Il mandolino”». Vi avrei detto: «Chi, l'individuo che scrittura bambini da corrompere e da sfruttare? Ma è il Fagin di Oliviero Twist'.». Vi avrei (detto: «L’inserimento di Totò nel funerale? Ma è uno spunto francese, noto anche ai ciottoli». «No». vi avrei detto, «buttiamoci sull’inferno desiderato dall'orfano... è in questa idea, sia pure ottenuta capovolgendo i termini di Marcellino. pane e vino, che troverà salute e bellezza il nostro film».)

Però... Siamo giusti, che discernimento avrei, qualora non dicessi che Totò e Marcellino, anche nella struttura che gli hanno dato Franciosa e Festa e Fabbri, sarebbe stato un degno film (la sceneggiatura è tecnicamente ineccepibile; buono, in genere, il dialogo) se il regista Antonio Musu avesse avuto la minima facoltà di spiritualizzare, di trasfigurare una materia che, senza vie di mezzo, o vola o sprofonda? Io ricomincio quindi a puntare sulla carta Festa Campanile-Franciosa (Fabbri è già Fabbri). Gli interpreti minori, da Carotenuto a Jorft Salinas a Fanfulla a Wandisa Guida, tutti efficienti. Pablito Calvo, per me, non eguaglia la radice cubica della fama che ha. Totò, bravissimo, è rientrato, in qualità di «uomo-orchestra», nel mio «pazzariello» dell'Oro di Napoli. Gesù, e Vittorio De Sica non è il quasi perenne inquilino del mio «conte-giocatore» ? Mi avesse mai ringraziato inviandomi un provoloncino di Sorrento! Ma chi è senza colpe (d’oblio), scagli la prima virgola dì Giorgio Prosperi o di Ghigo De Chiara. Ah, non ho detto come finisce Totò e Marcellino. Con l’arresto dello zio Alvaro e con il trionfo dello pseudo-zio. Bene. Gli unici parenti validi sono quelli finti: di cera, possìbilmente.

Giuseppe Marotta, «L'Europeo», anno XIV, n.19, 11 maggio 1958


1958 01 17 L Unita Toto e Marcellino intro

ROMA, 16.

Pablito Calvo cerca un alloggio a Roma, dove si appresta a trascorrere l’inverno. Dovrà partecipare ad un film insieme con Totò. Il piccolo attore spagnolo è stato veduto stamane al giardino zoologico mentre distribuiva noccioline alle bertucce del villaggio delle scimmie.

«L'Unità», 17 gennaio 1958


1958 04 30 La Stampa Toto e Marcellino R

Tutte le combinazioni sono possibili a questi lumi di cinema internazionale, e una delle meno imprevedibili è quella che costituisce la ragion d'essere, oltreché il titolo, del film odierno: Totò e Marcellino; il più popolare dei nostri comici e l'«enfant prodige» della cinematografia spagnola. Attori e al tempo stesso personaggi già costituiti, Totò e il piccolo Pablito hanno fatalmente dottato a Franciosa e Festa Campanile il soggetto: quello, di chapliniana memoria, del vagabondo e dell'orfanello.

Totò, ex sonatore di tromba ridotto a campare di furterelli e ad alloggiare in un carrozzone tranviario, si trova ad essere scambiato per lo zio di Marcellino, che dopo la morte della madre, una poco di buono, non ha più nessuno. Il sodalizio è affettuoso e grazie alla «piccola industria» del «professore», il fanciullo può continuare ad andare a scuola. Ma ecco il massiccio intervento del malvagio, che è naturalmente lo zio vero, un furfante che campa alle spalle d'un branco di ragazzini da lui costretti a chieder l'elemosina. Costui, per averne la casa, prende Marcellino con sé e lo assoggetta al turpe mestiere. «Mamma dove sei?» chiede l'innocente; quando viene a sapere, da un discorso dello zio con la druda, che dovrebbe essere all'inferno. Allora si mette a fare il cattivo, povera anima, per andare all'inferno anche lui. Ma intanto Totò s'è proposto di ritrovarlo; e trovatolo in quelle condizioni, con un ingegnoso espediente dei suoi smaschera l'attività dello zio sfruttatore, e riprende con sé il rasserenato fanciullo.

