Totò contro i quattro

Di Sabato, con un piccione abbiamo preso due fave.

Commissario Antonio Saracino

Inizio riprese: novembre 1963, Stabilimenti Titanus Farnesina, Roma
Autorizzazione censura e distribuzione: 5 marzo 1963 - Incasso lire 319.020.000 - Spettatori 1.445.754


Titolo originale Totò contro i quattro
Paese Italia - Anno 1963 - Durata 94 - B/N - Audio sonoro - Genere commedia - Regia Steno - Soggetto Bruno Corbucci, Giovanni Grimaldi - Sceneggiatura Bruno Corbucci, Giovanni Grimaldi - Produttore Gianni Buffardi per la Titanus, Roma - Fotografia Clemente Santoni - Montaggio Giuliana Attenni - Musiche Gianni Ferrio - Scenografia Giorgio Giovannini


Totò (commissario Antonio Saracino) - Aldo Fabrizi (don Amilcare) - Nino Taranto (ispettore Giuseppe Mastrillo) - Peppino De Filippo (cavalier Alfredo Fiore) - Erminio Macario (colonnello La Matta) - Ugo d'Alessio (brigadiere Di Sabato) - Carlo Delle Piane (Pecorino) - Mario Castellani (Commendatore Filippo Lancetti) - Pietro Carloni (il cognato di Lancetti) - Rossella Como (la moglie di Lancetti) - Dany París (Jacqueline) - Ivy Holzer (signora Durant) - Nino Terzo (agente Pappalardo) - Moira Orfei (signora Fiore) - Mario De Simone (agente Spampinato) - Luciano Bonanni (il ladro anziano) - Piero Gerlini (un passante) -John Karlsen (proprietario della villa e regista del fotoromanzo horror)


Toto_contro_i4Soggetto

Roma, la giornata dell'integerrimo commissario Antonio Saracino inizia male: la sua automobile nuova è stata rubata nella notte. Il commissario, avvisato del fatto che una scatola di medicinali che aveva ordinato dall'estero è stata fermata alla dogana, si reca dall'ispettore di dogana Mastrillo. Questi si mostra intransigente con il commissario e non gli permette di avere un trattamento di favore. In seguito il commissario si reca in un negozio di abbigliamento intimo femminile per procurare a sé e al brigadiere Di Sabato i travestimenti per un altro caso. Con sua sorpresa, scopre che il negozio, pur essendo intestato a una donna, è gestito dallo stesso ispettore Mastrillo che utilizza questo illecito sistema per aggirare l'incompatibilità tra il suo ruolo pubblico e la proprietà del negozio. L'ultimo incontro tra l'ispettore Mastrillo e il commissario Saracino avviene al commissariato. Qui l'ispettore Mastrillo confessa al commissario, nel bagno dell'ufficio di quest'ultimo, di essere riuscito, con un sistema truffaldino ai danni dell'amministrazione doganale, a mettere da parte oltre un miliardo di lire. Non solo: addirittura propone al commissario di entrare anche lui nel "giro" ma quest'ultimo, dopo aver finto un interesse nell'affare, gli rivela di aver registrato l'intera conversazione tramite un microfono nascosto e fa arrestare l'ispettore.

Il cavalier Alfredo Fiore, in base alla testimonianza del suo pappagallo, sostiene che sua moglie lo tradisca con un veterinario, il dottor Cavallo, e vuole che la polizia indaghi: il commissario però lo manda via in malo modo. Ben presto, però, il cavaliere torna denunciando un tentativo di avvelenamento: anche stavolta il commissario lo fa allontanare.

Un sedicente colonnello La Mazza invita il commissario a un incontro al bar per informarlo che, per la sua professione di detective privato, ha scoperto che in una villa molto isolata quotidianamente entrano molte ragazze, ma non ne escono mai. Teme, così, che vengano attirate nella casa per essere uccise. Fingendosi imbianchini, i due riescono a entrare nella casa; dopo una serie di equivoci scoprono che nella casa invece si stanno girando delle scene horror di un fotoromanzo. A completare il quadro, arrivano gli infermieri di un manicomio che portano via La Mazza, che in realtà è un pazzo scappato dalla casa di cura.

L'ultimo caso è quello del Commendatore Lancetti, ricattato da un uomo misterioso. Il commissario che sospetta subito che il commendatore nasconda qualcosa di ben più grave, consiglia al Commendatore di fingere di accettare il ricatto e di recarsi a Villa Borghese, luogo concordato per la consegna. Qui, il Commissario, travestito da prostituta, scopre che il ricattatore è il cognato del Commendatore, ma scopre anche che il ricattato è un falsario in quanto ha portato con sé banconote false, e quindi arresta entrambi.

Immediatamente dopo l'arresto dei due, un agente di polizia viene ad avvertire il Commissario che la sua auto è stata ritrovata. La vettura era stata rubata da una banda di ladri che un prete, Don Amilcare cerca di redimere da un lato, e di difendere dal commissario dall'altro. Il prete è nell'automobile del poliziotto con uno dei ladri, detto Pecorino, e la sta riportando al suo legittimo proprietario. Inizialmente il commissario crede che Don Amilcare sia complice dei ladri, ma quando questo gli consegna l'automobile si convince della sua innocenza e sale in vettura con lui. Pecorino, nel frattempo, dopo aver promesso al sacerdote di smettere di rubare, è andato via. Incontra, però, i suoi ex "colleghi" e questi lo convincono a tentare un ultimo colpo. Trovano, però, l'automobile del commissario e qui scoprono che dentro vi sono Don Amilcare e il commissario Saracino, ancora travestito da donna, che proprio in quel momento accusa un lieve malore e il prete decide di portarlo da un medico. Erroneamente convinto che don Amilcare abbia ceduto alle debolezze del gentil sesso, Pecorino decide di rimangiarsi la promessa fatta al prete e ricomincerà la sua carriera di ladruncolo.

Critica e curiosità

Il commissario Antonio Sarracino interpretato da Totò affronta in questo film due casi che sono stati ispirati da reali casi di cronaca avvenuti poco tempo prima (vsd più sotto nella sezione "I documenti"); Nino Taranto impersona il corrotto ispettore di dogana Mastrillo ed era ispirato alla figura dell'ispettore alle dogane Cesare Mastrella, che riuscì a truffare allo Stato più di un miliardo di lire di allora.Si tenta col cast "all star", un poker di comprimari scelti nel mazzo dei pochissimi in grado di sostenere le improvvisazioni di Totò. Il principe indossa le vesti di commissario di polizia per incontrare a turno Macario, Taranto, Fabrizi e, per l’ultimissima volta, Peppino. Il film ottiene degli incassi irrilevanti.


La commedia, prodotta dal genero di Totò, è divertente, anche se non delle migliori fra quelle girate dal principe De Curtis. Nel film ritorna l'attitudine da parte di Fabrizi a usare le mani (inaugurata da Fra' Manisco cerca guai): qui a farne le spese è il povero Carlo Delle Piane, nel ruolo di un pavido ladruncolo.

"I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998


Così la stampa dell'epoca

Totò contro i quattro, diretto con mano salda da Steno, viene ancora organizzato da Buffardi. L'ossessione di trovare un compagno efficace per le prodezze comiche di Totò sfocia in una rimpatriata di vecchi amici: oltre a Macario e Nino Taranto tornano per l'ultima volta Peppino De Filippo e Aldo Fabrizi. Sono i quattro del titolo, partner a rotazione di un volenteroso e sagace commissario di polizia, ciascuno titolare di un diverso episodio comico. Taranto, per la prima volta, esce dal ruolo di «spalla» e interpreta, ispirandosi a un fatto di cronaca, il personaggio del corrotto doganiere Mastrillo; Macario, nell'episodio più farsesco, è lo stralunato colonnello Lamazza, che unisce le proprie forze a quelle del commissario Totò per indagare sulle strane attività di una villa; Peppino De Filippo, il partner più divertente, dà fuoco alle polveri comiche impersonando un esagitato marito geloso; e Aldo Fabrizi, nella tonaca del burbero don Amilcare, s'incarica di redimere a schiaffoni il ladruncolo Carlo Delle Piane.

Alberto Anile


Totò interpreta il commissario Antonio Saracino. Il film racconta la giornata tipo del commissario Saracino, il quale, appena alzato, scopre che i ladri gli hanno rubato la macchina, vinta alla lotteria. Anche se infuriato, però, va a lavorare col consueto zelo, incontrando una serie di tipi strani. Il primo è un marito tradito (Peppino De Filippo), convinto che la moglie, in combutta con l'amante veterinario, voglia avvelenarlo; un altro è il sedicente poliziotto privato La Matta (Erminio Macario), il quale, prima di finire in manicomio, denuncia delitti mai commessi.

Matilde Amorosi


Sulla figura del commissario nel cinema si potrebbe scrivere un trattato, e non a caso, in quanto i personaggi in questione il più delle volte sono rappresentativi delle caratteristiche di tutto un popolo. Pensate ai flemmatici, raziocinanti segugi di Scotland Yard, o ai rudi, sbrigativi e violenti poliziotti americani, o alla sagacia tutta intuitiva, alla bonarietà e alla profonda umanità di quelli francesi e non tarderete a convincervi che c'è del vero nella suaccennata asserzione. Alle prese con l'impegnativo personaggio, stavolta, c'è Totò e non vi sarà difficile immaginare tanto il tono del film quanto il carattere delle sue imprese. Totò, s'intende, è un commissario sui generis impegnato nella soluzione di casi strettamente confidenziali o alle prese con personaggi i cui reati tutt'al più si sbrigano in Pretura, ma agisce con uno stile che lo differenzia da tutti gli altri colleghi e che, in poche parole, farebbe invidia a... Maigret.

