Antonio de Curtis, Totò e il cinema


Chi è Totò?

Caratteristiche fisiche e psicologiche

Ha una fisionomia incredibile se non fosse vera. Occhi folli e maligni, ma anche "disillusi” e animalescamente inteneriti, la linea della bocca distorta in una smorfia umiliata o ghignante, che segue l’assurda e mobilissima sporgenza della bazza, sua inconfondibile sigla. Il collo è snodabile e allungabile, le articolazioni interamente slogate in meccanismi dinamici assurdi, ma che si indovinano derivati da forzate dormite in luoghi duri e scomodissimi, come panchine e angoli di strada. Le mani vorticano in continuazione in offensive palpate, in osceni sberleffi, in inarrestabili mulinelli che suppliscono eloquentemente al suo farfugliato e improvvisato modo di esprimersi, fra dialettale e analfabetico. Il suo abbigliamento è costituito da pezzi composti, raccolti da stracciaroli e burattinai: ma a suo modo tiene al decoro dell’abito, anche se questo non riesce a ricoprirlo interamente, lasciandogli scoperte le caviglie impazzite, abituate a lunghe passeggiate e fughe precipitose. Lussurioso e affamato, non ha quasi mai potuto permettersi pasti consistenti e puttane, arrangiandosi così alla meglio, e scatenandosi quando riesce a conquistarsi un piatto di spaghetti fumanti o una serva prosperosa ("cosa serve la serva se non serve?”). Totalmente amorale, apolitico (perfettamente manovrabile dalla Destra nazionale ma anche da gruppuscoli subproletaristici, in nessun caso dai partiti "democratici”, per il suo inveterato antiparlamentarismo).

Condizione sociale e cultura

Sottoproletario, anzi, più precisamente, preproletario. Figlio di NN (il suo unico palpito di solidarietà di classe lo prova quando trova un altro illegittimo, specie se di sesso femminile). Ha provato forse orfanotrofi, carovane di girovaghi, ospizi fetidi, concependo un odio feroce per i "benefattori" spesso mascherato da esageratissimo ossequio. Non legge, non vede la televisione: conosce qualche film, perché si è infilato di straforo in localetti di periferia, magari facendosi assumere come gelataio, per poter schiacciare un pisolino in pace. Ma si incanta di fronte alle canzonette napoletane, piange alle storie d'appendice, ha riso moltissimo a qualche film di Orson Welles. Parla napoletano, impastandolo con le parole e le frasi che gli paiono più rilevanti “quisquiglie”, “pinzillac-chere”, "a prescindere”, "parli come bada!” pronunciate da persone ragguardevoli (grandi aristocratici feudali, verso i quali nutre un’ammirazione incantata, attori del piccolo varietà, caporali, avvocaticchi imbroglioni, onorevoli, gagà di passaggio per Capri, burocrati sottogovernativi): particolarmente disinvolti i suoi congiuntivi, preziosissime le q. Usa doppi sensi pesantissimi, spesso evocanti il membro virile. Le sue esperienze estetiche sono il teatro all’aperto dei burattini, Pulcinella, i pupi, le bande di strada e i pazzarielli. Ama forsennatamente i fuochi artificiali. Ha una fede religiosa più animistica e superstiziosa che cattolicamente ortodossa. Vive in abitazioni fatiscenti, in baracche, o nelle case degli altri dove si intrufola volentieri con i pretesti più fantasiosi.

Non ha frequentato scuole continuativamente, la sua scuola è l’arte della sopravvivenza. Conosce Napoli, i suoi dintorni, essendosi spinto fino a Capri in cerca di gonzi, Cuneo, dove ha fatto il militare (quasi sempre consegnato, di ramazza). L’idea della morte gli è familiare, ci scherza, diabolicamente macabro, come sulla fame atavica.

