Marotta Giuseppe

Giuseppe Marotta

(Napoli, 5 aprile 1902 – Napoli, 10 ottobre 1963) è stato uno scrittore, sceneggiatore e paroliere italiano.

Biografia

Nasce a Napoli, in via Nuova Capodimonte (attuale corso Amedeo di Savoia), il 5 aprile 1902 da una famiglia avellinese della media borghesia. All'età di nove anni gli muore il padre, proprio pochi mesi dopo il loro trasferimento nel capoluogo campano. La madre, di trent'anni più giovane del marito svolge umili mansioni (guardarobiera e stiratrice) per mantenere la famiglia costituita da Maria, Ada e Giuseppe.

In quegli anni Marotta vive in condizioni di miseria abitando in un basso, ossia uno stanzone con portafinestra, ottenuto nel pianterreno del campanile della chiesa di Sant'Agostino degli Scalzi. Abbandona presto la scuola tecnica, viene esentato dal servizio militare ed entra all'Azienda del Gas con la mansione di operaio. In questo periodo riprende gli studi durante la sera e la notte e riesce a farsi pubblicare da La Tribuna illustrata e Noi e il mondo le prime novelle e ad ottenere anche i primi compensi come letterato.[1]

Nel 1925 si trasferisce a Milano per intraprendere la carriera di giornalista. I primi tempi non sono certamente facili, visto che è costretto a dormire sulle panchine del parco, prima di entrare alla Arnoldo Mondadori Editore e poi alla Rizzoli come redattore.

La sua rubrica fissa pubblicata sul giornale Film viene notata da Aldo Borelli, che gli spalanca le porte del Corriere della Sera. Negli stessi anni è inoltre a capo dell'ufficio stampa della Germania Film, ente per la promozione del cinema tedesco in Italia.[2]

La collaborazione con il Corriere della Sera, interrotta nel 1943, riprende due anni dopo e si rivela proficua per la carriera di Marotta, che contemporaneamente compone sceneggiature cinematografiche e teatrali.

Marotta incentra la sua opera nei confronti della città natale, amata e mai abbandonata completamente. Il suo primo romanzo, "Tutte a me", vede la luce nel 1932. Da allora la sua carriera si dividerà fra giornalismo e scrittura. A partire dal 1940, la sua produzione letteraria è folta e continua.

Nell'immediato dopoguerra (1947), Marotta pubblica presso l'editore Bompiani la raccolta di storie brevi "L'oro di Napoli" che riscuote un importante successo. Vittorio De Sica ne trarrà un film nel 1954. Nel 1954 per il romanzo Coraggio, guardiamo, vince il Premio Bagutta.

Giuseppe Marotta lavora molto anche per il cinema, scrivendo soggetti e sceneggiature. A parte il già citato "L'oro di Napoli", tratto da un suo libro e scritto in collaborazione con De Sica e Zavattini, collabora con Ettore Giannini per "Carosello napoletano" (1953), Mario Soldati ed Eduardo De Filippo per "Questi fantasmi" (1955), Francesco De Feo per "Mondo Nudo" (1964). La sua attività lo porta ad essere critico cinematografico per L'Europeo fino alla sua morte, avvenuta a Napoli il 10 ottobre 1963 dopo un'emorragia cerebrale[3].

Una settimana dopo la sua morte, il 17 ottobre, viene trasmessa la prima serata del Festival di Napoli 1963, presentato da Nunzio Filogamo e Pippo Baudo. In suo onore, i due presentatori commemorano il poeta scomparso e l'Orchestra attacca il suo grande successo musicale Mare verde, presentata da Milva e Mario Trevi al Giugno della Canzone Napoletana nel 1961.[4]


Galleria fotografica e stampa dell'epoca

Arrivato a Milano nel 1925 sognava di vestire come Bompiani, il suo editore del 1947

Ad un certo punto della vita qualche napoletano si ricorda della propria città, delle persone che vi ha conosciuto vent'anni prima, delle cose che ha visto, delle parole che ha sentito e allora diventa scrittore. Cosi è capitato a Giuseppe Marotta, il quale ha aspettato d’aver quarantacinque anni per scrivere il suo primo vero libro, intitolato L'oro di Napoli (edizione Bompiani). Tra queste pagine si fanno strane conoscenze e qualcuna ha tutta l’aria di restare nella memoria per sempre. .Una potrebbe essere anche don Ignazio Ziviello, un gobbo nè fortunato nè sfortunato, ma soltanto pieno di risorse e sempre salvato da una ereditaria, intelligente pazienza : questo, dice Marotta è l’oro di Napoli. E cosi per tutto il libro si incontrano uomini come ve ne sono in ogni parte del mondo, donne come ve ne sono dappertutto, qualche prete e qualche aristocratico come ve ne sono in ogni angolo della terra; eppure il loro modo di pensare, di mettersi nei guai o di cavarsi dai pasticci, il loro modo di considerare ciò che fa felici e ciò che fa infelici è inconfondibile perchè sono personaggi di Napoli. In più, tra queste pagine, salvati dall’inutile color locale e dal ridicolo della macchietta, ma nella loro verità di gente che vive, vi sono guappi, pazzarielli, pagliette, squarcioni, pernacchiatori di professione e ancora, per completare il quadro, vi è qualche vicenda imperniata sulla iettatura e sul ragù, come a dire miserie e splendori di una tetra.

L oro di Napoli 12 logoUn libro simile a questo Oro di Napoli il ministero della Cultura Popolare non l’avrebbe lasciato stampare. A Roma, negli uffici di via Veneto, il censore ministeriale l’avrebbe trovato indecoroso, avrebbe senz’altro decretato che Napoli è un’altra cosa; e anche oggi, senza più Minculpop, qualche falso napoletano si scandalizzerà. Naturale che Marotta non pensa a queste reazioni e fa bene. Adesso Marotta deve pensare di aver dato finalmente ascolto ai consigli di Zavattini, che già molti anni fa gli diceva : «Ti devi mettere a scrivere seriamente, basta con questa robetta». Dicendo «robetta» Zavattini alludeva al lavoro che Marotta faceva in alcuni settimanali popolari, che aumentando di tiratura aumentavano di volgarità. Allora Marotta era da poco arrivato a Milano. Quello che aveva fatto prima, lui stesso ce lo racconta in due brani di questo libro, il primo intitolato «I parenti ricchi», l’altro «Vent’anni da allora»; e siccome fu anche operaio alle officine del gas di Napoli, qualche cosa si troverà in quello intitolato «Chi lo vide una volta». Quando scese dal treno a Milano, nel suo primo viaggio, Marotta aveva ventitré anni. La valigia era piena di copie di Noi e il mondo, una rivista di quei tempi, dov’era stampata una sua perfida novella, che gli era stata «pagata 75 lire. Consumato il danaro scrisse una commovente lettera a Mondadori, che lo impiegò come correttore di bozze. Era il 1925. Segretario della casa editrice Mondadori, quell’anno era Valentino Bompiani, giovane e co* sì elegante da sembrare un figurino. Marotta dice : a Di notte sognavo gli abiti di quell’uomo, che mi sembrava un arcangelo».

Non c’è da prenderlo molto alla lettera, ma uno che non sia napoletano una frase simile non la dirà mai. Se Bompiani, così elegante, fosse in quegli anni andato a Napoli e se Marotta, per caso, fosse stato vetturino e avesse dovuto portarlo in giro ,per la città, in qualche sosta tra via Aniello Falcone e la Riviera di Chiaia, avrebbe di certo fatto quello che don Raffaele Caserta, un personaggio di questo libro, la ad un certo signore di Piacenza. Cioè, mentre aspetta il cliente, alza la ruota che ha il congegno del tassametro e, fìngendosi distratto, la fa dolcemente girare con la mano. Per quanto grande sia l’ammirazione per l’eleganza, l’estro e l’inventiva dei napoletani non si lasceranno mai vincere.

Più d’una volta nell’Oro di Napoli, Marotta scrive che in una certa situazione, un certo suo personaggio ha sulle labbra espressioni o parole irriferibili. Anche a Marotta spesso succede d’avere in testa qualche frase che la prudenza consiglierebbe magari di considerare irriferibile; ma, da bravo napoletano, non sa resistere e la mette sulla carta. Nel 1939, su una rivista cinematografica, Marotta redigeva una rubrica intitolata «Strettamente confidenziale», ed allora egli si divertiva a scrivere: « Quale grande attrice perdiamo quando recita Elsa Merlini», oppure ; «Blasetti non può vivere senza di sè», oppure : «Mario Mattioli dirige i film per telefono o per lettera anonima». Tali battute sovente gli procuravano dei guai e gli facevano diffìcile la vita. L’attore Massimo Serato minacciò di prenderlo a pugni, il romanziere Carlo Bernari gli fece scrivere da un avvocato.

Tutte queste storie, la «robetta» cui alludeva Zavattini, adesso Marotta l’ha alle spalle e non ci pensa più. Una volta si metteva alla macchina per scrivere e sulla scia degli umoristi anglosassoni, da Jerome a Wodehouse, batteva anonime novellette. «Per vivere», dice Marotta. Un quindici anni fa, in un quotidiano di Roma stampò un Apologhetto sullo stile, che piacque ad Ungaretti, il quale lo citò persino in un suo articolo. Ma non era venuto ancora il momento buono, e Marotta pareva per sempre affogato nel genere rotocalco. D'altronde quanto Marotta pubblica da qualche anno in qua, piace ai poeti: Montale e Cardarelli sono due suoi attenti lettori. Adesso Marotta scrive a penna, lentamente, e là sua pagina è piena di pentimenti, di correzioni; quando non è persuaso di una frase la legge e la rilegge, tenendo nella mano destra un accendisigari Dunhill. L’apre, lo accende, ci soffia sopra per spegnerlo, lo riaccende ancora. Vive a Milano, rna non ha casa e gli amici lo ospitano a turno. Si sposta da una via all’altra, ha per bagaglio una valigia e la macchina per scrivere; nella valigia ci tiene una pannocchie di granturco. «E’ superstizioso», dice qualcuno. Se è inverno compare con maglioni alla Jean Gabin, se è estate con magliette a righe vistose. «Si capisce che vuoi finire regista», gli dicono per farlo arrabbiare.