La trama del film è congeniale alle possibilità mimiche e alle risorse umoristiche di Totò ben coadiuvato da un prestigioso quartetto composto da Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo, Nino Taranto ed Erminio Macario.

Vice, «Il Tempo», 9 marzo 1963


1963 03 09 Il Messaggero Toto contro i quattro intro

Quanto densa di avvenimenti possa rivelarci la giornata di un Commissario di polizia, lo dimostra questo divertente film di Steno che narra, appunto, di un funzionano alle prese con un commerciante che si ritiene tradito dallo moglie: con un prete che cerca di evitare i rigori delle legge ai ladri suoi parrocchiani (e al quale lo stesso Commissario è costretto a rivolgersi per riavere l'auto che gli è stata rubata): con un disonesto ispettore della dogana; con un pazzo che si presenta come detective privato sulle tracce di un misterioso caso e con un «commendatore» minacciato da un ricattatore.

Una serie di episodi in ciascuno del quali la satira si fonde alla farsa sul binarlo della comicità più schietta sia per gli spunti piacevolissimi di cui è ricca la trama, sia per la consumata arte di Totò nelle vesti del Commissario. Steno ha diretto cercando di evitare ogni eccesso, riuscendo peraltro a tener sempre viva quella carica di «humour» di cui tutto il film è garbatamente pervasa. Accanto a Totò, tutti molto bravi, Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi, Nino Taranto, Erminio Macario e la graziosa e brava Dany Paris, in un ruolo reso con disinvolta efficacia. Ottima la fotografia in bianco e nero e appropriato il commento musicale.

Vice, «Il Messaggero», 9 marzo 1963


1963 03 10 Momento Sera Toto contro i quattro intro

Totó in questo suo ennesimo film è nei panni di un commissario di Pubblica Sicurezza che è alle prese con quattro «casi» difficili. Il primo, il più importante per lui, il furto della sua auto che riuscirà a recuperare grazie all'aiuto di un parroco (Aldo Fabrizi). Un malvivente che ricatta un ricco industriale costituisce il secondo caso che costringe il Commissario Totò a numerosi travestimenti.

I rimanenti due casi traggono spunto da altrettanti recenti fatti di cronaca: il commerciante Fiore teme di rimanere avvelenato da un «bitter» preparato dall'amante della moglie: mentre un integerrimo ispettore di dogana, ragionier Mastrillo, deruba lo Stato di un miliardo

Steno ha diretto il film senza infamia e senza lode strappando al pubblico, di tanto in tanto, qualche risata. Nino Taranto, Peppino De Filippo ed Erminio Macario sono gli altri interpreti. Bianco e nero.

Vice, «Momento Sera», 10 marzo 1963


1963 03 10 La Stampa Toto contro i 4 intro

Totò nei panni del commissario di P. S. Saracino dipana più matasse, togliendone pretesto a travestimenti varii, compreso quello, lasciato per ultimo come buon boccone, della «passeggiatrice» di Villa Borghese. Solerte, onestissimo e pignolo deve vedersela con un cornuto maniaco, con un ispettore della dogana colpevole di frodi, con un industriale ricattato, con un evaso dal manicomio che si fa passare per detective, e finalmente con una banda di topi di auto che hanno rubato anche la sua.

Una farsetta, questo Totò contro i 4, fra le più corrive che abbia girato l'instancabile Steno; ma che ha il merito di escludere le scollacciature dal giro della sua comicità collegiale, affidata, più che altro, a innocenti giochi di parole. E non è neanche il caso di parlare di satira, anche se alcune di queste avventure appaiono suggerite da altrettanti scandali o scandalettì del giorno.

Le «spalle» sono di lusso (Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi, Nino Taranto ed Erminio Macario) e appunto dai duetti che ciascuna di esse intreccia col sempre ameno protagonista, scaturisce per gli spettatori di palato facile un modesto ma infallibile divertimento.

l.p. (Leo Pestelli), «La Stampa», 10 marzo 1963


Di poliziotti audaci e dal cervello fino il cinema ne ha esaltati tanti; con Totò contro i quattro il regista Steno e i soggettisti Corbucci e Grimaldi ne dipingono uno al quale i guai e gli incontri con tipi strampalati non fanno difetto. Il commissario è, s'intende, Totò, al quale, tanto per incominciare, rubano la macchina che aveva vinto ad un concorso a premi. L'incidente serve al filmetto come esile filo conduttore per cucire assieme gli-episodi che gli permettono di rientrare in possesso della macchina. Ma è un raccontino che si nutre di invenzioni a sè stanti per porre il protagonista di fronte ad alcune macchiette di estrazione farsesca: Peppino De Filippo che cerca protezione perchè sospetta la moglie adultera di volerlo uccidere con un bitter; Aldo Fabrizi, in abito talare, che protegge i giovani malviventi dalle grinfie del poliziotto pur riuscendo, a metterli sulla retta via; Nino Taranto, un ispettore di dogana pignolo che in segreto conduce una doppia e riprovevole esistenza; Macario, infine, uno pseudo agente privato, in realtà infermo di mente, che fa sperare al protagonista di mettere le mani su un moderno Landru.

Quattro comici, dunque, che fanno da corona, ma in maniera troppo rumorosa, all'inesauribile Totò, il quale, anche perchè favorito dalle poche battute indovinate a sua disposizione, se la cava meglio del suoi agitati compagni. Ma tanto spiegamento di specialisti della risata avrebbe meritato una sceneggiatura meno grossolana.

«Corriere della Sera», 14 marzo 1963


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I documenti

Il «caso Mastrella»

Dr. Cesare Mastrella il 9 novembre 1962, venne tratto in arresto - all’alba, come nella migliore prassi poliziesca – in casa della sua amante, Anna Maria Tomasselli, a Roma, con l’accusa di aver sottratto un “malloppo” di quasi 800 milioni dalle casse dello Stato. A quel momento, l’eclettico omino di Velletri, suo luogo di nascita, aveva 48 anni. Per la verità storica va detto che, in Parlamento, dove finì la grottesca vicenda, tra un vociare mediatico assordane, nella seduta del 28 novembre 1962, il Ministro delle Finanze fece puntualmente la somma delle sottrazioni operate dal Mastrella e risultò un ammanco pari a 754 milioni e 150.000 lire. Aggiungendoci le documentate cospicue vincite al Totocalcio, i “prelievi di cassa” che non fu possibile accertare, gli stipendi percepiti (quelli si legittimamente) nel periodo della “truffa aggravata e continuata”; tutto quanto messo insieme, al miliardo, il signor Direttore, ci arrivò pelo, pelo. E infatti gli fu attribuito (di diritto) il titolo di “ispettore miliardo”. Titolo eteroclito, avrebbe scritto il Manzoni.

1962 11 20 La Stampa Mastrella intro

Il funzionario ha 48 anni; sposato e padre di due figli - Ricercato dalla polizia, s'era rifugiato in casa della sua amica ventottenne - Falsificava le bollette trattenendo parte degli importi - Metà delle somme sottratte l'avrebbe giocata al «Totocalcio»

Roma, 9 novembre.

L'ispettore superiore della. Dogana di Terni dott. Cesare Mastrella di 48 anni, abitante a Terni in via G. B. Vico 7, c stato arrestato dalla Squadra mobile di Roma sotto l'accusa di aver sottratto alle casse della Dogana la somma di ottocento milioni di lire, sperperandone quattrocento in .giocate al Totocalcio. Col Mastrella, sposato e padre di due figli, è stata arrestata — per favoreggiamento personale — anche la sua amante, la ventottenne Anna Maria Tommaselli, nativa di Isola del Liri e abitante a Roma in via Ettore Pais 18. Nella sua casa infatti il Mastrella aveva trovato rifugio quando, sapendosi ricercato, era fuggito da Terni.

L'ispettore Cesare Mastrella che, anni fa, fu uno dei più brillanti artefici dell'operazione nota sotto il nome di «corriere della droga» che condusse all'arresto dello spacciatore italo-americano di stupefacenti Vincent Trupia all'aeroporto di Ciampino — era colpito da un ordine di cattura della procura della Repubblica di Terni per falsità materiale, peculato e sottrazione di un'ingente somma di denaro a pubblica amministrazione. Da due giorni, pertanto, egli non si era più presen tato in ufficio. La moglie del funzionario — Aletta Artioli di 40 anni — interrogata dal la polizia aveva detto di non sapere dove si trovava il marito.

1962 11 20 La Stampa Mastrella f1

Ieri sera, alla questura centrale di Roma giungeva una telefonata di Cesare Mastrella, il quale diceva di essere disposto a costituirsi e anzi da va appuntamento per le 22,30 agli agenti a Prima Porta. Dopo la breve conversazion telefonica, la Mobile si recava immediatamente sul posto, do ve, per quasi due ore, fino a mezzanotte, attendeva invano ohe il funzionario si facesse vivo. Poiché il Mastrella non si presentava, gli agenti ritornavano in questura, dove, ver so l'uno, giungeva una chiamata da Terni con la quale la polizia di quella città avvertiva di aver ricevuto una telefonata del Mastrella. Si riusciva in breve a individuare il posto donde era partita la telefonata: l'abitazione di Anna Maria Tommaselli, amica del funzionario.

Gli agenti si recavano immediatamente in via Pais e la casa veniva circondata. Nell'alloggio il Mastrella poteva essere così sorpreso insieme alla Tommaselli. Forse l'accusa a carico della giovane donna verrà mutata in quella di ricettazione.