Osservazioni

La figura di Totò nella storia del costume italiano è ormai ben definita, fino al libretto curato dal Fofi, che fa piazza pulita di alcuni luoghi comuni "neorealistici” e di malintesa difesa di privilegi estetici crociano-razzistici. La sua carica eversiva, la sua genialità interpretativa, la sua natura fantastica e burattinesca sono ormai dati di fatto incontrovertibili. Ma qui - senza inutili ripetizioni - varrà la pena di insistere sul Totò attore di rivista: si raccomanda allora un suo confronto con gli altri "grandi" comici del genere per notare il distacco da questi, tutti di estrazione e ispirazione piccolo borghese. Totò si inseriva nella rivista all’italiana, come elemento di disturbo, recuperato al massimo, e pericolosamente, nel rientro della fine degli anni cinquanta, come puro pittoresco. Si capisce come - istintivamente magari - Totò preferisse fare cinema, e il cinema plebeo e “volgare”, attraverso cui poteva trovare, sia pure indirettamente un pubblico complice e disteso, non curioso e “solo” divertito. Ma non si è ribadito abbastanza, e va sostenuto con forza, che il vero Totò, anche cinematografico, è quello della rivista (la rivista galdieriana, pre-garineigiovan-ninica), grazie alla libertà totale che la struttura aperta dello spettacolo di rivista lasciava a Totò, alla possibilità di scatenargli l’estro più aggressivo e oscenamente liberatorio (leggendarie le sue arrampicate sul sipario, i suoi gesti immensamente postribolari, le sue scorregge al pubblico delle prime file). “Ma la platea era con lui - scrive Vittorio Viviani - e diventava frenetica quando Totò, al finale, si metteva a fare il pupazzo, attraversava e riattraversava il palcoscenico al ritmo della fanfara dei bersaglieri, bersagliere e fanfara lui stesso, dirigeva l’orchestra con strepitosa furia o svagato puntiglio, e intimava la chiusura del sipario dopo aver imitato con gli occhi, con le mani, con tutto il corpo l’esplodere di fuochi pirotecnici in un oscuro cielo immaginario." La forza fisica dell’attore era un dato in più, essenziale e del tutto liberato (o quasi, mentre nei film la necessità di una storia, di un personaggio da far evolvere limitava di molto la carica d’urto). Anche l’accostamento di Totò al quadro “lussuoso” della rivista sortiva un effetto di contrasto prezioso. “In mezzo a tante donne belle Totò sembrava, con indosso la sua redingote color vecchio ombrello, veramente il pantin, il burattino" - annota in una sua recensione Orio Vergani - sottolineando proprio questo elemento di contrasto iperbolico su cui era costruito genialmente, anche suo malgrado, il Totò della rivista.


Fermo con le mani, il mio primo film, è del 1937. Poi dal 1950 ho fatto soltanto cinematografo. Però ci sono dei motivi. Allora il teatro cominciava un po’ a zoppicare, e poi viaggi e debutti che mi stancavano, mentre invece il cinematografo era più comodo, andavo a lavorare come un impiegato la mattina, la sera ritornavo a casa e mi piaceva; e anche l'aspetto finanziario era più favorevole. Dei miei film ne salvo una decina al massimo, il resto è tutto da buttar via. Io sono attaccato a Guardie e ladri, a Yvonne la Nuit, Napoli milionaria, L'oro di Napoli con lo sketch del pazzariello, questi sono dei bei film. E in Totò cerca moglie c’era uno sketch che mi riuscì molto bene. Poi Siamo uomini o caporali?, Totò, Peppino e la malafemmina... E più tardi La mandragola e Uccellacci e uccellini.

Embè, e vabbè, quando c'è la salute ... C'agg' a fa' mo'? [il primo provino di Totò]

Il mio incontro con il cinema avvenne in un ristorante. Due signori e una signora mi guardavano ridendo da un altro tavolo. Stavo per alzarmi e litigare quando seppi che uno di quei signori era Gustavo Lombardo.

Gli inizi miei del cinema a differenza di quelli del teatro furono leggermente scabrosi. Fui chiamato alla Cines di Pittaluga ed esegui il regolare «provino». Soltanto, un regista ebbe la brillante idea di dirmi che sarebbe stato bene che, con la faccia che Iddio mi aveva data, facessi tutto il possibile per imitare... Buster Keaton. Presi cappello in senso proprio ed in senso figurato, dichiarando che mi sentivo soltanto di fare... il Totò. Così ripresi il mio fardello di Pellegrino e tornai al mio varietà, formando la compagnia di riviste che agisce ormai da cinque anni.

Non mi faccio capace che la gente, per vedere un mio film, esca di casa, lasci le comode poltrone, calzi un paio di scarpe, magari pure strette, e paghi il biglietto. Ci penso spesso e mi commuovo. Umilmente ringrazio il mio pubblico, con la promessa che cercherò di fare sempre meglio.