E’ alto, con un passo da marinaio e la sua faccia ricorda, lunga com’è. quelle che dipingeva il Greco. Prima che uscisse questo suo Oro di Napoli, gli amici che gli scrivevano adoperavano il tono umoristico pensando che gli facesse piacere. Ma il vero carattere di Marotta nessuno lo conosceva, era quello di un napoletano timido, permaloso, sentimentale, pieno di manie e; che vede nemici un po’ dappertutto. Gli anni passavano e intanto il ricordo di quella Napoli vista quand’era ragazzo e giovanotto si depositava nel suo animo, dandogli quasi il peso di un rimorso. Nella vita di uno che scrive, se veramente è scrittore, arriva quasi sempre il momento in cui egli capisce quale strada deve prendere. Marotta l'ha scoperta non per caso, tre o quattro anni fa, un giorno in cui maneggiava l’accendisigari Dunhill aspettando di iniziare un raccontino. Si è trovato davanti alla memoria una galleria di personaggi di cui conosceva vita, morte e miracoli. Si è messo a scrivere di loro ed Ha capito che gli veniva fuori un mondo preciso, con caratteri definiti, con gesti e parole chiare. Anche le parole di Marotta, le sue frasi, la sua fantasia corrono senza titubanze verso certi effetti patetici o drammatici così limpidi e sicuri che, qualche volta, si pensa ad un eccesso di abilità. »

Un libro come Voto di Napoli, al di là di quel che vale letterariamente, ha anche un valore utilitario. Concorre cioè a far conoscere gli italiani a se stessi. Napoli non è città facile a capirsi ed i napoletani è difficile definirli. Si va avanti con luoghi comuni, con riferimenti psicologici ingenui e semplicistici. La Napoli di Marotta, tutti questi 'Suoi personaggi di cui noi oramai abbiamo la chiave, risalgono quasi sempre al 1920 e qualcuno dirà che in molti anni qualche cosa sarà cambiato. Ma non è possibile. Napoli ed i suoi personaggi prenderanno altri aspetti, ma la civiltà e l’umanità di un popolo non possono cambiare. Già, su questo, ci ha ragionato Gino Doria, in un libretto stampato nel 1930, Del colore locale (edizione Laterza). Con L’oro di Napoli di Marotta, anche quello di Doria converrà leggere per capire chi sono i napoletani, prima di dire : «Quello è un napoli».

Enrico Emanuelli, «L'Europeo», anno III, n.34, 24 agosto 1947


1955 Giuseppe Marotta f1Giuseppe Marotta è nato a Napoli nel 1902. A ventitré anni venne a Milano e si impiegò come correttore di bozze. Collaboratore di quotidiani e periodici si fece notare dapprima come umorista. Entrò nel 1942 al "Corriere della Sera” e vi rimase fino al 1947. Sul quotidiano milanese furono pubblicati i racconti de "L’oro di Napoli”. Marotta ha vinto nel 1954 il Premio Bagutta con il libro "Coraggio guardiano”. Ila sceneggiato numerosi film. Vive attualmente a Roma.

Domanda. - Signor Marotta, qual è l’atto di coraggio che ha ammirato di più?

Risposta. - Ho idea che il coraggio non esista. Deve trattarsi di una fulminea, disperata invenzione dei paurosi. A ogni modo, l’atto di coraggio che ammirai di più (giugno '53) fu quello di una signora che tradi con un attempato, malinconico gobbo di passaggio, il suo giovane, piacente e allegro marito.

D. - Ammesso che nell’oltretomba le cose si svolgano pressapoco come sulla terra, con la raccomandazione di quale personaggio storico vorrebbe presentarsi al supremo giudizio?

R. - Esibirei volentieri un biglietto di Frine che dicesse: «Vi assicuro, non esagerava».

D. - Costrettovi, con quale slogan pubblicitario propaganderebbe la virtù?

R. - «Siate virtuosi. La virtù è uno dei pochi vizi che, oggi come oggi, possa farvi nominare sindaco di una città, o, quanto meno, senatore a vita».

D. - Ospite di uno dei suoi amici, viene fatto segno di una profferta amorosa della di lui moglie bella affascinante e trascurata. Accoglierebbe questo invito? Se no, come si trarrebbe di impaccio per evitare di offendere la sua suscettibilità?

R. - La mia risposta sarebbe: «Cara signora, se volessi rimanere amico di l’ostro marito, vi direi: ci sto e spicciamoci. Invece sono pronto a diventargli odioso; vi prego di tenere le mani a posto e me ne vado all’ albergo. Questo semplicemente perchè tanto futile e rimpiazzabile è un amico, quanto ardua e rara è l’amicizia. Qua le valigie. Buonasera a voi». Non scherzo. In lunghi anni di tempestosa virilità, non ho mai allungato un dito sulla moglie di un amico. Una donna che mi piaccia, io voglio, come diciamo a Napoli, faticarmela. Inoltre un amico fra le braccia della moglie mi farebbe (i guai dell’immaginazione) troppa compagnia.

D. - Avendo deciso di incominciare una nuova vita, cpn quale gesto la incomincerebbe?

R. - Con lo sbadiglio di chi sa benissimo che l’indomani ricadrà nella vecchia vita.

D. - A quale fatto si riferiscono i cinque minuti più terribili della sua vita?

R. - Mi venne un crampo mentre nuotavo a poche miglia di distanza dalla riva. Che momenti! Riuscii a dire a mio figlio: «aspetta, lasciami appoggiare alla tua spalla»: ma lo vidi esitare.

D. - Qual è la sua opinione sulla censura cinematografica in Italia?

R. - E’ la migliore del mondo, dopo quella cafra

D. - Con quale attributo le piacerebbe passare alla storia?

R. - «Marotta il Napoletano».

D. - Qual è, secondo lei, il segreto del successo in un uomo?

R. - La solerzia, l’impegno. Anche un imbecille può aver successo, ma deve sfacchinare.

D. - E in quale misura, secondo lei, la fortuna incide nel successo?

R. - Molto, nei successi effimeri; poco, in quelli duraturi.

D. - La decisione ultima se lei sia meritevole del Paradiso oppure del Purgatorio viene affidata a una buona azione che è in suo potere compiere tornando per un breve periodo sulla terra. Quale sarebbe questa buona azione?

R. - Mah! Se si trattasse di andare a vedere e ad applaudire un film di Mastrocinque sceglierei il Purgatorio.

D. - C’è una virtù che tale nell’uomo è invece un difetto nella donna?

R. - L’infedeltà.

D. - Preferisce i vinti oppure i vincitori della vita?

R. - I vinti; è cosi edificante e buffo sentirli raccontare come hanno perduto!

D. - Qual è la più importante istituzione italiana?

R. - La stampa delle banconote, senza la quale nessun governo potrebbe conservare per un giorno il potere.

D. - C’è nella sua vita una piccola azione che le abbia suscitato un grande rimorso?

R. - Dissi a un tale: «Becco». Intendevo di aspetto; e invece, più tardi, seppi ch’egli lo era di fatto.

D. - Dovendo scrivere un libro di testo per le scuole, come reintitolerebbe il capitolo già dedicato all’ "Era Fascista”?

R. - «Non dir Era se no l’hai nel sacco».

D. - Una attricetta in mal di pubblicità inscena un suicidio per far parlare un poco di sè. Assorbe una certa quantità di sonnifero ma sbaglia dose e muore. Su quante colonne e con quale titolo, "darebbe” questa notizia?

R. - Quattro colonne. «Sbagliata anche la dose del narcotico».

D. - In una intervista, quale domanda le riesce più difficile formulare?

R. - Ho in uggia le interviste. Intervistato e intervistatore sono due bugiardi pieni fino all’orlo di reciproco disprezzo.

D. - Che cosa sarebbe l’Italia, senza Napoli e i Napoletani?

R. - Un paese meno rozzo e meno gentile, meno sventurato e meno felice, meno asimmetrico e meno bello.

D. - Per quale ragione, secondo lei, mentre il centro dell’industria cinematografica si trova a Roma, quello dell’industria giornalistica è invece a Milano?

R. - Perchè quella cinematografica è, in genere, un’avventura, non un'industria. Proviamo a togliere i soccorsi governativi: o morirà o si trasferirà in fretta e furia a Milano.

D. - Qual è secondo lei la differenza esistente fra giornalismo e pettegolezzo?

R. - Il giornalismo è pettegolezzo geniale e soprattutto utile.

D. - Se abbassando una leva, le fosse concesso di arrestare per cinque minuti il corso degli eventi, come ne approfitterebbe?

R. - Darei un po' d’olio, una favorevole ritoccatimi al futuro.

D. - Quale dei suoi contemporanei, potendolo, trasformerebbe in statua?

R. - Tutti gli scultori senza talento.

D. - Se un nuovo incendio dovesse per la seconda volta distruggere Roma, da che parte e secondo quale criterio incomincerebbe a ricostruirla?

R. - Non la ricostruirei affatto. Preferirei lasciarla ai libri, ai quadri, alle storie che ne parlano.

D. - E se un altro, secondo incendio dovesse distruggere "La Rinascente”, come la ribattezzerebbe?

R. - «La Jellata».

D. - Dovendo tradurre, giornalisticamente, il canto del conte Ugolino, come lo incomincerebbe?

R. - Scriverei: «La crudeltà della nostra epoca è tale che un uomo ha mangiato i propri figli senza che a nessuno venisse in mente di porgergli il barattolo del sale».

