C'ERA UNA VOLTA IL MONDO

(1947)

Scheda dell'opera

Titolo originale C'era una volta il mondo (1947)

  • Testo: Michele Galdieri, rivista in due tempi e 22 quadri
  • Regia: Michele Galdieri
  • Interpreti: Totò, Elena Giusti, Irene D'Astrea, Isa Barzizza, Bruno Berri, Emilio Brunetta, Peppino De Martino, Harry Feist, Giacomo Rondinella, Mario Castellani, Mario Riva, Renata Negri, Assunta Nucci, Guido Guidi, Margit e Margot, Gilda Marino, Nino Merideis, Ivan Nagel, Renata Negri, Assunta Nucci, Pino Paratore, Rosetta Pedrani, Maryka Rovsky, Ennio Sammartino, Ginger Stuart, Dante Toscani, Clara Unghy, Balletto Corgray, Silva
  • Musica: M.o Nino Brero, su musiche originali di Abel, Barberis, Barzizza, Bonaceo, Brero, Caslar, D'Anzi, Fusco, Mascheroni, Pomeranz, ecc.
  • Cortumi: Lucia Boetti
  • Scene: Parravicini, Pierangeli, Santocito (Roma)
  • Velluti: A. Finzi, Milano
  • Compagnia: Compagnia Totò-Barzizza - "Spettacoli Errepi"

Sketch, quadri e notizie

Spunto narrativo:la rivista ha un filo conduttore. Muove dal mondo di prima, che era una sorta di paradiso, e lamenta che quello di adesso è un inferno. Per quale ragione? E Plutone manda un arcidiavolo a rendersi conto di tanto guaio. L'arcidiavolo e Totò il quale sale sulla Terra per vedere dove mai si sia nascosta la felicita di un tempo. La cerca dovunque, fra volti e maschere, fra camelie e rose e grazie femminili, fra le diaboliche figurazioni di un ballo mascherato delle nazioni ahimè, l'una contro l'altra armate e tutte dimentiche dei recenti incubi e dei passati i dolori: la cerca anche fra l'aria pura di Capri dove si sbollentano i superuomini e le super donne della mondanità effemminata e ridicolamente pagana e la ricerca persino sotto i ponti dei fiumi che fluiscono in una sgargiante teoria di figuranti e di ballerine che chiude la prima parte della rivista.
Ma l'arcidiavolo Totò è instancabile: ripreso lo spettacolo non rinuncia all'impresa, va in traccia dell'inafferrabile mito fra i misteri d'Egitto, fra le rose fiorite, fra i gioielli scintillanti, tra i rimpianti dell’abolita Consulta Araldica, nei vigneti lussureggianti della locanda di Mirandolina, nel vagone letto dei rapidi; dappertutto. Non sa più dove frugare, finché la trova nell'imprevisto. Le campane della felicità, quelle da cui escono le girls e Totò concludono nella passerella finale la rivista, che non si risparmia qualche frecciata allo Scrittore che non intende rinunciare al filo conduttore e a De Sica che con il film Umberto D non offre una buona immagine dell’Italia. Qualche accenno a Filumena Marturano, che aveva debuttato a Napoli appena un mese prima. Della politica contemporanea si mette in parodia il ritorno degli ebrei in Palestina, mentre la Società delle Nazioni compie un ballo in maschera. Significativo, per la storia araldica di Totò, il quadro in cui da Montecitorio esce la Consulta Araldica abolita e si piange sull’abrogazione dei titoli nobiliari.


QUADRI DELLA RIVISTA
C'era una volta il mondo... in paradiso, fra stelle d'oro e nuvole di raso,Dov'è la dolce sfinge misteriosa?
E adesso? Adesso dentro il cuor del mondo s'è aperto un altro inferno, e più profondoÈ in un gioiello, o forse in una rosa?
Forse perchè Plutone vi mandò quel povero (arci) diavolo di Totò...Dov'è? Nella politica fatale, ovvero in un casin... municipale? 
Comincia con un'effe... (Honi soit...)È forse in un cilindro d'un barone che deve dire addio al suo blasone?
Quaggiù, tra volti e maschere (d'argento), camelie bianche (centenarie alquanto)È nelle accese vigne di Marino...
Camelie rosse e femminilità...o in una galoppata in sella al vino?
Totò va in cerca di felicitàNella locanda di Mirandolina...
...fra le diaboliche figurazioni d'un ballo in maschera (delle Nazioni)...o sui binari d'una stazioncina?
...fra l'incubo, il ricordo, la paura...Totò la cerca, pure in wagon-lit
...la cerca invano, pure all'aria pura di Capri (dove il mondo perde i lumi)Perbacco... era nascosta proprio lì!
O sotto i ponti dei più grandi fiumi?Nell'imprevisto è la felicità... Solo per questo il mondo ci sarà!