A far nascere i sospetti sul conto del Mastrella è stato un modulo «figlia» delle bollette di versamento della sezione doganale di Terni la cui carta era di tipo diverso da quello usato alla dogana principale di Roma. Durante un controllo a Terni da parte dell'ispettore dott. Giorgio Ghilardi, questi si accorse della diversa filigrana delle bollette in possesso dell'ufficio di Terni. Volle perciò controllare il registro delle matrici in possesso alla dogana di Roma e potè constatare che la somma effettivamente versata, tramite la bolletta sospetta, era di un milione e 300 mila lire invece di 43 milioni e 800 mila registrate sulla bolletta tenuta nell'ufficio del Mastrella.

1962 11 20 La Stampa Mastrella f2

Il sistema che sarebbe stato messo in atto dal dott. Mastrella è questo. Le rilevanti somme che l'ufficio doganale riscuoteva venivano portate a Roma dal Mastrella previa una grossa decurtazione. La doga na di Roma gli rilasciava una bolletta dove era registrata la somma versata. Una volta a Terni il Mastrella distruggeva le bolletta di Roma e riempiva altre bollette che si era fatte stampare appositamente e sul le quali registrava poi la som ma che aveva effettivamente riscosso falsificando naturalmente anche la firma del ricevitore doganale di Roma.

Il Mastrella e la sua amante sono stati trasferiti oggi pomeriggio alle 13 a Terni a bordo di una veloce «Alfa» della questura di Roma. Prima d essere portati al carcere giudiziario i due sono stati sottoposti in questura a un primo interrogatorio nel corso del qua le sembra che il Mastrella abbia confermato di aver sottrai to alle casse dello Stato otto cento milioni di lire. E' accertato ch'egli giocava ogni settimana tre milioni al Totocalcio. Il Mastrella viveva in Terni con la moglie, alla quale aveva acquistato in via 1° Maggio una lussuosa casa di mode che ella stessa dirigeva; analogo negozio aveva acquistato a Roma in via della Mercede. Egli svolgeva a Terni attività sportiva. Era fra l'altro consigliere della «Polisportiva Terni» e presidente della società calcistica «Virtus». In città la notizia dell'arresto ha destato molta sorpresa. Il funzionario ha due figli, Anna Maria di 14 anni, e Roberto di 10.

g. fr., «La Stampa», 10 novembre 1962


1962 11 11 La Stampa Mastrella intro

Spendeva tre milioni alla settimana al totocalcio - Una Maserati per sé; la «2600» per la moglie; due negozi per l'amante - I primi sospetti ma, malgrado tutte le apparenze, fu creduto - Moduli falsi ed una misteriosa vicenda di ricatti • Arrestata anche la giovane amica

Roma, sabato sera.

L'ispettore capo della dogana di Terni, dott. Cesare Mastrella, e la sua giovane amante sono rinchiusi da ieri sera nelle carceri di Terni dove erano stati tradotti nel pomeriggio dopo il loro arresto avvenuto a Roma In seguito alla clamorosa scoperta di un colossale ammanco di ottocento milioni, forse addirittura di un miliardo, di cui il Mastrella era riuscito ad impossessarsi servendosi di moduli falsi per notificare alla dogana centrale di Roma le somme incassate per lo sblocco di costosissimi macchinari industriali Importati da vari Paesi europei. La disonesta attività dell'alto funzionario durava da sette anni. Alla fine, il truffatore è stato tradito proprio da uno dei moduli falsi. Troppo sicuro del fatto suo, ne ha spedito a Roma uno leggermente imperfetto: il cassiere capo lo ha notato e si è insospettito. Una nuova inchiesta ha fatto centro. Cesare Mastrella aveva, però, già fiutato l'aria infida: fuggito dalla città umbra, si ere rifugiato a Roma, in casa della sua amante, Anna Maria Tomaselli. E' stato scovato ieri all alba: «Non ho più neanche un lira — ha detto ai funzionari della Mobile — mi sono mangiato tutto. Sono l'unico responsabile del traffico: vi ero costretto, per pagare un ricattatore...». Ora è In carcere, a Terni, denunciato per peculato continuato ed aggravato e per falso in atto pubblico. Anche l'amante, che viveva In un lussuoso attico di via Pals 18, è stata arrestata.

Personaggio di primo piano nella vita cittadina di Terni, ottimo funzionario stata le secondo i suoi superiori, Cesare Mastrella tre anni fa a veva partecipato attivamente all'identificazione e alla cattura di un noto spacciatore di droga, l'italo-amerlcano Vincent Trupia, sorpreso con oltre nove chili di droga ad dosso mentre stava salendo su un aereo In partenza da Ciampino. Aveva anche vinto più volte al Totocalcio, guadagnando complessivamente 120 milioni. Quella del Toto era, però, una vera mania per il funzionario, che spendeva tre milioni a settimana per i «sistemi».

1962 11 11 La Stampa Mastrella f1

«Ho giocato 400 milioni nel tentativo di restituire i soldi truffati — ha tentato di giustificarsi quando lo hanno arrestato — ma per me non c'era scampo. Una persona sapeva dei miei traffici e, per non denunciarmi, pretendeva cifre sempre più forti...». Lo scorso aprile, Cesare Mastrella aveva denunciato il «ricattatore» alla Mobile romana; aveva raccontato di aver ricevuto una lettera In cui si minacciava di morte la sua famiglia, se non avesse consegnato un milione e mezzo. Gli agenti si erano appostati nel luogo dell'appuntamento, villa Borghese, ma nessuno si era fatto vivo.

E' stato nello stesso periodo che la dogana di Roma ha aperto la prima Inchiesta sul conto del Mastrella. La sua vita troppo lussuosa, una «Maserati» per sé, una «2600» per la moglie, l'apertura di una boutique a nome della consorte in via Della Mercede 21 e di due a nome dell'amante in via Del Corso 30 e in via Ignazio Giorgi 58, 1 danari spesi per la squadra di calcio della Ternana, di cui era vicepresidente, hanno alla fine insospettito I suoi superiori. «I soldi 11 vinco al Totocalcio». 1 giustificò il funzionario e fu, incredibilmente, creduto. Erano anni, Invéce, che Cesare Mastrella truffavaJo Stato. Dirigente dell'Ufficio di Terni, aveva preteso di manovrare anche la cassa: era lui ad incassare le somme che 1 destinatari delle partite In arrivo dovevano pagare per sbloccare la merce. A costoro, rilasciava una ricevuta regolare, servendosi del modulo, fornito dal Poligrafico; alla dogana di Roma inviava Invece un modulo falso.

«Stampa Sera», 10-11 novembre 1962


1962 Tempo Mastrella

Nonostante tutte le spese pazze dell’ispettore la maggior parte del tesoro trafugato deve essere ancora intatta. Dov’è nascosta?

Terni ha centomila abitanti e una prigione per trenta detenuti. Volendo, in qualche modo, potrebbero starcene trentacinque, ma è una necessità che non si è mai presentata. Al 9 novembre di quest'anno ce n’erano diciotto, e sembrava già molto. C’era una donna accusata di tentato omicidio perché aveva sparato una fucilata a un tale che girava di notte presso casa sua. La donna disse che l’aveva preso per un malintenzionato e l’uomo giurò che andava soltanto a caccia di rane: una storia senza dramma. Poi c’erano due o tre mariti che avevano bastonato la moglie, un paio di truffatori di poco conto e qualche ladro di galline. A Terni, normalmente, non c’è di più e di peggio: per questo, in una città con centomila abitanti, una città dinamica, efficiente, elegante, c’è soltanto questa vecchia prigione, al numero 6 di via Carrara.

Via Carrara è una strada quasi centrale. C’è una piazza, poi una chiesa, una scuola, delle case, dei negozi. Quello delle carceri, dal di fuori, sembra un edifìcio come gli altri, con l’unica differenza che gli hanno dato una mano di azzurro: e se uno si accorge delle inferriate alle finestre pensa ad un monastero, più che a una prigione. Quando si entra è diverso. L’ingresso è squallido e angusto, color giallo da incubo. Le porte di ferro stridono sinistre, là dentro, e la voce del guardiano, nella stretta e lunga feritoia praticata nello spessore del muro, ha risonanze tombali. Un avviso, incorniciato dietro una robusta grata metallica come se anche gli avvisi potessero evadere, prescrive le norme e gli ottri per la consegna dei pasti. I detenuti possono ricevere il cibo soltanto dai propri familiari e soltanto al giovedì e alla domenica: questa è la legge, e la legge è uguale per tutti. Con qualche eccezione, si sa.

Cesare Mastrella è una di queste eccezioni. Tutti i giorni una delle migliori cucine di Terni, quella della Taverna San Lorenzo, prepara con cura i pasti del leggendario ispettore doganale, il padrone, Alberto Terzaroli, esce , dalla trattoria, percorre la strada antistante il Teatro Verdi, arriva in piazza Carrara, imbocca via Carrara, entra nelle carceri. Sotto le severe disposizioni impartite dall’avviso passano tagliatelle e ravioli, spiedini di tordi e quaglie al crostone, filetti e braciole: Cesare Mastrella non ha rubato una bicicletta, ha rubato un miliardo.

1962 12 09 Epoca Mastrella f1Anna Maria Tommasselli, l'amica dell'Ispettore Mastrella, è una donna molto comune, né bella né interessante, la relazione durava da anni. La Polizia le ha sequestrato un libretto di risparmio su cui erano stati depositati 13 milioni.

