Totò Tarzan

La mia età? Quattro eclissi, due alluvioni e un pediluvio. Lo so, non dimostro i miei anni, nella foresta mi danno tutti un pediluvio in meno.

Antonio Della Buffas

Inizio riprese: settembre 1950, Stabilimenti Titanus, Roma
Autorizzazione censura e distribuzione: 28 ottobre 1950 - Incasso lire 385.900.000 - Spettatori 3.710.577



Titolo originale Totò Tarzan
Paese Italia - Anno 1950 - Durata 78 min - B/N - Audio sonoro - Genere Comico - Regia Mario Mattoli - Soggetto Vittorio Metz - Sceneggiatura Vittorio Metz, Age & Scarpelli, Marcello Marchesi, Mario Mattoli - Produttore Cdi, Roma - Fotografia Mario Albertelli - Montaggio Otello Colangeli - Musiche Armando Fragna dir.Felice Montagnini - Scenografia Piero Filippone - Costumi Mario Rappini


Totò: Antonio Della Buffas - Marilyn Buferd: Iva - Mario Castellani: Stanis - Tino Buazzelli: Spartaco - Alba Arnova: Sonia - Adriana Serra: Giacomina Roy - Luigi Pavese: il procuratore Roy - Luisa Poselli: la maestrina - Guglielmo Barnabò: colonnello - Nico Pepe: avvocato Micozzi - Galeazzo Benti: addestratore parà - Carlo Croccolo: lo sposino - Alberto Sorrentino: usciere Anselmo - Giacomo Furia: cuoco vagone ristorante - Bianca Maria Fusari: Marta - Aldo Giuffrè: paracadutista - Riccardo Billi: capostazione - Guglielmo Inglese: capostazione pugliese - Ughetto Bertucci: capostazione romano - Nino Vingelli: capostazione napoletano - Enrico Luzi: avvocato Finotti - Rino Tognaccini: Bongo - Clara Bindi: signora col cappello - Mario Siletti: maggiordomo dei Rosen - Bruno Corelli: portiere albergo - Eduardo Passarelli: controllore - Ciro Berardi: commissario - Toto Mignone: ferroviere - Sofia Lazzaro Sophia Loren: fan circolo Tototarzanista - Rita Andreana - Paola Bertini - Rina Franchetti - Vira Silenti - Anna Fallarino - Paolo Modugno


TototarzanSoggetto

Vive nella jungla un essere misterioso, di etnia bianca, che gl'indigeni chiamano "la scimmia bianca". È il figlio di un ricchissimo esploratore che l'ha lasciato nella jungla quand'era ancora bambino. Ora il padre è morto e a quest'essere semi-selvaggio spetta di diritto un patrimonio valutato miliardi. Tre avventurieri, due uomini ed una ragazza, si recano nella jungla e riescono a catturare ed a portare in Europa il bianco selvaggio, confidando di potersi impadronire delle sue ricchezze. Essi cercano di farsi affidare dal tribunale la tutela del selvaggio; ma alla loro richiesta s'oppone un parente del defunto esploratore, padre di tre belle figliole, il quale, avendo scoperto nel selvaggio un grande interesse per la bellezza femminile, intende trarne partito per i suoi fini. Questa situazione è il punto di partenza di una serie di comiche avventure, che portano infine ad un accordo tra i due gruppi rivali: il selvaggio verrà soppresso e i malviventi se ne divideranno le spoglie. Ma quando il truce disegno sta per essere eseguito, il selvaggio viene salvato dalla fanciulla, che avendolo conosciuto nella jungla, ha finito per innamorarsi di lui.

Critica e curiosità

Il film viene girato nell'agosto del 1950, subito dopo Le sei mogli di Barbablù; ne è produttore Nino Angioletti (I due orfanelli), in compartecipazione con la Manenti Film e la O.F.I. Parodia della serie dei Tarzan americani con un Totò che indossa la bombetta anche quando è vestito della sola pelle di leopardo. Il copione è firmato da Age, Scarpelli, Metz, Marchesi con lo stesso Mattoli ma vi mettono mano anche altri collaboratori di passaggio tra cui il giovanissimo Ettore Scola, che vedrà inserita nel film la prima battuta della sua carriera, "Io Tarzan, lei Cheeta, tu bona". Il film risultaun ampliamento della rivista L’ultimo Tarzan inzeppata di situazioni anch’esse non sempre di prima mano (il folle prefinale in treno su e giù per l’Italia viene dai fratelli Marx di I cowboys del deserto.

"I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998


Così la stampa dell'epoca


IL SECOLO, l'anno, il paese, infine la stagione e la temperatura nella quale viviamo sono ormai tali, che certamente nessuno dei romani che transitavano per Piazzale Flaminio in una calda mattina della scorsa settimana si sarà stupito vedendo, a un certo punto della lunga teoria di autocarri, automobili a moto-scooters, comparire un folto gruppo di elefanti. Né maggiore meraviglia sarà stata causata dalla sostituzione del vigile urbano con un uomo seminudo avvolto in in una pelle di leopardo. Si trattava in realtà, di una troupe cinematografica di ritorno dal lavoro, e di un noto e popolare attore: Totò, impegnato questa volta con uno dei totem della nostra infanzia: Tarzan.

