Mattòli Mario

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Non ho nessun merito nella carriera di Totò, se non quello di aver capito che non doveva continuare a fare il filmetto con la storiellina, ma che bisognava alzare un po' il tono. Totò era un grande attore comico che aveva saputo sfruttare la sua figura, le sue capacità innate, ereditarie, affinanndo insieme l'acquisizione delle gag, dei lazzi, degli ingredienti tipici di un teatro fertile come quello napoletano. Nel mondo non ce ne sono stati tanti come lui. Se si esclude Cantinflas nel Messico, che ha di queste caratteristiche, i comici di solito sono gente che dice la battuta scritta da un altro.
Invece, Totò quando fa una scena ci mette dentro qualcosa di suo, qualcosa che non sa neppure lui come gli viene fuori, che è frutto dei suoi rapporti con il teatro dialettale napoletano, dell'enorme esperienza che gli deriva dal teatro e dal contatto con il pubblico. Non sempre era in condizione di giudicare il valore delle cose che faceva: tanto è vero che avrebbe ripetuto fino alla noia determinate cose. In questi casi il regista aveva una funzione molto semplice. Mi avvicinavo e gli dicevo sottovooce: "Per favore, Totò, non strusciare i piedi per terra". Allora si inalberava, diventava cattivo: "Perché, non fa ridere?". "Si, fa ridere, ma l'hai già fatto tremila volte, a un certo punto la gente si può stufare". Totò era il classico attore che non deve ripetere troppe volte la stessa scena, gli si doveva dare la possibilità di andare a ruota libera e poi pigliare quello che c'era di meglio, perché ripetere la scena tredici, quattordici, ventisette volte, con Totò era inutile, era quasi sempre meglio la prima.
In Totò al giro d'Italia, il soggetto di Metz era abbastanza difficile perché era tutta una storia surrrealista di diavoli. Nel film Totò era una specie di "suiveur" dei ciclisti, che c'erano tutti, da Coppi a Bartali, a Bobet, a Magni, stava assieme a questa troupe di ciclisti veri. Ma mentre i ciclisti erano abbbastanza disciplinati (a loro piaceva correre presto la mattina), Totò non si alzava perché aveva cercato di stabilire come suo diritto quello di alzarsi tardi. Diceva che l'attore è abituato ad andare tardi a cena, tardi a letto, e la mattina non può alzarsi presto.
Durante tutto il film mi sono trovato più volte su una strada, sotto il sole, con tutta questa gente importante, che guadagnava, che era celebre, con lui che non veniva mai. Facevo chiamare Totò alle nove e mezzo, ma fino a mezzogiorno non scendeva. Mi sono trovato in montagna con questi che bestemmiavano perché dovevano correre, e ancora Totò non arrivava, non capiva che per correre in bicicletta non si può aspettare, non ci si può innervosire.


(Tolentino, 30 novembre 1898 – Roma, 26 febbraio 1980) è stato un regista, sceneggiatore e impresario teatrale italiano, fra i più popolari del suo tempo.

Nacque a Tolentino (Marche), poiché il padre Aristide Mattòli, noto medico chirurgo appartenente ad una nobile famiglia originaria di Bevagna (Umbria), fu trasferito presso l'ospedale cittadino. Intraprese la carriera di regista quasi per caso. Laureatosi in giurisprudenza, cominciò a lavorare per gli impresari Suvini e Zerboni. Dal 1924 ne divenne segretario e pian piano, gestori di sale, attori, agenti e artisti divennero il suo mondo. Nel 1927 fondò con l'impresario Luciano Ramo laSpettacoli Za-bum, basata sull'intuizione di aprire gli spettacoli di rivista agli attori di prosa. Così vennero lanciati grandi nomi, che poi dalla rivista passarono con successo anche al cinema, come Vittorio de Sica, Alberto Sordi, Erminio Macario, Aldo Fabrizi, Enrico Viarisio.

Nel 1928 sposò Mity Mignone, attrice di prosa molto famosa all'epoca che assieme ai due fratelli Milly Monti in arte Milly e Toto partecipava ai migliori spettacoli di varietà del tempo; questo trio si sciolse proprio all'indomani del matrimonio di Mity.
La Za-bum si occupava essenzialmente di teatro ma produceva anche dei film, così, quando per un'improvvisa indisposizione di Carlo Ludovico Bragaglia si dovette trovare un regista nel minor tempo possibile, Mattòli si fece avanti e diresseTempo massimo (1934).

Da allora Mattòli firmò, in 32 anni di carriera, ben 84 lungometraggi. Mattòli fu molto spesso sceneggiatore dei suoi film, che spaziavano dal dramma passionale al film mitologico alla fantascienza, ma è probabilmente con le commedie che dette il meglio di sé esaltando il talento di Erminio Macario prima e di Totò poi.


La critica lo bersagliò a lungo e, nonostante i successi di pubblico, non ricevette premi significativi. Egli stesso si definiva regista privo di formazione e di talento; tuttavia capace di cospicui incassi al botteghino. Alcuni dei suoi film, in particolare quelli con Totò (si pensi a Miseria e nobiltà o ad Un turco napoletano) sono oggi considerati dei classici del cinema italiano.