D. - Qual è il colmo dell’infelicità umana?

R. - Quello di un bambino orfano e malato.

D. - Qual è la sua eroina nella vita reale?

R. - Mia moglie, che è sempre, in oltre un ventennio, strenuamente riuscita a non pugnalarmi.

D. - Se un mago fosse sul punto di toccarla con la sua bacchetta, in che cosa chiederebbe di essere trasformato?

R. - In un odore di "pizza" per un affamato del mio rione Stella.

D. - Se le rimanesse soltanto mezz’ora di vita come la impiegherebbe?

R. - Guardando l’orologio, anche per sapere se anticipa o ritarda.

D. - Diretta su Montecitorio (al completo) una bomba sta cadendo dal cielo. E’ in suo potere deviarla su un altro centro abitato qualsiasi oppure su S. Pietro deserta. Come si comporterebbe lei?

R. - Non la devierei. Essa rispetterebbe forse l' immunità parlamentare. Se proprio fossi obbligato ad agire nel senso proposto, immagino che opterei per la salvezza del centro abitato. San Pietro è San Pietro, un lavoro degli uomini; la vita della gente pare che sia invece una lunga e attenta fatica divina.

D. - Se improvvisamente la radio si mettesse ad annunziare che i Marziani stanno calando sulla terra, in modo che lei non avesse ragionevolmente modo di dubitare di tale notizia, quale sarebbe la sua prima, più spontanea reazione?

R. - Evviva, penserei, forse domani non ci sarò più radio o i programmi saranno migliori.

D. - Non le è mai accaduto di interrompere un libro a metà?

R. - Mio o d’altri?

D. - Suo.

R. - In tal caso la risposta e no. Mezzo libro, cattivo o buono, mi dorrebbe come, non so, mezzo figlio o mezzo amore. Io non mi chiedo mai quanto valga ciò che ho scritto, e se convenga o no pubblicarlo. So di essere stato, sulla pagina, sincero: e credo che questa sola qualità conduca a tutte le altre. Perchè, dunque, abbandonare un libro incominciato? Ci sarà la morte, lontana sia, a obbligarmi a questo.

D. - Costretto .a scrivere un biglietto di condoglianze a una signora per la perdita del suo cane, come la incomincerebbe?

R. - «Gentile signora, conosco il suo dolore perchè ho perduto in questi giorni la mia pulce più cara».

D. - In una società pianificata, quale funzione le piacerebbe esercitare?

R. - Quella dell’impiegato addetto a contare i suoi fallimenti. Arrotonderei cosi i miei guadagni con lo straordinario.

D. - Qual è il film più "italiano” che sia stato prodotto dalla fine della guerra in poi?

R. - Umberto D.

D. - L’incondizionata devozione di un sùo simile, quale reazione le provoca?

R. - Se ho già un cane, lo vendo.

D. - Dovendo raccontare una favola a un bambino, quale sceglierebbe?

R. - Ne inventerei una somigliante a lui.

D. - Che cosa pensa dei suoi nemici?

R. - Mi occorrono, quindi non li odio. Li uso.

La domanda «con quale attributo vorrebbe passare alla storia», ha il suo equivalente in: «Quale epigrafe vorrebbe avere sulla sua tomba». Entrambe le risposte a queste domande possono considerarsi "chiave" per la scoperta della personalità di un individuo. Ho [ sostituito la seconda alla prima perchè saoendo Marotta napoletano lo immaginavo (a torto o a ragione) superstizioso. Ora Marotta vorrebbe passare alla storia come "il Napoletano”. Di tutte le sue risposte direi che questa è l’unica che non sia completamente sincera. In questa risposta Marotta pecca di modestia. Se è vero che un esame superficiale sembra confermare questo giudizio che Marotta dà su se stesso, a una lettura più attenta delle sue - risposte ci si accorge come una
limitazione di carattere regionale, sia insufficiente a comprendere la ricca e complessa sua personalità. Per Marotta, Naccli è un amore, un amore un po’ lontano con il quale tuttavia non si identifica più. Certo le risposte tipicamente napoletane non mancano in questa intervista che ha voluto concedermi, ma a mio giudizio non sono le migliori. L’ "umore” di Marotta di cui si è tanto parlato e che ne fa uno dei nostri migliori ingegni nasce, a quanto io ne posso giudicare dalla mia intervista, dall’essere uno dei pochi napoletani che al naturale ingegno uniscono lo spirito critico.

Enrico Roda, «Epoca», 1955


Come potranno collaborare Laurence Olivier e Marilyn Monroe. E come il torero Dominguin e Lucia Bosè, marito e moglie. Un matrimonio in pericolo

Il signore blu - Buondì, signore giallo. Che faccia pendente, ha mai oggi. Qualcosa non va?

Il signore giallo - Immagini, per cominciare: hanno avvertito che il film «La banda degli onesti», interpretato da Totò, non avrà più la regia di Gianni Franciolini, come in un primo tempo fu detto, bensì quella di Mastrocinque.

Il signore blu - Quale Mastrocinque, prego?

Il signore giallo - Camillo Mastrocinque, Il Camillo Mastrocinque che firma in tutte lettere Camillo Mastrocinque, come per dire: «Checché ne pensiate. c’era qualcuno dietro la macchina da presa... c'ero io».

Il resto non serve a nulla

Il signore blu - Anzitutto mi risparmi i «checché». Abbia pazienza, li ho in uggia, non sono che modi avverbiali di suono ingrato ma sembrano fotogrammi neorealisti di Giuseppe De Santis, pieni di rumore e di pulci. Quanto ai film di Totò, non si preoccupi. Un film di Totò, da chiunque diretto, non può essere altro che un film di Totò. Nei film di Totò accade Totò e si vede Totò; il resto è cellophane, è involucro, non serve a niente. Mi citi un solo personaggio di Totò che, lasciato da lui, si possa affidare a un interprete diverso. Totò è un romanzo visivo, completo di prologo e di epilogo, non modificabile in nessuna pagina e in nessuna riga. Qualunque vicenda, in mano a Totò, finisce come un agnello sospinto nella gabbia di una giovane tigre digiuna. Qualunque regia è fagocitata, distrutta. Perciò se Mastrocinque ingombra o costa meno di Franciolini, il produttore dell’annunziato «La banda degli onesti» (che è poi lo stesso Totò ha fatto bene a preferirlo. Caro signore giallo, il film ideale per Totò ce l'ho io. Gli direi: «Ascoltate, signor principe. infischiamoci di ogni soggetto e di ogni regìa. Un operatore è sufficiente. Usciamo insieme ogni giorno per un mese o due, io, lui, una efficiente macchina da presa, e voi. Ci limitiamo a seguirvi e a ritrarvi zitti zitti, senza raccomandarvi o suggerirvi nulla. Strade, botteghe, comizi, teatri, abitazioni private, uffici, bettole, eccetera: dovunque voi andiate con il vostro intangibile e indissolubile personaggio, e qualunque cosa buffa o tragica decidiate lì per lì di fare, non ha importanza per noi, che vi ’filmiamo’ e basta. Movimenti, vaghi e improbabili fatterelli, dialogo, tutto è improvvisato da voi, libero come una rondine in cielo a mezzogiorno. D’accordo? Voglio essere impiccato se ogni sera, visionando la pellicola girata, non rideremo fino alle lacrime e non piangeremo fino al riso. In ultimo un po’ di montaggio, un po’ di musica, un titolo grazioso, e il migliore film del migliore Totò sarà pronto».

Il signore giallo - E lei come suppone che Totò accoglierebbe la sua proposta?

Il signore blu - Non ne ho la minima idea. Ignoro se Totò sia un grande amico, o almeno un buon conoscente, di Totò.

Il signore giallo - Senta. Laurence Olivier e Marilyn Monroe appariranno insieme in un film. Il regista John Huston, che lo dirigerà, ha detto: «Mai si sarà avuta, sullo schermo, una combinazione di così opposti talenti».

Il signore blu - Lo credo. In realtà Olivier ha tutta la arte che manca a Marilyn, mentre il più aderente, impalpabile e scollato abito del mondo non gli conferirebbe una particolare suggestione cinematografica.

Il signore giallo - Senta quest’altra. Alla vigilia delle elezioni in Francia, un giornale comunista ha dedicato un'intera pagina al messaggi augurali che gli sono giunti da trentacinque attori del cinema, del teatro, del varietà e della televisione. Fra essi notiamo Ingrid Bergman, Jean-Louis Barrault, Martine Carol, Suzy Delair, Danielle Delorme, Robert Lamoureux, Tino Rossi, Yves Montand, Charles Trenet, Jean Vilar. Un quotidiano di Parigi ha commentato: «Si tratta di poveri attori che guadagnano in media 900 milioni all’anno e che sentono il bisogno di appoggiare alla vigilia delle elezioni la propaganda del partito comunista».

il signore blu «E con ciò? Non abbiamo anche in Italia un mucchio di nababbi marxisti, i quali muoiono dalla voglia di privarsi della ricchezza alla quale sono condannati dalla vigente democrazia? Non si capisce perchè il Governo attuale non esaudisca 1 loro voti.

Il signore giallo. - Come? Lei vagheggia defenestramenti. confische?

Il signore blu. - Ma no. Propongo una stazione sperimentale italiana della falce e del martello. In fondo, i canoni sovietici possono essere applicati da chiunque. Statalismo in tutto, no? Ebbene, pigliamo una ragione d'Italia e diamole un ordinamento sociale e politico alla russa. Non c’è affatto bisogno di cambiare il Governo, per questo. Basta affidare ogni ricchezza e o-gni potere alla burocrazia. Lo Stato imprenditore, i colcos, le elezioni a lista unica. i lavoratori d’assalto, e cosi via. I Barrault e le Carol indigeni si trasferirebbero immediatamente nella zona, c vi prospererebbero. Contenti loro, contenti noi. E’ mostruoso che l'odierno regime «con la scusa di essere liberale» debba costringerli a denunziare al Fisco sì e no la decima parte del loro favolosi guadagni, mentre essi non desiderano che di versarli completamente, o quasi, a un erario di pianificatori. Insomma il Governo sia (nulla di più semplice. di più tranquillo e di più giusto» liberale con i liberali e comunista con i comunisti. Ci vuol tanto?

