Finalmente i confetti di Antonella Lualdi e Franco Interlenghi

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La sposa portava qualche cosa di vecchio, qualche cosa di prestato, qualche cosa di bianco e qualche cosa di blu.

Napoli, settembre

I soli a sospettare che Antonella Lualdi e Franco Interlenghi stavano per sposarsi furono, sabato 17 settembre, i camerieri di un ristorante sul lungomare di Nlapoli. Erano le dieci di sera. Seduti ad un tavolo all'aperto, i due fidanzati fingevano di mangiare, ma si capiva subito che la loro attenzione non era affatto dedicata al pesce con la maionese. I bagliori delle lampade accese a migliaia per la festa di Piedigrotta coloravano stranamente le loro facce di adolescenti quasi impauriti. Gli occhi di Antonella fissavano una finestra illuminata al nono piano dell’albergo di fronte ed avevano un’espressione insolita. D’un tratto essa puntò l’indice in quella direzione e disse a Franco: «Guarda il mio cappello da sposa: com’è carino». La finestra era quella dell’appartamento in cui alloggiano da quando sono a Napoli per girare un film e una persona con la vista buona avrebbe potuto scorgere una piccola macchia bianca vicina al vetro: il cappello. Il cameriere, che aveva colto a volo la frase, ci riuscì; e si avvicinò alla coppia per ascoltare meglio. «Moglie», rispondeva Franco Interlenghi con una smorfia buffa sul volto quasi imberbe, «sono felice di sposarti». Antonella girò lentamente l’anello di platino e brillanti che portava all’anulare sinistro: un dono che il fidanzato le aveva fatto mesi addietro e che chiunque avrebbe potuto scambiare per una fede. «Non sono ancora tua moglie», disse poi girando intorno un’occhiata spaurita. Ora i camerieri vicini al loro tavolo erano due e si affaccendavano eccessivamente, con gli orecchi tesi. «Auguri», disse finalmente il primo, incapace di contenersi. Franco e Antonella si guardarono spaventati, poi pagarono in fretta e scapparono via. Percorsero quasi correndo il tratto di strada che porta all’albergo, scansarono i ragazzini che chiedevano autografi, voltarono le spalle a un gruppo di turiste che li scrutavano con eccessivo interesse. «Domattina ci chiami alle cinque», dissero al portiere prima di salire in ascensore. Il portiere annnuì solennemente: era l’ora in cui di solito sì. recavano a lavorare con la troupe.

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ROMA. Franco Interlenghi porta in braccio la moglie Antonella Lualdi oltre la soglia della loro casa romana. Subito dopo il matrimonio, gli sposi hanno telefonato da Napoli alle famiglie, che non sapevano nulla, e sono ritornati a Roma in automobile.

Ma l’indomani mattina, quando Franco e Antonella scesero nella hall il portiere perse di colpo ogni contegno. «Oh!» esclamò lasciando cadere la matita e restò allibito a guardarli. Un abito bianco di pizzo e di tulle, ingentiliva il corpo florido e alto della signorina Lualdi. Uria calottina bianca, adorna di perline e di un brevissimo velo che le arrivava appena alle spalle, era posata sui suoi capelli castani, tagliati a zazzera, e un mazzo di fiori di arancio era stretto tra le sue mani dalle unghie laccate di fresco, di tenera madreperla. La signorina Lualdi era vestita da sposa. «Sono abbastanza elegante?» essa chiese facendo una giravolta divertita e prendendo a braccetto Interlenghi, tutto azzimato e vestito di grigio, con un fiorellino di arancio al risvolto della giacca. E con la voce gala, senza curarsi del portiere che continuava a fissarla allibito, passò in rassegna gli oggetti che le avevano raccomandato di mettere: qualcosa di vecchio (la guépière), qualcosa di prestato (la sottogonna rigida), qualcosa di bianco (lo splendido abito simile a quello che Soraya di Persia indossava quando era andata sposa allo Scià e lei aveva giurato di farselo quasi uguale) e qualcosa di blu (il nastrino che legava i fiori di arancio).