La sceneggiatura: voi mettete solo frizzi e lazzi. Al resto penso io.

Se fossi regista vorrei far imparare le parti a memoria, come si usa in teatro. E pretenderei che il film fosse recitato come una commedia. Anticiperei il lavoro tutto nella fase delle prove. Quando lo spettacolo fosse stato messo a punto in ogni dettaglio, comincerei a girare. Sul canovaccio io ricamo, improvvisandole giorno per giorno, le mie battute. Sul palcoscenico questo è reso più facile dalla presenza stimolante del pubblico e dopo un certo rodaggio si impara quale è l'intonazione che ha maggior effetto, quale dev' essere la durata di una pausa. In cinema tutto avviene a freddo, non c'è la possibilità di verificare la validità di una frase. Con il mio sistema, il giorno che mi decidessi a fare il regista, l'attore, prova e riprova, riuscirebbe a mettere a fuoco la comicità improvvisata.

Faccio tanti film in cui sono costretto a inventarmi tutto; il mattino arrivo sul set e trovo che non c'è niente, debbo creare i lazzi, le battute, tutto da zero.

Molti miei film vengono proiettati nell' America del Sud, in Portogallo, in Egitto, in Svizzera e ora, anche in Francia. L'America del Nord, purtroppo, costituisce un circuito chiuso. Un po' di pazienza: chi va piano, va sano e va lontano.

La macchina da presa nei miei primi film io l'ignoravo. Recitavo come se fossi stato in scena. Certo, lo so, ero meno cinematografico di oggi, ero più teatrale. Ma non mi emozionavo durante le riprese. Mi impressiona il microfono: mi mette a disagio, mi viene la pelle d'oca, insomma mi fa paura.

Nel cinema la cosa scocciante sono i riflettori. Perché i riflettori, vedete, i riflettori incocciano, e io, io ho i capelli neri e lucidi e allora è un disastro. Poi l'attesa è snervante: quando si fa del cinema sembra che l'attesa - e il bello è che non si sa che cosa si attenda - rappresenti la parte più importante e necessaria del lavoro.

Io sono entusiasta del cinematografo, purtroppo non cosÌ dei miei film. Allora, secondo me, dei ritocchi anndrebbero fatti all' organizzazione per guadagnare temmpo e col tempo tante altre belle cose. Vedete, in fondo, il mio grande amore è ancora il teatro. Mi dovete credere, le più grandi soddisfazioni è stato il teatro a darmele e sapete perché? Perché il teatro è molto ma molto più difficile del cinematografo e quassù, su queste tavole, giochetti e finzioni non se ne possono fare.

Sono commosso, veramente sono lusingato e, come si dice a Napoli, questo premio che mi viene tra 'o capo e 'o cuollo cioè fra la testa e il collo, mi ha un po' commosso Sono veramente riconoscente alla critica cinematografica che me lo ha assegnato e a tutta la gente che è intervenuta. [Dopo aver ricevuto il «Nastro d'argento» per il migliore attore in Guardie e ladri]

Dei miei quarantadue film, sono rimasto soddisfatto di pochissimi. Giustamente la critica è stata spesso dura con me; se per l'avvenire sbaglierò, reciterò il mea culpa... ma spero proprio che questo non accada. Ho «chiuso» molto bene con la rivista e intendo fare altretttanto con il cinematografo. Non voglio più fare film «vietati ai minori di sedici anni», ç:ome non voglio più interpretare soggetti scadenti e di pessima lega ... Quanndo ho potuto, mi sono rifiutato di lavorare in film non di mio gusto. In questi ultimi tempi ho rifiutato diversi contratti: mi sono state fatte offerte per film come Totò e la balia, Totò-calcio, Pane, burro e marmellata... Ma, lo ripeto, non ho più nessuna intenzione di continuare la mia carriera cinematografica interpretando lavori dove non mi è offerta la minima possibilità artistica. Cercherò di profondere tutte le mie energie nella nuova produzione con la speranza di finire il mio capitolo cinematografico in bellezza.

Ottantaquattresimo film... purtroppo. Perché sono pochi ottantaquattro film. lo voglio arrivare per lo meno a duecento, duecentocinquanta... adesso vediamo.