Il signore giallo. - Forse no. Ma badi: il principe De Curtis, in un telegramma a Lauro, si è qualificato «apolitico». Sono anch’io della stessa parrocchia, e dunque cambiamo argomento. Ha notizie di Carlo Campogalliani?

Il signore blu - Gira un commovente film, dal titolo «Mamma sconosciuta». Vedremo, grazie a lui, un cantante italiano che prende moglie in America. Situazione di enorme interesse, alla quale si aggiunge, come un protesto a una cambiale cinematografica, il fatto che la donna aveva già un marito locale. Essa lo riteneva morto, insieme con la figlia avuta da lui. Ma nei film di Campogalllani, siccome niente vive, niente muore. Ecco riapparire l’individuo in questione; che diavolo può fare se non un tentativo di vendere a caro prezzo il suo silenzio alla mancata vedova? Il caso è talmente nuovo che ha una quotazione regolare nelle principali Borse italiane ed estere; alla fine il ricattatore perisce e la risposa, recuperata la figlia, sarà inenarrabilmente felice con l’adorato cantante. Mi spiego? Il Campogalllani, dopo aver trascorso un’ora al buio con il soggetto di «Mamma sconosciuta», fu vinto dall’irragionevole paura di chi a notte alta costeggia un cimitero; egli invocò ed ottenne l’aiuto di Anton Giulio Majano. il quale sarà pertanto coautore del film.

Escogitato il titolo ideale

Il signore giallo - Su che verte il film che Luis Dominguin e Lucia Bosè preparano in Spagna?

Il signore blu - Sulla vita di un toro, dalla nascita fino ai combattimenti c alla morte nell’arena. Allenamenti e catene all’inizio; poi rosso negli occhi, bandcrillas nel groppone,, corse furiose contro un bersaglio introvabile, un palmo di spada nel cervello. Ahimè. Io e Alessandro Blasetti, vagando l’altra sera per le vie di Roma ingiuriate dalla neve, abbiamo escogitato il titolo ideale per questo film. E cioè «La fortuna di essere bue».

Il signore giallo - Splendido. bravi. Sa che Carmine Gallone sarà, d’ora innanzi, anche il produttore dei suoi film? Per non far torto al Gallone regista, egli inizierà questa sua attività realizzando una versione cinematografica del melodramma «Tosca». Don Carmine è sempre stato un avanguardista. un rivoluzionario; chi lo frena più, oggi che i suol film se li finanzia lui?

Il signore blu - Temperamenti simili, conviene lasciarli sfogare. Il tempo, l’esperienza. l’età, non dubiti. convertiranno adagio adagio Gallone a un cinema più facile e redditizio. Ma occupiamoci degli, avvenimenti di Hollywood, è meglio. La polizia ha identificato e arrestato gli autori dei recenti furti nella casa di Kirk Douglas e in quella di Ginger Rogers. Della banda facevano parte la giovane attrice Dawn Marshall e il giovane attore Johnny Franco. Pare che il giudice offrirà loro la deportazione in Italia, dove potranno interpretare qualche grande film neorealista.

Il signore giallo - Che cosa dobbiamo pensare, stando alle voci secondo le quali Grace Kelly, dopo le sue nozze con Ranieri III, non abbandonerebbe il cinema?

Il signore blu - Che si può essere un’ottima principessa di Monaco tra un film e l’altro.

Il signore giallo - Legga qua, mi vengono i brividi. Il matrimonio di Audrey Hepburn e Mel Ferrar è in pericolo. Audrey ha testualmente dichiarato: «Due artisti non possono assoluta-mente vivere insieme». Inaudito. Un’attrice e un attore del cinema: per amor di Dio. quali altri coniugi, per la vita che fanno, sono meno soggetti ad abituarsi l’uno all’altra? Quando lei interpreta un film a Hollywood. lui ne interpreta uno in Italia; quando lui ha una «conferenza-stampa» a Milano, lei è indaffarata con il sarto Schubert a Roma, e cosi via. Talora passano lunghi mesi, prima che l’attore-marito, nell’infilarsi a letto stanco morto, noti fra le coltri qualcosa (un arruffio di capelli e di trine) ed esclami: «Cara! Tu qui?».

Il signore blu - Già. Non nego che il suo veloce ritrattino della nuzialità cinematografica sia fedele ed intenso. Ma comincia a nevicare (o è ancora la neve di ieri, supposto che non sia quella di domani?) e ho impegni altrove. Insomma: io vado verso quel pezzo di marciapiede ghiacciato, per assistere al divertente scivolone di qualche generale o di qualche senatore; e lei?

Giuseppe Marotta, «Corriere dell'Informazione», 22 febbraio 1956


1963 10 11 Il Messaggero Giuseppe Marotta morte intro

«Il Messaggero», 11 ottobre 1963


«Gazzetta di Mantova», 14 novembre 1963 - Giuseppe Marotta


1962 10 06 Tempo Giuseppe Marotta intro

I suoi amici più veri sono quelli che abitano nei vicoli napoletani, fanno mille mestieri per vivere e non riescono a nascondere la loro meraviglia che Giuseppe Marotta sia cosi famoso. Coi suoi colleghi io scrittore non si trova: li giudica invidiosi, antipatici e freddi

Napoli, settembre

Viene giù da un vicolo del rione Pallonetto, le mani dietro la schiena, strascicando le scarpe. «Riverisco, professore illustrissimo», dice la gente. E’ grande come un armadio, di quelli panciuti che usavano cent’anni fa, e porta un vestito, appunto, color legno vecchio. Saluta, riverisce a sua volta, scavalca i bambini che rotolano giocando sul tappeto d’immondizia steso sulle pietre, scansa un’infida buccia di cocomero e qua e là intinge gli occhi appuntiti nelle facce della gente e nelle loro storie: i vicoli sono il suo calamaio, il suo inchiostro nero, rosso, verde, blu. Prima o poi metterà quelle facce e quelle storie dentro una buca per le lettere e spedirà tutto a Milano: diventeranno pagine di libro o di giornale. A quelli del rione Pallonetto, o Stella, o Sanità, non ruba niente: ne hanno fin troppe, loro, di facce e di storie da regalare.

«Io abito qui — dice Giuseppe Marotta, — cioè, è come se ci abitassi. Ho una casa su al Monte di Dio, ma sto sempre nei vicoli. Qui la gente è vera».

«Riverisco, professore illustrissimo».

«Riverisco, donna Giulia». Che sia donna Giulia Capezzuto, la vedova de Gli alunni del tempo, quella che vive con una pensione di quindici-mila lire e coi ricavati delle suppliche alle ” eccellenze ”? Ora forse li incontrerò tutti, i personaggi di Marotta: il bidello Sòrice, don Leopoldo Inzerra, don Rosario Nèpeta, Armanduccio Galeota, la pizzaiola. Ci sono anche i due banchi di frutta e verdura, con i meloni che strillano a chi è più giallo e i fruttivendoli che si guatano come America e Russia, ma non spostano i banchi d’un centimetro. Incontrerò i personaggi de Gli alunni del tempo che litigano o chiacchierano con quelli de Gli alunni del sole, de L'oro di Napoli, di San Gennaro non dice mai no, di Salute a noi, che si mescolano con gli angeli di Pietre e nuvole e s’intendono a modo loro con la gente di una Milano reinventata da Marotta, dove non fa freddo.

«L’altro giorno — dice — ho assistito a una brutta litigata fra due donne che abitano in quel vicolo con le scalette. C’eravamo messi a guardare, ognuno si compenetrava, com’è giusto, nel litigio. A un certo momento, dalle ultime file, un tizio che non riusciva a sentire bene ha gridato: "Voce!”. Dove lo ritrovo un altro posto come questo? E’ un teatro. Qui per scrivere non c’è bisogno di inventare. Basta guardarsi intorno. Un mio collega, tempo fa, ha dichiarato durante un’intervista che a Napoli non c’è più la plebe. E' che loro, i miei colleghi, si insediano dentro i quartieri eleganti e non vengono più nei vicoli. Poi, dato che non ci vengono, finiscono per convincersi che è tutto sparito. Guardi, c’è o non c’è la plebe, a Napoli?».

1962 10 06 Tempo Giuseppe Marotta f1Giuseppe Marotta al tavolino di un caffè napoletano. Lo scrittore è nato a Napoli il 5 aprile 1902. Rimasto orfano del padre avvocato a nove anni di età, è stato costretto a interrompere gli studi e a cercarsi un lavoro. Nel 1926 ha lasciato Napoli e si è trasferito a Milano dove ha iniziato la sua collaborazione ai giornali e alle riviste umoristiche e cinematografiche. Marotta ha ricordato poi quel difficile periodo della sua vita nel suo libro ”A Milano non fa freddo”

Vedo un bambino di cinque o sei anni, roseo e stracciato, che tira la giacca di Marotta e dice: «Professore, faci teme ’a carità, datemi dieci lire, che sto disoccupato». Il professore si vuota le tasche e annota. Un giorno o l’altro leggerò questa storia in uno dei suoi libri.

«Lei è professore?» chiedo.

«Macché. Sono loro che mi chiamano così. Una forma di rispetto come un’altra. Io ho fatto appena la terza media, ero povero. Mio padre faceva l’avvocato, ai suoi tempi le cose andavano bene, ma quando io avevo nove apni morì e cominciammo a stare male. Mia madre trovò un posto di domestica dal conte di Montoro, in via Monte di Dio. Ora abito anch’io in quella strada, e tutti i giorni, quando passo di lì, rivedo il balconcino dal quale si affacciava lei per buttarmi giù qualcosa da mangiare».

A sedici anni Giuseppe Marotta trovò un impiego alla società del gas come verificatore. Andava su e giù per la città dalla mattina alla sera e ogni tanto si fermava in qualche portone a scrivere poesie sul retro dei moduli. Si fermava anche perchè, a quei tempi, aveva la tubercolosi ossea, e sotto il piede c’era una ferita che non si chiudeva mai. Pensava già di scrivere qualche racconto, ma non si decideva: gli ci volevano troppi moduli e troppe soste nei portoni. Gli riuscì di metterne insieme uno verso i vent’anni, e la Tribuna illustrata glielo pubblicò. Allora gli venne in mente di lasciare il gas e partire per Milano.