Dal 9 novembre, quando Cesare Mastrella è finito nelle carceri di Terni con la moglie, l’amante e due soci, questo dei pasti particolari è l’unico ed ultimo dei suoi privilegi: un privilegio minimo, in se stesso, e tuttavia singolare nella puntualità di una fortuna che si è interrotta contro ogni logica, dopo i più pericolosi e inverosimili collaudi, come una vita stroncata da un suicidio, non da una malattia.

«E un caso di doppia personalità, un caso limite», ci dice un professionista di Terni che lo conosce da più di vent’anni. «Quando venni a sapere che aveva intascato quasi un miliardo dello Stato, cioè anche mio, restai stupefatto. Lo conoscevo per un uomo del tutto rispettabile, affezionato ai figli in un modo quasi morboso. Mia moglie stessa me lo portava ad esempio, talvolta, per le attenzioni di cui circondava i suoi bambini, per la quantità di regali che faceva loro. Tuttavia, anche la sua personalità normale aveva un aspetto pericoloso: non ammetteva in alcun caso di essere come gli altri, nelle condizioni, nelle limitazioni, nell’obbedienza degli altri. Ricordo un giorno alla stazione, molti anni fa. Tutti facevano la coda per prendere il biglietto: lui valutò la situazione, poi, correndo, arrivò allo sportello, disse che gli stava partendo il treno e non so quante altre fandonie. Insomma, venne via col biglietto, prima di tutti gli altri.»

«Lo conobbi», ci racconta un ex ufficiale, «in un campo di prigionia inglese in India. Era il campo numero 26, nella valle del Kangra, ai piedi dell’Himalaya. Lui era stato ufficiale dei bersaglieri, lo avevano preso in Libia, poco tempo prima di me. Il campo si trovava a 1400 metri: un’aria che metteva addosso una fame continua. Gli inglesi non ci trattavano del tutto male, ma la nostra vita, era sempre una vita da prigionieri. Il cibo era scarso e di qualità scadente. Molti di noi protestavano, e conseguivano come unico risultato di essere trattati anche peggio. Alcuni tacevano, sopportando in silenzio e persino in letizia : ricordo un cappellano militare che, alla sera, ci parlava dei pericoli corsi al fronte, dei compagni che erano morti e di quelli che ancora combattevano. Mastrella era un tipo taciturno. Parlava poco e solo in caso di necessità. Ma una di quelle sere disse al cappellano che non lo comprendeva: non poteva comprenderlo. “Non vedo perché devo star male io, solo perché stanno male gli altri’’, sosteneva. E andava a far valere le sue ragioni con gli inglesi, con molta calma, e debbo dire anche con dignità: insomma, non potrei rimproverargli nulla, ma il fatto è che lui riusciva a mangiare più di noi, e che questo era possibile soltanto per lui. Se tutti avessimo fatto come lui, evidentemente, nessuno avrebbe avuto qualche cosa di più. Ma è sempre così, è il destino dei dritti.»

Sotto questa qualifica di «dritto», molta gente sembra perdonargli ogni cosa. Al punto che gli rimproverano soltanto di non esserlo stato fino in fondo, di non essere scappato, di essersi fatto prendere in quel modo illogico, banale, puerile. Gli italiani hanno, purtroppo una istintiva ammirazione per quelli che chiamano «dritti», e confondono molto facilmente l’intelligenza con la furbizia, la decisione con l’egoismo. Eppure è ancora da vedere se Cesare Mastrella sia stato conmpletamente e continuamente un «dritto», dal primo all’ultimo atto di questa tragedia, o di questa farsa. Alcuni sostengono di si

Per costoro Cesare Mastrella. impadronitosi fino nei più piccoli dettagli del meccanismo burocratico, ha compiuto una serie di furti a danno dello Stato per mettere insieme un capitale enorme, definitivo, sufficiente per una intera vita. La maggior quantità di questo capitale, seguendo questa ipotesi, sarebbe finita fuori dal nostro Paese: o comunque occultata in mani di complici, così strettamente legati al silenzio di Cesare Mastrella da garantirgli la più assoluta sicurezza. Stando così le cose, ad un certo punto, l’ispettore doganale avrebbe cominciato a commettere stranezze appositamente per attirare l’attenzione su di sé, cercando di farsi scoprire: particolare grottesco, non c’è nemmeno riuscito così facilmente, perché Roma non vedeva assolutamente nulla. Allora, in pratica, si è costituito, calcolando di poter uscire dall'avventura con qualche anno di prigione, magari abbreviato da qualche amnistia, ancora in tempo per godersi il resto dell’esistenza.

È una tesi affascinante, senza dubbio: tanto che ricorda, molto da vicino, la trama di un film di Hitchcock, recentemente trasmesso dalla televisione. Il protagonista di questo film, un vecchi' e irreprensibile cassiere di banca, sottrae una quantità di milioni e si costituisce, rifiutandosi però di rivelare il nascondiglio del tesoro. Processato, finisce in prigione per alcuni anni. Quando esce, pedinato dalla polizia che lo aspetta al varco, viene sorpreso in un albergo, mentre sta per espatriare con tutti i milioni rinchiusi in una valigia. I milioni vengono sequestrati, il vecchio allarga le braccia. Pazienza, è andata male. Invece è andata benissimo: il capitale rubato, saggiamente investito negli anni della prigionia, ha dato ricchissimi frutti, ed è con essi che il cassiere, trionfalmente, scompare.

Fino a che punto Cesare Mastrella può essersi comportato come il vecchio cassiere? La fantasia popolare - è inevitabile - gli attribuisce oggi grandezze e follìe da principe russo. La cameriera di un ristorante, e diverse altre persone che erano in quel locale con lei, raccontavano qualche giorno fa, con convinzione, che Cesare Mastrella e due amici, una sera verso le otto, decisero di andare a cena a New York : splendido anfitrione, l’ispe'-tore aveva pagato il biglietto aereo per tutti e così erano partiti.

si erano dati al buon tempo, ed erano tornati la mattina dopo: il cjie è contro ogni umana possibilità, anche a parte il fatto che Cesare Mastre Ila non aveva passaporto. Così si racconta di caffè pagati cinquanta lire più cinquemila di mancia, di «pieni» di benzina pagati quattromila lire più diecimila per il disturbo, e avanti all'inflnito. Alcuni episodi sono veri, e nella loro enormità potrebbero essere la prova migliore di una precisa determinazione a far scoppiare lo scandalo. Altri, che riguardano lui e la moglie, sono semplicemente dei transfert freudiani: non c’è da stupirsi se qualche piccolo impiegato favoleggia di sperperi orgiastici, attribuendo a Cesare Mastrella tutto ciò che vorrebbe fare lui stesso, appunto perché sa che ogni sua propria dissolutezza si misurerà sempre e soltanto in bottiglie di aranciata e in spettacoli televisivi.

Ma anche tenendo conto di ogni spesa, anche la più esagerata, il conto del miliardo non toma. Cesare Mastrella ha pagato il prezzo di due appartamenti, di un terreno e di una boutique a Terni, di una boutique a Isola del Liri e di altre due a Roma, di una Jaguar rossa per l’amante e di una Maserati bianca per la moglie (e poi c’è qualcuno che non crede alla psicologia dei colori), di tre pellicce e di due stole di visone. Un conto forte, senza dubbio. A cui possono essere aggiunte le mance imperiali, i regali strepitosi a Tizio e a Caio: con tutto ciò si arriva forse a centocinquanta milioni, a duecento, ma non si va molto oltre. E allora, il resto dov’è?

1962 12 09 Epoca Mastrella f2Aletta Artioli, moglie dell’Ispettore Cesare Mastrella, mentre esce di casa subito dopo l'arresto: è accusata di ricettazione e favoreggiamento, la signora ha dichiarato di essere del tutto all'oscuro delle truffe commesse dal marito.

Cesare Mastrella ha dichiarato di non possedere più un centesimo, avendo dovuto sottostare a pesanti quanto misteriosi ricatti. Anzi, ha aggiunto di essere stato costretto ad appropriarsi di tutto quel denaro proprio sotto l’assillo di questi ricatti. Da parte di chi, non si sa. Perché, non si sa. E l’impressione che hanno molti, invece, è che proprio la possibilità attiva di ricattare qualcuno sia oggi la più grande e preziosa ricchezza di Cesare Mastrella.

«Egli non può aver agito da solo», hanno sostenuto i deputati che hanno presentato le loro interrogazioni al ministro delle Finanze, all’indomani dello scandalo: ed erano deputati di tutti i partiti, dai missini ai comunisti. «Mi auguro che non sia cosi», ha risposto il ministro, «Se sarà così, prenderemo severi provvedimenti.»

«Il ministro ha indicato alcuni sistemi di truffa», ha detto un deputato, «ma non sono tutti. Precise denunce partirono da Terni dirette al Ministero, rimasero inascoltate. Perchè? Le ispezioni effettuate furono eseguite da amici di Mastella, e tutto finiva con gite e pranzi a Piediluco. Ma il fatto più grave è che ben cinque dei funzionari che fanno parte della commissione amministrativa d’inchiesta costituita dal ministero hanno, a suo tempo, eseguito quelle brillanti ispezioni: essi sono i signori Wierzbicki e Cucchiara rispettivamente presidente e vicepresidente della commissione d’inchiesta, e ancora i signori Di Ciommo, Romano e Ghilardi. Quale garanzia potrà venire da un simile organo, composto di persone che devono anzitutto pensare a difendere se stesse?».

Il ministro non ha risposto ufficialmente. In via ufficiosa, venerdì sera, ci ha fatto sapere soltanto che non si può parlare della vera e propria commissione, che deve ancora essere nominata, ma di un gruppo di funzionari che, per essere stati più vicini agli affari di Terni, debbono essere comunque più attentamente ascoltati; ed ha raccomandato cautela, non per coprire responsabilità, ma perché la materia è molto complicata ed è possibile smarrirsi.