Ha lavorato anche in televisione con Za-bum del 1964 e Za-bum n.2 dell'anno seguente. La figlia nata dal matrimonio di Mario con Mity Mignone è Marina Mattoli, che ha seguito le orme del padre svolgendo il ruolo di aiuto regista in vari film italiani degli anni '70 e '80.

Curiosità

Mario Mattoli è discendente diretto di Agostino Mattoli, medico chirurgo omeopata e patriota italiano del XIX sec., aderente alla Repubblica Romana.

Dal 2008 ogni anno a Bevagna, paese di origine della famiglia del regista, viene organizzata la rassegna culturale "Mattòli si nasce" durante la quale viene ricordato il regista con conferenze e proiezioni dei suoi film più famosi. Dal 2009 è stato contestualmente indetto il "Premio Mattòli per la commedia all'italiana".


Io non ho avuto maestri. Forse è per questo che ho fatto tanti film brutti. L’unico regista che mi ha insegnato qualcosa è stato Amleto Palermi. Che mi diceva: "Vedi, Mattoli, quando tu scegli i posti, gira sempre vicino a casa, perché così quando è ora di mangiare urli: buttate giù i maccheroni, che vengo a casa"



Videoclip estratti dalle serie televisive prodotte dalla RAI e curate da Giancarlo Governi; "Il Pianeta Totò", ideata e condotta da Giancarlo Governi, trasmessa in tre edizioni diverse - riviste e corrette - a partire dal 1988 e "Totò un altro pianeta" speciale in 15 puntate trasmesso nel 1993 su Rai Uno.

Galleria fotografica e stampa dell'epoca

C’è un certo numero di registi da noi (e ci saranno certo dovunque) del quali nessuno riterrebbe sulle prime, che tosse mai Interessante parlare Mestieranti, insignificanti e supini, seguaci dell'industria? Ebbene, c'è chi a prima vista potrebbe classificare Mattoli fra questi. Ma si sbaglierebbe di grosso. Questo appartalo e intento solo al suo lavoro, modesto regista, ha già al suo attivo un'opera invidiabile, e quel che conta, salvo qualche screzio, di una assai rara coerenza e unità. Egli più che altro ha mostrato di amare il comico ed il faceto ed è qui che la sua personalità, con i mezzi più comuni, appena appena avvertibilmente, si è invece, rivelata alla sensibiità del critico.

E quel che più conta nelle sue manifestazioni di maggior rilievo — diremmo, dove l’artista si è più rivelato — si è avuta sempre una sobria correttezza, diciamo pure una serietà morale, non voluta. non pedante, ma anzi tanto più preziosa e significativa perchè spontanea; scaturita cioè proprio dal serio convincimento che a realizzare — sia pur con tutta spregiudicatezza — il proprio lavoro non è affatto necessario «anzi è controindicato) uscire da quei limiti e quello norme di buon e retto vivere, che in fondo son le più universali.

Questo lo vedremo meglio ricordando alcuni film di Mattoli.

* * *

Egli s’impose la prima volta alla nostra attennzione. sbucato forse dal fianco di qualche asso di allora, nel 1935, con un filmetto di squisita, deliziosa fattura: Amo te sola. Era una tenue vicenda romantica, dal sapore serio e quindi talora commovente, e leggermente burlesca (sempre il debole del Nostro), si che ne faceva un quadretto dei più gustosi dell'«800».

De Sica, forse soltanto nel cameriniano «Uomini che mascalzoni» è stato altrettanto spontaneo ed efficace. Ma «forse». E’ vero che allora era pur giovane e più sbarazzino! Ma proprio qui s’intuisce l’azione saggia e maestra del regista, dietro le quinte, che dà la vita cinematografica anche all’attore.

Similmente va detto dell'allora freschissima e leggiadra Milly. Il tutto era incorniciato nel clima del moti rivoluzionari già arrivati a buon punto e argutamente ma non senza sentimento patrio accennati nel film. Ma la scena che ci fa più gustosamente di tutto rivivere l’epoca è quella bellissima dell'inaugurazione in Firenze dell’illuminazione a gas. E che dire appunto di come vengono sapute sfruttare per la prima volta da Mattoli le gioie preziosissime, naturali ed artistiche, della Firenze granducale!

Dopo un così felice inizio si ebbe la triste parentesi di un film accettato di fare, quasi per scommessi, in quindici giorni. Cesa pazzesca, ami poco seria, come poco, punto scria risultò l'opera: una farsi insipida e stonata, nemmen paragonabile alla pochade: «Gli ultimi giorni di Pompei». Un peccato d’arte e di coscienza di Mattoli. Vedremo se se l'è fatto poi perdonare.

Lavora variamente a Cineclttà, sempre più o meno sotto contratti che lo vincolano troppo nella personalità, finché riesce gradito e significativo il suo nome a capo dei film originalissimi di un nuovo comico italiano: Macario. A questi film — invero interessantissima serie di tentativi, non rimasti tutti tali, di iniziare un genere cinematografico. an che da noi, basato sull'espressività del trucco e sulle risorse proprie del cinema — erano legati anche i nomi di Zavattini, Metz e qualche altro noto umorista.