«Moglie, sei bella!» gridò Franco Interlenghi abbracciando rumorosamente Antonella e, trascinatala per un braccio, la fece salire sull’automobile nera che li avrebbe portati alla chiesa del Redentore, dove la cerimonia avrebbe avuto luogo senza che fosse presente nemmeno uno del parentado. Franco e Antonella avevano invitato solo qualche amico, qualche fotografo, due operatori cinematografici e due testimoni emozionati e vestiti di blu. Il signore dal sorriso affettuoso e i capelli d’argento era Roberto Dandi, produttore della Rizzoli. Il giovanotto silenzioso e sottile era Carlo Squillace, un napoletano conosciuto poche settimane prima, e il cui nome era stato tirato a sorte fra quelli di un gruppo di amici. Erano le sei e un quarto quando l’automobile si fermò dinanzi alla chiesa e Franco e Antonella, con gli occhi ancora incollati dal sonno, si inginocchiavano davanti al parroco al quale avevano raccomandato la massima sveltezza: niente musiche, niente discorsi difficili. Al matrimonio più atteso del mondo cinematografico, era presente, oltre a quegli invitati, solo una bambina di dodici anni che, avendo appreso la notizia da una telefonista, èra rimasta tutta la notte seduta sul marciapiede, per paura di non vederli.

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NAPOLI. Franco Interlenghi infila l’anello nuziale ad Antonella Lualdi, nella chiesa del Redentore. Molte volte i due giovani attori si erano sposati nella finzione cinematografica e interpretano una scena analoga nel film «Non c’è amore più grande».

La storia d’amore tra Franco Interlenghi e Antonella Lualdi durava ormai da due anni e il pubblico aveva seguito subito con simpatia il romanzo di questi due attori che avevano in comune la giovane età (Antonella e Franco sono coetanei), una infanzia non facile ed un successo improvviso. Nessuno dei due infatti aveva pensato di proposito a fare del cinema. Per entrambi fama e ricchezza erano arrivate per caso. Franco è figlio di un portinaio romano, quando debuttò aveva appena tredici anni e mezzo. De Sica cercava un ragazzo per Sciuscià, e appena fatto il provino lo aveva scritturato. La sua interpretazione di un personaggio patetico e violento era riuscita perfetta. L’anno dopo, quindicenne, Interlenghi aveva debuttato in teatro con la compagnia Stoppa-Morelli, della quale faceva parte anche Giorgio De Lullo. Poi c'era stato un periodo di stasi, durante il quale sembrava che tutti si fossero dimenticati di lui; ma gli era bastato interpretare una piccola parte in Don Camillo per tornare subito in auge. Con la carenza di attori giovani che affligge il cinema italiano, non gli ci vuol molto per lui ad imporsi: il giovanotto trasteverino ha il vantaggio di poter fare qualsiasi parte, quella dell’amoroso e dell’ingenuo, del ladro e dello spadaccino, ed eccolo nella Provinciale, nei Vitelloni, nella Contessa scalza. È un attore di primo piano, con una bella casa, una automobile fuoriserie e i poderi in campagna. Piace alle donne, ma quando Antonella lo conosce non lo degna di uno sguardo.

È una ragazza strana, Antonella. Si capisce subito che l’ambiente cinematografico non è fatto per lei. Ha cominciato a recitare quando aveva diciassette anni e a lanciarla è stata una amica di famiglia che ha notato la sua straordinaria fotogenia. Le hanno fatto un provino, ha ricevuto un contratto per cinque anni ed una parte di protagonista nel film Signorinella. Il giorno in cui il film incomincia tutti i cinematografari corrono a vederla. «Chi è?» chiedono affascinati. Lei risponde arrossendo (resterà sempre timidissima) di essere nata a Beirut, in Siria, da madre greca e padre italiano, di chiamarsi Antonietta De Pascale; un nome nient’affatto da cartellone, tanto è vero che fanno subito un referendum per trovarne uno più adatto e glielo trovano: Antonella Lualdi. Lei lo accetta senza protestare, è sicura che l'avventura della macchina da presa non durerà a lungo. Invece dura, lei arriverà a girare trentatré film in cinque anni, registi come Christian Jaque e Autant-Lara le daranno ruoli di primo piano, diventerà famosa. Malgrado ciò rifiuta la corte degli innamorati, vive con la mamma e la sorellina e, quando Interlenghi, che l’ha conosciuta alla festa delle «Grolle d’oro», le telefona invitandola al cinema, risponde gelida: «Ha proprio voglia di andare al cinema, lei?»

