Gli uomini sono sempre mascalzoni

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A distanza di vent'anni ritorna sullo schermo il film che segnò l'inizio della carriera cinematografica di Vittorio De Sica. Al suo posto vedremo Walter Chiari.

Che cosa ha detto Gianbattista Vico? Che la storia si ripete. Nell’estate del 1932, a Roma, Alfredo Binda vinse il campionato del mondo di ciclismo; i palombari dell’ylr-tiglio recuperarono dalle casseforti dell'Egypt monete e lingotti d'oro destinati alla Banca d'Inghilterra; al festival cinematografico di Venezia, il primo della serie, Mario Camerini presentò il suo film Gli uomini, che mascalzoni. Ricordate la canzone? Parlami d’amore, Mariù - tutta la mia trita sei tu - gli occhi tuoi belli brillano - fiamme d’amore scintillano. La cantava Vittorio De Sica allora trentenne di belle speranze, idolo tutto sorrisi di un pubblico femminile che imitava i languori di Anna Fougez, Nanda Primavera, Nella Regini. De Sica era al suo secondo film; non immaginava ancora la tragedia di Umberto D, la polemica di Miracolo a Milano. Si limitava a sorridere, a essere un innamorato sentimentale, a cantare. Provate a farlo cantare oggi che è diventato un Maestro del neorealismo. Dal 1932 sono passati ventun anni. Questa estate Fausto Coppi ha vinto, primo italiano dopo Binda, il campionato del mondo di ciclismo, i palombari del Rostro hanno recuperato monete e lingotti dal Flying Enterprise di Carlsen; non poteva mancare un nuovo film dal titolo Gli uomini, che mascalzoni. Bisognava dar ragione a Gianbattista Vico: la storia si ripete. Perfino Christian Dior ha tentato di riportare all’onore della moda quelle sottane al ginocchio che le signore, vent'anni fa, sfoggiavano con disinvoltura al pesage di S. Siro.

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Antonella Lualdi nella parte di mariuccia, commessa in un grande magazzino

Non poteva, dunque, mancare un nuovo regista che venisse a ripeterci che gli uomini sono mascalzoni. Non più Mario Camerini ma Glauco Pellegrini: tanto per la rima. Pellegrini, quando De Sica si presentò sullo schermo a cantare: Qui sul tuo cuor non soffro più - parlami d’amore. Mariti, aveva tredici anni e al cinema andava ancora come spettatore; di quelli turbolenti che sgranocchiavano noccioline e sbattevano i sedili delle poltrone a ogni cavalcata di Tom Mix. Certo non immaginava che vent’anni dopo si sarebbe trovato tra le mani una macchina da presa e lo stesso soggetto scritto da Aldo De Benedetti per Mario Camerini. Glauco Pellegrini è arrivato alla regia cinematografica perché voleva arrivarci; è un toscano cocciuto. È stato prima giornalista e critico, poi autore di commedie radiofoniche, allievo di Francesco Pasinetti, documentarista di cortometraggi « artistici » su Giotto, Gattaponi da Gubbio e Arquà Petrarca. Nel 1947 ha firmato i primi soggetti e le prime sceneggiature (Inquietudine, Tombolo) e nel 1951 ha presentato al festival veneziano un film tutto suo: Ombre sul Canal Grande che non tutti accolsero con uguale entusiasmo. Ma Pellegrini è un toscano. Come assistente alla regia di un recente film sulla vita di Puccini realizzò la sequenza più bella, quella del funerale di Torre del Lago.

E ora eccolo alle prese con un soggetto così impegnativo da far tremare registi più esperti. Riportare sullo schermo Gli uomini, che mascalzoni non è un compito facile. Con questo film Mario Camerini iniziò la sua carriera di confessore e padre spirituale della piccola borghesia italiana, tradizionalmente chiusa in se stessa; una borghesia che « parlava dell'elefante » e che nascondeva il proprio sentimentalismo dietro le pagine di Pitigrilli. Gli uomini, che mascalzoni, in quegli anni di « epicismo ufficiale », di strilli retorici e di grinte feroci, apparve come un’opera reazionaria: tutta sottovoce, umile, sorridente, gaia, bonaria. In quegli anni di esaltazioni con cartolina precetto, il film di Camerini contentò un certo « bisogno di verità », comune a gran parte del pubblico. « Anno primo, numero uno » scrissero i critici illusi che il cinema italiano, con Emilio Cecchi a capo della « Cines », potesse continuare tranquillo la sua strada. Doveva poi arrivare a Scipione l’Africano. Comunque gli spettatori presero gusto a quella storia umana e sentimentale, cosi tutta milanese, ambientata nella gran confusione della Fiera Campionaria. De Sica fu il « mascalzone », Lia Franca, che aveva interpretato l'anno prima Resurrectio di Blasetti, fu la dolce Mariù. Risplendette « un sorriso di stella negli occhi suoi blu » e sparì dal mondo cinematografico.