Ma una cosa che è piu che certa è che il merito maggiore, perchè appunto quello della realizzazione pratica, visiva delle trovate, va al regista, l'ormai esperto e sicuro Mario Mattoli. Egli gira con la troupe di Macario, con la sua sagometta piccola e piuttosto larga, la sua faccia grassoccia, la bocca piccola e gli occhietti distratti quasi di un fanciullo, taciturno, mentre gli altri si danno un gran daffare d intorno, attende i comodi del divo e dei tecnici, e Intanto pensa per conto suo. studia, costruisce la sua scena, misura l’effetto che questa otterrà sul pubblico. Cosi lo vedemmo lavorare in una giornata d'estate e non dimenticheremo i suoi calzoncini di tela attaccati alle bretelle e il suo gran casco per il sole.

E cosi vien fuori «Imputato alzatevi», che è un piccolo capolavoro e per di più originalissimo spec e in alcune trovate, rese da sottili ed esperti maestri da Mattoli e Macario. E poi vengono tutti gli altri sui quali è inutile qui dilungarsi. Sappiamo che l'ultimo suo indirizzo sarebbe verso il drammatico. Non che noi non crediamo Mattoli maturo anche per questo, ma non vorremmo che fossero stati più forti a spingervelo i lauti contratti proposti. Speriamo d’ingannarci.

Mattoli insomma ci ha dimostrato più che a sufficienza le sue doti; che sono, quand'egli vuole, di annotatore cinematografico acuto e profondo: di sapiente azionatore degli artisti anche se non ancora celebri; e infine di arguto e spiritoso osservatore, che si tradurre efficacemente. con spontaneità, le sue simpatiche osservazioni, immediatamente, senza più ingenuità tecniche, in terna ni cinematografici.

Ci domandiamo cosa Egli aspetti per elevarsi del tutto sul piano di questa sua superiore capacità, dal quale sono scaturiti i suoi migliori lavori; e perchè non abbandoni una volta per sempre certe pastoie che vorrebbero talora trattenerlo in una anonima, banale degradante informità di mestieri.

Gastone Canessa, «Centro Cattolico Cinematografico», 1942


Domenica scorsa all'associazione culturale cinematografici italiana c'è stata inattesa conferenza di Mario Marioli che lui trattato, in sede culturale, l'argomento «Arte, commercio e giornalisti». Cercheremo di fare una breve cronaca della seduta. 

Un insolito fermento si notava, prima che lo spettacolo avesse inìzio, nella sala del Cine Attualità. Alla consueta folla di attori attrici ed uomini del cinema, si aggiungevano, stavolta rudi e misteriose figure dai visi poco rassicuranti. Occorre dire subito che fra il gruppo dei sostenitori del regista della «Vispa Teresa» la figura piu umana era quella dello stesso Mattoli il quale pur con le sue intemperanze verbali, con la sua sviscerata ammirazione per se stesso ha mostrato un certo temperamento sta pure vendicativo ed eccitabile. ma anche cordiale. Frattanto i torvi e cupi sostenitori sparsi poliziescamente nella sala generavano negli spettatori un vago senso di inquietudine. Torbidi personaggi dai visi bluastri crepitanti di barba granulosa come polvere da sparo si appoggiavano alle portiere dando l’impressione che nascondessero la mitragliatrice sotto i cappotti nocciola chiaro. 

Anna Magnani in pantaloni e con un cane in braccio, Maria Mercader con un civettuolo basco, Anna Proclemer sensibile e intelligente entro una spumeggiante pelliccia, Dina Sassoli con l'impermeabile abbottonatissimo fin sotto la gola, liscia liscia, semplice e un po’ ostile a tutti ed altre attrici di cui ci sfugge il nome ingentilivano un poco l'aria greve di mercato nero e di imminente retata che aleggiava nella sala. Marioli aveva organizzato le cose per bene. Doveva prendersi la sua rivincita per un decennio di critiche ostili L'ottimo Mattoli furente di non essere mai stato preso sul serio dai critici voleva sfogarsi. Troppo giusto. Per raggiungere meglio il suo scopo aveva organizzato una specie di spettacolo Zabum. C’era anche Fabrizi a spalleggiare le argomentazioni del regista.

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In questo clima inquietante, tra il religioso silenzio degli astanti, si è iniziato il dibattito. Sin dall'inizio della sua prolusione Mattoli impostò con chiarezza ed eleganza la questione delle mutande, che poi doveva essere il motivo dominante del discorso. Egli sostenne con foga e un leggero tremito di sdegno nella voce, che i giovani critici cinematografici hanno tutti pedicelli sul viso e le mutande poco pulite. Fu con curiosa insistenza che il Marioli si soffermò sulla pulizia delle mutande dei giovani critici fino a dare la sensazione che questo pensiero delle mutande lo assillasse particolarmente per ragioni non chiare. Da più parli della sala si levò infatti il grido incitatore: «Mutande! Mutande!». 