Questo è profondamente vero. Tuttavia, anche a chi non sia competente in tecnica doganale, appaiono con facilità talune stranezze. Cesare Mastrella è sempre stato un prediletto, diciamo, della fortuna. Ma questa vecchia macchina dello Stato italiano, contro la quale tutti si scagliano, non era poi così guasta se la prima delle ventisette ispezioni sul conto di Cesare Mastrella risale ai primi del 1959, agli inizi stessi, dunque, della grande ruberìa. L'origine fu banale e non nobile: una lettera anonima. Tuttavia fu sufficiente perché un ispettore, il dottor Mastrobuono, venisse mandato a rendersi ragione di certe spese di certi lussi di sospetta natura a cui si abbandonava Cesare Mastrella.

Il dottor Mastrobuono si senti dire che c’era stata una 'incita al Totocalcio, che spiegava tutto. Andò a vedere carte e registri e non trovò apparenti irregolarità. Tuttavia non dovette essere innto convinto, se propose di allontanare Cesare Mastrella dalla dogana di Terni. A questo punto la fortuna, diciamo ancora cosi, si muove: al momento giusto, come Tetide quando Achille è in pericolo. A Roma si considera che l'anno scolastico è in corso e che quindi, allontanando Cesare Mastrella da Terni, vengono danneggiati i suoi bambini: un'attenzione delicata, senza dubbio. L’allontanamento, pertanto, è rinviato. Quando l'anno scolastico finisce, l’allora direttore generale delle Dogane, dottor Gioia, decide che, in fondo, Cesare Mastrella può restare dov'è. E Cesare Mastrella continua a rubare dov’è, mentre i bambini - non si sa mai - ricominciano un nuovo anno scolastico.

É già successo qualche cosa di simile anni prima, agli inizi della carriera di Cesare Mastrella. Anche allora, per un certo ammanco di denaro, la vecchia macchina dello Stato ha fatto suonare il suo campanello d'allarme. Gli uomini non hanno sentito, o non hanno voluto sentire: però il campanello ha suonato, è importantissimo che abbia suonato. Anche se è inutile, come quel giorno alla stazione furono inutili i commenti dei viaggiatori a cui Cesare Mastrella era passato avanti, come in quegli anni di prigionia furono inutili le prediche del cappellano e la muta disapprovazione dei compagni. «È la legge dei dritti», hanno detto a Terni. Ma è stato poi cosi «dritto», Cesare Mastrella?

Non ha fatto nulla per evitare la cattura

Anche senza essere avvocati, non era difficile prevedere una dura condanna per i reati che egli ha commesso e di cui, ad un certo punto, improvvisamente, si è addirittura vantato. C’è il falso, c'è il peculato, c’è la truffa. Ci sono mille aggravanti. Leandro Ghelardi, il ragioniere capo che fra il 1939 e il 1958 riuscì ad appropriarsi di un miliardo e trecento milioni, sottraendoli al Comune di Savona, era difeso da valorosi avvocati che potevano giostrare sulla civica inefficienza fino a diventarne quasi accusatori, e con tutto ciò sedici anni di reclusione Leandro Ghelardi se li deve fare : e senza speranza di amnistie, perché il peculato non ha amnistia. Non sapeva queste cose, il mago della dogana di Terni? Doveva saperle, come sapeva che, fuggendo all’estero, non avrebbe avuto più pace e che un giorno o l'altro l’avrebbero catturato: e infatti, Cesare Mastrella non aveva passaporto, non ha fatto nulla per evitare la cattura, non ha fatto nulla per ritardarla, non ha fatto nulla per diminuire le proprie responsabilità. Anzi, le ha aggravate. «Si è visto perduto», spiegano negli ambienti del ministero delle Finanze. «Sapeva che entro tre anni sarebbe scattato il meccanismo di revisione, nel quale egli sarebbe rimasto certamente intrappolato.» «Ha fatto apposta», ribattono i parlamentari che hanno interrogato il governo, «perché non ha agito da solo, e quindi è grado di compromettere qualcuno più in alto di lui, se non lo salveranno in qualche modo.». E' una seconda spiegazione purtroppo assai più verosimile della prima. Soprattutto perché non è giusto dare tutte le responsabilità sull'inefficienza delle leggi in genere e di quelle doganali in particolare. Il passare del tempo ha messo in evidenza, ed è naturale e necessario, difetti e macchinosità: ma con tutto ciò un controllo esisteva, esistevano anzi numerosi controlli. Un ufficio doganale conteggia i diritti dello Stato su una certa Importazione, un altro ufficio incassa questi diritti: conti del primo e del secondo ufficio debbono quadrare ogni sera, è automatico che uno controlli l'altro. Ma a Terni, per fare uno degli esempi, chi conteggiava e chi incassava era sempre lo stesso ufficio, anzi la stessa persona, cioè Cesare Mastrella. E per ventisette volte sono andati gli ispettori romani, e per ventisette volte non si sono accorti di niente. «Tanto che», commentano i parlamentari meno benevoli, «proprio gli stessi ispettori ci devono tornare ancora adesso. Speriamo che abbiano letto almeno i giornali e che sia la volta buona.» E allora si deve parlare di crisi di sisTerni o di crisi degli uomini che dovrebbero applicare quei sistemi, anche se antiquati, anche se certamente suscettibili di profondi miglioramenti?

Nel complesso e delicato meccanismo delle importazioni temporanee, che del tutto o In parte si trasformano in definitive, c'è un calcolo preventivo dei diritti doganali dovuti allo Stato, c’è un deposito e può esservi, fatti gli ultimi conti, un rimborso agli importatori, quando essi rifiutino tutta o una parte della merce, o quando la merce sia alterata, e cosi via. Questi rimborsi, in una serie di deposizioni che costantemente sottraggono gli uffici periferici alla responsabilità e alla tentazione di maneggiare denaro, sono parzialmente eccezionalmente consentiti sotto certe condizioni, sotto certe garanzie. È uno strappo alla regola, che viene fatto per favorire gli importatori: ma a Terni è diverso, a Terni è un'abitudine, e questa abitudine favorisce ovviamente Cesare Mastrella, che prima fa i conti con molta larghezza, poi scopre che i diritti dello Stato sono molto inferiori al previsto, e allora va a Roma e si fa dare la differenza: decine, centinaia di milioni di differenza, quando il decreto si preoccupa di dichiarare nominativo e intrasmissibile ogni certificato superiore a mille lire.

Ma non importa, fa tutto lui, e tutto è regolare per anni, e nessuno se ne accorge. E quando qualcuno se ne accorge, quando il vecchio organismo dello Stato, piagato ma non ancora ucciso dagli intrallazzatori, accenna a reagire, si mandano gli ispettori a Terni. Gli ispettori vanno a Terni, poi tornano a Roma, dicono che tutto va bene, e tutto continua come prima e peggio. Fino al 9 novembre, il giorno dell’arresto, il giorno dello scandalo.

«È stata una Guardia di Finanza a scoprire il modulo falso e a far crollare Mastrella», stava gridando un cittadino in un bar, l'altra sera. «Avete capito? Mica un ispettore, come hanno voluto farci credere. Una Guardia di Finanza!».

In Parlamento si era detto che era stato un ispettore della Dogana, e non è possibile sapere con certezza se è vero o se non è vero. Può darsi che sia stato l’ispettore, può darsi che sia stata una Guardia di Finanza. Una sola cosa importa rilevare: la cosa semplicissima e infinitamente sicura che c’è stato qualcuno. Guardia o Ispettore, un tipo onesto che ha parlato e che questa volta, come che sia, non è stato messo a tacere. Così hanno parlato i deputati, così hanno parlato i giornali e qualche risultato ci sarà, non è possibile che non ci sia un risultato. L'essenziale è che i «dritti», quelli per i quali nutriamo tanta ammirazione e tanta invidia, a un certo punto finiscano in prigione. Anche come ospiti di riguardo. Anche per farsi portare, «dritti» fino all’ultimo, il vitto speciale che è proibito dal regolamento.

Giuseppe Grazzini,«Epoca», anno XIII, n.637, 9 dicembre 1962


1966 02 20 Domenica del Corriere Mastrella Toto contro i quattro intro

«La Domenica del Corriere», 20 febbraio 1966


Il delitto del bitter

Il caso del bitter su cui ha dei sospetti Peppino De Filippo, che poi si riveleranno infondati, è ispirato, come lo stesso De Filippo dice avendolo letto sui giornali, al caso del bitter avvelenato che fu inviato per posta ad un commerciante di Arma di Taggia nell'agosto del 1962 dall'amante della moglie ed in quel caso fu fatalmente bevuto dalla vittima.

1962 09 03 Corriere Informazione Bitter intro«Corriere dell' Informazione», 3 settembre 1962

1962 09 03 Corriere Informazione Bitter intro2«Corriere dell' Informazione», 3 settembre 1962


1962 09 03 La Stampa Sera Bitter intro

Il dott. Renzo Ferrari, di Novara, è stato trasferito da Milano in riviera con la scorta di due carabinieri - Interrogato a lungo nella notte con altre due persone - E' corsa voce di una confessione: non si sa di chi - Stamane conferenza-stampa del giudice

SANREMO, lunedi mattina.