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I due protagonisti, Walter Chiari e Antonella Lualdi, nella scena finale che si svolge sotto i portici della Galleria, a Milano.

Si è detto più sopra che quello di Glauco Pellegrini non è compito facile. Il ricordo del film di Camerini è rimasto nella memoria degli spettatori con le inevitabili deformazioni portate dal trascorrere degli anni; la stessa pellicola è entrata con tutti gli onori nella storia del cinema italiano come uno dei primissimi esempi di neorealismo. Pellegrini ha preso il soggetto di Aldo De Benedetti e lo ha spinto avanti nel tempo, fino ai nostri giorni. Gli uomini, anche dopo vent’anni, sono sempre mascalzoni. La nuova stesura del soggetto ha tenuto conto, però, che i giovanotti d’oggi si divertono a sembrare « duri » alla maniera di un Lemmy Caution o di un Mike Hammer. Un attore come De Sica, nella parte di Bruno, sembrerebbe ora del tutto spaesato. Sorride troppo. È troppo educato. Pellegrini ha scelto Walter Chiari, più adatto all’ideale che molte ragazze hanno dei loro coetanei. Walter Chiari è un tipico rappresentante di questa generazione : romantico per scherzo, scapigliato, distratto, violento, un po' canaglia. Nella vita privata ha fatto anche il pugilatore. De Sica era un sentimentale. Chiari è uno scanzonato, un ragazzaccio. L’ideale, dunque, per il «mascalzone 1953 » che ha vissuto l'esperienza esistenzialista nelle « cave » milanesi, che ostenta una spregiudicatezza alla Spillane e che, segretamente, legge Liala. Allo stesso tipo appartiene la nuova Manu, ribattezzata in Mariuccia. Al posto di Lia Franca, Glauco Pellegrini ha messo Antonella Lualdi; forse dopo averla vista in qualità di » adorabile creatura » nel film di Christian-Jaque: Quando le donne amano. Mariuccia è una ragazza ingenua che « tira al matrimonio » mirando giusto. Per lei vanno sempre pene i versi della vecchia canzonetta di Bixio: So che una bella e maliarda - sirena sei - so che si perde, chi guarda quegli occhi tuoi blu. Pellegrini, con la collaborazione degli sceneggiatori Age, Scarpelli e Benvenuti, non ha soltanto dato un carattere moderno ai suoi protagonisti; ha adattato anche la vicenda al modo di pensare e di agire dei giovani d’oggi, dei mascalzoncelli in cerca di « tardone » agiate, di comode amiche, di avventure galanti. Bruno, il protagonista, toma della guerra con un’esperienza più grande della sua età e sventolando la bandiera del cinismo.

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Nel nuovo film Walter Chiari rappresenta un certo tipo di giovanotto moderno che aspira alla ricchezza senza la fatica del lavoro

Non vuole lavorare. È giovane, disinvolto, simpatico e ha un programma: quello di vivere bene, nell’abbondanza; ma senza fatica e senza rischi. Cosi accetta un impiego d'autista in una ricca famiglia milanese che offre addirittura due possibilità di attuare il suo programma. In casa esistono una padrona. Elsa, piacevolmente cinquantenne e vedova con baldanze primaverili e una padroncina, Franca, oca e gagarella, sfrenata e immorale. I milioni della madre sarebbero buoni subito; i milioni della figlia sarebbero buoni domani. Nell'incertezza Bruno « tiene in caldo » le due donne (che sono l'anziana Marie Glory e la giovanissima e affascinante Myriam Bru » in attesa di qualcosa che lo decida per l’una o per l'altra. Consuma la sua galanteria imparzialmente. E per tenersi libera una terza via corteggia anche Gina, la padrona dell'autorimessa dove la sera lascia la macchina. La terza soluzione è meno allettante; se Elsa è matura, e Franca è scema, Gina è volgare, gelosa, violenta, avara. Per di più è in attesa di divorzio.