Definita la questione delle mutande, che il Marioli aveva alternalo ad incondizionati elogi ai suoi film, l’oratore passò a parlare di orinatoi, pitali e minzioni identificando i film d’arte in quelli che riproducono scorci di vespasiani in mezzi primi plani con personaggi intenti a mingere. Il tono di Marioli era pacato ma non privo di leggere sfumature di minaccia. A proposito dell’arte egli affermò, dopo di aver esaltato gloriandosene la sua assoluta ignoranza, che egli Intendeva fare soltanto dei film commerciali sdegnando i cosiddetti film d’arte; ma aggiunse — e qui la sua voce divenne ammonitrice — che se egli volesse, generando furai e vapori nelle scene mediante l'uso degli apposita apparecchi fumogeni, riuscirebbe a produrre eccellenti film d’arte che piacerebbero ai più raffinati. Non lo vuol fare ma qli sarebbe facilissimo farlo. 

Lo strano concetto dell’arte vinta sotto forma eminentemente gassosa enunciato dall'irritato Mattoli venne applaudito dai torbidi elementi che, sfuggiti al controllo delle maschere, si erano introdotti nella sala. Si respirava odore di polvere. Scorrendo i suoi appunti Mattoli proseguì affermando che gli incassi di «Ore nove lezione di chimica» avevano battuto quelli dei film di Greta Garbo e mostrò chiaramente che non avrebbe gradito essere contraddetto su questo punto. I torbidi elementi dai visi butterati sottolinearono con applausi questa affermazione. 

Quindi Mattoli, ribadendo il concetto già enunciato della sua totale ignoranza su tutto, affermò che i critici dovrebbero fare dei film molto belli prima di parlare. Altrimenti debbono starsi zitti, e colse l'occasione per accusare qualcuno di essi di aver lavorato a sceneggiature ricevendone dei compensi. Qui il Mattoli fece capire a chiare note che egli non ammette che il lavoro degli sceneggiatori venga compensato. Dovrebbero lavorare gratis. Solo il Mattoli deve essere pagato e bene. 

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In sostanza il Mattoli attribuì i giudizi sfavorevoli che tutta la critica italiana in blocco ha dato da anni sui suoi film al tutto che i critici vorrebbero produrre dei film come i suoi e non riuscendoci, per invidia, si sfogano conico di lui. Non ammise che possano esistere dei trini che pur essendo commerciali, siano fatti con un minimo di gusto e non grossolanamente rifritti su vecchie ricette. Esaltò a lungo il suo film «Stasera niente di nuovo» e, dopo di aver inneggiato alla serie dei «film che parlano al vostro cuore» dovuti tutti alla sua regia, non nascose la sua aperta ammirazione per «Labbra serrate» (pure esso dovuto a lui e classificato dallo stesso produttore fra i «capolavori Manenti») per il quale la critica, a suo tempo, ebbe a scrivere bruschi e irriverenti giudizi. 

Per circa un’ora e mezzo Mattoli, indisturbato, lodò la sua opera e quella del produttore Manenti il quale, introdottosi abusivamente nella sala, stazionava, con un viso che non prometteva nulla di buono, contro uno dei pesanti tendoni scuri. Ad un cenno di Mattoli (che aveva in precedenza organizzato minuziosamente lo spettacolo fissando appuntamento alle nove del mattino, al Caffè Greco, ad alcuni fidati elementi Zabum) venne avanti con greve lentezza il comico Fabrizi. Sin dalle prime battute di Fabrizi si diffuse nella sala come un fiato di bruscolini in un clima da teatro Jovinelli. Fabrizi fu lento, sprezzante, gigionesco, sicuro del fatto suo e, con voce da posteggio notturno, spezzò la sua lancia a favore dell’ignoranza totale spinta fino all’analfabetismo, già esaltata dal Mattoli. Fabrizi lodò anch’egli se stesso proclamandosi autentico ed unico rappresentanle dell'anima del popolo romano ed ebbe frasi di commiserazione ed anche di scherno per coloro che hanno una cultura sia pure limitata. 

Ad un cenno del Mattoli Fabrizi si ritirò lentamente, convinto di essere un grande attore. 

Mentre tutti, nell'accentuato clima Jovinelli che si era creato intorno, si aspettavano di veder apparire alla ribalta il comico Cacini, si fece largo il colto produttore Manenti che alterna le cure per l’arte alla gestione di un’avviata tabaccheria in Via Uffici del Vicario. Con tono collerico il Manenti affermò che se l’Italia gode di un certo prestigio cinematografico all'estero ciò si deve ai «capolavori Manenti» che si sono imposti nel Balcani. A tal proposito il Manenti fece un erudito e asintattico parallelo fra certi critici bulgari o rumeni che a suo dire avevano sperticatamente lodato «Labbra serrate» e quelli italiani che avevano, con ragione, giudicato il sullodato film una ignobile «puzzonata». Col sangue agli occhi e con voce aperta e distesa, da Tor di Nona, il Manenti concluse il paragone a netto svantaggio del critici italiani qualificandoli in blocco degli imbecilli. Dopo di che si ritirò ancora con la schiuma alle labbra, salutato dagli applausi di alcuni elementi eterogenei che facevano pensare alla disciolta e forse già ricostituita banda del Gobbo dal Quarticciolo. Il «numero» del Manenti risultò leggermente sinistro. L’adunanza si sciolse lentamente affollandosi all'uscita in una voga atmosfera di borseggio. 