Avrei potuto fare qualcosa di molto meglio di quello che ho fatto e invece, vede, ho fallito per aver fatto film troppo dozzinali, mentre credo di avere una vis comica non dico unica, ma rara. lo con la faccia posso esprimere tutto, invece ho trascurato questo e mi sono buttato a fare dei filmetti dozzinali che non mi hanno permesso di poter diventare internazionale. E ho fatto male. Un po' per pigrizia, un po' per i produttori italiani, i quali vogliono andare a colpo sicuro, perché quando il film incassava poco, cinquecento milioni, loro guadagnavano sempre perché rientravano bene nei costi. Quindi siccome i miei film andavano, loro giocavano sul sicuro. Poi un'altra cosa: noi non abbiamo i mezzi che hannno gli americani, i quali fanno i film comici con i mezzi meccanici. Noi no, il nostro cinema comico, siccome è povero, è basato sulle battute, sulle parole, sulle situazioni che non possono aver successo all' estero perché nella traduzione i significato si perde. E siccome il film deve durare un'ora e mezza, e si deve chiacchierare sempre, a un certo momento non si sa più cosa fare. Viceversa mi ricordo i simpaticissimi Stanlio e GIlio, che andavano a finire con i piedi nella pece, l'aeroplano cadeva quando uno era sopra e l'altro sotto, il somaro suonava il pianoforte, insomma tutte queste cose che in Italia non si fanno, perché da noi è tutto parole, parole, parole, con sceneggiatori da tre soldi i quali credono che sia sufficiente buttar giù delle pagine.

I produttori pare che abbiano trovato la formula per far quattrini: mettiamo Totò e tutto andrà bene. Per chi fa l'attore comico in Italia si cerca di sfruttare la situazione del momento, perché questo è il carattere della nostra comicità, il lazzo gratuito, lo spirito da fare sugli altri, su una situazione criticabile... Proprio perché la nostra comicità è di «attualità», giro film legati al temmpo con un filo sottilissimo: basta poi la forza di qualche anno che passa e questo filo si spezza, e il fatto vissuto comicamente perde la sua carica di divertimento.

Sono vittima di una situazione poco simpatica. Produttori senza scrupoli, soggetti decadenti, sceneggiatori improvvisati hanno creato il Totò dalla risposta facile. Quando ho voluto lamentarmene, c'è sempre stata una levata di scudi contro di me. Senta, lasciamo perdere, perché voglio restare amico con tutti ... Ma come si può dire che non avevo la buona volontà di fare dei buoni film? Ero il produttore, il regista? Quando Age e Scarpellli hanno scritto Guardie e ladri sono stato ben contento di interpretarlo. La critica dapprima non fu favorevole neanche a quello, e poi dovette cambiare parere.

Adesso il pubblico è molto più facile. Una volta si sudava sangue sui palcoscenici per strappare un applauso. Oggi mi sembra invece che ci siamo abituati a una certa mediocrità. Quel che è successo in fin dei conti annche in altri campi dello spettacolo. A molti cantanti atttuali vent'anni fa non gli avrebbero neppure lasciato aprire la bocca, li avrebbero arrestati. Questa facilità, questa mediocrità non sono colpa del pubblico. Siamo noi che l'abbiamo provocata. Prendiamo il mio caso. È stato il successo troppo facile a rovinarmi. Sono stati i produttori che hanno incassato un sacco di soldi con i miei film. Non ho mai avuto grandi attrici al mio fianco o buoni soggetti, per anni. Facevano delle porcherie e guadagnavano milioni, quindi non hanno mai pensato a fare meglio. Mi hanno detto che potevo diventare uno Charlot italiano. Li ringrazio, ma di Charlot ce n'è uno solo. È vero però che io sono un mimo nato, lavoro con la faccia senza trucco. Avrei potuto andare per il mondo con la mia faccia, far ridere tanta gente, com'è accaduto con L'oro di Napoli di De Sica o con Napoli milionaria di Eduardo. Mi hanno ridotto invece al ruolo di attore regionale: copioni creati soltanto per l'Italia, film che non costavano una lira. Sono stato male amministrato, il mio patrimonio di attore mi sembra che sia stato sciupato. Questo è il mio rimpianto.

Giravo quei film pensando che il mio successo sarebbbe durato poco: un anno, due, tre. Se nonché la cosa è andata avanti parecchio, nonostante tutto, e io sono rimasto così, con il desiderio di aver voluto fare qualcosa di più impegnativo sul piano artistico.