Lo sketch dell'esistenzialista caprese viene riproposto, riadattato e modificato, nel film Totò a Colori (1952). Luano (Totò) viene introdotto nel salotto di una ricca snob in cerca di marito e gioca con il gergo e la moda intellettuale del momento, non risparmiando autori e titoli di tutto rispetto (I atto).

Dopo una coreografia sulla stazione ci troviamo in un vagone letto a assistere ad una convivenza ravvicinata fra {tip Lo sketch del vagone letto - (click per leggere l'articolo completo)}Totò e un Onorevole{/tip} che viene gradatamente spogliato di ogni velleità e privilegio che il suo titolo potrebbe suggerire. Le cose si complicano quando i due devono ospitare una bella sconosciuta, che, nel quadro successivo con Plutone, si svela come la Felicità (II atto).


In questa rivista troviamo alcuni dei più famosi sketch della carriera di Totò, tra cui Il manichino e La carica dei Bersaglieri, poi ripresi anche nella rivista Se fossi un Dongiovanni e nel film I pompieri di Viggiù. In particolare in questa rivista viene presentato per la prima volta il famoso sketch del Vagone letto, con Isa Barzizza e Mario Castellani, poi ripreso nella rivista successiva (Bada che ti mangio!) e nel film Totò a colori del 1952. Lo sketch ebbe un tale successo di pubblico che, durante lo svolgersi della tournée, Totò volle ampliarlo dagli otto minuti della durata fino ad oltre tre quarti d'ora, in gran parte improvvisando le battute.

Totò è nei panni dell’Arcidiavolo uno spirito maligno, che nutre le sue radici di comico nelle profondità viscerali della terra, come sembra suggerire il prologo: «Ma tu sapessi quant’ero bello! Ricciutello... grassottello... paffutello. Parevo pittato da Raffaello... con due scelle piccerelle, due braccelle cicciutelle... Ah stavo sempre così [piglia la posa degli angioletti da presepe]». Prima del viaggio due diavoli gli consegnano «gli indumenti classici e gloriosi dell’attor comico Totò» ed egli si spoglia, sollecitato da Plutone, degli abiti da diavoletto seguendo i consueti ritmi della «cammesella». Come esistenzialista invece si presenta in short, camicia a dragoni, rete a tracolla, sandali d’oro ecc.


Antonio de Curtis torna in una rivista di Galdieri, condividendo il nome in ditta con le due prime donne, Elena Giusti e la ritrovata Isa Barzizza. In C’era una volta il mondo (con prima al glorioso Valle di Roma, il 21 dicembre 1947) il comico è addirittura un demonio, l’Arcidiavolo Totò, partito dall’inferno per cercare la felicità nell’Italia del dopoguerra: si traveste da gagà esistenzialista per mescolarsi alla bella società caprese, contende a un onorevole un vagone letto, scherza addirittura sulla recente abolizione della Consulta Araldica, argomento arduo per il principe de Curtis. Il Nuovo di Milano, che non faceva esauriti da tempo, è strapieno. Raul Radice lamenta il conformismo e la mancanza di coraggio del testo, che prende di mira solo le Nazioni Unite, ma le lodi a Totò sono unanimi. Il numero chiave è quello del wagon-lit, variante ferroviaria della Camera fittata per tre, dove il terzo incomodo tra Totò e l’onorevole Trombetta (Castellani) è l’affascinante bionda (Barzizza) che chiede asilo nello scompartimento a due letti. Partito con una durata di dieci minuti, lo sketch diventa replica dopo replica un vero e proprio atto unico, ampliato e perfezionato per accumulazioni progressive.