«Ha confessato. E' crollato verso le 7,30 di sera e subito un carabiniere ha portato In camera una macchina da scrivere, per verbalizzare la confessione». Questo l'annuncio che verso le 10 di ieri sera ha fatto sobbalzare 1 cronisti, estenuati da una lunghissima giornata di inutili attese e rincorse. Ma subito dopo ci siamo tutti rivolta una domanda: chi ha confessato? Ed è certa la notizia? Il tenente Teobaldi, avvicinato da tutti noi, ha rifiutato qualsiasi conferma e qualsiasi precisazione.

Nulla di ufficiale, dunque, nessuna garanzia di verità, diciamolo ancora una volta francamente. E andiamo molto cauti nel parlare della presunta confessione, perché l'uomo che ieri è stato interrogato senza soste è il veterinario novarese Renzo Ferrari, arrivato al mattino alle 10,16 da Milano con il «Trans Europ Express» in compagnia del tenente dei carabinieri Teobaldi e di un maresciallo.

Affermando che l'uomo sottoposto a continui interrogatori ha confessato si potrebbe far credere che quell'uomo sia il veterinario Ferrari. E* Invece doveroso ripetere che non vi è alcuna conferma ufficiale Iella confessione, e che nessuno, tanto meno il magistrato che dirige le indagini, ha fatto Ieri sera il nome del Ferrari. Potrebbe darsi che un'altra persona sia stata interrogata; posta a confronto con il Ferrari potrebbe aver confessato di aver spedito da Milano il pacco contenente la bottiglietta di «bitter» avvelenato.

A tarda sera la sola cosa accertata era questa: il veterinario novarese era a Sanremo dalle 10,16 di ieri mattina. Tutto il resto può essere confermato o smentito: si tratta, come avviene da otto giorni, di improvvise e incontrollabili rivelazioni.

Per tener lontani giornalisti e fotografi il Procuratore della Repubblica ed il tenente dei carabinieri Teobaldi fcanno usato ieri dìversi strattagemmi, rifugiandosi perfino in trattorie e locande distanti dal centro, dopo furibonde rincorse tra le «1100» blu dei carabinieri e le automobili dei cronisti e dei fotografi. Soltanto a tarda sera si è saputo che quattro persone, presumibilmente il magi¬ strato, il tenente, e due sconosciuti (uno dei quali, ai diceva, era il veterinario Ferrari) erano rinchiuse nella trattoria «Al Belvedere», nella località Madonna della Guardia.

Uno degli uomini rinchiusi appariva stanchissimo, esausto, ed aveva la barba lunga.

Naturalmente, tutti di corsa alla Madonna della Guardia. Attorno alla trattoria supposizioni e mormorii davano esca alle fantasie, facendo partire da Sanremo le notizie più clamorose. Il tenente Teobaldi, quando è comparso, piuttosto irritato per la presenza dei giornalisti, ha rifiutato di confermare queste notizie.

Ora, per fedeltà ai prìncipi che reggono un Paese libero e civile, ricordiamo che sino a ieri sera nessuno era stato arrestato con precisa imputazione di «omicidio mediante sostanze venefiche», e nessuno era stato fermato, almeno a quanto si è potuto sapere da fonte ufficiale. Il veterinario Ferrari è (segue)

1962 09 03 Stampa Sera Bitter f1

1962 09 03 La Stampa Bitter intro

L'ex veterinario colto da una crisi durante un drammatico interrogatorio di essere trasferito sotto scoria alla caserma di Arnia di Taggia L'ex veterinario colto da una crisi durante un drammatico interrogatorio Chi lo ha potuto vedere, in un cortile del Palazzo di Giustizia a Milano, ha detto che il professionista appariva stanco, abbattuto, con la barba lunga - Nessuna conferma ai presunti confronti con la fidanzata di Novara e con la moglie del commerciante ucciso con l'aperitivo avvelenato - La partenza per Sanremo è avvenuta ieri all'alba - Indiscrezioni sull'inchiesta e sulle dichiarazioni del dottor Renzo Ferrari

(segue) stato interrogato per trenta ore a Milano e per almeno otto ore a Sanremo senza che ,l'autorità giudiziaria abbia ordinato il regolare «fermo». Può darsi che l'ordine sia stato firmato oggi, ma nessuno si è preoccupato di informarne la stampa. Ai giornalisti che domandavano: «Il Ferrari è in stato di fermo ?» ieri si rispondeva: «Collabora volontariamente con gli inquirenti». Ma un collaboratore volontario non resta chiuso per la notte, non è trattato come un «fermato», non viaggia scortato da due carabinieri, e infine non viene sottratto agli occhi, non dico alle domande, dei giornalisti. A questo punto l'interesse per la misteriosa vicenda si mescola a quello per il comportamento degli indagatori. Non importa che il Ferrari sia sospettato, né importa che in futuro possa essere riconosciuto colpevole. Verso le 28,30 di ieri una macchina blu dei carabinieri ha portato nella caserma di. via Privata un uomo in camicia bianca, che è stato accuratamente nascosto ai fotografi. Verso le 22, tendendo l'orecchio nelle vicinanze della caserma, si è sentita qualche frase di una registrazione su magnetofono. Pochi frammenti: una voce di uomo urlava: «Ho detto no, ho detto no y ed una donna piangeva, gridando confusamente. Stamane ci sarà una conferenza-stampa alla Procura, della Repubblica: cadranno i dubbit Forse sarà dato l'annuncio di arresti, o di un arresto. Auguriamoci che vengano dissipati anche altri dubbi, che venga ristabilita una certa fiducia nelle garanzie dovute ad ogni cittadino.

m. f., «Stampa Sera», 3-4 settembre 1962


1962 09 03 La Stampa Sera Bitter intro2

A Milano prosegue l'indagine sul delitto

Milano, lunedì mattina.

Il dott. Renzo Ferrari, il veterinario di Barengo che da alcuni giorni si trova al centro dell'inchiesta per il «delitto dell'aperitivo», ha lasciato Milano ieri mattina per tempo ed è stato accompagnato ad Arma di Taggia. La notizia è filtrata verso le 11 di ieri mattina a Palazzo di Giustizia, dopo che i cronisti dei quotidiani cittadini si erano apprestati ad un'altra giornata di snervante attesa. La. voce, sia pure non ufficialmente, è stata poi confermata: il dott. Ferrari era partito alle 6,20 in compagnia del lenente Teobaldi e di due carabinieri.

Tutto qui. Nessuna rivelazione ufficiale sui risultati raggiunti dopo giorni e giorni di interrogatori. Indagini sono state compiute anche a Milano — è stato detto — perché il tragico pacchetto con l'aperitivo fu spedito dalla nostra città, ma le redini dell'inchiesta sono nelle mani della Procura di Sanremo: di qui la partenza del Ferrari per Arma di Taggia.

Il portavoce non ufficiale ha poi aggiunto che il Ferrari è stato trattenuto così a lungo a Milano perché egli appariva il maggiore indiziato: l'ex-veterinario ammise infatti di essere stato a Milano proprio il SS agosto, il giorno in cui il «plico della morte» fu spedito all'ufficio postale della Stazione Centrale. E siccome il suo alibi presentava «qualche discrepanza», egli è' stato «invitato a trattenersi» per i necessari chiarimenti. n portavoce non ufficiale ha insistito a lungo su questo punto: a Milano il dott. Ferrari non era assolutamente in stato di «fermo». Era stato invitato a tenersi a disposizione degli inquirenti, ed egli lo avrebbe fatto spontaneamente.

Nessuno, in questi quattro giorni di serrata, interminabile inchiesta a carico del professionista di Novara — che % piii insistono nel ritenere completamente innocente ed estraneo al delitto del € bitter» avvelenato , — ha potuto avvicinare il professionista. Chi lo ha visto (un fotografo di una agenzia milanese ed il corrispondente di un giornale) ha detto che il dott. Renzo Ferrari appariva stanco, abbattuto, aveva gli abiti spiegazzati e la barba lunga di almeno due giorni. E' stato infatti scorto, sabato, mentre attraversava un cortile interno del Palazzo di Giustieia sorretto da un brigadiere dei carabinieri del Nucleo di Polizia Giudiziaria. Gli inquirenti, come già si è detto e ripetuto nelle scorse ore, insistono ncll'affermare che nella caserma della tenenza milanese non vi sono stati confronti fra il professionista e la sua fidanzata di Novara, ne tanto meno confronti fra di lui e la signora Renata Allevi, vedova del commerciante assassinato.

1962 09 03 Stampa Sera Bitter f2

Si sa soltanto che gli interrogatori del Ferrari sono durati — a Milano — oltre trentacinque ore e che nel corso di' uno di questi, particolarmente drammatico, il professionista sarebbe stato colto da Una vera e propria crisi di nervi. I giornalisti, che praticamente per quattro giorni hanno montato la guardia agli uffici del Nucleo investigativo, hanno riferito d'aver udito il dott. Renzo Ferrari gridare e imprecare contro tutti. Il tema di questi interrogatori è ormai ben noto e riguarda le mosse del professionista a Milano durante la giornata del SS agosto scorso.

Gli inquirenti, anche dopo la partenza del professionista, sotto scorta, alla volta di Sanremo, hanno proseguito slamane nelle loro indagini. Altre persone (pare in maggioranza baristi e por- fieri d'albergo) sono state convocate al Nucleo di Polidia Giudiziaria e interrogate. Pare che gli inquirenti stiano ancora esaminando particolari dell'alibi che il professionista ha presentato e che, sembra, nella parte principale, era stato confermato anche dalla sua fidanzata, Gianna Barcì di *7 anni, abitante a Caltignaga

A Novara, ieri, gli inquirenti non hanno riposato. Se è vero che l'attenzione dell'opinione pubblica è concentrata ormai su Taggia è pur vero che il centro delle indagini rimane ancora Novara. Carabinieri e polizia si sono scambiati ieri i rispettivi punti di vista ed entrambi per proprio conto hanno fatto il punto della situazione.