Spesso mi sono sentito dire che dovrei fare l'attore drammatico, ma io non sono d'accordo. Rappresento la vita, che è un mistero di comicità e tragedia, e quindi non capisco perché dovrei convertirmi da un genere alll'altro. La vita non si sceglie, si accetta.

Non mi sono provato mai a fare il regista, e non mi proverei mai. Fare il regista è tutta un'altra cosa. Si può essere un grande regista e un modesto attore. Abbiamo tanti esempi, il più grandioso è quello di Tulli che come attore era un cane, ma era un grande metteur en scène. Non ci ho mai pensato. E poi c'era un altro motivo: io sono un pigro, sono un uomo pigro, e invece il regista deve alzarsi la mattina presto prima degli altri, poi gli altri vanno a casa a divertirsi o a riposarsi e invece lui deve studiarsi il copione, le inquadrature ... Però per il cinema ho scritto qualche sketch, qualche cosa ... Ho scritto qualche film, ma non porta il mio nome, perché l'ho sempre ritenuto controproducente. E poi molto spesso il nostro pubblico è cattivo, crede che uno voglia darsi delle arie ... Tutti i co .. miei scrivono qualche cosa da sé e sono i migliori autori. Anch'io ho fatto qualcosa, senza che il mio nome figuri, ad esempio Totò Peppino e la ... malafemmina, Siamo uomini o caporali? e altri ancora...

Recitare, lavorare è la mia vita. E quando recito sono paziente: appena terminata una scena corro dal regista per sapere se sono stato bravo. Lo so che non ho fatto dei bei film; alcuni sono addirittura bruttissimi. Ma sono un attore, uno strumento in mano a un regista.

La colpa, soprattutto, è mia. Perché io sono stato un indolente... A me mi davano il copione, io non lo leggevo nemmeno, andavo a lavorare così... e quindi sono stato sfruttato un po' commercialmente, ma, ripeto, la colpa è mia.

Alcuni produttori poi sfruttavano il filone di successso. Per esempio, dopo "Divorzio all'italiana", c'è stato "Matrimonio all'italiana", "Ménage all' italiana", "La zia all' italiana", "Il battesimo all'italiana" e tante altre cose. Poi è venuto 007,008,009,010, doppio zero. Quell'altro film, "Un pugno di dollari", "Un dollaro falso", "Due dollari e mezzo", "Tre dolllari e 75 centesimi", fino a stancare il pubblico e, magari, rovinare il povero attore, meschino... Non vado mai al cinema: primo perché lo faccio, e secondo perché ci vedo ormai così poco che, per distinnguere le immagini sullo schermo, dovrei mettere una sedia proprio sotto al telone.

Chiudo in fallimento, caro amico. Avrei potuto diventare un attore internazionale... Credo di avere una vis comica naturale... Ma non ho fatto niente... Sono un uomo sconfitto...

Sono ormai all'età in cui si tirano le somme e non ho fatto nulla. Sarei potuto diventare un grande attore e invece su cento e più film che ho girato, ve ne sono di degni non più di cinque. Ma anche se fossi diventato un grande attore, cosa sarebbe cambiato? Noi attori siamo solo venditori di chiacchiere. Un falegname vale certo più di noi: almeno il tavolino che fabbrica resta nel tempo, dopo di lui.


Riferimenti e bibliografie:

  • "Quisquiglie e Pinzellacchere" (Goffredo Fofi) - Savelli Editori, 1976
  • "Tutto Totò" (Ruggero Guarini) - Gremese, 1991
  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "I film di Totò, 1930-1945: l'estro funambolo e l'ameno spettro" (Alberto Anile), Le Mani-Microart'S, 1997
  • "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
  • Che cosa ne dice lo psicologo - AMIAMO IN LUI L’UOMO TUTTO LIBERO - Pier Angelo Morlotti, 1971
  • "Siamo uomini e caporali - Psicologia della disobbedienza" (Salvatore Cianciabella), Franco Angeli, 2014
  • "Totò, l'uomo e la maschera" (Franca Faldini - Goffredo Fofi) - Feltrinelli, 1977
  • "Totò si nasce e io, modestamente, lo nacqui" (Marco Giusti) - Mondadori, 2000
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