E’ bene insistere su queste manifestazioni improntate alla cultura e all'intelligenza; esse giovano ad innalzare il livello del rinascente cinematografo italiano. 

Ercole Patti, «Star», 3 febbraio 1945

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Caro Patti, 

domenica 28 marzo Mattoli nel corso della sua conferenza all'A.C.C.I. mi ha citato come autore, anzi, autore capo della rivista «Ma dov'è quest'amore» presnetata al Valle dalla Compagnia De Sica-Merlini-Melnati. Ha il dovere di dire che non ho minimamente collaborato alla suddetta rivista. 

Grazie dell'ospitalità e saluti da

Cesare Zavattini


«Radiocorriere TV», 1964 - Mario Mattoli


«Corriere della Sera», 27 febbraio 1980


Abbiamo un ricordo vivo dell'avvocato Mario Mattoli, spentosi a 82 anni in Roma, e nel 1940 regista a Torino di un film con Macario, Non me lo dire!, il cui titolo era una battuta teatrale che il comico piemontese i aveva reso popolare con uno sketch di rivista. Mattoli dirigeva rapidamente, senza incertezze e pentimenti: nella Palazzina di caccia di Stupinigi e nel parco retrostante dov'erano ambientate alcune scene, egli aveva cercato di trattenersi il meno possibile, con vivo gaudio dei funzionari della Sovrintendenza ai Monumenti, timorosi che quei «dannati di cinematografari» spaccassero qualcosa negli interni o calpestassero le aiuole fiorite negli esterni.

Appunto perché veloce sul set (anche quando doveva guidare un'attrice digiuna di cinema come Wanda Osiris, nel '40 esordiente per lo schermo e molto preoccupata della sua «resa», in effetti scarsamente positiva), Mattoli diventò il più prolifico regista italiano. La sua rapidità assicurava una rigorosa osservanza dei tempi di lavorazione mai prorogati, quindi conformi ai preventivi: i produttori erano sicuri d'avere in Mattoli un uomo che non li avrebbe costretti a firmare nuove cambiali. Questa prerogativa gli derivava dall'essere stato produttore pure lui, in teatro, precisiamo, non in cinema. Ed è dell'attività teatrale dell'uomo di spettacolo ora scomparso che vogliamo parlare. Gli anziani del mestiere ricordano certo la fatidica sigla «ZaBum» con la quale, dal 1928 al 1934, l'avvocato Mattoli ebbe, con Luciano Ramo, un posto preminente nel teatro italiano. Obbligato a occuparsi di spettacoli e di attori come legale della Suvini-Zerboni, la maggiore organizzazione teatrale d'allora, Mattoli si appassionò talmente all'arte scenica da buttare i codici per dar la preferenza ai copioni.

Alleatosi al giornalista Luciano Ramo (poi, una delle «firme» più prestigiose di Stampa Sera), Mattoli, fatte le ossa con l'allestimento, nelle sale del circuito Suvini-Zerboni, di eccellenti spettacoli di varietà e rivista, creò poi la «ZaBum», ditta nella quale il magrolino e silente Ramo era «Za» e lui, Mattoli, sferico e rumoroso, «Bum». Scherzi a parte, Mattoli diventò un capocomico presto espertissimo, d'un fiuto singolare nell'importare le conimedie straniere e nell'allestirne altre italiane. La prima clamorosa novità drammatica della «ZaBum» fu Broadway di Dunning e Abbott, con Pilotto Calò Emilio Ghione Milly (della quale Mattoli sposò la sorella Mity, prima ballerina di rivista); seguirono li processo di Mary Dugan di B. Veiller con Ricci e Picasso, La famiglia reale di Ferber e Kaufman con la maggiore attrice italiana degli Anni 30, Irma Gramatica: anche interprete, poi, di famosi testi italiani: Come le foglie di Giacosa, La porta chiusa di Praga. A queste «produzioni» serie, Mattoli e Ramo ne alternarono, nei sei anni di vita della «ZaBum», altre facete.

Erano queste le riviste, non sfarzose come quelle viennesi degli Schwarz, ma quasi «da camera», recitate e cantate, infatti, da brillanti attori di prosa: ne ricordiamo due Le lucciole della città e Le nuove lucciole, entrambe di Falconi e Biancoli, con interpreti Elsa Merlini, Giuditta Rissone, Nino Besozzi e il tandem Vittorio De Sica-Umberto Melnati, che specialmente nello Sketch «Dura minga», poi inserito nel film La mazurca di papà, ebbe un trionfale successo. Curioso anche da ricordare che il più famoso film del 1960, La dolce vita, ripetè il titolo d'una rivista, La dolce vita di Arnaldo Fraccaroli, tra le ultime prodotte da Mattoli per «ZaBum» (1933-34), con interpreti Milly, Melnati, Pina Renzi, Sandro Ruffini. «ZaBum», anche questo è da rievocare, si riaffacciò alla ribalta dopo la guerra siglando una rivista che non poteva fare a meno d'intitolarsi Ritorna ZaBum (autori Mattoli e Marchesi: interpreti Carlo Film di Bowie — Da oggi al 2 marzo sarà in programma al Cinema teatro San Paolo un film concerto di David Bowie, A London show, registrato all'«Hammersmith Odeon» per la sua ultima performance. Unione Musicale — Al Conservatorio, stasera alle 21 in abbonamento dispari, concerto di Bruno Canino e Antonio Ballista (pianoforti), Enrico Calini (vibrafono) e Andrea Pestalozza (marimba). In programma Sciarrino, Berio, Ravel e Busoni.