Nella dickensiana alternanza di comico e di patetico, a forti stacchi di rosa e di nero, il filmetto non manca di abilità. Al regista Antonio Musu la via era già tracciata; ma egli l'ha percorsa con franchezza, tirando al massimo le corde del rìso e del pianto, accettando in tutto la legge della favola. Ma ha anche elaborato con finezza qualche particolare: il funerale della mamma di Marcellino; l'affezione dell'orfano per il cuscino di lei; le nozze dello zio. E un'uguale misura avvolge i due interpreti, il grande e il piccolo; specialmente Totò, ora che la sua fortuna commerciale è in declino, sembra aver trovato discrezione, finezza, arresto.

l.p., (Leo Pestelli), «La Nuova Stampa», 30 aprile 1958


1958 04 27 Corriere della Sera Toto e Marcellino intro

Il Totò di Totò e Marcellino è quello di buona indole, il poveraccio dalla miseria allegra e pittoresca che s'è visto, per esempio, in Guardie e ladri e in Napoli milionaria. Unendo la sua esuberanza affettiva alla tenerezza che ispira il Marcellino del pane e vino non dimenticato, cioè Pablito Calvo, che diviene grassottello ma è sempre un ragazzo di espressione intensa, il regista Antonio Musu ha fatto un film di caramellosa, dolcezza.

Un ragazzo solo e senza pane è un elemento sicuro di successo, per un racconto come per un film: questo Marcellino piange la mamma morta nelle prime sequenze e si comporta da cattivo nelle ultime, perchè gli han detto che sua madre è andata all'inferno, ed é lì che egli vuol raggiungerla.

Sul soggetto di Franciosa e Festa Campanile, la storia è questa: Totò diviene, senza volerlo, zio adottivo del piccolo orfano Marcellino. L’uomo, un anziano musicista, alloggia in un vecchio tranvai in disuso; da lì si trasferisce nella casa dove il ragazzo viveva con la madre, e sostenta il suo pupillo con i dolciumi che ruba ai banchetti nuziali. Sopraggiunge l’autentico zio di Marcellino che è un personaggio dickensiano, da «Oliver Twist», un farabutto che governa una banda di ragazzi, educandoli alla mendicità; e si impossessa di Marcellino e della casa. Il compito che ora Totò si affida è di recuperare il ragazzo, al quale s’è affezionato: e ci riesce, smascherando fattività disonesta dello zio sfruttatore. Tutto questo in una girandola di furberie, di imbrogli e di tiri mancini che mescola comicità e pietismo, buffoneria e lagrime.

Se il Totò tutto cuore non fosse anche un incallito ladruncolo, il film sarebbe edificante, da raccomandare agli oratori. La sua formula à cattivante: qui il male è faceto e il bene sollecita la commozione; mistura astuta, di esito certo; piacerà. E la regia di Musu non manca di ambizione: la scena del funerale, ad esempio, descritto, nella colonna sonora, dal battere degli zoccoli di un cavallo, è ingegnosamente risolta. Film ad effetto, con un Totò in piena forma e con interpreti minori ben guidati.

«Corriere della Sera», 27 aprile 1958


1958 04 27 Il Popolo Toto e Marcellino intro

Triste e meritato destino dei bimbi prodigio. Invecchiano, si irrobustiscono e finiscono col fare film sempre più brutti, in cui, della grazia di un tempo e della commozione che hanno saputo suscitare in passato, resta ben poco. Questa è la volta di un bimbo spagnolo, Pablito Calvo che esordi in un film di grande successo, "Marcellino pane e vino" e che ora appare in un film Italiano a far da spalla a Totò. I nostri produttori, evidentemente, dopo aver avuto la gran trovata di mettere assieme i due, non si sono più occupati di nulla e i risultati, purtroppo, si vedono ben chiari.

Marcellino, bimbetto romano, resta orfano e del fatto approfitta un tizio che vive alla giornata il quale, facendosi passare per zio del ragazzetto, ci si installa in casa. La malafede iniziale lascia poi il posto a una grande e tenera amicizia fra i due. Il piccino si affeziona al finto zio; questo, si fa in quattro con mille espedienti, sia pur disonesti, perchè al bimbo non manchi nulla. Entra in scena lo zio vero, disonesto sfruttatore di bambini che manda a mendicare per le strade, e si piglia Marcellino avviandolo alla triste professione. Il falso zio, a sua volta, passa alla riscossa: riuscirà a far arrestare il figuro e a riconquistare l’amicizia e l’affetto del bimbo con il quale, d'ora innanzi, dividerà gioie e dolori.