Lo sketch torna varie volte nel cinema: in Totò a colori di Steno (1952), dove c’è anche lo sketch degli intellettuali blasé nella villa caprese che torna anche in Totò all’inferno (1955) e in Totò a Parigi (1958), ambedue di Camillo Mastrocinque.

Tornando alla rivista, la coreografa austriaca Gisa Geert inventa due enormi campane che sul palco, ad ogni oscillazione, rilanciano sulla ribalta due nuove ballerine. Sarà un'idea ripresa e ripetuta più volte nei teatri di rivista. La scena fu registrata per il film I pompieri di Viggiù.

Demonio senza sovrastrutture, Totò umilia in tutte le maniere il povero deputato, lo smonta e lo manomette, lo prevarica, lo rende badante dei propri starnuti; alla fine (diversamente dalla versione cinematografica) lo butta dal finestrino e rimane da solo con la donna. L’aggressività di Totò va oltre la ribellione delle classi subalterne: è anarchia funambolica, regressione infantile, scapricciamento egoistico, forza naturale e amorale.

Totò è in coppia con Isa Barzizza. Lo sketch «del manichino» e il finale sono direttamente documentati nel film I pompieri di Viggiù, di Mario Mattòli (1948), un film che compie un viaggio nell’Italia della rivista valendosi di un filo conduttore fornito da un plotone di vigili del fuoco, che tenta di riscattare il proprio onore dal ridicolo che l’omonima canzone vi ha gettato sopra.

1947-1949. Pubblicità delle riviste 'C'era una volta il mondo' e 'Bada che ti mangio!' (Roma, collezione Vincenzo Mollica)


Qualche volta vedo la televisione, anche se non è proprio il mio hobby quello lì... Faccio una vita quasi monacale, nel senso che non vado in nessun posto, non esco... L'altra sera, giovedì scorso, mi sono tanto arrabbiato perché in un quiz hanno interrogato un ragazzo che si è presentato sulla rivista. Gli hanno fatto questa domanda: «Nella compagnia Totò c'erano quattro attori, chi erano? E quale era il nome dello spettacolo dove c'era una fontana che costava cinque milioni?» Il ragazzo ha risposto benissimo, i quattro attori erano Mario Castellani, Mario Riva, Elena Giusti e Isa Barzizza e lo spettacolo era "C'era una volta il mondo". Viceversa gli hanno detto che non era quello lo spettacolo. Ma era la compagnia mia... e chi può essere più esperto di me? La scena della fontana venne ripetuta qualche volta in "Bada che ti mangio!", ma venne fatta esclusivamente per "C'era una volta il mondo". E sia nella prima edizione che nella seconda c'erano questi quattro attori. Quindi il ragazzo ha risposto benissimo. Io ho telefonato a Milano, loro mi hanno chiesto scusa due volte. Ma non era esatto... Io per l'ingiustizia mi sono talmente arrabbiato che non ho dormito tutta la notte.

Antonio de Curtis


In alto lo sketch del manichino, tratto dal film "I pompieri di Viggiù. Sotto, La scena integrale e completa del Wagon Lit, uno sketch nato in teatro molti anni prima, su cui è nata tutta una letteratura e che può essere studiato da tanti punti di vista, primo tra tutti quello della grandezza recitativa di Totò, che riesce a immettere nell'episodio una carica comica straordinaria, fatta di impercettibili movimenti e di tonalità linguistiche esilaranti, di non-sense e di battute fulminanti (quel trombone di suo padre, c'è a chi piace e a chi non piace, sono un uomo di mondo. Ho fatto tre anni di militare a Cuneo, parli come badi, ecc.) in un crescendo e in un complesso recitativo di altissima scuola. 

Così la stampa dell'epoca

1947 02 15 Film intro

C'è già chi pensava di rivedere la Magnani con Totò: non se ne fa nulla: e pazienza!

Lugete, Veneres Cupidinesque: piangete, o Veneri e Cupidi..... Reminiscensa degli studi di latino della seconda (o della terza ?) ginnasiale. Ma gii anni passano e non si piange più, con Catullo, il passerotto morto e la mestizia d’una fanciulla. Ora le Veneri e i Cupidi, impersonati dal pubblico del teatro di rivista, piangono Anna: Anna, che, chissà per quanto, non vedranno più, e la sua arguzia straripante, e le sue canzoni romanesche (cantate, si, con una voce che richiamava alla mente l'aspro cigolar delia carrucola d’un pezzo, ma ocotona di sentimento e di malizia). Che? Si ritira forse dalla scena, Anna Magnani? Ma no, figuratevi. Proprio adesso che gli americani han voluto proclamarla «attrice mondiale» cingendole di lauro gli scarmigliati e gorgonici capelli! Che scherzate? E' il «suo» momento.