«A pensarci da qui, Milano mi appariva come un gran cesto pieno di denaro, di giornali e di donne. Ma soprattutto di donne. Me le immaginavo più aperte, meno scontrose delle napoletane, pronte a ricoprirmi di baci».

«Fu deluso?».

«Eh, no. Diritti ci rimasi ventitré anni».

Ci rimase e divenne un umorista: con tutti i guai che gli erano capitati, con il freddo è la "cinghia” dei primi tempi, o imparava a ridere, o chi lo sa come andava a finire. Lo | salvarono le donne del Nord, Mondadori, e quella forza tutta napoletana di cui parla in uno dei suoi libri e che gli permise di tenersi "una mano sul cuore per alleviare la tristezza, una mano sulle labbra per trattenervi il riso». Guarì anche dalla tubercolosi. Solo una malattia, non riuscì mai a curarsi, e se la porta dietro ancora oggi: è il complesso di inferiorità che lo ha fatto e lo fa sempre dubitare di se stesso, e quindi anche di ogni riga che scrive, della gente poco semplice, degli intellettuali, e perfino degli amici.

«E’ vero — dice — questo è il mio punto debole. Non sono mai guarito dall’incertezza

e dal timore che la fatica di quegli inizi mi ha lasciato dentro. Del resto io non sono un uomo di ferro: ho volontà solo nel lavoro. Con la vita, non ci so fare un gran che. Ma si rende conto che quando arrivai a Milano, a ventitré anni, non sapevo neppure telefonare? Come potevo avere imparato, vivendo nel rione Sanità e girando Napoli per la società del gas? Da Mondadori mi assunsero come archivista, e può immaginare come mi sentivo quando dovevo fare una telefonata. Non era neppure un telefono come tutti gli altri, aveva un centralino, bisognava schiacciare un bottone, chiedere la linea».

«Non lo aiutò nessuno?».

«Sì che mi aiutarono. E non solo a telefonare. Angioletti mi consigliò i libri da leggere, mi incoraggiò a scrivere. Poi trovai un lavoro da Rizzoli».

«E i racconti? Aveva continuato a pubblicarli, dopo il primo della Tribuna?».

«Ricominciai a scriverli per fame. Prendevo trecentottanta lire di stipendio il mese, qualcosa come trentottomila di oggi. Dovevo pagare la stanza, mangiare, vestirmi, tutto. Una sera mi sfogai con Cantini, e lui mi propose di scrivere un racconto. Disse che me lo avrebbe fatto pagare duecentocinquanta lire. Quando scesi in cassa a prendere i soldi, l’impiegato fece: ”Va bene, ma dov’è questo Giuseppe Marotta?”. ”E’ su”. "Deve firmare la ricevuta”. "Gliela porto io”, dissi, e mi nascosi, come un ladro, a firmarla sulle scale».

«Perchè?».

«Il solito complesso. Mi vergognavo. Forse pensavo che l’impiegato non avrebbe creduto che io fossi l’autore del racconto, o chissà che altro. Insomma, mi mancava il coraggio di dire: "Marotta sono io”».

Ci fermiamo perchè il vicolo è bloccato: due donnoni, se ho ben capito, stanno disputandosi un marito, intorno c’è il solito pubblico. L’oggetto della disputa, qualcuno ce lo indica, è seduto su una seggiola e fuma come uno spettatore qualunque. Anzi, ha l’aria di compenetrarsi meno di tutti gli altri.

«E lei? — chiedo a Marotta. — Lei è un tipo geloso?».

Marotta sorride. Ha un sorriso tutto speciale, da fauno.
Un sorriso a V, che sale verso gli zigomi e coinvolge il resto del viso facendo diventare allegre anche le borse sotto gli occhi, «Chi gliel’ha detto?» domanda.

«Eh — dico — l’ho letto da qualche parte, Quando si è famosi, anche una faccenda privata come la gelosia va in pasto al pubblico».

«Sì — dice — qualcuno l’ha scritto. Ma che c’è di strano? Sono un po’ geloso ecco».

«Un po? Non chiudeva sua moglie a chiave dentro casa?».

1962 10 06 Tempo Giuseppe Marotta f2Lo scrittore in un vicolo del Pallonetto con i suoi amici Vincenzo Falanga, di professione cocomeraio e comparsa cinematografica, e Agostino Tomaselli, venditore di stoffe, mentre osserva un bambino lasciato dalla madre nella carrozzina, accanto al fratellino venditore di pesce. Scrittore, commediografo e critico cinematografico, Marotta ha vinto nel 1954 il Premio Bagutta con il romanzo "Coraggio guardiamo”. I suoi libri più felici rimangono "L’oro di Napoli”, una perfetta fusione di realismo e di fantasia, e ”Mal di galleria”. Lo scrittore, che ha raccolto in "Questo buffo cinema" e in "Marotta ciac" le sue divagazioni cinematografiche, ha scritto anche le parole di alcune canzoni: "Cipria di sole", ha preso parte all’ultimo Festival di Sanremo.

«Avevo venticinque anni e lei diciotto. C’eravamo appena sposati, abitavamo a Milano, in viale Umbria. Io dovevo andare a lavorare piuttosto lontano e come potevo stare tranquillo col pensiero che lei ricevesse qualcuno mentre io non c’ero? Così la chiudevo a chiave».

«Col lucchetto».

«Beh, mi era venuto il dubbio che un altro potesse farsi una chiave falsa. Così comperai un lucchetto, di quelli che si aprono soltanto con una combinazione di lettere. Per qualche mese fui più tranquillo, ma dopo un po’ mi venne un altro dubbio. La combinazione era fatta di tre lettere sole. Se ”lui” avesse voluto, con un po’ di pazienza sarebbe riuscito a trovare il modo di aprire. Allora escogitai un altro sistema: infilai uno spillo tra i battenti della porta. Ogni sera, tornando, prima di aprire toccavo lo spillo: era sempre lì, e siccome lo sapevo solo
io, ”lui” non poteva avercelo rimesso, quindi non era entrato».

«Aveva qualche sospetto? C’era un ”lui”?».

«Macché. Mia moglie non ci pensava neppure».

«Quanto durò la storia della chiave, del lucchetto e dello spillo?».

«Alcuni anni».

«E com’è che finì? Si convinse che era una follia?».

«No. Mia madre venne a vivere con noi e così mi sentii tranquillo».

«Ma se durante quegli anni di segregazione, a sua moglie fosse capitato di restare imbottigliata in casa durante un incendio? Lei non pensava che potesse accadere una cosa di questo genere?».

Il sorriso di don Peppino Marotta si fa ancora più a V, diventa contagioso: rido tanto che mi viene il dubbio di offenderlo. Niente, ride anche lui.

«Bruciò, povera anima, bruciò».

«Sua moglie?».

«Beh, non del tutto. Andò a fuoco un fornellino elettrico e lei rischiò di finire arrosto. Riuscì, comunque, a spegnere tutto da sola, perchè non osava neppure chiamare i pompieri. Capirà, nessuno nei palazzo sapeva che lei era dentro, tutti credevano che uscisse con me ogni mattina, e le seccava di far vedere che la chiudevo col lucchetto».

Più o meno in quel tempo, Marotta fu assegnato a Cinema-Illustrazione. Fungeva contemporaneamente da redattore, fotografo, inviato e direttore. Per fortuna la madre poteva badare a sua moglie, altrimenti, ora che doveva viaggiare su e giù da Roma a Milano per il cinema, la signora Marotta avrebbe finito per restare tagliata fuori dal mondo per giorni e giorni, con acqua e pane secco. Lui, intanto, frequentava le attrici, e faceva la passioncella per Leda Gloria. Fu una passioncella del tutto platonica. «Non mi sarei mai permesso — dice Marotta — di introdurmi in casa di una signora con la scusa delle fotografie e poi cercare di ottenere altre cose. Non mi piacciono le slealtà».

Sempre in quei tempi si assunse anche l’incarico di tenere la posta coi lettori, e divenne una specie di Signorina Cuorinfranti, che consigliava alle ragazze il miglior sistema per depilarsi o per strapparsi dall’anima gli amori infelici. La rubrica si chiamava Lo dica a me e mi dica tutto, ma dovette cambiare titolo perchè il regime preferiva il ”voi”, e così divenne Ditelo a me e ditemi tutto.

«E i libri? Quando cominciò a scriverli?».

I baci del professerà

«Si può dire che li ho sempre scritti, e che non li ho scritti mai. Facevo articoli che poi legavo insieme e diventavano una sola storia. Anche oggi faccio così. Io non ho mai avuto il tempo di scrivere veri romanzi. Avrei dovuto trascurare le collaborazioni, ma come avrei vissuto? E poi scrivo molto lentamente. Non riesco mai a finire più di due pagine in un giorno. No, la mattina non lavoro. Non funziono. Vado a passeggio per Napoli. Sì, il pomeriggio mi riposo, faccio una dormitina. Dopo scrivo. Tiro avanti anche fino alle undici di sera, se è necessario. Fatico molto a scrivere, e poi ho la fissazione dei suoni, per esempio non potrei mai avvicinare due parole come "delizioso sogno”, quel so-so mi disturba, non lo sopporto. Così ho bisogno d’un gran tempo per cercare altre parole».

Scendiamo verso Piazza del Plebiscito, troviamo un tavolino all’ombra e Marotta mi indica un gruppo di strani individui, con facce da Pallonetto, da Stella, da Sanità, che scattano in piedi appena ci vedono, col solito ritornello: «Riverisco, professore».

«Quelli — dice Marotta — sono i miei più cari amici. Hanno avuto un po’ di guai, ma sono brava gente. Proprio brava».

«Me li fa conoscere?».

Con i suoi colleghi, Marotta non si trova, li giudica antipatici, invidiosi e freddi.