Il secondo incontro avviene a Courmayeur, dove entrambi si trovano per girare Guglielmo Teli. Una mattina lui va sotto le finestre del suo albergo e si mette a parlare a voce alta, per richiamare la sua attenzione. Lei riconosce la voce, si affaccia. «Sono contenta di rivederla», dice. «Ah, sì? * risponde lui e si allontana. Franco ha deciso di usare una tattica che non fallisce mai: quella della indifferenza e farla ingelosire. Così fa la corte a tutte le ragazze del posto, si dà un sacco d’arie e la evita con cura, sebbene si senta svenire di rabbia quando lei gioca a canasta con Bruce Cabot, balla con Massimo Serato e recita le scene d’amore con Errol Flynn. Naturalmente il gioco riesce; e quando lui la invita di nuovo ad andar al cinema lei ci va, sia pure scortata dalla sorellina, che ha avuto dalla mamma l’ordine di non lasciarla mai sola. «È simpatico, mi piace la sua compagnia», spiega Antonella quando la gente maligna. Ma basta che Franco giri una scena d’amore con Cosetta Greco perché perda la testa e gli tiri addosso le scarpe e tutto quello che ha a portata di mano.

Questo primo litigio (litigheranno sempre e li chiameranno «i fidanzati più litigiosi d’Italia») è la loro reciproca dichiarazione d’amore e da allora li vedranno sempre insieme, incuranti delle chiacchiere e delle usanze che vietano a due fidanzati di star sempre insieme, come se si fossero già scambiato l’impegno davanti al parroco. «Ma quando si sposano?» dicono tutti, e c’è chi insinua che non si sposeranno mai: loro fanno finta di niente. Si sposeranno, ma il matrimonio fa loro paura: si scambiano troppi insulti, sono troppo gelosi. «Tiranna», grida lui. «Prepotente», risponde lei. Pretendono l’uno dall’altro sacrifici di ogni genere. È lui a farle tagliare i capelli corti mentre a lei piacciono lunghi, lei a fargli togliere i baffi mentre a lui piacciono i baffi.

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NAPOLI. Un bacio dopo le nozze dei coniugi Interlenghi. La sposa indossava un abito bianco, di pizzo e tulle, e portava in testa una calottina bianca adorna di una frangia di perline e di un corto velo, con fiori d'arancio sui capelli tagliati a zazzera sulla fronte.

Insieme comprano un appartamento in via Monte Parioli 25, che è quello dove andranno ad abitare dopo il viaggio di nozze negli Stati Uniti, sebbene di pronto non ci sia che il letto con la coperta gialla prestata dalla mamma, quattro poltrone, un tavolo da pranzo, un armadio montato a metà e tre bicchieri. I piatti li presta la portinaia. Insieme si comprano un'automobile da corsa, eppure non parlano ancora di matrimonio. Si decidono il giorno in cui terminano di girare il film Non c’è amore più grande nel quale hanno interpretato la parte di due innamorati che finiscono davanti all’altare.

Il fatto li suggestiona. Fanno le pubblicazioni, che vengono appese nelle rispettive parrocchie, quella del Sacro Cuore e quella di Sant’Eugenio; ma nessuno se ne accorge. Nemmeno la troupe della quale fanno parte sospetta qualcosa fino al momento della cerimonia. Questa è velocissima e subito dopo essi rientrano in albergo per telefonare a Roma alle rispettive mamme, per raccontare che si sono sposati. «Come?!» grida la signora De Pascale, e sviene. «Senza chiamarci?» grida la signora Interlenghi, e butta giù il ricevitore, offesa. Antonella scoppia a piangere. «Te l’avevo detto che ci sarebbero rimasti male», singhiozza al marito. «Senti, moglie, non litighiamo», risponde lui; e senza curarsi che lei sia ancora vestita da sposa, col velo in testa e i fiori di arancio in mano, la fa salire su un’automobile e la porta a Roma. A casa li aspettano le mamme, placate. L’incontro è commovente, la notizia incomincia a circolare per Roma. Si distribuiscono i confetti e le partecipazioni, si incrociano le domande. Ma quando le chiedono dei suoi progetti, Antonella fa la misteriosa, risponde che non sa ancora cosa faranno, fuorché avere molti bambini: non vogliono perdere tempo. Spera che il primo arriverà prestissimo, tanto è vero che pensano già di scegliergli un nome.

Oriana Fallaci, «L'Europeo», anno XI, n.39, 25 settembre 1955


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Oriana Fallaci, «L'Europeo», anno XI, n.39, 25 settembre 1955