E allora? S’accinge forse a calpestare la tolda d'una nave che la porterà al cospetto dell'Empire State Building, non prima che la statua della libertà abbia, a dispetto della sua tradizione di immobilità, agitato la fiaccola ai suo passaggio? No, nemmeno.

Insomma, c'era chi ricordava Anna Magnani al fianco di Totò. Tempi belli di Volumineide, (ricordate? Perchè, a prescindere dal fascino del pataccone di cui è insignita Anna nostra, non riformare quella coppia? Sarebbe stato un successo sicuro: e già «i tre G» — Galdieri, Giovannini e Garinei — uniti in un patto... be’, diciamo di bronzo, si accingevano al lavoro, quando...

Al dunque : non se ne fa nulla. Perchè? Ecco. Prima fase: la Anna, forte dei diritti conferitile dal suo titolo di campione mondiale, spara le sue artiglierie.

Trentamila al giorno, e col contratto di prosa. A scanso di equivoci da parte di qualche profano, bisogna stabilire che le trentamila son lire di paga, e non bruscolini da vendere in teatro, durante l'intervallo (ammesso che nei teatri dove recita la Magnani si possano vendere i bruscolini : o, meglio, per i profani, semi di zucca abbrustoliti). Il contratto di posa prevede una corresponsione di quattrini supplementare per le recite doppie festive e non prevede i quattro riposi mensili della rivista. Per cui la paga della Magnani, teoricamente fissata in trentamila, sarebbe praticamente salita a trentasei-trentasette (mila, sempre mila, e giornaliere). Ma Romagnoli, che decisamente ci tiene — e questo è lodevole — ad essere lo Ziegfield italiano, e per questo sta radunando tutte le più forti firme della nostra rivista, ivi comprese, quelle di Wanda e di Totò, finì per accettare.

E accettò anche Totò — oh, meraviglia! — sebbene il suo emolumento fosse inferiore. Senonchè, non erano finiti i guai. Si giunse alla seconda fase: cioè alla denominatone della compagina. E qui la «Anna mondiale» superò se stessa. Ordinò il fuoco alle sue batterie, e Romagnoli si vide arrivare un proiettile cosi concepito: «La compagnia porterà, come ditta, il nome di Anna Magnani». Cosi, insomma: Gli spettacoli «R.» presentano la compagnia di Arma Magnami, con (e qui tutta la sfilza dei nomi e con la partecipazione straordinaria di Totò». A questa richiesta, il già chilometrico mento di Sua Altezza Totò si allungò di qualche altro decimetro, e ci fu un silenzio foriero di tempesta. Boi Totò, con voce cavernosa, disse: «A prescindere fa d’uopo, ma io non ci sto. Io sono Totò, a non «con Totò» che, scherziamo?». E qui bisogna ammettere, per quanto in tempi di repubblica, che il principe aveva ragione.

Peccato, sarebbe stata una gran bella compagnia! Ma è cosi difficile far capire agli attori, dopo un bel successo, qual’è la zona di tolleranza nella quale devono fermarsi? Qui i casi sono due. O la Magnani, avendo altre proposte o altri impegni, magari cinematografici, ha voluto cavarsi d'impaccio formulando proposte, che lo sapeva a priori, erano inaccettabili, (ma ha commesso, in tal caso, una scortesia verso il suo collega Totò che certamente non vale meno di lei in rivista, anzi...), oppure l’euforia per di meritato pataccone conferitole dagli americani è tale da farle perderà ogni senso della misura.

Mario Casàlbore, «Film», anno X, n.7, 15 febbraio 1947


Risposta all'articolo pubblicato su "Film" del 15 febbraio 1947 a firma di Mario Casalbore, da parte di Roberto Rossellini

Roma, marzo 1947

Caro Direttore,

ho letto l’articolo, a vero dire piuttosto volgare ed ingiustificato che Mario Casalbore ha diretto ad Anna Magnani. Non ho né l’autorità né tanto meno i dati per ribattere le accuse di carattere contrattuale che il Casalbore accampa per dare credito alla sua tesi contro la Magnani. È tuttavia evidente che il giornalista difende una tesi che rispecchia soltanto unilateralmente il dissenso fra la Magnani e Totò.