Falanga Vincenzo, si presenta così, col cognome prima del nome, e mi bacia la mano a risucchio: fa il cocomeraio, la comparsa, il venditore di stringhe, e in passato è stato un po’ in galera per truffa. Racconta queste cose con dolcezza, perchè, dice, è merito del professore se ora è diventato uno come si deve. Il professore, un sant’uomo, guai a chi lo tocca. Falanga Vincenzo mi fa vedere anche i tatuaggi che ha sul petto e sulle braccia. "Mamma e core”, ”Ti amo ti penso e soffro Angelina", e "Amo chi mi ama” e sul cuore, insieme col ritratto della mamma, c’è anche il ritratto del bambino, il primo. «Eh, no, gli altri nove non li ho fatti tatuare, non ho più posti decenti. E poi il professore dice che vengono le infezioni».

Cennamo Pasquale, cravattino a farfalla, capelli grigi, denti candidi, l’ho già incontrato ne Gli alunni del tempo, nel capitolo trentesimo, quello in cui L’ignoranza e il bisogno formano coppia legale: è don Fulvio Cardillo, l’analfabeta.

«Eh, no — dice senza rammarico — io i libri del professore non li ho mai letti. Ma so cantare le sue canzoni: Destino, Mare verde. Gesù, che belle canzoni. Che parole poetiche. Lei è amica del professore?».

Se sono amica del professore, dice, posso sentirmi tranquilla, perchè a Napoli nessuno mi torcerà mai un capello, parola di Cennamo Pasquale. Non mi hanno raccontato che quando è stato girato il film Le quattro giornate di Napoli, se non c’era Cennamo Pasquale con Falanga Vincenzo, nei vicoli non ci sarebbe mai entrata nessuna macchina da presa? Non sa leggere, ma sa farsi obbedire.

«E’ tanto che conosce il professore?» chiedo.

Don Pasquale ripiega il fazzoletto bianco che mi ha prestato per pulirmi le dita appiccicose di gelato al limone e sospira. «Ho la felicità di conoscerlo da alcuni anni. Ma non sapevo che fosse così famoso. Me l’hanno detto da un anno, il professore, per modestia, non ci aveva mai fatto l’onore di confidarcelo. A me, lo seppi dopo, a me personalmente il professore aveva fatto il grande onore di raccontare la mia storia su un libro, ma io non ebbi mai la gioia di leggerlo per le note ragioni di cui sopra».

Tomaselli Agatino, il terzo, è siciliano, trapiantato a Napoli da vari anni. Vende stoffe "inglesi”, e per questo, mi spiega con una certa compunzione, ogni tanto finisce male. Ma il professore deve aver catechizzato anche lui, e ormai è entrato nell’ordine di idee di fare l’attore.

«Conosco il professore da tre anni. Non sapevo che fosse così famoso. Credevo che fosse un uomo come tutti gli altri: intelligente, giusto, santo. Ma famoso, questo non lo sapevo. Rimasi di stucco. E pensare che è così semplice, così affabile. Ci bacia, lo sa? Quando non ci vede per un pezzo, il professore ci bacia. Ci bacia come se fossimo della gente della sua famiglia. Io lo racconto sempre a tutti che il professore e io ci baciamo».

L’altro amico si chiama Ubaldo Maestri, ed è un intellettuale. Uno dei pochi sopportabili per don Peppino Marotta. Cominciò a scrivere anche lui nei tempi in cui Marotta faceva il verificatore del gas, ma, sospira, è rimasto a quel punto. «Mentre il mio amico Marotta è arrivato alle stelle».

Don Peppino, confuso, dice che è meglio andare via. Si rifà la cerimonia del baciamano, lungo la banchina, fra i bambini che ci guardano perchè il fotografo sta lampeggiando col flash.

«Chi fotografano?» mi chiede un bambino.

«Marotta. Lo scrittore. Lo conosci?».

«Scrittore? Ma no, è uno che fa canzoni. Lo so chi è, è quello di Mare Verde».

Quando restiamo soli, chiedo a Marotta perchè i suoi amici siano tipi come Cennamo, Falanga, Tomaselli e il magliaro. Perchè questi sono davvero capaci di voler bene, spiega, e poi perchè sono Napoli. E Napoli è Sofocle e Pulcinella che girano sottobraccio, frizzi e tragedia che formano la verità.

Si è accorta che i libri sono tutti uguali? Siamo dentro uno squallido conformismo letterario. Si muovono tutti nella stessa direzione. La letteratura sta diventando industriale, fatta su misura, con quei tali ingredienti di cui ha bisogno l’editore per vendere il libro. Altro che dittatura fascista. Almeno, allora, si poteva "spiazzare” con qualche favola, magari in forma di apologo. Oggi invece abbiamo la dittatura di una moda. Se tutti fanno più o meno le stesse cose, vuol dire che, al massimo, uno solo di loro è quello buono. Gli altri non possono essere che epigoni. E allora a che serve?».

1962 10 06 Tempo Giuseppe Marotta f3La squallida immagine di un vicolo napoletano. Un bambino dorme in mezzo alla strada: non c’è un angolo di finestra libero dalla biancheria stesa ad asciugare. Marotta passeggia lentamente e guarda. I personaggi dei suoi racconti si muovono in ambienti simili a questo.

«Secondo lei, qual è quello buono?».

«Mah, è difficile. Allo "Strega”, quest’anno, io il premio non l’avrei dato a nessuno. O meglio, l’avrei dato a Mastro-nardi. Se non altro il libro è originale».

«Lei cosa sta preparando?».

«Sta per uscire Le milanesi. Sono storie raccontate in prima persona, storie di donne».

Un concentrato di molti romanzi, dunque, perchè secondo don Peppino dei libri, oggi, la gente non legge che una piccola parte. Quindi, sostiene, tanto vale scrivere racconti, che sono brevi e quindi molto più adatti al nostro tempo frettoloso. C’è il boom letterario, ma i libri sono per lo più un fatto di arredamento. Servono per riempire le pareti, per scaldarle, e nello stesso tempo per dare "un che di colto" ai padroni di casa.

«Come ha fatto — chiedo — a scrivere tante storie di donne in prima persona? Come fa a conoscere lei donne così bene?».

«Lasciamo perdere», dice, e sorride a V, con gli occhi sommersi da una raggera di rughe soddisfatte. Cosi ci mettiamo a parlare di cinema. Gli domando come mai, dopo Carosello napoletano e L’oro di Napoli, non abbia più fatto film.

«Non so. Non me l’hanno più chiesto».

«Però quei due furono un successo».

Il complesso di gioventù

«Già. Ma oggi è tutto capovolto. E il cinema, alla fine, è diventato un curioso accidente, una serie imprevedibile di casi strani. Ci sono tante probabilità che un film venga bene, quante ce ne sono che escano il 13, il 15 e il 18 domani sulla ruota di Napoli. Il guaio grosso del cinema è che la sceneggiatura è un’opera di collaborazione, e quando molti collaborano ci sono sempre in mezzo alcuni cretini. Il più cretino, poi, si sente sempre in dovere di fare l’avvocato del diavolo e di interferire opponendosi a questo o a quello. Senza contare che anche il produttore sente il bisogno di interferire. E’ convinto di essere il solo a conoscere i gusti del pubblico e invece sciorina tutti i consigli che gli ha dato la moglie a tavola il giorno prima. Come produttori, sulla piazza, c’è solo il Bini. Lui è l’unico che lascia fare, rispettando l’idea originale. Insomma, tutta la baracca d’un film dal momento in cui nasce fino, diciamo così, al prodotto finito, è estremamente casuale. Io non farò più film. Tutt’al più, se me lo chiedessero, potrei dare un mio libro per fame un film. Ma niente più sceneggiature e cose del genere».

«E i critici? — chiedo. — Come la trattano i critici?».

«In genere non mi trattano affatto. Quando esce un mio libro, nessuno se ne occupa».

«Ho sentito dire che Cecchi è un suo amico».

«Cecchi è un uomo per il quale io ho il più grande rispetto. Mi dice sempre di andare a trovarlo, quando càpito a Roma, e io non ci vado mai. Sa perchè non ci vado? Perchè sono un timido. Non ho coraggio. Sono sicuro che se mi sedessi accanto a lui si metterebbe a farmi discorsi che io non sono in grado di sostenere. E’ un pozzo di cultura. Lo rispetto al punto che non ho il coraggio di andare a trovarlo».

«Ancora? — dico. — Ma è proprio un complesso. Bisogna che guarisca».

«Troppo tardi» fa lui.

Salutandolo, però, mi viene voglia di raccomandargli che se lo tenga, il suo complesso, che non lo sciupi. E’ così originale, in un mondo in cui quasi tutti gli scrittori, chi più e chi meno, sono malati di superiorità.

Mirella Delfini, «Tempo», anno XXIV, n.40, 6 ottobre 1962


A sessantun anni di età il geniale scrittore è spirato in un soffio mentre assisteva alla televisione

1964 05 31 Domenica Del Corriere Giuseppe Marotta f1A Napoli sono parecchi i fabbricanti di fuochi artificiali. Geniali preparatori di girandole, di scoppi fragorosi, di scintillanti fiammelle, di abbaglianti lingue di fuoco asserpolantesi sul nero velluto della notte, di sorprese luminose e stellanti, di fiori fosforescenti e detonanti, di belli arabeschi lucenti, di piogge di stelle filanti verso la terra come lunghi rami incendiati di salici piangenti.

Giuseppe Marotta, napoletano della più bell’acqua, era uno di questi creatori di fuochi d’artifizlo non nel cielo ma nella pagina. In tutti i suol libri — che sono molti e nelle sue commedie scritte con Randone che non sono poche — è tutto uno scintillio di idee e di Immagini, di impreviste impennate, di osservazioni pungenti, di spunti satirici, di motti umoristici. Effervescenti pagine tessute con fili d’argento sfavillanti. Leggerle è come assistere a un rutilante gioco di parole. Era uno scrittore inconfondibile. Basta un periodo per rivelarlo.