Su questa povera e sconnessa trama, il film colleziona un'antologia di tutti i più ammuffiti luoghi comuni del cinema Italiano. Da ogni cosa riesce a trarre il peggio: gira la commozione in pauperistico fumetto, il realismo in barzelletta, la favola in macchietta e cosi via. Resta ben poco da aggiungere: appena qualche intuizione ai Totò e la sua sempre valida mimica, qualche personaggio di contorno, fra cui il bravo Memmo Carotenuto e nulla più. L'estate è alle porte e il cinema estivo a torto o a ragione, fa valere i suoi diritti.

P.V., «Il Popolo», 27 aprile 1958


1958 04 27 Il Tempo Toto e Marcellino intro

Marcellino - quello di Pan y vino, lo spagnolo, con una "l" sola - per trovare la mamma in Paradiso non esitava a chiedere a Dio di toglierlo da questo mondo. Il Marcellino di oggi, italiano, anzi romano, nato, anzichè dalla fantasia di Sanchez Silva, da quella di Franciosa e Festa Campanile, fa la strada inversa: gli hanno detto che la sua mamma, morendo, e andata all'inferno e lui pur di ritrovarla, si matte a fare il cattivo. In modo infantile, intendiamoci, rompendo vetri, rovesciando barattoli di vernici, rubacchiando palloni. Presto o tardi, cosi, dovrà riunirsi alla sua mamma; d'altronde, sembra pensare, meglio all'inferno con la mamma che solo al mondo.

Solo, a dir la verità, Marcellino non lo sarebbe stato: appena rimasto orfano, infatti, si era imbattuto in un vagabondo che, portato piu dalla forza delle cose che non dalla propria volontà, aveva finito per farsi credere suo... zio, uno zio un po' ladruncolo, spericolato e senza un soldo, ma così ricco di buoni sentimenti che Marcellino gli si era subito affezionato, come a un parente vero. Se non che il parente vero non aveva tardato a farsi vivo, allettato dalla casa che Marcellino aveva ereditato dalla mamma: era uno zio molto simile a un orco da fiaba, un tipaccio losco che costringeva quattro o cinque bambini a chieder per suo conto l'elemosina, trattandoli, dopo, come i biechi negrieri dei racconti di Dickens trattavano i bambini. Anche Marcellino era stato sottoposto a quel duro tirocinio, cosi un ble giorno era scappato e, inasprito da tutto quello che aveva visto e sofferto in quel piccolo inferno in cui si era trasformata la sua vita solitaria, si era messo a fare infantilmente il male che s'è detto per andare in quell'inferno vero dove, almeno, sarebbe stato in compagnia della sua mamma. A questo punto, però, ecco tornare in scena lo zio «falso» ma bravo che convince Marcellino a ridiventare buono, proprio per amore della mamma — che, in quanto mamma, può essere solo in Paradiso — e tutto torna sereno.

Anche se derivata alla rovescia da Sanchez Silva e anche se qua e là percorsa da ricordi alla Dickens o, addirittura alla Victor Hugo (dei Miserabili), la favola aveva una sua originalità felice e viva, animata non di rado da delicate notazioni poetiche guardate, per tutte, quella lettera alla mamma che Marcellino, dopo aver scritto, affida a un palloncino perchè la porti in Cielo, poteva, perciò, commuovere, intenerire, rallegrare, forse quasi quanto quella originale del Pan y vino. La regia di Antonio Musu, invece, non ha a nostro avviso risolta con quella levità di fiaba di cui avrebbe avuto bisogno: caricando le dosi, ottenebrando le tinte, indulgendo a un realismo troppo di cronaca non ne ha saputo (o voluto) mettere la rilievo le aperture liriche e ha finito troppo spesso per confinarla in un clima triste e grigio di effetto più deprimente che non commovente. Neanche Totò, nella parte dello zio «falso», riesce a sollevare il tono nonostante i suoi lazzi coloriti e umanissimi. Pablito Calvo, comunque, nelle vesti di Marcellino merita lodi e consensi: e anche la cara vocina italiana che, come sempre, lo traduce per noi. Al suo fianco, degne di lode. Jone Salinas e Nanda Primavera. Gli altri sono Memmo Carotenuto, Fanfulla e Wandisa Guida.