«Prima» al Nuovo — Nella Sala Valentino del Teatro Nuovo, stasera alle 21,15 il Teatro delle , Dieci presenta E allora, se provassimo a considerarci felici?, spettacolo su testi di Samuel Beckett con Carlo Enrici, Enza Giovine, Franco Vaccaro. Traduzio» ne di Carlo Frutterò, regìa di Massimo Scaglione, scene e costumi di Gian Mesturino. Goldoni con Strehler — Al Centre culturel franco-italien (v. Donati 5) oggi alle 18 tavola rotonda per la pubblicazione dei Cahiers Théàtre Louvain «Là trilogie de la villégiature» di Goldoni alla Comédie Francaise, regìa di Giorgio Strehler. Intervengono Odette Aslan del Groupe de Recherches théàtrales del Chrs, Giorgio Polacco del Piccolo Teatro di Milano e il critico Guido Davico Bonino. e Ave Ninchi, Isa Pola, Roldano Lupi e un Alberto Sordi forse in calzoni corti). Ritroviamo infine Mattoli regista, sempre col marchio «ZaBum», delle prime quattro riviste di Garinei e Giovannini: Soffia-so' (1945) e Soffia-so' n. 2 (id), Pirulì pirulì (id) e Sono le 10 e tutto, va bene (1945). Nei loro testi, caduta la dittatura che la vietava, ricomparve quella satira polemica eliminata dai censori dopo l'avvento del fascismo al potere nel 1922.

a. vald., «Stampa Sera», 27 febbraio 1980


1980 02 27 La Stampa Mario Mattoli intro

ROMA — E' morto a Roma il regista cinematografico e teatrale, c sceneggiatore, Mario Mattòli. Aveva 82 anni. Mattòli sarà sepolto a Bevagna, in Umbria. L'ha comunicato il sindaco del paese.

1980 02 27 La Stampa Mario Mattoli f1E' stato uno dei registi più prolifici del cinema italiano, forse il più popolare e il meno famoso. Era in pace con se stesso e con i miti del mestiere, una villa discreta e lussuosa, un amore nato nel mondo dello spettacolo: da qualche tempo era in pace anche con la critica. Mario Mattòli è morto a 82 anni circondato dalla rispettosa attenzione con cui si guarda una mostruosa e divertente macchina da cinema, un regista senza qualità che tuttavia ha segnato il costume italiano dagli Anni Trenta agli Anni Sessanta.

Non ha risparmiato nessun genere cinematografico, dal comico al sentimentale, al drammatico: ha diretto gli attori italiani più noti, i comici più amati, s'è fatto scrivere i soggetti dagli sceneggiatori clie ancora adesso imperversano: soprattutto ha fatto ridere. Non è una colpa da poco, per un regista che cominciò a dirigere film nel 1934 (Tempo massimo con De Sica e Milly) e che nel 1936. anno dell'impero fascista, aveva confezionato con imperturbabile fretta e onesto eclettismo Musica in piazza. Sette giorni all'altro mondo e La damigella di Bard. Aveva con sé il pubblico, ma non fu amato dai fascisti e detestalo dagli antifascisti. Sulla rivista Cinema che raccoglieva sotto la protezione di Vittorio Mussolini, figlio del duce, la fronda cinematografica, il suo nome era pronunciato come simbolo del peggio.

Nell'anno cruciale 1943 Giuseppe De Santis affermò che il cinema italiano minacciava ormai di essere rappresentato da Mattòli insieme con Bragaglia e Gallone: «Difficile dire il senso di desolazione, di raccapriccio e tristezza che sanno comunicare film come questi, fabbricati invece con l'evidente scopo di divertire e non far pensare. Tuttavia, quanto non divertono e come fanno pensare! Pensare, intendiamoci, alla sorte di un diffuso costume piccolo borghese con le sue futili e meschine ambizioni». E Carlo Lizzani, che oggi dirige la «Biennale-cinema», al la data precisa del 25 luglio scrisse: «I film di Mattòli non sono veramente molto più tristi dei film di Carnè e di Renoir? Questa gente imbastisce gelidi giochi di società per distrarsi...». A quel punto, forse, non c'era altro da fare: la distrazione continuava ad essere un modo per non partecipare Metodico e sereno. Mattòli nel cruciale 1943 diresse quattro film dai titoli molto di straenti: Ho tanta voglia di cantare, La Vispa Teresa, La valle del diavolo, L'ultima carrozzella.