«La Settimana Incom Illustrata», anno III, n.32, 12 agosto 1950


1950-11-11-Corriere-della-Sera-Tototarzan

Mentre si ripresenta, in edizione italiana, la «Manon» di Cloutot, che nella primavera scorsa si proiettò per quasi un mese nella versione originale, ecco che spunta un nuovo Totò. Un Totò con la coda, questa volta. Stabilito che tocchi a lui il compito di fare la parodia delle correnti maniere del cinema, fino a quando altri non farà lo parodia di Totò, prima o poi doveva capitare a questo comico d'imbattersi con Tarzan. Era una facile caricatura: il soggettista Metz e il regista Mattoli, che non rinunciano volentieri alla fatiche facili, hanno immaginato e realizzato, in questo «Tototarzan», il travisamento allegro del casi dell'uomo della foresta.

Scovato nella giungla dove vive, avvolto in pelli di leopardo, nella compagnia di affettuose belve, Totò è condotto fra gente civile, a contatto del progresso, e dimostra subito istinti da fauno; della società umana ciò che gli interessa è soltanto la metà, quella femminile. L'altra metà lo delude; cosi, dopo aver corso il rischio d’essere affettato dalla ruota dentata d’una segheria e dopo essersi arruolato fra i paracadutisti e dopo aver guidato un treno, a velocità folle, per tutta l'Italia (tutto questo spesso fa ridere, ma non c'entra con Tarzan), torna alla foresta, con la più bella delle sue ammiratrici, Marilyn Buferd. Penso come sarebbe stato divertente restare nel tema, parodiando veramente Tartan, con i suoi elastici salti tra forre e boschi, sul filo delle liane: ma per questo sarebbe occorso un Totò ginnasta o, almeno, si sarebbe dovuto sopperire con piacevoli trucchi.

Sarebbe stato un pochino più difficile e il regista Mattoli, già detto più su, non è uomo da impegnarsi troppo, quando situazioni e battute piene di scollacciate allusioni ottengono, sia pure più volgarmente, il consenso di una buona parte del pubblico

lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 11 novembre 1950


1950 11 11 Cinesport Tototarzan intro

«Un film di Totò alla settimana», è diventato il motto più desiderabile degli esercenti. Difatti, il notissimo comico partenopeo non manca di apparirci sullo schermo sempre con più frequenza, nelle più disparate avventure. Questa volta è diventato nientedimeno che Tarzan, il re della jungla. Le avventure di questo moderno e spassosissimo Tarzan alle prese con il mondo civile formano la trovata base di tutto il film. Le situazioni che da questo spunto scaturiscono (Il nostro Tartan è continuamente sorvegliato per via di una eredità) sono abbastanza spassose ed esilaranti.

Totò continua ad essere il beniamino della risata e a resistere al tempo. Ogni suo film è una promessa di buonumore, quasi sempre mantenuta nel migliore del modi. Il nuovo film di Mattoli è sufficientemente leggero, divertente, irresistibile. Ottima la partecipazione degli altri attori che fanno da contorno al Principe De Curtis: Marilyn Bufer, Tino Buazzelli, Galeazzo Benti, Luigi Pavese, Alba Arnova.

«Cine Sport», 11 novembre 1950


1950 11 12 Corriere della Sera Tototarzan intro

Attorno a Totò nelle pelli dell’uomo del bosco, il regista Mattoli ha schierato, anche per Tototarzan, un gruppo di belle figliole, che improvvisano un campo di nudisti. Anzi di nudiste, dato che gli uomini ne sono esclusi. Perché sorga questo campo non si capisce bene; anzi, si capisce benissimo, se si consideri la necessità di fare piccante il film.

Quesito: quanta parte del meriti del film di Totò é sua e quanta parte è invece dello belle ragazze? Le quali, come risulta da questa pellicola, sono accuratamente scelte fra quelle che non sono in grado di pronunciare una sola battuta, ma non è la recitazione che si esige da loro, bensì il costume da bagno. Sono le ragazze che, più tardi, andranno in giro a dire di «aver lavorato per il cinematografo» e chiederanno d’essere considerate attrici. In quanto al film, la sua formula è quella nota; ai lazzi di Totò e alle grazie delle comparse femminili si aggiungono alcuni momenti di comicità-brivido secondo i canoni delle vecchie farse: Totò che casca dal cielo con il paracadute, Totò che sta per essere tagliato a fette da una macchina, Totò che guida un treno a mille all’ora o poco meno. «A me questi film che non fanno pensare piacciono» ha detto ieri sera uno spettatore. E perchè no? «Film che non pensano per pubblico che non pensa».