Va precisato, comunque, che la vedova dell'Allevi, la trentasettenne Renata Lualdi, è stata interrogata a lungo dai carabinieri a Novara da dove, viene assicurato, non si è mai mossa. Tornata da Morghcngo in città, a casa della madre, nessuno più l'ha vista. Anche la fidanzata del Ferrari, Gianna Barda, che si riteneva essere stata sabato a Afilano, si è semplicemente allontanata dalla sua abitazione a Caltignaga per sottrarsi — dopo che era stata a lungo sentita venerdì sera in questura — alle attenzioni dei giornalisti che non la lasciano in pace.

c. b., «Stampa Sera», 3-4 settembre 1962


Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

Sostanzialmente si tratta di un film a episodi che si intrecciano: sono però cinque e non quattro, perché a De Filippo, Fabrizi, Macario e Taranto va aggiunto l'onnipresente Castellani. Film con alti e bassi, talora con un Totò talora assai divertente (curiosamente più nei duetti con D'Alessio che con i big), talora con una trama che mostra la corda (l'episodio peggiore è quello con Macario). Girato con lunghe sequenze a macchina ferma, con qualche incertezza non vistosa ma percepibile, forse all'insegna del "Buona la prima!". **
I gusti di B. Legnani (Commedia - Giallo - Thriller)


Il valore aggiunto in un film del genere è sicuramente il "colossale" cast impegnato che vede De Curtis circondato da spalle di lusso. Tale cast non è certo valorizzato da una sceneggiatura debole, che spesso ricicla sketch già visti resi godibili per l'appunto dai grandi attori che li interpretano. Anche il regista non sembra peraltro impegnarsi più di tanto. I siparietti più simpatici sono comunque quelli con De Filippo e Taranto.
I gusti di Galbo (Commedia - Drammatico)


Totò è un commissario che si trova ad affrontare casi diversi, nei quali incrocia le sue quattro prestigiose spalle preferite: De Filippo, Fabrizi, Taranto e Macario. Proprio nei duetti il film ha i suoi momenti migliori (comunque non straordinari), a eccezione di quello con Macario, freddino. Ma, nonostante questo, si tratta più che altro di tanti sketch diversi incollati insieme a forza e con sbiadita inventiva narrativa, dei quali alla fine rimangono alcuni flash deliziosi (Totò che fa la battona) e poco altro.
I gusti di Pigro (Drammatico - Fantascienza - Musicale)


Simpatica commedia in cui Totò è affiancato da quattro grandi della comicità italica che sono protagonisiti di vari sketch più o meno divertenti in cui riescono a far ridere il pubblico pur mettendo in scena cose non certo di primo pelo. Il classico caso in cui le singole parti valgono più dell'insieme e in cui sono gli attori a reggere la baracca.
I gusti di Cotola (Drammatico - Gangster - Giallo)


Ovviamente un film esile basato su semplici spunti, attimi da pochade (lo sketch della carta da parati nell'episodio con Macario), battute improvvisate lasciando a quattro grandi della commedia l'onere di reggere l'impianto anche se ciò è avvenuto troppo spesso a scapito della qualità del film. Detto ciò ci sono momenti gustosi e divertenti (ci mancherebbe) e il film si lascia vedere, innocuo passatempo buono per l'afa estiva e sempre con quattro grandi facce del nostro cinema. Perchè nella locandina, Totò (commissario) è vestito da carcerato?
• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: L'elenco delle caratteristiche della 1100 di Totò fatta dai ladri.
I gusti di Matalo! (Commedia - Gangster - Western)


Film non memorabile in quanto i duetti tra il Principe e i quattro conprimari di lusso non funzionano quanto dovrebbero; Io apprezzo molto Taranto (Pipì!) e il suo pugliese improbabile, mentre nel complesso la pellicola soffre molti momenti di stanca e per un film di Totò non è cosa da poco; in alcuni ruoli di contorno si riconoscono caratteristi napoletani interpreti di fiducia anche di Eduardo de Filippo (vedi Ugo D'Alessio nel ruolo di Di Sabato, alla fine la spalla più divertente).
• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Ca ch'era???; Il commissario nei panni di una "bella di notte", una vera befana!
I gusti di Gugly (Commedia - Horror - Teatro)


Totò con i suoi migliori "nemici". Il film certo non si ricorda come uno dei migliori del Principe, però qualche risata la fa comuqnue fare, specialmente nella prima parte. Fra i quattro comunque, a mio parere, il migiore risulta Peppino De Filippo. Finale un po' troppo frettoloso.
I gusti di Enzus79 (Fantascienza - Gangster - Poliziesco)


Divertente film dove Totò fa da filo conduttore per una serie di episodi che ricordano lo schema di Accadde al commissariato. Finalmente in un unico film si vedono le 4 spalle di lusso che più hanno lavorato con l'attore napoletano. Tra tutti sicuramente l'episodio migliore è quello con Peppino (che sarà anche la loro ultima apparizione insieme), seguito a ruota da quello con Fabrizi (strepitoso prete che picchia i ladruncoli). Simpatico (ma brevissimo) quello con Macario, mentre Nino Taranto appare un po' sottotono. Comunque da vedere.
I gusti di Rambo90 (Azione - Musicale - Western)


Una simpatica commedia firmata Steno che vede il principe della risata coadiuvato da quattro "spalle" d'eccezione. La giornata movimentata di un Commissario di Polizia che s'imbatte in una serie di bizzarri individui. Totò fa la sua parte con il solito mestiere. Garbata comicità.
I gusti di Nando (Commedia - Horror - Poliziesco)


Il commissario Saracino si ritrova ad affrontare quattro casi diversi in un singolo giorno, il tutto mentre cerca di far luce sul furto della propria auto. La trama è più che altro un espediente per unire i duetti fra Totò e quattro validi comprimari (De Filippo, Fabrizi, Macario e Taranto) e il film si affida alla loro indubbia vis comica. Il risultato inevitabile è che le singole parti sono migliori dell'insieme, ma le risate sono assicurate.
• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò travestito da prostituta.
I gusti di Belfagor (Commedia - Giallo - Thriller)


Un Totò da mordersi le mani, occasione sprecata per un cast Titanus che fa gravitare attorno alla stella del Principe i quattro luminosi satelliti della comicità del tempo: Fabrizi, Peppino, Nino Taranto e Macario in un "mascherato" film a episodi. La colpa come sempre è nel manico: una sceneggiatura tirata via senza convinzione e uno Steno evidentemente svogliato e senza ritmo. Sottotono tutti i Big (ma divertente Nino Taranto "Pipì"), spiccano Nino Terzo con "l'aspirapolvere in bocca" e Ugo D'Alessio. Perfino en travestì Toto non rende per quel che sa.
I gusti di Giùan (Commedia - Horror - Thriller)


Quattro situazioni differenti che permettono all’estro di Totò di esprimersi liberamente nei panni di un commissario di polizia. La verve è la stessa di sempre ed essendo spalleggiato a dovere riesce a dare qualcosa in più rispetto ad altri lavori altrettanto disimpegnati. Una vera storia non c’è, ma il film resta comunque divertente e spassoso. La regia di Steno questa volta sembra resti più a guardare, ma con attori di questo calibro è anche concesso.
I gusti di Minitina80 (Comico - Fantastico - Thriller)


Non il miglior duetto tra Totò e Fabrizi, ma non è neanche giusto considerarlo tale visto che di spalle qui il principe ne ha anche troppe. Ne esce un collage frammentario di sketch dal sapore televisivo (ma mi riferisco ovviamente alla tv di quel tempo). Spassosa la veemenza di Totò nei panni (per lui poco abituali) dell'integerrimo e zelante funzionario pignolo e incorruttibile. Memorabile anche la parentesi di Fabrizi, parroco intento a redimere il ladruncolo Pecorino. Carino.
• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il prete in pieno pomicio! Ma dimme te! Annamo a rubbà, va!
I gusti di Il Dandi (Giallo - Poliziesco - Thriller)


Film dal canovaccio sfilacciato, una serie di episodi connessi più che altro dalla figura di Totò cercando di sfruttare i duetti con gli altri comici. Ne deriva un lavoro simpatico connotato da una comicità garbata e che, pur non risultando un capolavoro, ottiene un risultato sostanzialmente godibile.
• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Gli schiaffoni del prete.
I gusti di Furetto60 (Giallo - Poliziesco - Thriller)


Cast di stelle per una esile commediola che fa sorridere ma che purtroppo non rende merito a chi la interpreta. A parte il buon Aldo Fabrizi, tutti gli altri attori risultano piuttosto sprecati in macchiette un po' banali e a volte ripetitive. Sbadigli in agguato.
I gusti di Gabrius79 (Comico - Commedia - Drammatico)


Purtroppo non certo fra i migliori Totò. Come ha scritto Alberto Anile "la classica comicità di coppia non funzionava più...". L'episodio migliore è probabilmente quello con Nino Taranto, il pacchettino delle supposte, "Pipì, Pipì!" e compagnia bella. Da notare la presenza del cinese Gregorio Wu, cantante d'opera prestato al cinema bis, qui in un ruolo di maggiordomo nello spezzone con Macario. Tristemente crepuscolare nella carriera di Antonio De Curtis (che però, pochi mesi dopo, interpreterà l'ancora godibile Il monaco di Monza).
I gusti di R.f.e. (Avventura - Azione - Erotico)