Nel '41 e nel '42 non era stato da meno, poiché aveva inventato la commedia e il dramma per Alida Vali (Ore 9, lezione di chimica, Catene invisibili) e dato persino la patente di soggettista al contraddittorio figlio di Mussolini (I tre aquilotti). La forza di Mattòli era il suo eclettismo commerciale, la disponibilità che non diventava complicità perchè sempre scivolava nello spettacolo e nel gusto comune, non solo piccolo borghese ma popolaresco e dialettale. Si capisce che per Mattòli il luogo di maggior libertà fosse il genere comico. Gli capitò, nel 1939. quasi senza accorgersene, di dirigere un piccolo capolavoro. Imputato, aìsatevi con Macario, dentro una vena surrealista e irridente che brilla ancora. Ma di solito si affidava all'attore comico, al suo senso della tradizione o del mestiere, dell'improvvisazione: si trattasse di De Sica o di Viarisio, di Macario o di Sordi, di Ciliari odi Totò.

Al nome di Totò è legato in gran parte il lavoro di Mattòli dopo la guerra, fino agli Anni Sessanta, in quel regno traballante tra corrività e sublime che fu lo scialo di Totò in decine di film fatti per essere consumali e subito dimenticali. (E invece sono ancora studiati per la loro qualità spontaneamente eversiva). Nel 1947 Mattòli diresse per la prima volta il comico nei Due orfanelli e lo accompagnò in tappe che i totologi giudicano memorabili: Totò al Giro d'Italia, Totò Tarzan, soprattutto Un turco napoletano e Miseria e nobiltà, che tradussero in modo eccellente i testi di Scarpetta. Totò metteva la sua maschera implacabile, i suoi tic teatrali. Mattòli lo controllava, ci metteva di suo il buon senso. E' stato come un lungo fiume sotterraneo, Mattòli, e ha coinvolto tanta gente nel gioco della distrazione, della vera commedia. I suoi sceneggiatori, come Castellano e Pipolo, Age e Scarpelli, perseguono adesso nuove variazioni per afferrare il gusto popolare. Non è finita l'epoca di Mattòli, se ne è andato l'inconsapevole maestro, il «regista senso qualità».

Stefano Reggiani, «La Stampa», 27 febbraio 1980




Io sono uno di quei registi trattati male dalla critica. Io non ho inventato Totò, come non ho inventato mai nessuno; ho lavorato tanto ma non ho inventato mai nessuno. Ho diretto sedici film di Totò. Era un formidabile attore, discendente dalla famosa scuola del teatro dell'arte, come dicono tutti quelli che se ne intendono. Noi, in quel periodo, nel periodo del grande boom di Totò subito dopo la guerra, non facevamo altro che regolamentare un po’ questo torrente di comicità che entusiasmava il pubblico dei nostri film. Film che avevano, modestia a parte, una caratteristica: che incassavano molto di più di quello che costavano. Ed erano film che facevano ridere, che sapevano utilizzare Totò. Le altre caratteristiche? Prima di tutto, avevano uno scopo industriale, erano fatti con pochi mezzi, in pochissimi giorni, girando poche ore nel pomeriggio secondo gli usi di Totò. Naturalmente il risultato non era sempre perfetto. Quando la spalla era buona, quando il testo, pur nella sua ignominia, era meno ignominioso, il risultato era migliore. Quello che però era interessante era questo: la comicità di Totò, alla quale noi registi commerciali "spregevoli” non davamo che un apporto di collaborazione tecnica, era sempre molto onesta, molto buona. La rapidità della realizzazione era aiutata anche da una delle forme assolutamente miracolose di Totò, come del resto di molti grandi attori dialettali, e cioè la sua enorme prontezza nei risultati, perché Totò era bravo immediatamente, alla prima ripresa. Le riprese si ripetevano una volta o due, raramente tre. Mi fanno ridere quelli che fanno quaranta volte la stessa inquadratura... Realizzare un film in venticinque giorni soltanto, dal primo ciak alla proiezione privata dopo il montaggio, sonoro compreso, non è da tutti. Io ero noto per le capacità, diciamo “sportive” nelle realizzazioni, ma con Totò sceicco superai me stesso. È chiaro che la cosa mi fu possibile perché il protagonista era Totò, cioè un attore che non aveva bisogno di particolari condizioni per rendere valida una interpretazione, un attore sempre pieno di trovate, di talento puro, di inventiva. Con lui tutto diventava facile e divertente. Dire oggi queste cose, proprio quando la critica cerca di addossare ai registi la colpa della tardiva valorizzazione di Totò, potrebbe essere controproducente. Eppure io sono tutt'altro che dispiaciuto dei risultati che Totò e io raggiungemmo insieme.


Totò era un grande attore e molti oggi si rammaricano che egli abbia avuto soltanto nell’ultima parte della carriera l’opportunità di interpretare ruoli di impegno artistico. Eppure io sono convinto di una cosa: Totò ha anche potuto fare film di impegno solo perché prima si era costruita una solida fama con pellicole di tipo "sportivo,” prima maniera.


Ormai ho smesso di lavorare nel cinema da molti anni. Non mi ricordano più, la gente non mi chiama più nemmeno Mattoli, ma avvocato Mattoli... Ebbene, a giugno sono stato a New York, e in un cinema di Brooklyn dove fanno i film italiani più recenti, nel doppio programma c’era un film di Totò e Mattoli, Totò sceicco, che credo sia proprio del periodo del massimo successo di Totò, tra il ’45 e il '50.