G.L.R. (Gian Luigi Rondi), «Tempo», 27 aprile 1958


1958 04 27 Il Messaggero Toto e Marcellino intro

Come uno più uno fa due, e non può fare tre, così il semplice fatto di aver messo Pablito Calvo accanto e Totò può bastare a fare un film ma non fa necessariamente un film d’alto livello. E in realtà Antonio Musu, in questa sua volonterosa fatica, ha fatto una semplice operazione d addizione: il comico partenopeo, con tutto il suo repertorio di trovate e di umani lazzi, più il bambino spagnolo, con tutte le sue moine che già, dài e dài, cominciano ad annoiare un poco. Ne è risultato un film certo capace di strappare qualche risata e qualche lacrima agli spettatori di cuore più tenero, ma troppo ingenuo e favolettlstico per darci l'emozione di altri film degli stessi interpreti

Vi si narra del affetto sorto tra un bimbo cui è appena morta la madre e un curioso personaggio che vive di espedienti e si è appunto presentato ai funerali, spacciandosi per uno zio, allo scopo di metter le mani su qualche oggetto da rivendere. Ma la pietà può sullo zio posticcio più dell'interesse. Egli prende a proteggere l'orfanello, a rubare per lui, a fargli come può da madre.

Finché, un giorno, si presenta lo zio autentico, un sordido tipo che organizza la mendicità infantlle, e messe le mani su Marcellino, non tarda a far di lui un altro dei suol piccoli accattoni. Totò, dopo un soggiorno in carcere, scopre l’orribile sfruttamento e riesce a farlo cessare. Ma Marcellino, intanto, è fuggito; e siccome gli è stato fatto credere che sua madre sia all'inferno, decide di compiere una cattiva azione per poterla raggiungere. La cattiva azione è quella di dare alle fiamme, con una carica di fuochi artificiali, il tram abbandonato che è la dimora di Totò. E solo alla luce scoppiettante di tale incendio lo zio adottivo può raggiungere il piccolo disperato, trarlo in salvo, consolarlo con parole affettuose.

Questa la trama, che ci sembra inutile commentare, tanto la sua zuccherina assurdità parla da sola. Drammatica, tuttavia, la scena finale. E ben caratterizzati i personaggi che affiancano i due protagonisti, grazie a Fanfulla, Wanda Primavera, Jone Solinas, Wandisa Guida.

Vice, «Il Messaggero», 27 aprile 1958


1958 04 28 Corriere della Sera Toto e Marcellino intro

Un Totò patetico e umano e un Pablito Calvo sempre più innocente e indifeso hanno il compito di commuovere il pubblico, specialmente quello propenso a lasciarsi incantare dalle fiabe. Il film non è disprezzabile, anche se abusa di facili effetti di commozione: è la storia di un bimbo, rimasto senza mamma, che viene praticamente adottato date uno strano zio che lo nutre a dolciumi, rubatt nei banchetti di nozze. Zio e nipotino vanno benissimo d’accordo, senonchè a turbare la pace giunge un terzo personaggio, vero parente di Marcellino, che reclama il piccolo per sé. Si scopre addirittura che il vero zio vorrebbe insegnare al nipote a chiedere l’elemosina e che fa lo stesso con una banda di ragazzi, che sfrutta. Il falso zio però parte alla riscossa, smaschera l’attività losca dello sfruttatore e riconquista Marcellino.

Il film è retto soprattutto da Totò, che è senza dubbio un bravo attore, mentre a Pablito Calvo è affidato il compito di completare gli effetti patetici: il regista Antonio Musu ha diretto con buona mano.