Art., «Corriere d'Informazione», 12 novembre 1950


«TOTARZAN», di Mario Mattoli — Questa sarà scema, ma se non la scrivo mi ammalo e deperisco. Ecco: sapete la differenza che passa fra la Jugoslavia e il cinematografo italiano? Non v’affaticate, ve la dico io: la Jugoslavia vive in regime titoista e il cinematografo italiano, da un po’ di tempo in qua, vive in regime totoista. Non lo farò mai più, giuro.

Però è vero: nel 1950 ci siamo visti finora almeno una mezza dozzina di Totò in varie salse. «Totò imperatore di Capri», «Totò cerca casa», «Totò cerca moglie», «Totò le Mokò», «Totò Figaro ecc.». Un Totò ogni due mesi scarsi. Senza contare le prestazioni minori: da «Yvonne la nuit» a «Napoli milionaria». E adesso — ma sembra che per quest’anno non sia ancora finita — «Tototarzan». Se non è totoismo questo, ditemi voi come lo debbo chiamare. Nel caso specifico, comunque, come avrete opinato dal titolo, si tratta d’una parodia delle avventure dell’illustre uomo delle foreste di cui, proprio in questi giorni, abbiamo qui a Torino un’acquatica incarnazione. Recuperato dalle selve africane, Tototarzan, erede di otto miliardi, che fanno gola a certi mariuoli, viene introdotto alle godurie della civiltà di cui conosce una dopo l’altra tutte le pericolose delizie, finché, dopo aver corso grave rischio d’incontrare orribile morte ed-opera di una sega elettrica nonché circolare, torna al natio bosco selvaggio con la sua Tototarzanina d’acquisto.

E’ un Totò di grana piuttosto grossa dove, evidentemente a corto di fiato, soggettista sceneggiatori regista e interprete ripiegano disciplina temente sulle più antiche e collaudate posizioni del film comico: besciamella in faccia e barzellette mimate. Ve sempre bene, d’accordo, ma alla lunga uno trova che è un po’ poco.

g.c., «Gazzetta del Popolo», 11 novembre 1950


1950 11 10 La Nuova Stampa Sera Tototarzan intro

Farsa birbona, questo «Totò Tarzan», condotta a tutto vapore, per voltate a secco, sulla falsariga delle comiche del buon tempo antico. Del molti film che produttori e registi nostrani vanno ricavando dall'inesauribile comico napoletano, questo di Mattoli è uno dei più scatenati, rapidi e ricchi di trovate, comprendendo sotto questo nome anche quelle di seconda e terza mano. Anche questa volta, però, è più la celluloide del fiato; ed è un peccato che l'imperativo commerciale della durata di un'ora e mezzo, abbia imposto al film passi stiracchiati e stanchi. Comunque, gli ammiratori di Totò sono anche oggi serviti e bene. Troveranno il loro attore in veste e funzione di Tarzan, un Tarzan molto meno atletico, ma certo più spiritoso di quello vero.

Una eredità che fa gola a due combriccole dà lo spunto alla farsa: strappato al suo eden, l'uomo della foresta è ingabbiato e portato nel vivo della civiltà. Qui ha luogo una facile ma spesso Irresistibile satira delle comodità moderne, e il film e il suo protagonista si insediano in quel luogo cosi propizio alle comiche, che è il gabinetto da bagno. Poi si svolta nella farsaccia militare, anche questa almeno per un tratto azzeccata, e dopo un intermezzo giallo in una segheria, si sale in treno (altro beato luogo comune), e da Roma si arriva a Genova passando per Bari, a corsa pazza, con Totò macchinista e il fedele gorilla aiutante in seconda. Marilyn Buferd primeggia graziosamente nell'immancabile stuolo di belle donnine.

l.p. (Leo Pestelli), «Nuova Stampa Sera», 12 novembre 1950


1950 11 24 Il Messaggero Tototarzan intro

Figlio di un esploratore morto nell’Africa equatoriale, Totò vive nelle selve come Tarzan ignorando che in Europa l'aspetta una favolosa eredità. Alcuni avventurieri riescono a catturarlo e a portarlo in Italia dove iniziano le pratiche per la successione. Le stramberie del selvaggio Totò sono però tali che il giudice crede opportuno di affidarlo alla tutela di uno zio il quale, non diverso dagli avventurieri che l'hanno scoperto, cerca in tutti i modi di ìmpadronirsi della sua ricchezza.

Le strampalate, gratuite e incongruenti avventure che mettono Totò in lotta con i suoi persecutori, ce lo mostrano via via ballerino, paracadutista, capo di una tribù di naturisti e infine ferroviere. Con l'aiuto di uno scimmione e di colei che doveva servire di richiamo per spogliarlo di ogni sostanza. Totò riesce a vincere la partita e a tornare nella foresta lontano dalle lusinghe e dalle trappole del mondo civile

Il pubblico ride agli sberleffi di Totò che è circondato da un folto gruppo di attrici e attori noti: Marilyn Buferd, Bianca Fusari, Tino Buazzelli, Alba Arnova, Luigi Pavese, Mario Castellani , Guglielmo Barnabò. La regia, se così si può dire, è di Mattoli.