Quello che mi preme sottolineare è il carattere dell’articolo: la mancanza di rispetto verso una attrice che ha largamente meritato non solo in Italia ma anche all’Estero. Un’attrice ch’è stata premiata in America come la migliore del 1946 (premio che ci onora e ci dovrebbe inorgoglire, ch’è stata apprezzata dagli spettatori dalla critica di tutto il mondo e che ci sembra meriterebbe da parte della stampa italiana un trattamento migliore.

Il nome della Magnani è oggi un nome di portata internazionale: è giusto che l’attrice difenda la sua posizione e la sua notorietà. E se la sua condotta qualche volta dà adito a dei rilievi, si facciano pure rilievi e critiche: ma seriamente e sul piano della più leale documentata probità giornalistica. La prego di pubblicare la mia lettera sul suo giornale.

Con molti ringraziamenti.

Roberto Rossellini


1948 02 01 L Europeo C era una volta il mondo intro

Il teatro del dopoguerra è la rivista.

Un «tutto esaurito» al Nuovo di Milano non si vedeva da molti mesi, gli spettacoli di prosa non esercitano quest’anno una attrazione che consenta loro di arrivare a tanto. A esaurire il teatro non riuscirono Ruggeri, nè la compagnia di Sarah Ferrati, nè Dina Galli.

C’è riuscito Totò, con un anticipo di due giorni, per la recita della nuova rivista di Galdieri C’era una volta il mondo. E c’è riuscito, naturalmente, aumentando i prezzi. La sera della prima, il pubblico fece a pugni Per conquistarsi un posto in piedi e molti dovettero rinunziare ad avvicinarsi al botteghino. Chi era andato alla Scala per la prima della Norma, data nella stessa sera, in fondo se ne rammaricava e pensava di rifarsi, come difatti fece, alla seconda rappresentazione. Altro esaurito, altre migliaia di facce sudate a osservare le quali si pensava che nel corso delle repliche sarà possibile ridurre il riscaldamento nonostante la temperatura, fuori, sia alquanto ribassata. Un concorso così imponente di pubblico oggi fa paura, perciò si spiega in teatro la presenza di tanti militi della Celere. Intervento precauzionale. Per una buona commedia ne bastano un paio, per una rivista di Totò ne occorre almeno una ventina. E poiché in platea non si verificano incidenti, si divertono anche loro.

Lo straordinario concorso del pubblico agli spettacoli di rivista, è uno dei più imponenti fenomeni di questo dopoguerra. Wanda Osiris, Macario e Totò riscuotono consensi che i migliori cantanti e i migliori attori del giorno d’oggi non saprebbero neppure immaginare. Non si dice che questi tre mimi, queste tre maschere da molti anni conosciute, senza dubbio singolari, non meritino il successo. Lo meritano, e tra l’altro se lo sono faticosamente guadagnato. Non ci si meraviglia nemmeno che tanta gente vada ad assistere ai loro spettacoli, e certo non la si rimprovera per questo. Una questione, o meglio una domanda di questo genere, non avrebbe senso se ai dramma e alla commedia il pubblico non affluisse non soltanto meno numeroso, ma anche meno attento e sempre più svogliato. Il pubblico si allontana dalla prosa, e le ragioni sono più d’una. Ma, indipendentemente dalla legittimità di queste ragioni, è anche vero che il pubblico ha eletto a suoi campioni la Osiris, Macario e Totò. E li ha eletti a motivo d’uno stato d’animo diffuso. non sempre definibile ma però evidente, nel quale la adesione a questi attori, la simpatia e la loro bravura operano soltanto in parte. Totò, Macario e Wanda Osiris sono, loro malgrado, i divi della sconfitta.