Immerso nel mondo napoletano e a volte da esso disancorato creava i suol personaggi con Ìmpeto, con entusiasmo. Li vedeva, li conosceva, li rivestiva d’artistica sensibilità e li riproponeva al lettori con le rughe della sofferenza e coi colori della vita.

Vita di popolo e vita di signori. Ma specialmente col primo egli si sentiva congeniale. Era nato dal popolo, miserabile, e ha dovuto subito appena ragazzo lottare con l’indigenza. Orfano, con madre e sorelle da mantenere, si è dovuto mettere al lavoro. Buon per lui e per loro ch’egli ha potuto occuparsi nell’Impresa del gas ed avere l’Incarico di controllare i contatori. Tirava la vita col denti. Frequentava le .case del vicoli più poveri, vedeva gente che non sapeva la mattina come avrebbe potuto cenare alla sera, egli stesso costretto a saltare qualche pasto. Il suo primo incontro con la vita fu di squallore, di patimento, di angosciosa ristrettezza.

Sentimento polemico

Aveva potuto finire soltanto le medie e poi studiò da sè la sera dopo avere scarpinato tutto il giorno, e su e giù per scale e scalette. Ma la passione dello scrivere gli infiammò presto l’animo. Scriveva a lume di candela, su un tavolino zoppo mentre la madre agugghlava per rattoppare le sdrucite sottanel-le delle figliole. Scriveva in prosa e in versi, ma, allora, specialmente in versi. La prosa venne più tardi e con quella osò presentare i suoi saggi a qualche settimanale di indole popolare. La buona accoglienza che incontrò gli fu di stimolo e stese fogli su fogli. Da quel momento non si fermò più. Scrisse via via articoli, novelle, romanzi, racconti, critiche cinematografiche, commedie, diresse settimanali sempre con la stessa vivacità e lo stesso piglio franco e polemico.

Anche la sua narrativa si alimenta di sentimento polemico. E’ una narrativa che riferisce casi e figure della vita quotidiana mettendole a volte In berlina, a volte circondandole di una pietà umana anch’es-sa di sapore aggressivo quando non è decisamente beffarda. Era del resto polemico contro tutto e tutti e persino contro se stesso. Aveva l’animo gonfio di canto e ne costringeva l’esaltazione in forme composite e sorvegliate.

Deciso nelle opinioni

Da Napoli era venuto a Milano e qui ebbe modo di affermarsi e di uscire dallo stato assillante di bisogno che lo tormentava. Lavorò presso Mondadori poi presso Rizzoli, si fece Innanzi a forza di lavoro e anche di risse letterarie. Lasciò Rizzoli e si diede a una collaborazione faticosa e vittoriosa a riviste e giornali. Un giorno «La Stampa» lo invitò a mandare elzeviri, poi passò al «Corriere della Sera» al quale rimase fedele fino alla fine.

Era diffidente. Tutti stimavano il suo talento anche se talvolta dissentivano dal suol giudizi e dai suoi atteggiamenti Egli invece temeva sempre di essere Incompreso, malvisto, non sufficientemente apprezzato. Sbagliava; ma era la condanna del suo temperamento di uomo dall’Infanzia dura e penosa, che gli aveva presentato la vita come una nemica da combattere. Per lui ogni articolo, ogni libro era una battaglia. Ci si metteva con la durezza di un ariete che ogni volta avesse un muro da sfondare.

Invece aveva sfondato a trentanni. Era a quell’età già qualcuno. I suoi scritti, che non godevano particolare attenzione dalla critica ufficiale, avevano la piena simpatia del pubblico. Ma egli era impaziente del consenso degli esperti.

E venne anche quello. Venne cordiale ed eccitante. Ma non per questo si rasserenò, costantemente Insoddisfatto di sè e degli altri, nonostante i numerosi premi che gli venivano conferiti, dal premio Paraggi al premio Saint Vincent al premio Viareggio.

Era sempre un giovinotene atletico che lo conobbi nel 1928, alto, vestito con una giacca larga e cascante su un maglione grigio accollato e floscio, il volto d'un pallore da convalescente, l’occhio grigio e spalancato, il naso lungo e affilato, le labbra sottili e strette, e due rughe profonde che gli chiudevano naso e bocca in una parentesi dolorosa.

Gli anni lo avevano appesantito ma non gli avevano mutato l’aspetto. il suo sorriso era triste ma bastava gli si elogiasse un suo articolo o un suo libro e tutto il volto gli si illuminava. Non domandava che d’essere capito, accettato cosi In blocco com'era con i suol pregi e le sue debolezze, e stimato per la sua fatica. Era deciso nelle opinioni. Una volta un direttore di settimanale, da lui attaccato in un articolo, gli scrisse domandandogli le ragioni di quella sua acredine poiché ragioni vere non ne potevano esistere.

Che fece Marotta? Gli rispose cosi: «Come al solito mi sono sbagliato e ora la ringrazio. La sua amicizia l’accetterei e la ricambierei con gioia, se potessi, ma non posso, almeno per il momento, avendo proprio ieri consegnato a un giornale un articolo In cui di nuovo me la prendo con lei e non posso più ritirarlo. Le dispiace se la nostra amicizia Invece di cominciare da oggi 25 luglio comlncerà dopodomani 27 giorno in cui quel mio sciagurato articolo sarà finalmente pubblicato?». Da Milano si era poi trasferito a Roma dove assunse il posto di capo ufficio stampa di una casa cinematografica. Ed eccolo nel mondo del cinema; eccolo critico cinematografico in grandi settimanali, ecco i suoi articoli critici canzonatori, pungenti, spietati, irritanti, caustici e sinceri fino alla crudeltà; ed ecco le sue sceneggiature.

Umorista di classe

Anche in questi scritti, come in quelli narrativi, la sua prosa Rinfittiva di annotazioni curiose e saettanti, pareva che nel suoi periodi si accendessero continuamente lampadine elettriche. I suoi scritti sono una festa di lampadine colorate. Disse bene di lui un collega: «Dà un piacere paragonabile a quello che si prova dinanzi a un prodigioso acrobata: ogni riga una sorpresa».

E, per i lettori, uno stupore, tanto dinanzi alla sua narrativa: «Tutto per me», «Mezzo miliardo». «Le madri», «Gli alunni del tempo». «Gli alunni del sole», «San Gennaro non dice mai no». «Salute a noi», «A Milano non fa freddo», «Le milanesi», «Nulla di serio». «Mal di Galleria» e soprattutto l’«Oro di Napoli» che ha avuto un successo straordinario anche all’estero; quanto dinanzi al suo teatro: «Il califfo Esposito», «Il malato per tutti», «Il bello di papà». «Veronica e gli ospiti» che fu molto applaudita anche a Londra.

I suoi racconti sono caldi di sentimento e di verità. Umorista di classe, lasciava spesso trasparire la commozione dell’uomo e mentre l’artista, sempre attivo in lui, metteva i personaggi sotto la luce dell'ironia, sentiva per essi solidarietà e compassione. E non dava forse anche alle cose calore umano? Leggete queste righe: «Il pomeriggio del 7, il giovane settembre pigliò quante nubi aveva nell’armadio e con un breve uragano fece il lavoro di centomila servi di scena... Aprile, ti ricordi? Stavi con noi sul muretto del giardino seduto come noi all’orientale? Ti ricordi Aprile?».

Ha celebrato Napoli nel suoi libri descrivendone tipi ed episodi con spregiudicata schiettezza, ma ha celebrato anche Milano con uguale metodo. Egli era connaturato con Napoli, ma il suo spirito ne varcava i confini e spaziava anche altrove con la sua generosa fertilità di scrittore di razza. Ha sempre considerato lo scrivere una missione e non l’ha mal tradito. Tutto perfetto? No. Di perfetto non v’ha alcuno. Ma tutto genuino, questo si. La genuinità in arte è coraggio. E di coraggio il Marotta ne aveva da vendere. Temeva una cosa sola: la fine. E questo non l’ha voluto spaventare. E’ giunta, in silenzio, di sorpresa.

Eligio Possenti, «La Domenica del Corriere», 31 maggio 1964


1981 01 15 L Unita Giuseppe Marotta Articolo Toto intro

«L'Unità», 15 gennaio 1981


1998 01 04 Il Messaggero Giuseppe Marotta intro

Tornano, in un volume, le critiche cinematografiche dello scrittore napoletano pubblicate negli anni 50. Impietose, imprevedibili esplosive, spesso rivolte a vittime illustri. Animate dai "desideri di vendetta” di un autore emarginato.

1998 01 04 Il Messaggero Giuseppe Marotta f1La leggenda vuole che, quando uscivano sull'Europeo,negli anni Cinquanta, le critiche cinematografiche di Giuseppe Marotta fossero attese, e temute. Quasi sempre esplodevano piuttosto imprevedibili come gli umori e i malumori che accompagnavano il suo autore e alimentavano il suo piccolo mito, tenacemente gestito da amici e nemici.

Marotta era un napoletano ormai (a fatica, con senso di vero sradicamento e tanta nostalgia) milanesizzato nella gran pratica, e praticacela, di scrittura e di scritture. Aveva nuotato a lungo nel «territorio infetto», nel ghetto del giornalismo popolare ed evasivo, da dove tentò di uscire con L'oro di Napoli, rivelando un temperamento narrativo fantasioso e passionale, d'istinto comunicativo. C'era il taglio di un "piccolo" (vero) scrittore, autentico tra molte contraffazioni e camuffamenti. Napoletanità era per lui qualcosa di doloroso e di gioiosamente trasfigurato. Una sorta di difficile grazia, una condizione dell'essere e della storia che, ancor più, seppe rivelare negli Alunni del sole. Marotta, nonostante questi due libri (e qualche altro più facile, giocato sull’imitazione di se stesso) rimase sempre uno scrittore "pittoresco", appena tollerato, senza gli accrediti giusti. La sua figura di irregolare che, guardato con sospetto, ricambia il sospetto per rompere le uova nel paniere, è una delle maschere più forti indossate quando egli giudica i film. Sono quasi sempre i film che hanno fatto la storia del nostro cinema negli anni d'oro. Infatti li firmano, tra gli altri, Rossellini. Fellini, Antonioni, Pasolini (il primo: perché Marotta morì sessantunenne, nel 1962).