Vice, «Corriere d'Informazione», 28 aprile 1958


1958 05 01 Momento Sera Toto e Marcellino intro

E' bene avvertire subito che si tratta di un ennesimo film della serie intitolata a «Totò Qualcuno e Qualcos'altro»: il film, che Antonio Musu ha diretto con evidente impegno, vuol dire e dice molto molto più. L'argomento é derivato da un racconto — « Una chitarra in paradiso» — che Massimo Franciosa scrisse prima che Pablito Calvo divenisse, per tutti i pubblici. Marcellino: precisazione necessaria, perché potrebbe venir fatto di osservare che se nei suo primo film Marcellino voleva andare in Cielo per ritrovare la mamma, qui, per lo stesso motivo, vuole andare... all'inferno.

Ma procediamo con ordine. Morta la mamma — che non poteva dirsi una santa — Marcellino resta senta altri parenti che uno zio, uno zio mai visto e conosciuto e che egli invece, è un ladro, che si é accodato al funerale, facendosi passare per lo zio, onde sottrarsi ad un inseguimento. Un ladro poco pericoloso e merlo filosofo, che abita in una vecchia vettura tranviaria e che, senza accorgersene, finisce con l'affezionarsi al bambino. Ma l'autentico zio non tarda ad apparire: si tratta di un essere ignobile, che vive sfruttando l'accattonaggio dei bambini e che angaria il povero Marcellino al punto che questi decide di andare a raggiungere la sua mamma, la quale, a detta di tutti, sta all'inferno: quindi, dovrà cercare di andare anch'egli all'inferno. Marcellino, allora, si studierà di essere il più cattivo possibile, di fare addirittura — cosa nefantissima — del male a chi gli vuol bene, cioè a Totò, che intanto è riuscito a smascherare ed a fare arrestare il perfido zio. Non diremo di più sullai vicenda, della quale abbiamo sufficientemente illustrato i caratteri.

Sceneggiato dallo stesso Franciosa, da Pasquale Festa-Campanile, da Diego Fabbri e dal regista Musu, il film è ricco di spunti umoristici e patetici, di notazioni acutamente descrittive, ironiche, sentimentali. commoventi e brillanti. Qualche reminiscenza ("Miracolo a Milano", "Guardie e ladri", e "The kids") resta assorbita nel fertile humus in cui affonda le radici il racconto, le cui vicende, talvolta, avrebbero dovuto forse avere un meno asciutto sviluppo.

Di Totò e di Pablito inutile dire. Ci piace invece sottolineare l'affermazione, nella parte della coppia dei «cattivi» — lo zio e la sua donna —, di Fanfulla e di Jone Salinas. Il noto comico ha palesato una maschera e una recitazione capaci di un'intensissima, sorprendente incidenza drammatica, compiendo una caratterizzazione dagli aspetti memorabili. In una difficilissima parte di sciocca malvagia, la Sallnas ha dimostrato un gusto ed un mordente che ci inducono a desiderare dì vederla più spesso sugli schermi. Da rammentare ancora, positivamente, Memmo Carotenuto, Wandisa Guida e Nanda Primavera, nonché le musiche di Cado Rustichelli.

«Momento Sera», 1 maggio 1958


«Una figura come quella affidata a Totò, non soltanto è tra le più belle portate sullo schermo da questo grande attore, ma soprattutto è solidamente piantata sul terreno della vita reale, della pratica necessità quotidiana, da risolversi senza esorcismi. [...] Totò dà vita a un personaggio di rate, di fallito, di uomo solo senz’altro scopo che quello di sopravvivere, con una tale freschezza e puntigliosa precisione da far pensare che egli abbia voluto fare qualcosa di più della variazione di un medesimo, ritornante tema.»

Totò anarchico, “Schermi”, n. 3, giugno 1958


Sono i muri delle città, questi mantelli d'Arlecchino? Sissignori. Un mondo fittizio, di carta, di manifesti d'ogni colore, ci agguanta non appena usciamo di casa e non ci molla che quando rientriamo. Su “palchi” grezzi, effimeri, oscillanti, gracchiano e gesticolano gli “oratori”. Da automobili pavesate, microfoni invisibili urlano sfuggi a Tizio e avvinghiati a Caio. Nelle portinerie, le cassette della corrispondenza traboccano di foglietti e cartoncini stipati di analoghi avvertimenti. Galoppini di qualsiasi taglia vanno e vengono, s'urtano, s'accavallano, si frantumano come le onde marine. [...]

Giuseppe Marotta - 1960



I documenti


Quell’anno non lo dimenticherò mai perché mi trovai benissimo accanto a Totò. Il grande comico napoletano mi voleva bene come un figlio e fu lui a insegnarmi l’italiano. Tutte le sere, Totò veniva a prendermi in albergo e mi portava a mangiare la pizza a Trastevere, e io ero sempre contento di trascorrere la serata con lui.

Pablito Calvo


Brochure originale del film "Totò e Marcellino" - Germania, 1958 (Collezione Domenico Livigni)
Toto e Marcellino
Promozione del film - Germania, 1958
1958 Toto e Marcellino BG
Promozione del film - Italia, 1958


Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Discreta pellicola che miscela abilmente il dramma con la commedia. Buona mano di Musu in cabina di regia, con un ritmo piacevole, personaggi ben delineati e interpreti bravi davanti la macchina da presa. Forse non sarà uno dei migliori del grande comico ma si segue piacevolmente.

  • L'idea di affiancare il divetto del momento Pablito Calvo al principe della risata poteva generare una commedia stile Il monello; qui invece si vola più basso con molti facili sentimentalismi e poco spazio alla verve di Totò. Comunque il risultato non è spregevole, il film si fa vedere e si segnala l'ottima partecipazione di Memmo Carotenuto.

  • Una commedia ordinaria in cui Totò riesce a far emergere anche un po' della sua vena malinconica di attore. Non ha nulla a che vedere con il film che ha reso celebre Pablito Calvo e anche il sentimentalismo in esso contenuto punta a tutt’altro registro. Forse, se fosse durato qualcosina in meno, avrebbe reso anche di più, ma è tutto sommato accettabile.

  • Avevo letto peste e corna su questo film. Invece siamo di fronte a una pellicola onesta che diverte e rincuora. Ricorda solo nel titolo lo splendido film di Ladislao Vajda ma in realtà siamo di fronte a un “lacrima movie” anticipato, immerso in un duro clima neorealista, innervato da rimandi filologici nobili come il Monello di Chaplin, imbevuto dagli umori che provengono direttamente dai drammi strazianti di Matarazzo e permeato da un degno pathos umano e cristiano. Totò risalta nella sua lucida recitazione che è sia comica che drammatica.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Schietti e gustosi i duetti tra Totò e il vigile Zefirino interpretato da un Memmo Carotenuto in stato di grazia.

Foto di scena, video e immagini dal set


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Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo

1958-Toto e Marcellino 01

1958-Toto_e_Marcellino

Il palazzo dove Marcellino (Calvo) abita con la madre e nel quale si trasferirà il “Professore” (Totò) dopo la morte della donna ed essersi fatto passare per lo zio dell’orfanello si trova in Via Pietro Peretti 24 a Roma. Il portoncino è quello in primo piano

1958-Toto e Marcellino 02

1958-Toto_e_Marcellino

La piazza dove, per sfuggire ad un negoziante da lui derubato, il “Professore” (Totò) si imbuca nel corteo funebre della madre di Marcellino (Calvo) facendosi passare per lo zio del ragazzino è Piazza dei Mercanti a Roma. Appena giunto nella piazza da Via San Michele, Totò si appiattisce contro questo muro e, dritto di fronte a sé, vede transitare il corteo funebre

1958-Toto_e_Marcellino

1958-Toto_e_Marcellino

Subito il “Professore” ci si fionda, riuscendo a far perdere le proprie tracce al negoziante

Il lato curioso di questa location è che la piazza successivamente attraversata dal corteo è ancora la stessa: è bastato spostare la macchina da presa sull'altro lato, far rientrare in piazza Totò, Calvo, il carro funebre e tutte le altre comparse e farla loro attraversare nella direzione opposta

La strada dove Marcellino (Calvo) incontra una ragazzina che chiede l’elemosina suonando la fisarmonica è Via Antonio Chinotto a Roma, ripresa nello stesso punto di Una ragazza piuttosto complicata
Questa location è stata poi riciclata: più avanti nel film, sotto le finestre della palazzina che si vede sullo sfondo nel primo fotogramma il “Professore”(Totò) transiterà suonando per raccogliere, con l’elemosina, il denaro che gli servirà per incastrare Alvaro Merini (Fanfulla). La palazzina indicata con A è il civico 71 di Via Carso, una “multi” recentemente scoperta dal cinema italiano

Il lungotevere dove il “Professore” (Totò) ritrova Marcellino (Calvo) e gli dona la sua tromba nel film dicono essere il Lungotevere Flaminio: in realtà Totò e Pablito Calvo si trovano sul Lungotevere Oberdan a Roma, esattamente sul lato opposto del fiume rispetto a quello dove si trova il Flaminio

Ecco il momento nel quale Totò cede la sua amata tromba all’orfanello: l’improvvisa interruzione del parapetto e l’edificio sullo sfondo (nascosto dalla vegetazione nella foto di oggi) ci permettono di individuare il punto esatto

Il palazzo dove presta servizio Zeffirino (Memmo Carotenuto), la guardia amica del “Professore” (Totò) al quale questi si presenterà per chiedere aiuto nell’incastrare Alvaro Merini (Fanfulla) è Palazzo Barberini, situato in Via delle Quattro Fontane 13 a Roma. L’incontro tra i due avviene presso il portone d’accesso al palazzo

Concluso l’incontro Totò si incammina verso il caratteristico cancello su Via delle Quattro Fontane

La strada dove Alvaro Merini (Fanfulla) e la neomoglie Ardea (Salinas), subito dopo essersi sposati per ottenere l’affidamento di Marcellino (Calvo), vengono raggiunti dalla notizia della fuga del ragazzino è Via Carlo Tavolacci a Roma, all’altezza della confluenza con Via dei Marescotti

La strada dove l'insegnante (Guida) di Marcellino (Calvo) scorge l'alunno chiedere l’elemosina e si affretterà ad avvertire il "Professore" (Totò) è Via Boezio a Roma, all'altezza del cancello del civico 45, indicato dalla A.

Il controcampo ci mostra come sia cambiato l'edificio del civico 45, all'epoca delle riprese in ristrutturazione: la facciata a fasce bicolori è stata sostituita da una a tinta unica ma, guardando a destra possiamo notare come una porzione sia rimasta com'era nel 1958


IL CIMITERO, LA FUGA E IL NASONE

Il cimitero nel quale viene seppellita la mamma di Marcellino (Calvo) è il Cimitero Monumentale del Verano, in Piazzale del Verano 3 a Roma. Quello mostrato nel fotogramma era un accesso secondario al cimitero, situato in Via del Verano (esattamente all’altezza dello sbocco di Via dei Sabelli) e che oggi non esiste più (41.899749,12.520612), così come il muro di cinta sulla destra

Uscite dal camposanto dopo aver partecipato ai funerali, due donne si allontanano a piedi lungo Via del Verano, anch’essa oggi molto difficile da riconoscere

La prova definitiva ce la offre il controcampo su Via dei Sabelli, con il “Professore” (Totò) che, assolutamente non intenzionato ad accollarsi il mantenimento del ragazzino del quale si era spacciato zio, si allontana alla chetichella lasciando solo Marcellino, per poi nascondersi in un cortile
entrandovi attraverso questo cancello (dal quale subito uscirà, riuscendo a far perdere le sue tracce a Marcellino, che l’aveva seguito ma non l’aveva visto uscire), oggi scomparso come tutto l’edificio sulla destra

IL NASONE

Fatte perdere le proprie tracce, l’azione si sposta in un’altra strada, dove il “Professore” si ferma a dissetarsi ad un “nasone” e da lì è nuovamente costretto a fuggire perché, proprio di fronte alla fontanella si ritroverà nuovamente davanti Marcellino: in realtà ci si è spostati di pochi passi, perché siamo sempre in Via dei Sabelli, poco più indietro rispetto al punto nel quale Totò si era infilato nel cortile

Totò arriva al “nasone”, che oggi è scomparso, mentre l’edificio in fondo al vicoletto è “lievitato” e l’accesso al vicoletto sbarrato da un cancello che riproduce le fattezze della recinzione che si trovava a sinistra del nasone

Ed è di nuovo fuga lungo Via dei Sabelli
Ecco il totale su questa location.

Totò e Marcellino (1958) - Biografie e articoli correlati

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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
  • Giuseppe Marotta, «L'Europeo», anno XIV, n.19, 11 maggio 1958