Sa di occasione sprecata, questo film di Steno dove a tanto cast non è stata fornita una storia degna di tal nome. Totò e soci prelevano ampiamente dall'inesauribile miniera dell'avanspettacolo e tirano fuori duetti che riescono a strappare diverse risate di pancia. Peccato, perché con una trama che valorizzasse le capacità recitative poteva venir fuori un piccolo capolavoro. Buona regia di Steno, che a tratti fa di Totò quasi un poliziotto vero. Merita almeno una visione.
• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il dialogo della presentazione di Nino Terzo a Totò.
I gusti di Pessoa (Gangster - Poliziesco - Western)


Un crepitante film comico di Steno che mette in fila mostri sacri della risata come Totò, Peppino De Filippo, Macario, Fabrizi e Taranto (e scusate se è poco). La storia è poca cosa, quasi inesistente, poco più di un pretesto per accendere la miccia dell’esplosione comica dei cinque. Totò, che interpreta un estroverso commissario di polizia, si scontra freneticamente fino all’ultima battuta con una spalla alla volta. Comunque si ride di gusto. Molto movimentato il finale con un esilarante Totò che conduce le indagini vestito da peripatetica. Ottimo Delle Piane.
I gusti di Graf (Commedia - Poliziesco - Thriller)


Film "storico": mai visti tutti insieme in un solo film Totò, Fabrizi, Macario, Taranto e De Filippo. Il film non ha trama ma è solo un insieme di scenette al centro delle quali c'è un Totò commissario di Polizia alquanto sui generis... ma alcune sono, come al solito, memorabili. Indimenticabili soprattutto quelle con Peppino De Filippo col pappagallo e quelle con Nino Taranto ispettore di dogana apparentemente integerrimo (che si esprime in un mirabolante dialetto pugliese). C'è pure Nino Terzo. Sottotono Macario e Fabrizi. Comunque da vedere.
• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: L'espediente tecnologico con il quale il Commissario Saracino inchioda l'ispettore Mastrillo. "Hai fatto lu disco?".
I gusti di John trent (Commedia - Horror - Thriller)


Un altro film di Totò di quelli che credo meriti un po' di rivalutazione. La sua verve qui non mi appare in declino e il suo personaggio è convincente. Un concentrato di scontri con attori che definire spalle è riduttivo (De Filippo, Fabrizi, Taranto e Macario, oltre al 'solitò Castellani) con un intreccio che non mi sembra neanche malvagio. A parte l'episodio di La Matta che appare isolato dal resto del film, la trama scorre senza intoppi. Bravi anche i comprimari come Terzo, D'Alessio e Delle Piane. Da rispolverare.
• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Fiore che si augura la morte del Commissario (per avvelelamento a scoppio ritardato) onde aver la prova del presunto tradimento della moglie.
I gusti di Smoker85 (Commedia - Drammatico - Fantastico)


Tra i peggiori Totò di sempre. Strano davvero che l’unione tra un grande protagonista, quattro comprimari eccellenti e un regista di grande mestiere abbia prodotto un film tanto noioso. I dialoghi girano a vuoto e la struttura a compartimenti stagni non aiuta certo lo spettatore ad appassionarsi alle varie vicende. Dà davvero l’impressione del lavoro di routine, nel senso più deteriore del termine.
I gusti di Pstarvaggi (Comico - Commedia)


Non uno dei film migliori di Steno, vuoi per la scarsa vena dello stesso Totò e soprattutto per i duetti, che lasciano alquanto a desiderare. Nonostante il cast di attori all stars il film procede stancamente e in maniera poco convinta. Unico duetto riuscito è quello con un Fabrizi perfetto nel suo ruolo (i due erano amici fuori dal set), prete d'assalto impegnato a redimere ladruncoli. Peppino De Filippo eccessivamente farsesco, Nino Taranto fuori posto (in un improbabile pugliese) e un Macario scialbo nonostante la suspense dell'episodio.
• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il servo cinese che parla passando dall'italiano al cinese; Carlo Delle Piane "E poi fanno il Concilio ECONOMICO Vaticano Secondo".
I gusti di Kriminal (Commedia - Drammatico - Guerra)


La censura

Toto-contro-i-quattro-censura
Verbale della Commissione Revisione Cinematografica in data 6 marzo 1963
(Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema)


Le incongruenze

  1. Peppino De Filippo (il ragionier Fiore) si reca da Totò (commissario Saracino) per denunciare la moglie che, a suo dire, lo tradisce e ne complotta l'uccisione. Quando legge una lettera a lui indirizzata, Peppino afferma di abitare in via delle Betulle. In seguito, quando il commissario gli chiederà dove abita, Peppino risponde in Via San Clemente.
  2. Non so se questo è proprio un errore ma mi pare incredibile che tutto quello che succede nel film possa succedere in un'unica giornata. Secondo me ci vorrebbe più tempo...
  3. Quando il commissario Saracino butta giù dalla finestra del commissariato il cavaliere Alfredo Fiore, ho un errore da segnalare: Il commissario chiude la finestra sbattendola e rompendo i vetri... ebbene, se si ascolta con attenzione si sente che i vetri si rompono ancor prima della chiusura della finestra.
  4. Il cavalier Fiore (Peppino De Filippo) si reca in commissariato, ed ha con se la gabbia col pappagallo. Prima di entrare nella stanza del commissario (Totò) è invitato a lasciare su di un tavolo la gabbia col papagallo. Fiore, a questo punto, si rivolge al pappagallo che gli deve fare da testimone, e - per destarlo - batte la mano destra sulla gabbia. Ma il rumore dei tre battiti si avverte dopo che questi sono già cominciati.
  5. Il commissatio ed il brigadiere, accorrono a casa del commendator Lancetti (Mario Castellani), perchè quest'ultimo è minacciato. Il brigadiere legge la lettera - che è inquadrata dalla m.d.p. in primo piano - e il commendatore è seduto sul divano alla sinistra del brigadiere. Mentre è inquadrata la lettera Lancetti ha le mani poggiate con i palmi sulle gambe ma - al cambio di inquadratura - le tiene intrecciate una con l'altra
  6. Sempre durante la lettura della lettera, a casa del commendator Lancetti (Mario Castellani). Il brigadiere legge la lettera - che è inquadrata dalla m.d.p. in primo piano - e il commendatore è seduto sul divano alla sinistra del brigadiere. Quando il brigadiere ripiega in quattro la lettera, appaiono le braccia del commendatore, che indossa una giacca e - sotto la giacca - qualcosa di scuro. Al cambio di inquadratura, tuttavia, il commendator Lancetti, sotto la giacca, indossa una camicia bianca, come all'inizio della scena in casa sua quando, in compagnia della moglie e del cognato, aspetta l'arrivo del commissario
  7. Il commissario (Totò) si reca nell'ufficio dell'ispettore doganale Mastrillo (Nino Taranto). quest'ultimo vuole sapere cosa contiene un pacco che il commissario si è fatto spedire dalla Svizzera. Quando un incaricato dell'ispettore poggia il pacco sul tavolo. il pacco è inquadrato sul lato corto, e sono visibili (alzati) i due lembi superiori dei due lati corti. dopo che l'ispettore Mastrillo ha chiesto al commissario di leggere cosa c'è scritto sul pacco, i due lembi dei lati corti sono abbassati, e sono ben visibili, i due lembi del lato lungo alzati. Ma prima non lo erano
  8. Il Commissario ed il colonnello La Matta, un investigatore privato (Macario) si fingono imbianchini per entrare in una villa dove il colonnello sospetta succedino cose strane. I due, per non dare nell'occhio, cominciano il lavoro pur non essendo capaci, tanto che il Commissario imbratta il viso ed il vestito del colonnello, oltre che il suo vestito. In una scena successiva, il viso ed il vestito di Macario sono macchiati in forma minore. ed ancora - quando per si accorgono di aver ricoperta anche la porta con la carta da parati - Macario ha il viso ed i vestiti completamente puliti, e pulito è anche il vestito del Commissario.
  9. All'inizio del film rubano la macchina del Commissario, una Fiat 1100 bordeaux nuovo modello. La stessa che - alla fine del film - Pecorino (Carlo Delle Piane) convinto da don amilcare. riconsegna. Ma, avuti i soldi Pecorino, si defila. Sarà don Amilcare a guidare l'auto (inseguito dall'auto del Commissario, che era stato avvisato). L'inseguimento avviene su una larga strada extra urbana, senza palazzi ai lati. Eppure, dopo una curva l'inseguimento termina con un incidente in una piazza di un paese, o borgo, con case più antiche, davanti il sagrato di una chiesa
  10. Quando il Prete Fabrizi va dal Commissario Totò e parlano della 1100 rubata, in piedi sulla porta dell'ufficio del Commissario, per tutto il tempo a Fabrizi escono nuvole di freddo dalla bocca. A Totò no.

www.bloopers.it


Foto di scena, video e immagini dal set

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logodavi
Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo.

1963-Toto contro i 4-1

La villa nella quale il detective privato La Matta (Macario) e il commissario Antonio Saracino (Totò) si intrufolano per indagare sulla misteriosa sparizione di alcune ragazze, trovandovi solo il set di un fotoromanzo horror, si trova in Via Carlo Dolci a Roma. Grazie a Mauro per fotogramma e descrizione.

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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
  • Documenti censuraMinistero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema
  • Sebastiano A. Giuffrida, "Roma, esterno giorno", Biblioteca dello spettacolo Brufo Editori - Perugia
  • Giuseppe Grazzini,«Epoca», anno XIII, n.637, 9 dicembre 1962
  • Archivio Storico quotidiano «La Stampa»