Su Totò, sulla sua acrobazia metafisica, sulle sue risate gutturali, sui suoi occhi rotanti, esiste ormai una letteratura della quale si fece capostipite, più di quindici anni fa, il candido Cesare Zavattini. Totò è un clown stupefacente. ed è un mimo di razza. Ma ciò che in lui permane di originale, in lui come in Macario era già acquisito ai tempi dei caffè-concerto. Entrambi erano allora perfetti entro limiti ben definiti. Poi venne l’ora dei grandi teatri, dei palcoscenici enormi sui quali l’uomo solo diventa piccino e si smarrisce. I fondali rozzamente dipinti non bastavano più, due compari erano pochi, miseri i quattro strumenti dell’orchestra. Per far corona a sè stessi incominciarono a congegnar spettacoli con qualche pezzo di contorno, qualche balletto e qualche congegno scenografico. Di volta in volta si è cosi arrivati ai quadri abbaglianti, allo sfarzo dei costumi, agli eserciti di ballerine. Ogni nuova rivista è come un enorme palazzo nel quale di tanto in tanto il sipario si apre sulla stanzetta dei Totò e del Macario di un tempo.

Se quella stanzetta piaccia più dei resto è difficile dire. Il conformismo è un vecchio male al quale gli autori di riviste si sono presto adattati. Ci si è adattato anche Galdieri che con la sua scioltezza romanesca, finita la guerra, era sembrato tra i meglio indicati a ridar vita al genere satirico. Poteva uscirne qualcosa di vivo e di interessante; ma i proprietari di teatri e di compagnie, si capisce, non desideravano avere i carabinieri nei corridoi tutte le sere e vedere andar all’aria le poltrone. Meglio cambiare argomenti. Le sinistre sono tabù. Dei demo-cristiani non c’era da temere, ma a lasciarli stare si può sperare che chiudano un occhio sulle nudità delle ballerine, tenendo l’altro aperto. Del liberali non ride nessuno. In queste condizioni fanno le spese della politica le Nazioni Unite, che non sono permalose; e i morti dei quali fino a ieri non si diceva niente, cosa tetra. Il pubblico ci si abbandona soddisfatto. E’ bello non aver noie, credere alle favole di cartapesta, tra un doppio senso e l’altro sentir cantare quattro blande insolenze alla faccia di Molotov. « Era ora che gli si parlasse chiaro », sembrano dire gli uomini dai cinquantanni in su che formano la metà dell’uditorio Poi aspettano la sfilata delle ballerine. le quali sono molte, giovani e giovanili, ma si riducono a cinque o sei tipi, coinè del resto la maggioranza dell’umanità femminile. Renata Negri, che viene dalla prosa, ha i tratti della scrittrice Marise Ferro. E tra le ballerine vere e proprie, almeno un paio somigliano a Maria Pezzi, disegnatrice di figurini di moda.

Raul Radice «L'Europeo», anno IV, n.5, 1 febbraio 1948


1948 12 04 Tempo intro

La comicissima mimica di Totò, sbizzarritasi alla Kongresshaus di Zurigo, ha riscosso un successo internazionale. Americani, olandesi, inglesi e persino gli stessi contegnosi svizzeri si sono abbandonati a un riso irrefrenabile

Nel porgere il passaporto Totò, che sino allora aveva scherzato, si fece serio e dovette « rettificare » la posizione della mascella: la foto-tessera del suo documento è contegnosa e il funzionario non lo avrebbe riconosciuto.

1948 12 04 Tempo 001

La sorpresa, del resto, fu reciproca. Quando a Zurigo apparvero i manifesti gialli in cui spiccava a caratteri cubitali il nome, a color rosso, del comico italiano, i bravi tifosi del calcio fecero capannello incuriositi pensando che la direzione del concorso prono-stici avesse bandito qualche nuova regola o qualche nuovo premio. Appresero invece che alla Kongresshaus il noto comico italiano Totò si sarebbe esibito per la prima volta a Zurigo.Zurigo, novembre 1948. Il primo incontro fra Totò e il pubblico svizzero avvenne la scorsa settimana in modo alquanto curioso. Quando Totò entrò in territorio elvetico, a Chiasso vide aSissi manifesti dovunque: Toto, Toto, Toto. Mancava per la verità l’accento sull’ultima sillaba, ma quel nome sbandierato ovunque, sui muri, nelle vetrine e persino negli scompartimenti provocava un certo compiacimento nell’animo di Sua Altezza che si riteneva così popolare ancor prima del debutto. Ma fu a Zurigo, lungo la Bahnhofstrasse che Totò provò una piccola delusione quando gli dissero che la parola così somigliante al suo nome corrispondeva alla SISAL degli sportivi svizzeri. « Toto » era né più né meno che l’abbreviazione di « Totocalcio *.

