Carnera lottatore 1951

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1951 10 27 Epoca Primo Carnera intro

Prima di venire in Italia, il gigante è stato avvistato - è proprio il caso di dire - a Vienna. Nella città del «terzo uomo», tra inglesi francesi americani, Primo ha fatto il quarto, il russo, nella brigata internazionale del buonumore.

Emilio Colombo era un giornalista passionale. Tra le imprese degli atleti e la sua penna non c’era distacco: tanto meno la noncuranza tra il disincantato e lo scettico che chiede alle risorse del mestiere, o alla fantasia, il modo di mascherarsi agli occhi dei lettori. Colombo credeva nella sua materia con la fede di un iniziato, e il suo articolo era soltanto un tempo intermedio di una giornata votata interamente alle cose, ai personaggi e ai pensieri dello sport. Senza questa premessa è incomprensibile il duello che fece il direttore della «Gazzetta» per Primo Camera prima che questi s'incoronasse in America campione del mondo.

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Un informatore stradale fatto su misura o un gioco di prospettiva?

Il gigante friulano stava facendo il noviziato sui quadrati europei. Era nelle mani di un piccolo manager duro e secco come l’osso d’oliva, certo Leone See, che lo stava guidando di vittoria in vittoria: tutte vittorie-lampo che per un verso creavano nell’animo delle folle il mito dell'ercole invincibile, e per l’altro verso destavano incredulità e diffidenza nello spirito critico di molti esperti che nei successi del «bamboccione buono» vedevano i numeri di uno spettacolo di baraccone.

Senza arrivare al punto di catalogare Carnera nella schiera degli istrioni e il suo procuratore nella categoria degli imbroglioni, il passionale Colombo era assai reticente nel menare per buone le vittorie che il friulano collezionava senza soste limitando a una fugace dimora tra le corde del ring le apparizioni temerarie dei suoi avversari. Fu allora che arrivò al mio direttore una lettera furente: l’aveva mandata un tifoso di Camera che non poteva permettere al giornalista la libertà di appannare il volto dell’idolo neppure col fiato della bocca. Le mosche che si posavano sul naso di Emilio chiamavano spade. Erano tempi in cui la vertenza cavalleresca aveva un posto di riguardo nel costume dei giornalisti, e Colombo mandò all’impertinente suo lettore sconosciuto il cartello fatidico che le mani guantate di Cuccia e di Fanti classicamente porsero.

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Nella jeep della polizia internazionale Carnera ha preso il posto del russo, accanto al francese. In primo piano l'inglese e l'americano.
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Ritratto della vecchia Europa: l’italiano tra l'inglese e il francese Una telefonata in lingua tedesca: ma carnera incassa e tien duro.

La mattina dello scontro - sede il Palazzo dello Sport di Milano - apparve davanti al torso nudo di Colombo il petto villoso di un tipo alto due metri, fosforescente e barbuto. Questi attributi appartenevano a un tal Borghi, lombardo. Se le diedero secondo l’usanza e finirono l’uno nelle braccia dell’altro nel segno patetico della riconciliazione. Il Borghi diventò un tifoso di Colombo, e Colombo lo ripagò mitigando la sua istintiva avversione per il personaggio ch’era stato il pomo (gigante) della discordia.

L’episodio che ho ricordato, e del quale fui spettatore, aiuta lo sportivo a fare mente locale circa le polemiche accese attorno il ’32, o giù di lì, dall’irruzione a valanga di Camera nei quadrati della noble art of self defense che in quel periodo di tempo aveva avuto o stava per avere nel Bernasconi detto «Pasqualino» e nel giramondo Quadrini, nel pirotecnico Locatelli e nel «gentleman» Bosisio, nel leone polveroso Jacovacci e nel fantasista Orlandi, nel coriaceo Bonaglia e nel meteorico Merlo altrettanti campioni europei. Le vacche del pugilato nazionale erano grasse, quel Camera, a gusto e giudizio di molti, doveva soltanto alle sue dimensioni di mastodontico bue l’arbitrio che s’era arrogato di far parte di sì nobile armento.

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Il lottatore quarantenne, che s'è ricostruita la vita e un po' di fortuna col «catch», ha sempre con se’ il ritratto della moglie e dei figli
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Due vecchi amici di Sequals son venuti sino a Vienna a trovarlo

Lo vidi al lavoro più volte ai primordi della carriera. La sua boxe peccava di velocità e di stile, tuttavia gli antagonisti che entravano nella sua guardia ne uscivano come la noce dalle guance della tenaglia. Ma ciò che dava il contrappunto alla forza bruta del gigante era la bonomia che gli aleggiava nel volto: e fu questo il filo conduttore della simpatia popolare che andò all’appuntamento delle sue vittorie. Tutt’altro che spaccone, poi: la sua modestia era pari al suo vigore, e quando si perdeva in lontani pensieri - se pensieri potevano alloggiare in quel cranio di antiche caverne -c’era da scommettere che riandasse alla vita all'aperto, a tu per tu con la scure del boscaiolo, dalla quale l’aveva tratto il volpino Leone See, suo loquace e spregiudicato buttafuori.

Camera aveva troppa fretta di fare attorno a sé un parterre di k.o. per badare a quello che si diceva di lui.

Non rammento una sua replica, una sua impuntatura. Gli bastava farsi largo a colpi di uncini e di diritti. Gli bastava contare gli spettatori dei suoi incontri, sempre più numerosi e redditizi, gli uni e gli altri. Poi venne il suo giugno di atletica gloria. Fu alla fine di quel mese, nel '33, che in sei «tempi» mandò al tappeto Jack Sharkey con un montante che gli valse la conquista del campionato mondiale dei massimi. Si mise in testa la corona ch’era stata di Dempsey, lo «strangolatore», e che sarebbe stata, di lì a quattro anni, di Joe Louis «il massacratore». La tenne giusto per un anno: fu Max Baer - dotatissima macchina da pugni ma cervello balzano - che nel giugno ’34 pose fine al regno di Camera, non prima che questi potesse misurare l’immensa e ormai incontrastata popolarità del suo nome in un incontro romano contro il basco Paolino Uzcudum.

E Leone See, il manager volpino? Scomparso, ch’io sappia, non dopo avere pubblicato un volumetto nel quale erano raccontati per disteso gli imbrogli che, lui stesso inventore e regista, avrebbero spianato la strada di Camera dai matches degli esordi alla partita americana del campionato del mondo.

Un compendio criticamente esatto della carriera folgorante del boscaiolo friulano? È stato un ingenuo burattino colossale nelle mani di un burattinaio senza scrupoli? O, più verosimilmente, il «gigante buono» ha raddoppiato i meriti reali avuti da natura e da palestra col destare, a sua insaputa, la cupidigia di danaro e di fama di quanti avevano fiutato nelle sue membra l’odore eccitante dei grossi affari?

I giganti, una volta sconfitti, fanno solitamente la fine dei leoni impagliati: le scolaresche li vanno a vedere nei musei di storia naturale accompagnati da un inserviente che, mentre fa la spiega, spolvera quello che fu il vello del re della foresta.

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Alla vigilia dell'incontro vittorioso con Sharkey per il titolo, Carnera se non aveva dalla sua tecnici e giornalisti contava sull'ammirazione incondizionata del pubblico.
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In questa vecchia foto, Primo addiziona pugno su pugno la sua vittoria su Sharkey, misurando il colpo del K.O. Un anno durò la sua gloria, e fu un anno di amarezze.
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Era comunque un uomo d’eccezione, anche dopo la sconfitta. Il cinema gli mise le mani addosso. Imbambolato e tirato a nuovo, Carnera restò ai margini del ring.

Primo non è finito così. Se la mascella vetrata e l’età provetta non gli hanno più consentito di calcare il tavolato duro dei quadrati della boxe, l’impianto sano del corpo, l’eccezionale energia muscolare, l’animo intrepido, il gusto dello spettacolo e, senza malizia, i diritti della ghirba gli hanno additato i palchi della lotta libera. Vi coglie successi e, speriamo, quattrini.

Rinasce con Primo una tradizione che avanti l’altra guerra ebbe un periodo di grande voga: la tradizione dei manipoli di lottatori che, zingari del ponte schiacciato e della doppia elson, andavano di città in città, di teatro in teatro per entusiasmare il colto e l’inclita con i loro tornei.

Lotta greco-romana allora, lotta libera oggi, e cioè un esercizio che comporta slogature e torsioni, e perfino lanci oltre le corde del ring. Il tutto per i minuti e distratti caratteri tipografici onde i giornali annunziano le esibizioni di codesti ardimentosi contorsionisti, tetragoni alle fitte lancinanti d’un dolore a volte bestiale. Car-nera primeggia. Di recente ha vinto un torneo della specialità, proprio a Milano. Tuttavia il lottatore ’51 non riesce a dimenticare del tutto il pugilatore ’33, se è vero che, al termine del suo equilibrato incontro col russo Georgieff, replicò a una scorrettezza del rivale azzeccandogli un cazzotto alla punta del mento; sì che l’altro, il russo, scavalcò disgustato le corde del ring e non volle più saperne di ritornare al combattimento: donde l’ennesima vittoria per k.o. dell'onesto Primo, il boscaiolo friulano che sta per celebrare l’anniversario del suo primo e fausto ventennio di carriera.

Bruno Roghi, «Epoca», anno II, n.55, 27 ottobre 1951


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Bruno Roghi, «Epoca», anno II, n.55, 27 ottobre 1951