Fa bene rileggere un'antologia di quelle recensioni (Al cinema non fa freddo. Avagliano, 246 pagine, 19.000 lire). In quel panorama di divi e di semidei, Marotta si aggira come un autentico guastatore senza bussole ideologiche (e anzi le detesta ironizzandoci sopra), ma solo con il suo fiuto e il suo fiato narrativo che gli fa, in modo straordinario, raccontare le trame dei film. Quelle sintesi spesso occupano gran parte dell'articolo settimanale, dilagano, occultano, prendono scorciatoie godibilissime e sentieri che non portano a nulla. In gioco c'è il temperamento di uno scrittore fantasioso, ironico, beffardo, maligno che al cinema chiede di essere fantasioso, ironico, beffardo, maligno, sentimentale (anche troppo), un po' (ma non troppo) visionario, mai intellettualistico. E agli attori chiede di essere mobili, disponibili, con un talento estroso capace di modificarsi secondo le parti e i contesti. Come non capita al Totò della Banda degli onesti e al Gassman della Grande guerra su cui cadono frecce acuminate.

Nascono passioni e intense identificazioni, come nel caso della Dolce vita o del Posto. E nascono furiose idiosincrasie, come quella per Antonioni. Del regista ferrarese Marotta è il vero bastian contrario. Giudica, ad esempio, l'Eclisse «tutto, l'inferno o il paradiso, ma non un film. Detesto, condanno quest'arte incapace di ogni semplicità o innocenza, e quindi viziosa, corrotta, maligna come i fiori di palude». Diverso il rapporto con Pasolini che viene visto quale esponente di un clan, quello romano di Moravia, che fa scattare un classico complesso di persecuzione: «Il vostro continuo sussiego, la vostra affermazione di ignorarmi, la vostra illusione di togliermi di mezzo con un paio di scioglilingua tecnici»... Prima di chiedere vendetta (il suo giustizialismo è sommario e aspro), Marotta fa in tempo a riconoscere di Pasolini («salato e amaro nemico») Accattone, «film angelico travestito da film diabolico». Ma non Mamma Roma la cui «ascetica purezza» è peggio dei «mali che denunzia».

Nella presentazione al libro dove è raccolta solo una parte abbastanza esigua (ma ordinata secondo i registi) dell’immenso materiale, Gianni Amelio sottolinea la natura drammaturgica del talento marottiano che «si serve di ognuno per rappresentare la sua commedia». Ed è proprio il cinema, inesauribile commedia umana con i suoi riti, le sue scene, i suoi protagonisti veri o falsi, a essere raccontato da Marotta «con curiosità e libertà di sguardo», trovando (scrive Goffredo Fofi nella postfazione) «un nuovo baricentro, l'odore del tempo». Ogni singolo film fa parte di quella commedia rappresentata. La vocazione all’affresco (un termine tanto odiato dallo scrittore) rende ancora oggi viva e parodica la rappresentazione di Marotta, al di là di singoli giudizi su cui si può anche furiosamente dissentire. Come quando improvvisa tardivi inchini alla «spossante bravura di Luchino Visconti».

L'affresco è di una società che traffica in gran diletto con le sue ombre cinematografiche, vi investe capitali, talenti e velleitarismi, civetta con la gloria, fa la voce grossa con la censura, si affretta a ingozzarsi di luoghi comuni e di manie di grandezza quando corre ad applaudire le mondanissime prime. L'emarginato e appena tollerato Giuseppe Marotta si vendica a piene mani mettendo in scena il suo banchetto sontuoso e alternativo.

Renato Minore, «Il Messaggero», 4 gennaio 1998


Opere

Narrativa

Tutte a me. Romanzo umoristico, Ceschina, Milano 1932
Divorziamo, per piacere? Romanzo, Ceschina, Milano 1934
Questa volta mi sposo, Ceschina, Milano 1940
Mezzo miliardo. Romanzo, Garzanti, Milano 1940; Bietti, Milano 1970
La scure d'argento. Romanzo umoristico, Ceschina, Milano, 1941; Bompiani, Milano, 1962, 1978
Tutte novelle, Airone, Roma 1942
Il leone sgombera, Off. Graf. Sagdos, Milano, 1944
Strettamente confidenziale, Elmo, Milano, 1946
Nulla di serio, Elmo, Milano, 1946; Corbaccio, Milano, 1993, introduzione di Indro Montanelli
L'oro di Napoli, Bompiani, Milano, 1947 e successive ristampe; Rizzoli, Milano 1986; BUR, Milano, 2006, con introduzione di Raffaele Nigro
San Gennaro non dice mai no, Longanesi, Milano, 1948
A Milano non fa freddo, Bompiani, Milano, 1949; Garzanti, Milano 1966; Mondadori, Milano 1972, introduzione di Oreste del Buono; Rizzoli, Milano 1987
Dialoghi, Elmo, Milano, 1950
Pietre e nuvole, Bompiani, Milano, 1950
I tre romanzi : Tutte a me, Mezzo miliardo, La scure d'argento, Ceschina, Milano 1950
Gli alunni del sole, Bompiani, Milano, 1952,
Le madri. Storie, Bompiani, Milano, 1952
Coraggio, guardiamo, Bompiani, Milano, 1952
Mi voglio divertire, Ceschina, Milano, 1954
Salute a noi, Bompiani, Milano, 1955
Cavallucci di carta Elmo, Milano, 1955
Mal di galleria, Bompiani, Milano, 1958
Gli alunni del tempo, Bompiani, Milano, 1958
Il vento in gabbia, Sanesi, Roma, 1961
Le milanesi, Bompiani, Milano, 1962
II teatrino del Pallonetto, a cura di Vittorio Paliotti, Bompiani, Milano, 1964 (postumo)

Saggistica

Questo buffo cinema, Bompiani, Milano, 1956
Marotta Ciak, Bompiani, Milano, 1958
Visti e perduti, Bompiani, Milano, 1958
Facce dispari, Bompiani, Milano, 1963
Di riffe o di raffe, a cura di Vittorio Paliotti, Bompiani, Milano, 1965 (postumo)
Narrativa per l'infanzia
Le avventure di Charlot, con disegni di Ferdinando Palermo, Ceschina, Milano, 1948 (racconti)

Filmografia

Soggetto

Cinema

Soltanto un bacio, regia di Giorgio Simonelli (1942)
Amor non ho... però... però, regia di Giorgio Bianchi (1951)
La macchina ammazzacattivi, regia di Roberto Rossellini (1952)
Tempi nostri - Zibaldone n. 2 (episodio Don Corradino), regia di Alessandro Blasetti (1954)
L'oro di Napoli, regia di Vittorio De Sica (1954) - dall'omonima raccolta di racconti

Televisione

Racconti napoletani di Giuseppe Marotta - miniserie TV, regia di Giuseppe Di Martino (1962) - dal romanzo
Közbeteg - film TV, regia di Sándor G. Szőnyi (1962)
Un bambino - film TV, regia di Alessandro Brissoni (1965)
La voce del cappone - film TV, regia di Italo Alfaro (1970) - dal romanzo

Sceneggiatore

Soltanto un bacio, regia di Giorgio Simonelli (1942)
Quarta pagina, regia di Nicola Manzari (1942)
Incontri di notte, regia di Nunzio Malasomma (1943)
Amor non ho... però... però, regia di Giorgio Bianchi (1951)
Un ladro in paradiso, regia di Domenico Paolella (1952)
Cento anni d'amore, regia di Lionello De Felice (1954)
Carosello napoletano, regia di Ettore Giannini (1954)
L'oro di Napoli, regia di Vittorio De Sica (1954)
Questi fantasmi, regia di Renato Castellani (1954)
Mondo nudo - documentario, regia di Francesco De Feo (1963)

Produttore

Mondo nudo - documentario, regia di Francesco De Feo (1963)

Teatro

Sceneggiatore

Il califfo Esposito (1956)
Veronica e i suoi ospiti con Belisario Randone (1956)
Il contratto (?)
Bello di papà (?)
Il malato per tutti (?)
Vado per vedove (?)

Canzoni

'Mbraccio a te! (con Enrico Buonafede) - cantata da Sergio Bruni e Jula de Palma al Festival di Napoli 1959.
'E ddoje Lucie (con Luigi Ricciardi) - cantata da Mario Abbate e Luciano Virgili al Festival di Napoli 1961.
Mare verde (con Salvatore Mazzocco) - cantata da Milva e Mario Trevi al Giugno della Canzone Napoletana 1961[4][5]

Riconoscimenti e omaggi

Nel 1961 ha vinto il Premiolino per l'articolo "Da Antonioni vogliamo itinerari non vagabondaggi d'arte"[6]
Il gruppo musicale Alunni del sole prese nome dall'omonima raccolta di racconti pubblicata da Marotta nel 1952.
Luciano De Crescenzo, dichiarando che è stata la sua passione per Marotta a fargli intraprendere la carriera di scrittore, ha detto Io sono cresciuto a pane e Marotta, leggendo e rileggendo tutti i libri.[7]


Note

  1. ^ Virgilio Gaddi, introduzione a L'oro di Napoli, Bompiani, Milano, 1947, pag.9-12
  2. ^ Giuseppe Marotta, Di riffe o di raffe, Bompiani, Milano, 1965, pag. 7
  3. ^ La morte di Giuseppe Marotta
  4. ^ Salta a:a b Antonio Sciotti, Cantanapoli. Enciclopedia del Festival della Canzone Napoletana 1952-1981, Napoli, Luca Torre editore, 2011.
  5. ^ Ettore De Mura, Enciclopedia della canzone napoletanaNapoli, Il Torchio, 1969
  6. ^ La motivazione ufficiale del Premiolino Archiviato l'11 novembre 2010 in Internet Archive.
  7. ^ I dialoghi di De Crescenzo, scrittore quasi per caso su archiviostorico.corriere.it