Totò era preoccupato. Non sapeva esattamente con chi aveva a che fare, quali sarebbero state le reazioni della platea davanti alla sua comicità, alla sua mimica, alle sue battute. Tutto a Zurigo appariva freddo, preciso, pulito, cronometrico.

Tutto questo impensieriva Totò. E l’ambiente non era né francese, né spagnolo, e tanto meno italiano. Non un estro, non uno slancio, non un entusiasmo. Totò era il Vesuvio trasferitosi, dopo diverse ore di treno, sulle sponde della Limat, un fiume grigio e senza un riflesso azzurro. Napoli era molto lontana. I tre responsabili della rivista, incappottati e infreddoliti, ci ridevano sopra sfogandosi tutti con frizzi partenopei: Remigio Paone, Michele Galdieri e Totò.

1948 12 04 Tempo 002
1948 12 04 Tempo 003

Così egli dovette affrontare questa platea e si presentò con l’aria di un pugile che sa di dover sferrare molti colpi prima di giungere al bersaglio. Quando si portò sulla passerella la prima volta vestito da arcidiavolo con un mantello viola e la bombetta in testa, la sala del Kongresshaus lo guardò stupita. Gli gli italiani presenti avevano applaudito i primi lazzi napoletani. Poi Totò cominciò a roteare gli occhi sul corpo fresco e provocante di Isa Barzizza. La prima fila cominciò a sorridere.

Allora Totò capì che il ghiaccio di quella platea era rotto. Pensò di uscire con tutte le sue trovate pulcinellesche nel giro di un’ora. Nel primo tempo il comico tirò fuori come dal cappello magico di un prestigiatore tutti i frizzi, le mosse, le trovate, le battute inventate nella sua carriera. Rievocò il Pinocchio di una rivista passata (« Volumineide » di Galdieri) e apparve non più come una figuretta umana o grottesca, ma come un autentico burattino animato. Mai vista a Zurigo probabilmente sino allora una simile marionetta che terminava la sua camminata paralitica andandosi a rovesciare contro il muro. Qui le risate traboccarono oltre la prima fila e fu proprio il settore più lontano della sala, il pur educatissimo "loggione”, che chiese ad alta voce il « bis ». Totò sentì di aver nelle mani il pubblico e concesse quel « bis » con nuove mosse e con un ritmo più esasperato. Poi recitò lo scherzo comico di Capri, parlò in italiano, in francese, in napoletano, inventò una lingua strana che riassumeva due lingue e un dialetto e storpiava un po’ il tedesco. Cominciò una signora americana a dimenarsi sulla poltrona lasciando cadere la pelliccia. Poi un grosso zurighese con la figlia ruppero le convenienze di ogni formalità e risero a crepapelle, e i vicini, dapprima compostissimi, furono trascinati nei gorgo dell'ilartà. Tòtò ogni tanto sostava per ascoltare l’effetto di una mossa o di una battuta, aggiungeva al copione quanto gli suggeriva l’estro.

La compostezza zurighese era finita dietro gli occhiali di quel critico intransigente che notava appunti su appunti ad ogni quadro. L’educazione dei turisti era rimasta sulle poltroncine. Rideva e urlava il pubblico più freddo che Totò avesse mai incontrato.

Piero Farné, «Tempo», anno X, n.49, 11 dicembre 1948


«Ciò che Totò riesce a fare a questo punto è inaudito: si tratta forse della più completa e perfetta pagina della sua carriera e nemmeno Einstein potrebbe definire le dimensioni della sua comicità: quello sternuto mancato, quelle valigie che volano, quell'infallibile meccanica. Bisogna vederlo: egli fracassa tutti gli schemi dei nostri pensieri quotidiani, della nostra logica, delle nostre convenzioni, come altrettanti cerchi di foglio. Formidabile. La platea squassata dalle risa; urla di giubilo.»