Mattoli ha sprecato un grande talento, era un uomo di prim’ordine, sia culturalmente che come gusto, non era uno qualsiasi, aveva un grande senso dello spettacolo, un occhio preciso nel capire le cose che potevano piacere al pubblico, ma aveva messo il suo talento al servizio del cinema commerciale. Non nel senso di “fare film commerciali”, perché quelli vanno benissimo, ma nel senso di far spendere poco: fino a un certo punto erano abbastanza curati, poi era necessario chiudere perché bisognava finire entro trentacinque giorni.

Isa Barzizza


Mattoli veniva da casa con le idee molto chiare, anche perché partecipava quasi sempre alla sceneggiatura. Era un uomo di teatro, conosceva tutto l’ambiente, andava a vedere gli spettacoli teatrali, anche l’avanspettacolo, perché voleva vedere se c’era gente nuova da lanciare, da provare. Riempiva i suoi film di un sacco di attori, caratteristi, comici, drammatici, di teatro o d’avanspettacolo, l’importante è che fossero attori. Totò, che aveva un sesto senso particolare, si rendeva immediatamente conto se una persona era all’altezza della situazione oppure no; e Mattoli lo accontentava dandogli sempre « dei buoni professionisti.

Enzo Garinei


Tanto per dire come si lavorava allora, nel Medico dei pazzi giravamo davanti a un bar, la macchina stava davanti e un piccolo carrello e si spostava in avanti o indietro a seconda se doveva inquadrare due o più personaggi. Facevamo una scena lunghissima, perché prima eravamo io e Giuffrè che parlavamo, poi arrivava una signora con la figlia e parlavamo con loro, poi la signora entrava nel bar e noi ci stringevamo un’altra volta e continuavamo il discorso. Venivano delle battutine in più, “a soggetto”, e allora ricordo che Mattoli diceva: “Signori stringete, perché sennò finisce la pizza”, la pizza era di trecento metri, “quindi mi raccomando, cerchiamo di finire prima”.

Enzo Garinei


Filmografia

Regista 

Tempo massimo, (1934)
Amo te sola, (1935)
L'uomo che sorride, (1936)
Sette giorni all'altro mondo, (1936)
La damigella di Bard, (1936)
Musica in piazza, (1936)
Gli ultimi giorni di Pompeo, (1937)
Questi ragazzi, (1937)
Felicita Colombo, (1937)
Nonna Felicita, (1938)
L'ha fatto una signora, (1938)
Il destino, (1938)
La dama bianca, (1938)
Eravamo sette sorelle, (1939)
Ai vostri ordini, signora, (1939)
Eravamo sette vedove, (1939)
Imputato, alzatevi!, (1939)
Mille chilometri al minuto, (1939)
Lo vedi come sei... lo vedi come sei?, (1939)
Abbandono, (1940)
Il pirata sono io!, (1940)
Non me lo dire!, (1940)
Luce nelle tenebre, (1941)
Ore 9 lezione di chimica, (1941)
Voglio vivere così, (1942)
Catene invisibili, (1942)
I tre aquilotti, (1942)
La donna è mobile, (1942)
Labbra serrate, (1942)
Stasera niente di nuovo, (1942)
La valle del diavolo, (1943)
La vispa Teresa, (1943)
Ho tanta voglia di cantare, (1943)
L'ultima carrozzella, (1943)
Circo equestre Za-bum, (1944)
La vita ricomincia, (1945)
Partenza ore 7, (1946)
I due orfanelli, (1947)
Totò al giro d'Italia, (1948)
Fifa e arena, (1948)
Il fiacre n. 13, (1948)
Assunta Spina, (1948)
Signorinella, (1949)
I pompieri di Viggiù, (1949)
Adamo ed Eva, (1949)
Totò Tarzan, (1950)
L'inafferrabile 12, (1950)
Il vedovo allegro, (1950)
I cadetti di Guascogna, (1950)
Totò sceicco, (1950)
Vendetta... sarda, (1951)
Totò terzo uomo, (1951)
Il padrone del vapore, (1951)
Arrivano i nostri, (1951)
Anema e core, (1951)
Accidenti alle tasse!!, (1951)
Cinque poveri in automobile, (1952)
Un turco napoletano, (1953)
Siamo tutti inquilini, (1953)
Il più comico spettacolo del mondo, (1953)
Due notti con Cleopatra, (1954)
Totò cerca pace, (1954)
Il medico dei pazzi, (1954)
Miseria e nobiltà, (1954)
L'ultimo amante, (1955)
Le diciottenni, (1955)
I giorni più belli, (1956)
Peppino, le modelle e chella là, (1957)
Totò, Peppino e le fanatiche, (1958)
Come te movi, te fulmino!, (1958)
Tipi da spiaggia, (1959)
Prepotenti più di prima, (1959)
Non perdiamo la testa, (1959)
Guardatele ma non toccatele, (1959)
Signori si nasce, (1960)
Un mandarino per Teo, (1960)
Appuntamento a Ischia, (1960)
Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi, (1960)
Sua Eccellenza si fermò a mangiare, (1961)
Maciste contro Ercole nella valle dei guai, (1961)
Appuntamento in Riviera, (1962)
5 marines per 100 ragazze, (1962)
Obiettivo ragazze, (1963)
Cadavere per signora, (1964)
Per qualche dollaro in meno, (1966)


Riferimenti e bibliografie: