Paone Remigio

(Formia, 15 settembre 1899 – Milano, 7 gennaio 1977) è stato un regista teatrale, produttore teatrale e direttore teatrale italiano.
Promotore e sostenitore dell'idea di un rinnovamento teatrale negli anni venti del novecento, intraprese la carriera di impresario (a fianco di Sem Benelli) sostenendo gli autori e gli attori che, secondo il suo gusto, incarnavano un rinnovamento della scena italiana: inaugurò a tal proposito il Teatro Nuovo di Milano nel 1938, con l'intento di inscenarvi spettacoli di sua scelta.

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Celebrato e fortunato produttore e regista di spettacoli di rivista che si rifacevano alle migliori esperienze europee e americane, fu anche uomo di teatro musicale e negli anni sessanta divenne sovrintendente del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino e alla sua energia si deve se tale teatro risorse in poche settimane dalla catastrofe della alluvione del novembre 1966. Durante la sua gestione del teatro fiorentino si segnalò per una edizione straordinaria del "Ballo Excelsior" che riscosse un sussesso enorme di pubblico e qualche critica da parte del paludato mondo della critica musicale.

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Devoto ammiratore di Arturo Toscanini e amico stretto della di lui famiglia, ebbe uno stretto rapporto di solidarietà umana e politica con Pietro Nenni e fu proprio lo storico leader socialista italiano che volle candidarlo a Milano nelle telluriche elezioni politiche del 1948. Si devono in grande misura a Paone la scoperta e il primo lancio di un maestro come Riccardo Muti.

Produttore di numerose riviste di Garinei e Giovannini, fu anche amico intimo di Luigi Pirandello. Nel corso della sua carriera diresse, oltre al Teatro Nuovo, anche il Teatro Manzoni di Milano, il Teatro Carignano di Torino ed il Teatro Quattro Fontane di Roma.

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Andreina Pagnani Remigio Paone L

1939 Remigio Paone 00 L


Donne e uomini della Resistenza: Remigio Paone

Laureatosi in Scienze economiche e commerciali all'Università di Roma, intraprese dapprima la professione giornalistica, come cronista del quotidiano antifascista Il mondo, diretto da Giovanni Amendola. Era già entrato a far parte della "Compagnia degli sciacalli" (che si riprometteva di svecchiare il repertorio drammatico tradizionale), quando Sem Benelli, nel 1929, gli propose di fare l'impresario al suo fianco, diventando capocomico e socio della "Benelliana". Dal 1934 al 1938, Paone diresse l'Unione Nazionale Arte Teatrale; ma fu appunto nel 1938, con l'inaugurazione del Teatro Nuovo di Milano (che avrebbe diretto per oltre dieci anni), che la figura di Remigio Paone si impose come quella di impresario coraggioso e gran scopritore di talenti. Al "Nuovo" passarono, infatti, tutti i maggiori nomi della prosa e della rivista: da Zacconi a Ruggeri, da De Sica a Totò, da Walter Chiari a Macario, a Wanda Osiris, a Renato Rascel, a Gino Cervi. Fu merito di Paone se in Italia si conobbero prestigiosi attori e gruppi teatrali stranieri. L'impresario fu comunque sempre guardato con sospetto dal fascismo, tanto che fu anche schedato dall'OVRA. E non a caso: militante socialista, dopo l'8 settembre 1943 Remigio Paone partecipò alla Resistenza. In contatto con gruppi antifascisti a Milano e a Roma, mise a disposizione il "Nuovo" di Milano per riunioni clandestine; i suoi uffici, ma anche la sua abitazione, erano aperti ai patrioti (nella sua casa trovò rifugio anche Giorgio Amendola). Dopo la Liberazione, Paone ebbe importanti incarichi nella Federazione milanese del PSI, fu candidato del Fronte Democratico Popolare nelle elezioni del 1948 e svolse un importante ruolo nella cultura teatrale italiana (sua anche l'iniziativa dei "Pomeriggi Musicali" milanesi), come dimostrano i materiali raccolti all'Archivio di Stato di Latina che, nel 2004 li ha acquistati dalla Soprintendenza archivistica del Lazio. All'inventore della Compagnia "Spettacoli Errepi", sono intitolate vie a Milano e in altre città. Dal 2003 si tiene, nel nome di Remigio Paone, il "Concorso Nazionale di Esecuzione Musicale Città di Formia".


Più ci ripenso e più mi accorgo che i miei giorni migliori d’impresario sono legati al teatro di prosa. Per il resto sta a sé, è ovvio, queiroriginale spettacolo che fu Carosello napoletano: balletto, dramma e rivista tutto insieme. Me ne venne l’idea a Londra, all’Embassy Club, ascoltando due applaudìtissimi “cantanti napoletani” — cosi diceva il programma — che italiani erano forse, ma napoletani certo no, e per di più miagolavano pietosamente. Eppure erano acclamati persino da due principesse reali inglesi, Elisabetta e Margaret, e dal fidanzato di una di esse, Filippo di Edimburgo: le vidi coi miei occhi battere entusiasticamente le mani. Mi resi conto di quale enorme fascino avesse nel mondo la canzone napoletana. Ne parlai a Ettore Giannini, che ritenevo uno dei più fantasiosi e dotati registi del momento. Giannini mise la parola fine al copione di Carosello napoletano a casa mia, alla Caravella di For-mia, nel settembre del 1950. Avevo voglia, per la gioia, di saltare su una gamba sola.

I dolori vennero poi, durante l'allestimento. Sarebbe lungo rifare la dolorosa storia del Carosello: fu un carosello di guai. Ebbi, in quell'occasione, un’emorragia di milioni. Le esigenze, le esitazioni, gli scrupoli del Giannini regista mi facevano dimenticare la genialità del Giannini ideatore. Crisi di nervi e ritardi spaventosi erano all’ordine del giorno durante le prove. Lo spettacolo era venuto gonfiandosi come la panna sotto la frusta, traboccava da qualsiasi palcoscenico con la sua grandiosa macchinosità. Alla prova generale, il 31 marzo 1951, Giannini dichiarò che si doveva rimandare la “prima”, fissata per la sera del primo d'aprile. Furono ore drammatiche. Passai la notte ad avvertire uomini politici, deputati e senatori, di non partire per Firenze come era stabilito.

Remigio Paone


Rascel. Stimo Paone anche oggi che i nostri rapporti sono momentaneamente sospesi. Aggiungo che gli sono amico.

Casalbore. Perché dici momentaneamente? Hai intenzione di tornare indietro?

Rascel. È possibile. La vita è breve, ma al tempo stesso è abbastanza lunga per potersi incontrare di nuovo. Intanto, la situazione è questa: io dissento da alcuni punti di vista di Paone, soprattutto sul suo sistema di catalogare tutti i suoi scritturati in una specie di scaffale, contrassegnandoli con numeri d’ordine. Quando dopo anni di attesa e di lavoro, uno riesce a crearsi una personalità, ha il diritto di difenderla da chiunque voglia, sia pure senza volontà di far male, offuscarla. È chiaro?

Paone. Non mi so rendere ragione della defezione di Rascel. È vero che non l’ho inventato io, ma credo di aver contribuito a valorizzarne l’arte, negli ultimi anni. Infatti, a dispetto delle eccezionali qualità di Rascel, l’andamento economico delle due compagnie che hanno preceduto quelle da me gestite non fu tale da incoraggiare qualcuno a scritturare Rascel. Oggi è facile, e diciamo pure che è comodo, avere questo coraggio.

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Rascel. Uno dei motivi della mia decisione è il seguente: seppi, e direttamente da Paone, che egli non era contento dello spettacolo. Dirò chiaramente che Paone non ci credeva. Non ero, e non sono, d’accordo con lui. Del resto, il pubblico, che in queste faccende è giudice inappellabile, mi ha dato ragione.

Paone. Confermo lealmente che ebbi a dichiarare a Rascel di non essere contento di Alvaro. Ma non essere contento di Alvaro non significa non essere contento di Rascel. Alvaro, secondo me, è un buon spettacolo che Rascel ravviva con i tesori della sua comicità, ma ancor oggi, dopo abbondanti tagli, presenta abbassamenti di tono che sentii alle generali. E, alla prima di Roma, la stanchezza del pubblico spinse Rascel a improvvisare un discorsetto di giustificazione (...)

Rascel. Ho visto Paone indaffarato in tante manifestazioni artistiche che ho ritenuto opportuno trovare un impresario che si preoccupasse della mia compagnia più di quanto non possa farlo Paone, che, evidentemente, ha troppe cose a cui pensare.

Casalbore. Questo impresario è Achille Trinca, massimo esponente della Trinca-Anerdi, organizzazione teatrale ben nota, che nella scorsa stagione ha presentato, tra l’altro, la Tognazzi-Giusti. Per l’anno prossimo, con l’ausilio di Giovannini e Garinei, di Scarnicci e Tarabusi, di Gorni Kramer, del figurinista Coltellacci, sono in gestazione le compagnie di Rascel, di Macario, ed inoltre la Tognazzi-Gray, di recente formazione.

Paone. Rascel è ingiusto quando mi accusa di trascurarlo, avendo io troppe compagnie alle quali badare. Attanasio e Alvaro, da me organizzati contemporaneamente alle altre compagnie, ne sono una prova. Del resto, la stessa impresa alla quale Rascel si è affidato gestirà altri spettacoli, oltre al suo: vedi Macario, vedi Tognazzi-Gray, vedi una probabile altra compagnia.

Rascel. Non mi sono legato all'impresa Trinca-Anerdi, bensì, con un contratto privato, al signor Achille Trinca. L’errore che tutti commettete, a questo proposito, è determinato dal fatto che la Trinca-Anerdi è ben nota nel mondo teatrale. Ma io ho preventivato, col solo Trinca, una compagnia a me intestata, che sarà organizzata esclusivamente, e ad insindacabile giudizio, da me e da Giovannini e Garinei. Trinca ha fiducia in noi, e ci lascia mano libera. Io ho piena fiducia in Garinei e Giovannini, non solo come autori, bensì come organizzatori. Ho apprezzato in loro queste qualità anche sotto l’egida Errepi. Quindi è tutta un'altra faccenda.

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Casalbore. Stando cosi le cose, la ditta capocomicale Trinca-Anerdi non avrebbe nulla a che fare con Renato Rascel, il quale non ha bisogno, per sua esplicita dichiarazione, dell'opera di Gianni Anerdi, che nella ditta stessa ha funzione di organizzatore. E Achille Trinca, lasciando carta bianca a Rascel (nonché agli autori Garinei e Giovannini), interverrebbe a fianco di Rascel soltanto come finanziatore e impresario non organizzatore.

Paone. Per quanto io mi dolga di aver perduto l’opera di Rascel, nonché di Garinei e Giovannini, di Kramer, di Coltellacci, tutti collaboratori di primissimo ordine, devo dichiarare che, nella prossima stagione, le mie compagnie, anziché diminuire aumenteranno.

Casalbore. Infatti, oltre alla compagnia di Wanda Osiris, a quella di Billi e Riva (che hanno firmato di recente, ed a condizioni inferiori a quelle dall'impresa concorrente: e ciò a titolo di simpatia e di gratitudine per l’assistenza avuta in passato), Paone organizzerà anche la grande compagnia con la quale Totò tornerà alle scene ed una compagnia detta “dei giovani”, della quale fanno parte Isa Barzizza, il Quartetto Cetra, Carlo Campanini (in funzione di... padre putativo) e forse anche Alberto Sordi, stando a quel che si dice nell’ambiente e che Paone non conferma, forse per ragioni di carattere diplomatico, forse anche per la mancanza di una vera consistenza nelle notizie stesse. Per esempio, a me risulta che Paone ha scritturato Tina De Mola, per metterla in compagnia con Nino Taranto, che pure ha aderito all’invito del signor Errepi.

Paone. Non chiedetemi più di quanto io possa dire. Per quel che riguarda la sostituzione di Garinei e Giovannini posso dir questo: gli autori italiani sanno su quali nomi punto nella prossima stagione. Sanno chi è Wanda Osiris e quale genere di spettacolo le necessita. Sono tutti invitati a collaborare. In Italia ci sono autori come Marchesi, Metz, Vergani, Frattini, Falconi, Silva, Terzoli, Verde, Bussano — e cito nomi alla rinfusa, cosi come mi vengono alla mente — ed è tutta gente che può fornire materiale per venti riviste. Lo stesso dicasi per la parte musicale. Esistono musicisti come D’An-zi, Trovajoli, Frustaci, Barzizza, Rossi, Schisa. Quindi, posso dolermi di aver perduto gente in gamba, ma in Italia e nel mondo c’è tanta gente altrettanto in gamba, della cui collaborazione, del resto, mi sono già avvalso. Un figurinista? Folco, il creatore dei figurini degli spettacoli Osiris, è un asso. Ha già impegni. Tutto va bene, tutto va benissimo... E tutti i balletti Bluebell sono ancora scritturati da me in esclusiva per la prossima stagione. Saranno cinque. E finora le mie compagnie sono solo quattro. Dovrò farne una quinta per il quinto balletto...

Casalbore. Quella di Taranto?

Paone. Si, quella di Taranto con Tina De Mola.

"Festival"


Galleria fotografica e stampa dell'epoca

Remigio Paone 1938 intro

Remigio Paone dopo aver guidato lungamente, con tanta passione ed entusiasmo - da quel provetto uomo di teatro che egli è - l'U. N.A.T. (Unione Nazionale Arte Teatrale) ha rassegnato le dimissioni da direttore generale, per assumere con uguale qualifica, ed in più amministratore unico, la direzione della società costituita per la gestione del nuovo teatro di Milano, in piazza S. Babila, nel «palazzo del Toro».

Questa Società si propone di costituire una Compagnia di prosa e una di operette, le quali reciteranno prevalentemente a Milano. Gli scambi maggiori avverranno con la nuova Compagnia che sarà costituita a Roma dalla Società del «Teatro Eliseo» già proprietaria, quest'anno, della Compagnia Tofano-Maltagliati la quale, come è noto, non continuerà nel prossimo Anno Teatrale. Saranno queste le due Compagnie quasi stabili, delle quali si è accennato nel fascicolo scorso. Non si sa ancora nulla degli attori che verranno scelti.

«Il Dramma», 1938


1950 05 20 Gazzetta Sera Remigio Paone intro

Mino Caudana, «Gazzetta del Popolo», 20 maggio 1950


1950 11 01 Il Dramma Remigio Paone Errepi intro

«Il Dramma», 1 novembre 1950 - La Errepì di Remigio Paone


1954 04 05 La Gazzetta di Mantova Remigio Paone intro

«La Gazzetta di Mantova», 5 aprile 1954


Cinque lacrime nello spumante

A Remigio Paone, che il 18 giugno ha festeggiato le sue nozze d'argento con il teatro, rivolsi un giorno, per gioco la domanda seguente : «Se tu potessi scritturare un personaggio politico e trapiantarlo di peso In uno spettacolo Errepl, come orienteresti la tua scelta?». L'Impresario non stupì e neppure s'indignò. «Mino mio, famme pemà», disse soltanto. E quand'ebbe finito di penzà: «Scritturerei Paimiro Togliatti», rispose seriamente. Subito dopo, però, lo colse qualche perplessità. «Certo — aggiunse — era meglio scritturare Paimiro Togliatti nel 1945. in quella stagione, l'avrei pagato come Wanda Osiris. Adesso la sua quotazione è un po' diminuita...». Parlava con calma, senza Intenzioni Ironiche. contemplando l'eventualità d'inserire Paimiro Togliatti tra Isa Barzizza e un numero di saltatori comici come fosse la più logica del mondo.

E' un uomo che, avvelenato dal suo clamoroso mestiere, vede e ragiona in funzione esclusivamente teatrale. Se gli amici dell'estrema sinistra proponessero al «compagno» Remigio Paone di mettere in scena la Rivoluzione, il borghese signor Errepi troverebbe naturalissima la cosa. Avrebbe solo cura, da impresario accorto, di affiancare le soubrettes comuniste Nilde Jotti e Teresa Noce con le Bluebell Girls. Così ritoccata, la Rivoluzione piacerebbe anche ai commendatoli lombardi che si contendono le poltronissime del Teatro Nuovo.

Alla parete d'onore dell'ufficio milanese di Remigio Paone spicca un grande cartello scritto in carattere gotico. «Schwer ist einen Staat regteren — avverte — zehnmal schweren ein Theater». Dirigere uno Stato è meno difficile che dirigere un Teatro». La massima reca la firma di Edward Von Bauerfeld, un romantico scrittore tedesco dell'Ottocento esistente unicamente nella fervida fantasia dell'impresario. Per giustificarla, Remigio Paone fa il suo teatro in grande. Dove basterebbero 6 ballerine 6, ne mette 48. Se dovesse rappresentare il dramma I due sergenti, di sergenti in scena ne vedremmo almeno 24.

Fuma un anno si e un anno no 52 sigarette al giorno, cominciando o smettendo di fumare il 23 maggio, alle 18 precise. E' superstizioso come un negro (o come un napoletano). Non gl'importa nulla del numero 13, s’infischia del numero 17; ma teme il viola come la peste. Dorme cinque ore, trascorre le altre diciannove della sua convulsa giornata al telefono, parlando in tutte le lingue del mondo che non conosce. «Per farsi capire a Londra o a New York — sostiene — basta esprimersi in napoletano». Dopo la trionfale rappresentazióne parigina del Cirano de Bergerac interpretato da Gino Cervi: «Aggià parlà in napulitano», spiegò allo allibito cronista della Radiodiffusione Francaise che l’intervistava. Ma poi dovette rassegnarsi. «Je sui cuntent — disse al microfono — Je sui felis com une Pasque...». Esprimendosi nella lingua di Voltaire e di Racine, Remigio Paone fu apprezzato e capito esclusivamente dagli ascoltatori del Somaliland e dell’Alto Katanga.

Se non è diventato avvocato, come i suol genitori avrebbero voluto e come i suol futuri clienti temevano, la colpa è tutta di Sem Benelli che, il 18 giugno 1929, a Bergamo, lo convinse ad assumere la direzione amministrativa della sua compagnia teatrale. Venticinque anni or sono l'autore della Cena delle beffe era una specie di controfigura di Gabriele D'Annunzio. «Se D'Annunzio muore — si diceva in taluni circoli letterari — abbiamo pronto il vate di ricambio Benelli». Qualcuno lo chiamava; «poeta Adriatico di Sicurtà».

Accettando di fare l'amministratore della Benelliana : «Sarà per pochi giorni...», scrisse Remigio Paone ai suoi cari parenti. Il 18 giugno di quest'anno i pochi giorni erano già 9125; e continuano ad ammucchiarsi. Per festeggiarli degnamente, il signor Errepì aveva tinto di bianco i capelli che, abitualmente, tinge di nero. Gli facevano corona, a tavola, i collaboratori che da un quarto di secolo, con coraggio, ne sopportano i salti d'umore e i mutamenti di programma.

Parlò, al termine del banchetto, Lucio Ridenti: alla buona, senza birignao, «Se il teatro italiano — disse, in sostanza, Lucio Ridenti — non è unicamente un pretesto per discorrere malinconicamente della crisi dei teatro italiano, li merito è tuo, caro Remigio...». Quando si provò a rispondergli, il caro Remigio era pallido come la Dame aux camelias del quarto atto e aveva la voce rotta dall’emozione di Papà Lebonnard. Allora, per darsi un contegno, accarezzò lievemente la moglie, che gli sedeva a fianco, «Debbo tutto a te...», le mormorò con l'accento di un Padrone delle Ferriere ormai ammansito.

Cinque lacrime caddero nei suo bicchiere di spumante francese. Wanda Osiris le osservò con estrema attenzione, «Sono lacrime vere, lacrime napoletane — disse stupitissima — non le solite, di glicerina, che piangiamo noi, poveri teatranti...». Pronunciò la battuta gaiamente. Ma nessuno, proprio nessuno, fece eco alla sua sospetta allegria.

Mino Caudana, «La Settimana Incom Illustrata», anno VII, n.27, 3 luglio 1954


1954 10 05 Corriere della Sera Remigio Paone Isa Barzizza intro

L'attrice si ritira dalla compagnia che doveva rappresentare la rivista « Siamo tutti dottori »

L’impresario teatrale Remigio Paone per tramite del suo legale avv. Vigevano ha fatto istanza al presidente del Tribunale di Milano per ottenere il sequestro conservativo fino alla concorrenza di 50 milioni nei confronti di Isa Barzizza. L'attrice scritturata per gli spettacoli «Errepi» in compagnia di Riccardo Billi e di Mario Riva avrebbe dovuto recitare nella rivista dal titolo "Siamo tutti dottori" che doveva andare in scena il 15 ottobre nel teatro Quattro Fontane di Roma. Ma il 29 settembre durante le prove ebbe luogo un incidente di cui furono protagonisti la Barzizza e il Riva, e in seguito al quale Isa Barzizza scriveva in data 30 settembre una lettera a Remigio Paone annunciando la sua decisione di! uscire dalla compagnia. L’impresario che era assolutamente estraneo all’incidente interpose i suoi buoni uffici per appianare la vertenza, ma senza risultato. e ieri mattina si è risolto a chiedere al presidente del Tribunale il sequestro conservativo sul beni della Barzizza a Milano, a Sanremo, al Forte dei Marmi ed a Roma, sequestro che è stato accordato. La causa di convalida sarà fissata prossimamente.

«Corriere della Sera», 5 ottobre 1954


1954 10 05 Corriere della Sera Remigio Paone Isa Barzizza Mario Riva intro

Isa Barzizza litiga con Mario Riva durante le prove e abbandona la compagnia - Il Tribunale ordina un sequestro di 50 milioni sui beni dell'attrice

Tre telegrammi sono stati spediti, ieri, dalla cancelleria del Tribunale civile di Milano, destinazione Roma, Forte dei Marmi e Sanremo. Il testo del dispacci era identico: si chiedeva all'ufficiale giudiziario competente per territorio di «procedere al sequestro conservativo sul beni della signora Isa Barzizza maritata Chiesa».

Isa Barzizza, contro la quale è stato preso il grave provvedimento del sequestro conservativo, era stata scritturata da Remigio Paone per una delle compagnie che portano quest'anno l'insegna degli spettacoli «Errepi», la compagnia imperniata sul due comici romani, Riccardo Billi e Mario Riva. Particolari condizioni erano state fatte all'attrice, che avrebbe anche avuto «il nome in ditta».

La compagnia era stata riunita a Mnano, e a Milano aveva cominciato le prove, sul piccolo palcoscenico del teatrino dell'A.T.M. in via Conservatorio. Al principio del mese scorso, l'intera troupe s'era trasferita a Roma, dóve avrebbe debuttato al teatro «Quattro Fontane», il 15 ottobre. All'improvviso, invece, tutto il programma subiva un brusco arresto. Il 30 settembre, Isa Barzizza scriveva a Remigio Paone, annunciando che abbandonava la compagnia, ormai assai avanti con le prove della rivista intitolata « Siamo tutti dottori ».

Sul motivo della rottura esiste, naturalmente, più d'una versione. Cerchiamo di sintetizzare quelle del due protagonisti dell'urto. Isa Barzizza. Ero in scena a provare uno scketch. Il testo m'era stato consegnato la sera prima. Non avevo avuto il tempo di mandarlo a memoria. Avevamo cominciato a provare, quando Riva m'invitava a lasciare il copione, per recitare affidandomi unicamente alle imbeccate del suggeritore. Ho risposto dicendo che preferivo seguire le battute sul copione. Riva, tutto d un tratto, se n'è andato sbattendo la porta, e gridando».

Mario Riva. Non è affatto vero che io abbia abbandonato il palcoscenico. Non è vero nemmeno che io abbia, comunque, trasceso. C'erano in scena, in quel momento altri dodici attori, che possono provare la bontà delle mie ragioni. Ad andarsene, e non certo con buone maniere, è stata la signora Barzizza. Il più sorpreso, e, naturalmente, il più addolorato di questa storia, è Remigio Paone, assolutamente estraneo all'incidente. Da Milano, Paone ha cercato, in tutti i modi, di riportare la pace nella compagnia. Con due telegrammi, il 30 settembre e il 1° ottobre, Paone ha invitato la signora Barzizza a riprendere le prove. «Ho cercato di farle capire — ha detto l'impresario — che il contratto la impegnava con la mia organizzazione, non con Mario Riva, e che, quindi, quello screzio non poteva essere una causa valida per allontanarsi dalla formazione».

Tutto è stato inutile. Cosi si è arrivati alla richiesta del sequestro conservativo «fino alla concorrenza di cinquanta milioni». Il Tribunale di Milano ha accolto la domanda di Remigio Paone, presentata dall avvocato Vigevani, ed ha accordato il sequestro, riservandosi di fissare la data per la discussione della convalida. E sono entrati in scena, inattesi attori, gli ufficiali giudiziari.

«Corriere d'Informazione», 5 ottobre 1954


1954 10 06 Corriere della Sera Remigio Paone Isa Barzizza Mario Riva intro

I due protagonisti della vertenza spiegano le proprie posizioni

Mentre gli ufficiali giudiziari stanno svolgendo il loro compito fra Roma, Forte dei Marmi e Sanremo per procedere al «sequestro conservativo fino alla concorrenza di cinquanta milioni », ordinato dai Tribunale civile di Milano nei riguardi di Isa Barzizza, In sèguito alla vertenza sorta tra essa e la « Spettacoli Errepi », l’attrice, accusata di avere piantato in asso la compagnia di Riccardo Bill! e Mario Riva il cui esordio era fissato al 15 ottobre al teatro Quattro Fontane di Roma, ha voluto fare conoscere i motivi della sua improvvisa decisione.

« Nella prima quindicina dello scorso maggio — dice Isa Barzizza — avevo convenuto con la "Errepi" un contratto per l’intcrpretazione di una commedia musicale. Giustamente interessata a che tale spettacolo fosse allestito in modo da assicurargli tutte le condizioni di qualità e dignità cui ha diritto sia il pubblico sia rartista, avevo chiesto ripetutamente di prendere conoscenza del copione. Avrei potuto in tal modo sincerarmi se potesse considerarsi rispondente quantomeno alle esigenze artistiche fondamentali, tanto nell’insieme quanto, in specie, per quello che riguardava, la mia parte. Tale copione non ho mai potuto avere neppure dopo la data fissata per la riunione della compagnia, nè in sede di prove.

1954 10 06 Corriere della Sera Remigio Paone Isa Barzizza Mario Riva f1

Queste si svolgevano, perciò, in base a qualche improvvisazione o a qualche abbozzo di cui neppure potevo vedere la connessione con l’intero spettacolo. Tutto ciò a distanza di cinque mesi dalla firma del contratto e quando, secondo i programmi, lo spettacolo sarebbe già dovuto andare in scena. In tale stato di disagio, avvenne un episodio che non potevo non considerare per me ingiurioso e lesivo. Feci allora quello che ritenevo un mio preciso diritto: dichiarare l’impossibilità di una mia partecipazione a uno spettacolo per il quale mancavano le condizioni essenziali ».

L'episodio cui accenna Isa Barzizza è un litigio avvenuto in scena, durante una prova, con il comico Mario Riva. Remigio Paone, che, assolutamente estraneo all'incidente, ne è il più amareggiato e addolorato, ha dichiarato a sua volta:

«Nulla, finora, può autorizzare Isa Barzizza a ritenere che lo spettacolo che si sta allestendo per mio conto a Roma non sia una commedia musicale. Confermo che lo è, e che in tale veste venne registrato dalla Società degli autori, la quale avrebbe certo respinto una denunzia non corrispondente al vero se non avesse constatate tutte le caratteristiche della commedia musicale. Contrattualmente, Isa Barzizza non aveva diritto di conoscere il copione, ma soltanto le sue parti, di preminenza assoluta per il ruolo femminile: gli autori gliene hanno ripetutamente fatto prendere visione. Per quanto riguarda l’incidente Barzizza-Riva, esso esula, comunque, dai rapporti contrattuali fra l’attrice e la "Errepi".

Mario Riva, interpellato sulle cause del litigio, nega di aver mai trattato male Isa Barzizza, e tanto meno di essere uscito di scena, ammette dì aver fatto notare all’attrice di essere mal preparata nella sua parte, ma conferma di avere mantenuto questa osservazione nei limiti dell’educazione. Cita anche numerosi attori, che allora erano in scena, come testimoni.

«Corriere d'Informazione», 6 ottobre 1954


1954 10 25 Corriere della Sera Remigio Paone Franca May intro

Flora Lillo, la soubrette che ha lasciato la compagnia Billi e Riva nell'imminenza del debutto, ha presentato querela contro Remigio Paone, il quale non aveva aderito a certe pretese dell'attrice, ritenendole eccessive. Come si ricorderà, Flora Lillo aveva chiesto nove toilettes di una grande sartoria, minacciando, se non fosse stata accontentata, di seguire l'esempio di Isa Barzizza, che già era uscita dalla compagnia. Al secco "no" dell’impresario, Flora Lillo se n’era andata dal teatro Quattro Fontane, dove sono in corso le prove di «Siamo tutti dottori». La soubrette è poi passata all’offensiva giudiziaria, assistita dall’avvocato D’Alessio. querelando Remigio Paone.

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Quali ragioni adduce Flora Lillo per giustificare il suo comportamento? L’attrice, che era stata scritturata dopo la defezione di Isa Barzizza, lamenta che le prove della rappresentazione. alla quale essa avrebbe dovuto prender parte, non abbiano mai avuto svolgimento regolare per la mancanza del copione. Da ciò era derivato uno stato di tensione fra lei e l’impresario. Inoltre, Flora Lillo dichiara nel suo esposto che Paone le avrebbe rivolto parole da considerarsi poco riguardose.

Offesa, l'attrice avrebbe abbandonato il palcoscenico, ma senza intenzione di disertare: infatti, a suo dire, il giorno successivo si ripresentò alle prove. Ma l’attendeva una sorpresa : l’avevano già sostituita con un’altra soubrette, e precisamente con Franca May, che aveva già appartenuto alla compagnia Billi e Riva. Fiora Lillo lamenta, infine, d’essere stata "protestata" senza che le sia stata comunicata per iscritto la rescissione del contratto che aveva firmato giorni fa negli uffici milanesi della «Errepi».

«Corriere d'Informazione», 25 ottobre 1954


1954 Epoca Billi Riva ErrepiCome il calcio, anche il nostro teatro di rivista appare ormai combattuto tra due diverse tendenze: da una parte il metodo, cioè la fedeltà alla vecchia rivista classica, dall’altra il sistema, cioè il nuovo esperimento della commedia musicale all’americana. Con un pubblico diviso tra i due tipi di spettacolo la mossa più abile è quella di mettersi nel giusto mezzo per accontentare gli uni e gli altri.

Age Incrocci, Fulvio Scarpelli e Dino Verde, tre « ragazzi » passati con successo dai giornali umoristici alla radio e al cinema, si sono serviti di questa astuzia per dare ai due comici romani Billi e Riva il bis del successo ottenuto un anno fa con Caccio al tesoro.

Definito il loro lavoro una « peripezia musicale », i tre autori hanno preso lo spunto da una diffusa abitudine italiana di chiamare « dottore » il prossimo, chiunque sia, per presentarci un copione divertente ed animato, appesantito da qualche luogo comune ma privo di volgarità e fitto di deliziose trovate. Con Billi e Riva « siamo tutti dottori » per tre ore di spettacolo, mentre seguiamo le disavventure di due spazzini comunali costretti a prendersi una laurea per poter continuare il loro lavoro. Qua e là, per esigenze di spettacolo, vengono presentati quadri che ben poco hanno a che fare con le lauree, ma il pubblico applaude e si diverte ugualmente alle esibizioni del Quartetto Cetra, delle brave Bluebell, dei quattro ballerini solisti.

La necessità di procurarsi una laurea porta i due comici da una scuola serale ad una farmacia « americana », da un parrucchiere per signora ad un osservatorio astronomico, dal varo di un piroscafo alle lande peruviane, da una partita di rugby ad un incontro con i quacqueri, dalle guerre di secessione alle celle dei condannati a molti dall’alta corte di giustizia al circo di Buffalo Bill, da un indiavolato collegio americano (dove si rubano indumenti femminili) ai sospirati patrii lidi. Cioè, per intendere « nel migliore dei mondi, dove tutto si accomoda nel migliore dei modi ».

A parte la misura, l’arguzia, la bravura e l'immediatezza di Billi e Riva (ormai laureati a pieni voti come due dei nostri migliori comici » e il Quartetto Cetra (finalmeinte valorizzato secondo le proprie possiblità canore, comiche e mimiche), le rivelazioni di questa « peripezia mi sicale » sono l’incantevole dottoressa in chimica Franca May e, soprattutto, lo scenografo Alfonso Artidi. E se da una parte il fascino, la giovinezza e l’impegno della graziosissima soubrette ne ci spiegano perché mai l'impresario le avesse preferito prima Isa Barzizza poi Flora Lillo, sembra inconcepibile che un pittore dotato, arguto, raffinato, maturo come Artioli debba essere soltanto al suo debutto nel teatro di rivista. A Paone, comunque il merito del felicissimo battesimo di questo artista cui scene, dallo spazzino comunale alla stazione ferroviaria, dal varo alle lane azteche, dal collegio yankee alla banchina, dalla partita di rugby al circo, dal tabarin al Campidoglio, potrebbero reggere il confronto con la migliore produzione di Broadway.