Angelo Frattini, critico teatrale, 1947


«Il tandem Galdieri-Totò è ormai da molti anni uno dei più felici del nostro teatro di rivista. E' quindi con un certo dispiacere che abbiamo dovuto constatare in esso evidenti sintomi di stanchezza. C'era una volta il mondo [...] soffre innanzitutto di una eccessiva lunghezza, difetti facilmente eliminabili, ma soprattutto di povertà inventiva e di insufficiente forza comica. Ce ne dispiace per un rispettabile uomo di teatro come Galdieri, che vediamo ancora irretito in schemi vecchi di dieci anni o indulgente a battute dichiaratamente fasciste per strappare un applauso, sia pur contrastato, ad alcuni nostalgici delle poltrone. Eppure proprio noi siamo convinti che egli può fare di più e di meglio, mettendosi alla testa con coraggio di un movimento di rinnovamento morale e tecnico in questo campo così suscettibile di sviluppi. Ormai in Italia cominciamo ad avere un buon numero di elementi di valore. Si tratta solo di dare a quelli già apprezzati ed a quelli in via di maturazione, le possibilità pratiche di fare e dire qualcosa di nuovo. E' il caso di Totò, uno dei più genuini eredi della grande tradizione comica italiana, capace ancora di tenere il pubblico (per quattro ore) con gli stessi mezzi di dieci anni fa [...]»

«L'Unità», Roma, 23 dicembre 1947


«Seconda settimana di grande successo del comico Totò e di repliche affollatissime con la rivista di Galdieri "C'era una volta il mondo valorizata da un complesso artistico di prim'ordine. Stasera alle 21 undicesima replica.»

Il Paese, 20 maggio 1948



Nel novembre del 1948 Remigio Paone propone a Totò una settimana di recite alla Kongresshaus di Zurigo, in italiano davanti a un pubblico di lingua tedesca. Totò ripropone Pinocchio, Un salotto a Capri, il vagone letto, raccogliendo un enorme successo, moltiplicando di sera in sera gli incassi del teatro.


E invece lo apprezzarono tantissimo! Ricordo che durante quella settimana di spettacoli qualcuno registrò le reazioni del pubblico, ed erano delle risate che sembravano quasi la registrazione di un cataclisma tanto eran forti: nello sketch del vagone letto la gente si divertiva, evidentemente, con la mimica di Totò che riusciva a trasmettere la sua comicità al di là delle parole. Sì, avemmo un grande successo.

Isa Barzizza


Galleria fotografica


Servizio fotografico di Fedrico Patellani alla danzatrice Silva, nel corpo di ballo della rivista "C'era una volta il mondo"


Ricostruzione delle rappresentazioni della rivista nelle varie città italiane


TITOLO DELL'OPERATAPPE

C'era una volta il mondo

Rivista in due tempi e 22 quadri di Michele Galdieri

Compagnia Totò-Barzizza - "Spettacoli Errepi" di Remigio Paone

Roma, Teatro Valle, 20 dicembre 1947 - 11 gennaio 1948

Genova, Teatro Augustus, 4-15 marzo 1948

Milano, Teatro Nuovo, 21 gennaio - 2 marzo 1948

Roma, Teatro Valle, 11-30 maggio 1948

Kongresshaus Zurigo, dicembre 1948

Torino, Teatro Lux, 18-28 gennaio 1949


Riferimenti e bibliografie:

  • "Quisquiglie e Pinzellacchere" (Goffredo Fofi) - Savelli Editori, 1976 «Un salotto a Capri», «L’onorevole in vagone letto», pp. 213-224.
  • "Tutto Totò" (Ruggero Guarini) - Gremese, 1991
  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
  • "I grandi comici", «Il vagone letto», pp. 71-81;
  • Mario Casàlbore, «Film», anno X, n.7, 15 febbraio 1947
  • Raul Radice «L'Europeo», anno IV, n.5, 1 febbraio 1948
  • Piero Farné, «Tempo», anno X, n.49, 11 dicembre 1948
  • "Totò partenopeo e parte napoletano", (Associazione Antonio de Curtis), Marsilio Editore 1999
  • Isa Barzizza, intervista video di Alberto Anile, extra del dvd "Totò al giro d’Italia", Ripley’s Home Video, 2003
  • Federico Patellani in «Tempo», n.24, 6 luglio 1946

Rassegna stampa dai quotidiani:

  • La Stampa
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