E.C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 24 novembre 1950


1950 11 24 Momento Sera Tototarzan intro

Preso lo spunto dalle chilometriche gesta di Tarzan, il primitivo eroe della foresta amico degli animali e del bel sesso. Questo disinvolto film, che vede Totò nella succinta pelle di leopardo ancora una volta assoluto protagonista, raggiunge felicemente il suo scopo per uno spiccato sapore satirico più che umoristico. Soventi infatti sono gli accenni e le battute contro la organizzatissima civiltà del nostro tempo, tristemente meschina nei confronti di chi come Tarzan ha avuto la fortuna di viverne lontano. Se poi il beato Tarzan possiede la scanzonata vivacità d'ingegno tutta partenopea di un Totò in vena, non è difficile intuire quale terribile personaggio salti fuori a compromettere la rassegnata quiete dei così detti uomini civili.

Unico erede diretto di una favolosa fortuna valutala in miliardi, il nostro Tototarzan è violentemente strappato dalle sue amicizie scimmiesche e immesso nella caotica vita di oggi da alcuni avventurieri troppo interessati alia di lui persona. Scatenato nei suoi migliori istinti ne combina di tutti i colori diventando ben presto l'idolo di fiorenti ragazzone in vera di primitivismo, ma qui conviene lasciare allo spettatore il gusto della sorpresa dell’imprevisto finale preparato furbescamente da alcune divertenti complicazioni nelle quali Totò si cava d’impaccio meglio del solito.

Il regista Mattoli, impegnandosi in una maggiore cura dei particolari e della recitazione, è riuscito a migliorare sensibilmente il tono e la qualità della serie infinita dei film con Totò.»

Guglielmo Morandi, «Momento Sera», 24 novembre 1950


1950 11 24 Il Popolo Tototarzan intro

I film di Totò si rassomigliano tutti: quindi o li si accetta in blocco o in blocco li si rifiuta. Per la circostanza Totò diventa Tarzan, il re della foresta (e ce n’è un altro in vista, in cui diventa califfo!). Lo vanno a scovare in Africa due uomini e una femmina perchè c’è un'eredità di 7 miliardi da prendere.

Tarzan entra dunque nella civiltà: tema non peregrino ma che offre risorse a non finire. Come le ha viste Metz queste variazioni sul tema: Il selvaggio e la civiltà? Come le ha svolte Mattoli? Se dicessimo che a tratti non abbiamo riso anche noi, presi da alcune trovate non prive di estro, diremmo cosa non rispondente al vero e pertanto prima di tutto dobbiamo essere veritieri, ma se non dicessimo che per i tre quarti del film ci siamo punto divertiti diremmo anche cosa non vera.

Ne succedono di tutti i colori da Tarzan paracadutista a Tarzan guidatore di elettrotreno In compagnia di Bongo, lo scimmione che lo ha seguito in Europa: come abbia fatto nessuno lo sa. E Bongo ne combina di tutti i colori

Che Totò qui sia più bravo o meno bravo di altre volte qui non diremmo. E' sempre lui, con le sue battute equivochette, con le sue mosse, con le sue smorfie e le lepidezze che a noi non danno solletico alcuno, mentre alle spalle nostre due giovanotti e due signorine elegantissime, trovavano che non vi era niente di più sublime di quanto Totò andava facendo.

Mattoli e i suoi finanziatori sanno che di questi giovanotti e di queste signorine in Italia ce ne sono milioni, e allora sfornano in serie queste che noi definiamo insulsaggini ma che probabilmente non lo sono, se milioni di cittadini d'ambo i sessi pagano largamente per gustarle.

Ci sono pure le solite ragazze seminude. Ma potrebbe questo settore anche essere peggio. Perciò ci accontentiamo del... pudore di cui ci è dato un saggio e concludiamo la tiritera dicendo che si potrebbe - noi pensiamo - tra «Il cammino della speranza» e il «Tototarzan» scegliere una via di mezzo.

C. Tr. (Carlo Trabucco), «Il Popolo», 24 novembre 1950


1950 11 24 Il Tempo Sera Tototarzan intro

L'epidemia dei film di Totò imperversa da più di un anno. Ad ogni film della serie la critica spera sempre che si sia toccato il fondo e che non si possa andare più oltre l'insipienza e nel cattivo gusto. Ogni volta, invece, la delusione si rinnova e, se non si penserà a presto ad un rimedio, nessuno può dire dove si andrà a finire.

Con questo film di oggi, intanto siamo al gradino più basso toccato fin qui dai «Totò»: lo spunto, alla sua vicenda, è dato da una parafrasi più o meno libera delle vicende di Tarzan: Totò e catturato in Africa, coperto di pelli di leopardo, e condotto in Europa da alcuni speculatori i quadri lo sanno erede di una vistosa fortuna. A contatto della civiltà l'uomo scimmia, Naturalmente, ne combina di ogni natura, ma non penso l'episodio che sappia mettere anche a minimo profitto una simile situazione.

Tutto è grossolano, rozzo, senza spirito, tutto è così piatto e dozzinale che non potrebbe trovar posto nemmeno più corrivo dei giornali umoristici. Tra gli interpreti, oltre a Totò, questa volta piuttosto a disagio nella sua singolarissima parte, Marilyn Buferd, Tino Buazzelli, Luigi Pavese. Regia di Mario Mattoli.»

G.L.R. (Gian Luigi Rondi), «Il Tempo», 24 novembre 1950


1950 11 26 La Voce Repubblicana Tototarzan intro

Ormai il fenomeno Totò - una specie di febbre gialla che ha contagiato la maggior parte dei nostri produttori - sta diventando preoccupante. Tuttavia non possiamo, ogni volta che viene programmato un film interpretato dal popolare attore, ripetere gli stessi concetti e le identiche lamentele. Quindi non ci resta che seguire il decorso di questa "malattia", la quale, come ogni malanno di questo mondo, dopo aver toccato l'acme della crisi, finirà col concludersi con la guarigione del malato. E ieri il quadro clinico della epidemia, ha registrato un nuovo «focolaio di infezione»: Il focolaio Tototarzan diretto da Mario Mattoli su soggetto di Metz e Marchesi.

La favola racconta di avventure di un uomo della foresta che deve ereditare 8 miliardi 2 punti 8 miliardi con cupidi da due distinte e separate con greche di lestofanti, i quali si accordano per eliminare l'erede punto questi, dopo aver fatto il paracadutista ed aver guidato a vertiginosa velocità (con l'ausilio di abbondanti modellini e di riprese accelerate) un treno fino a Genova, se ne ritorna in un'Africa casalinga - a mezzo tra Villa Borghese ed il Giardino Zoologico -, naturalmente con una bella figliola. Figurano nel film, oltre il solito Totò, Alba Arnova, Marylin Buferd, Vinicio Sofia, Luigi Pavese, ecc

caran. (Gaetano Carancini), «La Voce Repubblicana», Roma, 26 novembre 1950


Dopo lo spunto iniziale felice, il povero Totò viene abbandonato esclusivamente alle sue risorse. Il motivo che genera il film non è stato sfruttato che in minima parte [...] Una volta visto Totò non doveva essere più possibile pensare a Tarzan senza ridere. Tale è la missione di equilibrio affidata al comico: portare il sorriso sopra le cose troppo serie. [...] Totò è, probabilmente, il solo comico che abbiamo. Molti sono buoni a fare della comicità, mille espedienti aiutano per farne, ma il comico genuino è come il poeta, un fatto naturale [...]. Musco o Totò si nasce. E non è una natura facile, in quaranta anni di Hollywood i comici si contano sulle dita di una mano. Natura in cui l'arte contribuirà con i suoi benefici sviluppi, ma se in fondo quel seme non c'è, non c'è arte che ce lo possa mettere. [...] Totò è apparso all'orizzonte come un arcobaleno dopo il temporale.

Aldo Palazzeschi, «Epoca», Milano, 9 dicembre 1950


1981 08 06 Corriere della Sera Diana Tototarzan R intro

Nel film di stasera appare anche la bella Alba Arnova, una ballerina che forse pochi oggi ricordano, ma che, alla fine degli anni ’50, fece scandalo per una sua apparizione TV in calzamaglia

Sulla Rete 1 alle 22 quinto appuntamento della serie «Totò tredici» con «Totò Tarzan». Il film è stato diretto da Mario Mattoli nel 1950 e interpretato, oltre che dal principe De Curtis, da Mario Castellani, Alba Arnova, Vira Silenti e, soprattutto, dal grande Tino Buazzelli. Qual è la storia?

Stanis, Iva e Spartaco si recano nella giungla per ritrovare Totò, uno strano tipo che gli indigeni chiamano la «scimmia bianca». Si tratta in realtà di un discendente di una nobile famiglia, l Della Buflfas, abbandonato nella giungla sin da bambino: ora che suo padre ù morto, gli spetta una grossa eredità, su cui i tre avventurieri sperano di mettere le mani. Catturatolo, se ne ritornano in Europa con il selvaggio, il quale, abituato alla vita della giungla, mal si adatta alle restrizioni della civiltà.

Il progetto del barone segna il passo, Stanis non trova di meglio che favorire il suo arruolamento nel corso speciale del «commandos» convinto di sbarazzarsi per sempre dell'erede. Ma quando Totò esce vivo anche da questa esperienza, Stanis e il barone Rosen, messe da parte le rivalità, decidono di unire le forze per sopprimere il selvaggio e dividersi l’eredità.

Ma, a parte la trama, vai la pena di ricordare una persona che appare in questo film e che fece parlare di sè a quel tempi.Si chiama Alba Arnova, era molto bella e, come ballerina, anche molto brava, dal momento che, appena ventiduenne, era diventata la «stella» del corpo di ballo del teatro «Colon» nella natia Buenos Aires. Alba Arnova è oggi una placente signora di cinquantanni, moglie felice del musicista e direttore d'orchestra Gianni Ferrio, noto specialmente nel campo televisivo.

La Arnova fu la protagonista del primo «scandalo» della neonata televisione italiana. Verso la fine degli anni Cinquanta per necessità di scena comparì sul video (allora si trasmetteva «in diretta») con una calzamaglia che, ovviamente, non poteva che essere aderente e nel suo caso, abbastanza conturbante. Alba Arnova, dai dirigenti di allora, ebbe un richiamo cui segui una accesa polemica anche giornalistica al termine della quale l'artista preferì abbandonare il piccolo schermo per dedicarsi ancora per un po’ al cinema prima di ritirarsi del tutto.

Di questa attrice nel pieno della suo maturità fisica e artistica i telespettatori vedranno un'immagine in «Totò Tarzan»; al suo fianco, oltre a un Totò in grande forma, potremo vedere due cari attori scomparsi. Tino Buazzelli e Mario Castellani, e un’altra famosa bellezza, Marilyn Buferd, splendida ventiduenne giunta in Italia con il titolo (meritatlssimo) di «Miss America» e rimasta sui nostri schermi per qualche anno. Il tempo che durò il suo matrimonio con un italiano.

«Corriere della Sera», 6 agosto 1981



La censura

Curiosamente alla censura dell'epoca passa inosservata una scena di nudo dell'attrice Adriana Serra, è la sequenza in cui Totò tornato dalla giungla vede la donna indossare una pelliccia di leopardo, le salta addosso le strappa i vestiti ma lo fa con un tale impeto da strapparle oltre al vestito anche il corpetto lasciandola a seno nudo. Non e' dato sapere se la scena passi inosservata alla censura o ci siano state altre motivazioni, e anche se passa velocemente è comunque presente nel film.


Foto di scena, video e immagini dal set


I documenti

La breve carriera di Ranocchia

Anna Fallarino

Anna Fallarino fa la comparsa nel film "Totò Tarzan", la particina gliela procura un amico fonico di Cinecittà. Indossa una ghirlanda di fiori tra i capelli e un reggiseno troppo largo con un grappoletto di quattro banane attaccato alla sommità della coppa destra. Totò: «Come ti chiami?». Lei: «Ranocchia». E lui: «Allora senti Ranocchia, andiamo a fare un girino». La carriera cinematografica di Anna Fallarino finisce qui.


Ho iniziato prestissimo, a tredici anni, perché dopo la guerra c’era la possibilità di andare a Cinecittà a fare le comparse. Con Sophia Loren, con cui ho pochi mesi di differenza, le prime cose che ho fatto al cinema sono stati i film con Totò. Nelle Sei mogli di Barbablù eravamo dentro la vetrina, facevamo le sei mogli, stavamo lì ferme, niente di più. In Tototarzan Sophia aveva il gonnellino di banane, io le foglie di ficodindia; mi vergognavo come una matta, con Sophia che mi diceva “Dai, non fare la stupida!”: mi incoraggiava, mettermi in due pezzi era una cosa di cui proprio mi vergognavo. E così ho conosciuto Totò, che era veramente un uomo straordinario. Dico straordinario perché eravamo delle ragazzine spaventate, lavoravamo non tanto perché si avesse la vocazione d’attrice ma proprio perché avevamo bisogno di lavorare, sia Sophia che io. Totò aiutava tutte le persone che avevano bisogno e più di una volta ha aiutato anche noi: invece di prendere le tremila lire al giorno come comparse, ci faceva dare la paga come generiche; oppure ci mandava a chiamare nei film che faceva, perché era così, un uomo stupendo.

Giovanna Ralli


Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Il peggior Totò che io conosca (*). Tutto pare improvvisato (nel senso deteriore del termine) o rinzaffato a viva forza nella pseudo-trama (la parte militare con Galeazzo Benti è incredibile). Ci sono cose assolutamente illogiche anche se inserite nello spirito di grana grossa: basterà dire che dapprima di punto in bianco il protagonista cambia carattere e capacità espressiva senza uno straccio di spiegazione e che poi, da incapace guidatore di treno, si trasforma misteriosamente in impeccabile pilota che porta il convoglio alla base. Tremendo.

  • Diretto dal fido Mario Mattioli, Totò è impegnato in un'operazione farsesca sul personaggio di Tarzan. L'eroe di Burroughs si presta poco ad un operazione del genere per quanto effettuata dal grande attore partenopeo e il film si limita ad un umorismo piuttosto grossolano con battute scontate. Certo si ride come in tutti i film di Totò ma questo rappresenta un episodio decisamente minore della filmografia di De Curtis.

  • Il mito eroico di Tarzan viene rivisto prevalentemente in chiave comica (garanzia data dal solo physique du rôle tototarziano) resa irresistibile per via di situazioni e dialoghi paradossali. Oltre al registro ironico, però, fa la breve comparsa una vena "sociologica" atta a valutare in chiave "seriosa" anomali comportamenti di una popolazione che si vuole umanamente evoluta: l'uomo di "oggi" visto con gli occhi della purezza (l'arcaico Della Buffas). Totò è affiancato da grandi caratteristi (Furia, Giuffrè, Sophia Loren ed il fido Castellani).

  • Molto divertente Totò nei panni di Tarzan, che dalla giungla vera e propria si trova ad affrontare la giungla metropolitana (molto più insidiosa). Sicura la regia di Mattoli, ottimo il cast di contorno, le musiche e le scenografie. Buona parodia in sostanza.

  • Un irresistibile Totò nei panni di Tarzan, personaggio creato da E. R. Burroughs, naturalmente in salsa ironica. Ci si diverte alla grande con le battute di Totò che ne fa di tutti i colori, facendo perdere la testa a chi lo vuole "usare". Tutto questo si perde nel finale, che risulta mieloso ed un po' noioso. Da vedere.

  • Anche se è sempre il solito Totò che tira la carrozza e la tira molto bene, il film non funziona. Diventa noioso e lento nonostante sia di breve durata. Buone le scene al centro Commando per paracadutisti e dal procuratore, il resto è poca cosa. Se non ci fosse il comico napoletano non avrebbe ragione di esistere. Da vedere... ma solo per fare quattro risate con Antonio De Curtis.

  • Follia comica nella quale Totò impersona un novello Tarzan alle prese con biechi sfruttatori e la tanto decantata civiltà. Si ride veramente molto, per quanto tutta la sceneggiatura sia implausibile e demenziale. La regia di Mattoli sfrutta al meglio la verve del protagonista, che si scatena in gesti e battute di anarchia pura. Bene anche i comprimari, con un fantastico Buazzelli (con i lui i duetti migliori) e un Benti in un ruolo per lui abbastanza anomalo. Da vedere.

  • Totò nelle vesti del mitico personaggio di Burroughs è piuttosto improbabile, ma proprio per questo e per le possibilità che ne nascono di lasciare ampio spazio di manovra al grande comico risulta divertente. La predilezione per la bellezza femminile, da parte del Tarzan nostrano, è l'altro punto indovinato che arricchisce il film di giovani ragazze, tra cui si riconoscono future attrici di successo. In una scena, abbastanza spinta per l'epoca (Totò strappa i vestiti alla Serra), la censura lascia passare (o non si accorge) di un seno al vento.

  • L'ho sempre associato al più tardo (e riuscito) Totò baby di Alessi. Anche in questa farsa del personaggio di Burroughs infatti il Principe deborda, fino ad esser lasciato quasi alla deriva di sè stesso; più che la follia però emerge la scioccheria. Le corde comiche toccate dal nostro in pelle di leopardo e bombetta son epidermiche ma necessarie. Filmicamente poco da segnalare se non la mano da sarto cinese del grande e sveltissimo Mattoli, mentre la premiata ditta Metz/Marchesi relega ancora in secondo piano i giovani Age/Scarpelli. Bona Isa Barzizza.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il capostazione pugliese di Guglielmo Inglese; L'apparizione della Lazzaro Sofia; "Son uomo di foresta sa: un forestiero".

  • Siamo al di sotto della parodia perché l’affare di Tarzan è solo un pretesto che sparisce dopo qualche decina di minuti. Si tratta di alcuni sketch messi assieme in malo modo a cui gli sceneggiatori non hanno dato una parvenza di decenza. Totò fa quello che può mettendo in funzione il suo istrionismo e la capacità dialettica, ma è difficile anche per lui cavare il sangue dalle rape. Tra le amazzoni si intravede a stento una Sophia Loren appena sedicenne. Tra i peggiori esempi di come venne utilizzato Totò.

  • Pur non avendo mai amato il personaggio creato da E. R. Burroughs, non mi dispiace affatto questa parodia, della quale curiosamente ricordo e apprezzo soprattutto certi particolari marginali (l'arrivo di Totò al grande albergo con conseguente fuga sull'autobus e innaffiamento degli inquilini del palazzo; la frenetica fuga in treno - sebbene trattasi di idea non molto originale, poiché ispirata a un'analoga sequenza del film I cowboys del deserto dei fratelli Marx...).