Bruno passa continuamente in rassegna i tre « partiti » senza riuscire a decidersi. Nei suoi pensieri si è insinuata, non richiesta, una quarta donna. È Mariuccia, una modesta e dolce commessa della « Rinascente ». Bruno l’ha conosciuta una mattina mentre la seguiva con la macchina per conto di Giorgietto, il più giovane della famiglia dei suoi padroni. Non bisogna dimenticare, infatti, che Bruno, oltre che un cinico opportunista è anche un abile paraninfo e che, per duemila lire, segue le ragazze, scopre dove abitano e prepara il campo all'azione di quell’altro mascalzone del suo padrone. Il quale, tutto sommato, si ritira sempre sconfitto. Anche con Mariuccia, Giorgietto non è riuscito a vincere. E Bruno, di questo, è contento. Nonostante il suo cinismo e la sua decisione di dedicarsi soltanto alle donne che hanno un « Vanoni » di cinquanta milioni, è rimasto colpito dalla dolcezza di Mariuccia. Eppure è la figlia di un autista di piazza e il suo stipendio di commessa non supera le venticinquemila lire il mese.

Bruno vorrebbe rivedere la ragazza ma non trova la scusa. Gliela offre Giorgietto che, battuto da Mariuccia, scommette con Bruno che nessun uomo al mondo sarebbe capace di espugnare una roccaforte così imprendibile. Bruno accetta. Vanno bene ventimila lire se ci riesce? D'accordo. Per l’autista questa è anche l'occasione buona per guarire la sua pericolosa affezione sentimentale : vuole

dimostrare a se stesso che Mari uccia non merita nessuna attenzione particolare; che è una ragazza come tutte quelle altre già conosciute: spudorata e leggera, venale, infedele. L’impresa dovrebbe essere facile perché la commessa lo ha sempre visto al volante della automobile. Nessuno, pensa Bruno, sa resistere al fascino dei biglietti da mille.

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Il comico Silvio Bagolini e l’attrice francese Myriam Bru che interpreta un personaggio di ragazza svagata e « snob ».

Mariuccia, invece, è davvero diversa e Bruno se ne accorge quasi con terrore. La porta con sé in una pensione equivoca sul lago di Como e se ne pente. Mariuccia gli vuol bene davvero. Sa che la macchina non è sua, sa che non ha una lira e glielo dice tranquillamente dando un bel colpo di piccone alla sicurezza di questo dongiovanni da periferia. La passeggiata sul lago è la disfatta di Bruno. Sperava di tornare a casa con la smorfia del trionfatore e si ritrova, purtroppo, seduto su una panchina a bisbigliare tenere e inconcludenti parole d'amore, le mani nelle mani di Mariuccia; appunto; Dimmi che illusione non è -dimmi che sei tutta per me. La conclusione è facile da immaginare. Bruno, dopo aver tanto lavorato per convincere Elsa a partire con lui per un viaggio all'estero, la lascia andare sola; rinuncia alla compagnia di Franca, che approfittando dell’assenza della madre, vorrebbe trascinarlo nel turbine delle cretinerie mondane; dice addio a Gina proprio quando la « garagista » ha ottenuto il divorzio. Infine, dopo aver sventato la manovra di Giorgietto che per vendetta svela a Mariuccia la faccenda della scommessa, va dal vecchio autista di piazza a chiedere la mano della figlia. Un finale ottimista; la truce e cinica spavalderia della gioventù moderna è più apparenza che sostanza; più fumo che arrosto. Con la sua spavalderia Bruno non sa raggiungere il traguardo dei milioni; con la dolcezza e un volto innocente Mariuccia sa invece arrivare al matrimonio. Gli uomini, che mascalzoni! E le donne no?

Alfredo Panicucci, «Epoca», anno IV, n.157 , 4 ottobre 1953


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Alfredo Panicucci, «Epoca», anno IV, n.157 , 4 ottobre 1953