Adeguati i costumi di Fosco buone le prestazioni di Diana Dei ed Elvy Lissiak pur sacrificate in ruoli molto modesti; piuttosto scarse, invece, le musiche del maestro Trovaioli. A dare infine allo spettacolo un carattere grande attualità non manca nemmeno l’arrivo della «cosa da un altro mondo », il primo marziano del nostro teatro di rivista.

«Epoca», ottobre 1954


1956 Tempo Remigio Paone intro

Remigio Paone è nato a Formia il 15 settembre 1899. Si è laureato a Roma in Scienze economiche e commerciali. Si occupa di teatro dal 1929. Come impresario e direttore di teatri ha prodotto o importato dal 1939 ad oggi 87 spettacoli. E' insignito della Legion d'Onore che il governo francese ha voluto dargli per la sua opera di potenziamento dei rapporti culturali fra le due Nazioni. Vive tra Milano, Roma e Formia.

1956 Tempo Remigio Paone f1Domanda. - Signor Paone, se facendo gli scongiuri un incendio dovesse distruggere il Teatro Nuovo, come lo ribattezzerebbe?

Risposta. - Al suo nascere battezzai il mio teatro con il nome di Nuovo in vista appunto della sua domanda. Oggi, se quella eventualità dovesse verificarsi lo chiamerei ancora con lo stesso nome. E' un nome assicurato contro gli incendi e altre calamità.

D. - Trovandosi in una città sconosciuta, senza amici e senza denaro, in quale modo penserebbe di sopperire alle necessità quotidiane?

R. - Facendo lo strillone di giornali.

D. - Per quale motivo?

R. - Perchè lo strillone ripetendo continuamente le stesse notizie finisce per dimenticarle e non ne soffre.

D. - Un'attrice da lei scritturata si rivela, al banco di prova senza il minimo talento necessario. Tocca a lei "protestarla”. In che modo lei le parteciperà la notizia e adducen-do quali pretesti?

R. - Dicendole brutalmente la verità: il solo modo di "fare qualcosa per lei".

D. - In compagnia di quale dei suoi contemporanei desidererebbe presentarsi alle porte del Paradiso?

R. - Con mia madre.

D.-Se venisse condannato all’Inferno, in quale cerchio dantesco vorrebbe essere posto?

R. - In quello dei Gaudenti con la scusante di coloro che vivono intensamente la loro vita.

D. - Invitato a un ballo mascherato, quale travestimento sceglierebbe per non essere riconosciuto pur cercando di esprìmere egualmente se stesso?

R. - Cirano, ma senza un Cristiano tra i piedi.

D. - Costrettovi, con quale slogan propaganderebbe la virtù?

R. - Tutto va bene specialmente quando va tutto male.

D. - Ammesso che su Marte esista su per giù una vita simile a quella che si vive da noi, accetterebbe di vivervi ottenendo tutto quanto le aggrada ma alla condizione di non fare mai più ritorno sulla terra?

R. - Si, ma solo nella certezza che le soubrettes, su Marte fossero meno capricciose delle nostre.

D. - Qual è secondo lei la danza che rimarrà più caratteristica per indicare il nostro tempo?

R. - Quella del "doppio gioco".

D. - Dovendo subire una intervista, qual è la domanda cui le riesce più difficile rispondere?

R. - Quando devo mentire sull’età delle mie attrici.

D. - Una ballerina di una sua compagnia viene a chiederle un prestito adducendo i più pietosi motivi (madre malata ecc.). Lei glie lo concede ma poche ore dopo la incontra in un locale notturno mentre sta divertendosi. Quale sarebbe la sua prima e più spontanea reazione?

R. - Nessuna. Mi pareva già di saperlo.

D. - Esiste secondo lei un difetto che, tale in un uomo, non lo è in una donna.

R. - Quello di parlare di sé.

D. - Può dirmi una condizione (e una sola) sufficiente ad assicurare il successo di uno spettacolo?

R. - L’atmosfera di comunicativa che si crea certe sere per motivi imponderabili.

D. - Per quale ragione secondo lei le attrici (e le attrici dello spettacolo di rivista in maniera particolare) si vedono attribuire dal pubblico qualche anno di più di quanto effettivamente ne contino?

R. - Perchè cominciano e stancano presto.

D. - Qual è, nel corso di una "prima” di un suo spettacolo la cosa che la spaventa di più?

R. - Tutto esaurito.

D. - E in genere, nella vita?

R. - La vigliaccheria.

D. - Qual è secondo lei, obbiettivamente, il colmo dell'infelicità umana?

R. - Non sentire la propria

stupidità.

D. - E in senso soggettivo?

R. - Sentirsi soli.
D. - Dovendo raccontare una favola a un bambino, quale sceglierebbe?

R. - Non esistono più favole che possono essere credute, oggi, dai nostri bambini.

D. - Un produttore italiano si accinge a mettere in scena una versione teatrale o cinematografica della Divina Commedia. Richiesto un consiglio sulla scelta dell’attrice cui deve essere affidata la parte di Beatrice, su chi tra le nostre vedette cadrebbe la sua scelta?

R. - Su Rina Morelli.

D. - Se le fosse concesso un atto di potenza assoluta, come lo esplicherebbe?

R. - Togliendo di mezzo la miseria.

D. - Qual è secondo lei il segreto del successo di un uomo?

R. - L’ostinazione.

D. - Qual è secondo lei la più importante istituzione italiana?

R. - Sta per essere abolita.

D. - Chi fra i suoi contemporanei proporrebbe per un processo di santificazione?

R. - Mia moglie.

D. - Una attricetta in mal di pubblicità assorbe una certa quantità di sonnifero per fare un po’ di rumore intorno al suo nome ma sbaglia dose e muore. Vuole dettarmi una epigrafe per la sua tomba?

R. - Afori per più clamorosamente vivere.

D. - Se le fosse proposto il patto di Faust, che cosa risponderebbe?

R. - No grazie: le Margherite di domani mi spaventano di più di quelle di oggi.

D. - A quale dei suoi contemporanei toglierebbe T uso della parola?

R. - A tutti coloro che mi dicono la frase seguente: signor Paone vuol sentirmi cantare?

D. - Quale colpa si sentirebbe più propenso a perdonare in una donna?

R. - Quella della maternità che la morale corrente condanna.

D. - Con quale attributo vorrebbe passare alla storia?

R. - Remigio il Cordiale.

D. - In quale misura secondo lei la fortuna incide nel successo di un uomo?

R. - In grande misura.

D. - Qual è secondo lei l’avvenimento più spettacolare (ossia ii meno vero) che si sia verificate dalla fine della guerra in poi?

R. - La paura della guerra.

D. - Presidente di un concorso di miss a quale criterio affiderebbe il suo giudizio?

R. - Immaginando le candidate vestite nella maniera più inverosimile e ridicola, e scegliendo quella che riesce ad essere bella egualmente.

D. - Ospite di uno dei suoi amici viene fatto oggetto delle profferte amorose della moglie di lui, bella, affascinante e trascurata. Accoglierebbe lei questo invito? Altrimenti in quale modo cercherebbe di trarsi di impaccio evitando di offendere la sua suscettibilità?

R. - No, non accetterei l’invito perchè credo nei valori dell’amicizia. La suscettibilità di una donna respinta è difficile da evitare. In ogni caso affronterei questo rischio anche perchè il risentimento di una donna è sempre meno pericoloso di quello di un marito.

D. - Nonostante la crisi del teatro di rivista si verifica abbastanza spesso il fenomeno di attori e attrici del teatro di prosa che tentano la via della passerella. Qual è secondo lei la ragione più intima di questo fenomeno?

R. - Intimamente economica.

D. - Esiste uno spettacolo per allestire il quale sarebbe disposto a mettere a repentaglio la posizione da lei raggiunta nel suo ambiente?

R. - Mi è già capitato: il "Carosello Napoletano’’ che fu un grande successo artistico e rischiò di rovinarmi.

Le risposte di Remigio Paone si presentano, a una prima lettura per lo meno sconcertanti. E’ difficile, in essa, riconoscere una linea costante, e le sorprese, si può dire, si susseguono ininterrottamente una dopo l’altra. Alla risposta grave, cosi categorica da far pensare che anziché ad un uomo di teatro ci si trovi di fronte ad un moralista di professione, se ne contrappone immediatamente un’altra spregiudicata, audace, e in qualche caso violentemente polemica (la risposta sulla "paura della guerra”). Qualche volta questo senso di perplessità che nasce dal contrasto accennato, si riscontra addirittura nell’interno di una stessa risposta. Si veda, per esempio, quella relativa alla moglie dell’amico, di cui sta a lui accettare — o meno — le avances. Paone dice che l’amicizia è il sentimento più sentito da lui (e la conferma si trova quando dice che il colmo dell’infelicità umana è quella di sentirsi soli) e perciò si sente in dovere di rispondere con un rifiuto. Anche perchè egli commenta, però subito dopo, meglio ferire la suscettibilità di una moglie che quella di un marito. Il sorriso, la malizia si inserisce, si innesta sulla stessa risposta grave, senza peraltro annullarla. E qui appunto sta la suggestività delle risposte di Paone, la cui personalità poliedrica vivace, un poco partenopea si aggira liberamente e spregiudicatamente proprio perchè fa perno su dei cardini rigidamente fissi, quali il sentimento dell'amicizia, e della lealtà.

Enrico Roda, «Tempo», 1956




1977 01 08 La Stampa Remigio Paone morte2

Faceva le cose in grande. Remigio Paone, morto improvvisamente a 77 anni per emorragia cerebrale, era stato un impresario all'americana, l'unico in Italia, quella fascista e quella del dopoguerra (tempi difficili insomma) a immaginare e realizzare una politica teatrale nei termini vistosi e concreti dei colleghi di Broadway.

Esordì nel '29, dopo una breve esperienza nel giornalismo, come amministratore della compagnia di Sem Benelli. Diventa poi realizzatore e porta sulle scene la prima edizione italiana dell'Opera da tre soldi di Brecht. Pochi anni dopo, nel '34, è chiamato a dirigere l'Unione nazionale d'arte drammatica; nel '38 è alla guida del teatro Nuovo di Milano. Sotto la celebre sigla « Errepi » (le sue iniziali), allettati dai primi contratti favolosi, vennero in Italia i mostri sacri dello, spettacolo mondiale: Edwige Feuillère, Jean-Louis Barrault, Maurice Chevalier, Katherine Dunham, Josephine Baker, Madeleine Renaud... Tra i nuovi talenti del nostro teatro, fu proprio Paone a scoprire e a lanciare i nomi di Lilla Brignone, Olga Villi, Lea Padovani, Lauretta Masiero e Isa Barzizza.

«Stampa Sera», 8 gennaio 1977


1977 01 08 La Stampa Remigio Paone morte intro

«La Stampa», 8 gennaio 1977

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Riferimenti e bibliografie:

  • www.anpi.it
  • "Follie del Varietà" (Stefano De Matteis, Martina Lombardi, Marilea Somarè), Feltrinelli, Milano, 1980
  • Vincenzo Sinisgalli, «Epoca», anno II, n.22, 10 marzo 1951
  • Mino Caudana, «La Settimana Incom Illustrata», anno VII, n.27, 3 luglio 1954