  • Uno dei remake comici girati dal Principe in un periodo in cui faceva dieci film all'anno. Come si conviene in questi casi bisogna dimenticare la trama, imbarazzante e godersi Totò in un momento di forma strepitosa, che strappa risate di cuore, di testa e di stomaco, ben alimentato da un poker di sceneggiatori di livello assoluto. Questi film, anche se si facevano per i soldi, sono lo specchio di un'Italia che voleva ridere per dimenticare in fretta quello che era successo. Senza film come Tototarzan oggi saremmo tutti un po' più tristi.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La scimmia Bongo; La scena nel treno; La segheria.

  • Film composto di barzellette sceneggiate legate tra loro da un filo esilissimo e che ci racconta di un uomo bianco (Tototarzan) vissuto lontano dalla civiltà e che si ritrova a disagio con le “comodità” della vita moderna. La comicità scatta quando Totò, a causa della sua innocenza e ingenuità, produce guai e incidenti a non finire. Mattoli firma una pellicola modesta, raffazzonata, girata di fretta e senza curare la verosimiglianza scenica. Totò si limita alle smorfie ai lazzi di una marionetta slegata. Film molto invecchiato.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Tra le "Tototarzaniste" si riconosce, oltre a Sophia Loren, anche Giovanna Ralli.

05

La collana "I FUMETTI DI TOTÒ"è stata pubblicata nel 1953 dalle Edizioni Diana s.r.l. di Roma.Il numero 5 della serie era ispirato a Tarzan e si intitolava "Totò, Tarzan e le belve"


Le incongruenze

  1. La moglie del procuratore viene assalita da Totòtarzan perché indossa una pelliccia di leopardo. Viene spogliata, e in un piano americano si intravvede che Totò riesce a denudarla ad un punto tale che un seno dell'attrice (Luisa Poselli) viene completamente messo a nudo. Nell'inquadratura immediatamente successiva però (un campo più largo), i seni dell'attrice sono ancora coperti dal body.
  2. L'aereo dei superparacadutisti ha come portello una comune saracinesca da garage!!! Un po' giocata al risparmio....
  3. Nelle scene sull'aereo dei superparacadutisti, ad un certo punto il pilota fa delle manovre azzardate per costringere Totòtarzan a lanciarsi. Inclina vistosamente l'aereo, però si nota che solo gli uomini si muovono da una parte e dall'altra, mentre alcuni fili che penzolano dal soffitto rimangono sempre perpendicolari al pavimento! Infatti, ovviamente, era solo la cinepresa che si inclinava, e gli attori assecondavano il suo movimento per dare l'impressione che fosse tutto l'aereo a rollare.
  4. Vogliamo parlare degli intermezzi sul treno alla fine del film? A spezzoni in cui vengono filmati dei treni veri, si alternano altri filmati su un ridicolo plastico, con i trenini giocattolo... troppo vistoso per non segnalarlo!
  5. Scena in cui Totò viene inseguito da un serpente e da un leone: quest'ultimo è solo un pupazzo che scorre su un carrello, e che ad un certo punto cade rovesciandosi su un fianco, completamente inerte.
  6. Nella scena della locomotiva, il macchinista del rapido per Bari inizia a svenire qualche attimo prima di uno dei colpi che gli venga dato...
  7. Nella scena in cui Totò è legato e la scimmia aziona la moto sega, le lame gli si avvicinano ai capelli e nelle inquadrature da vicino si vede chiaramente una chioma chiara, che viene appena segata, mentre in realtà i capelli veri di Totò (anche nel film) sono neri. Sarà stata usata una parrucca o una controfigura con (e non se ne capisce il motivo) i capelli di un altro colore.
  8. Nella scena dove Totò è legato al tronco, si nota benissimo che il tronco a volte si allunga a volte si accorcia anche se già è stato tagliato dalla motosega.

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Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo

1950 Tototarzan 01

1950 Tototarzan 02

 
L’albergo nel quale viene condotto Antonio Della Buffas (Totò) subito dopo esser stato prelevato nella giungla, dove viveva allo stato brado da quando era bambino, e portato in Italia si trovava in Via Lisbona a Roma. Per arrivare all’hotel dobbiamo seguire il percorso dell’auto nera che sopraggiunge da Via Lima per svoltare subito dopo in Via Lisbona e fermarsi davanti all’ingresso dell’hotel

1950 Tototarzan 03

1950 Tototarzan 04

1950 Tototarzan 05

 
La palazzina antistante l’ingresso dell’albergo (con fermo davanti l’autobus sul cui tetto è salito Totò) è proprio nel tratto di Via Lisbona verso il quale aveva svoltato l’auto nera. Nel terzo fotogramma, nel controcampo, l’unica inquadratura esterna dell’albergo
1950 Tototarzan 06
Così era nel 1943. Non si capisce bene cosa ci fosse lì davanti. Visto così pare un teatro di posa l'esterno. Nel fotogramma dell'autobus si vede qualcosa dietro alla gente che guarda, che fa capire che ci sia un edificio.

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Totò: siamo uomini o caporali?

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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998 (Intervista a Giovanna Ralli)
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983