Carnera redivivo e milionario

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Il gigante non è più ingenuo : ha imparato a curare i propri interessi e aspira al campionato mondiale di lotta libera.

Parigi, dicembre

Eccolo lì, Carnera : anche in un locale come questo, affollato al bar e sul ballatolo che in alto gira intorno alla sala, servendo da appiglio a una immensa ragnatela di stelle filanti, non si può fare a meno di vederlo subito e di vederlo per primo. Primo è sempre quello; il pezzo proporzionalmente più grande della sua anatomia è sempre la gengiva superiore, che insiste sui denti giallastri come una specie di grosso polipo carnoso che i tifosi dell’ex campione del mondo prendono per un sorriso.

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Quando riesco a isolarlo, strappandolo alla coorte dei suoi ammiratori e ad inchiodarlo in un angolo, il bravo Primo, che ormai veste all’americana e porta una vistosa cravatta rosa con due ballerine verdi che danzano proprio sotto il nodo («20 dollari», mi dice il possessore, non senza compiacimento : «Le ballerine sono ritratte dal vero e dipinte a mano», il bravo Primo non si fa pregare e si mette a discorrere sciorinando volentieri la storia di questi recenti suoi anni.

Dico subito che è una storia di trionfi e di milioni. «Io considero — comincia Carnera — di aver vissuto due vite: la più felice è la seconda, cioè quella che non mi ha dato il campionato». Quando tirava di boxe era divenuto lo zimbello del mondo pugilistico internazionale: tutto il pubblico credeva che nelle sue tasche i milioni si precipitassero a frotte. Invece i milioni circolavano, sì, intorno a lui, era lui la macchinetta (chiamala macchinetta; la chiamerei turbina) che li faceva girare, ma non finivano nelle tasche del campione del mondo, bensì nelle tasche degli impresari, procuratori, intermediari e di parassiti che vivevano alle sue spalle.

Oggi, invece, le cose sono radicalmente mutate: nella lotta libera, a 39 anni suonati, coi capelli più radi ma con il fiuto finalmente sveglio, ha guadagnato dal 1946 a oggi circa 500.000 dollari. In America fa 5.000 dollari la settimana. Non accetta contratti nè tournée all'estero a meno di 7.500 dollari la settimana : è qui a Parigi per concludere un giro che potrebbe portarlo in Inghilterra, nel Sud Africa, in Australia e nel Sud America. Quando andò ad esibirsi davanti alle guarnigioni americane a Guam, nel Pacifico, in due giorni mise insieme 6.000 dollari !

Carnera parla senza sosta : tiene molto a far sapere ai paesani che si è rifatto : «Dicevano che ero finito, stroncato. Ci credevo anch’io: in America m’avevano saccheggiato e quando, scoppiata la guerra, me ne tomai al paese, non possedevo che 7.000 dollari, che avevo dato a custodire a certi amici sottraendoli alle mani dei miei procuratori sportivi». Ma al paese lo aspettavano la fame, il mercato nero e le mille tribolazioni del cittadino in guerra. Aveva portato con sè i quasi 200 vestiti che s’era fatto durante gli anni in cui la sua stella saliva nell’empireo della boxe, questa dei vestiti era la sua unica mania e la sua unica consolazione, ma per non intaccare il gruzzoletto dei dollari e siccome, con la famiglia, doveva pur vivere, si mise a vendere a uno a uno quei vestiti.

Non si ricorda a che prezzi li svendette; sa soltanto che dall’ultimo ottenne il quadruplo che dal primo; con il ricavato comprò un ottavo dei viveri che aveva comprato con il corrispettivo della prima vendita : l’inflazione divorava tutto e divorò anche i suoi 7.000 dollari. Cosicché alla fine della guerra si trovò letteralmente a zero, con il cuore avvelenato dal rancore e dalla rabbia contro coloro che lo avevano sfruttato.

«Ora, se posso essere sincero — prosegue Carnera, — debbo dire che ho avuto la soddisfazione di constatare che una specie di giustizia c’è anche in questo mondo, e non soltanto in quello di là: dei miei sfruttatori, quattro, i più sfrontati, sono oggi rovinati ed hanno perfino ricorso a me perchè li aiutassi». «E tu li hai aiutati?».» A me non riesce dire di no. Li ho aiutati, naturalmente senza riprenderli al mio servizio. Uno fa il cameriere in una trattoria di terz’ordine, un altro fa il sottoportiere d’albergo, gli altri due cercano lavoro. Francamente, preferirei saperli sistemati. Noi italiani, lo sai, non sappiamo portare rancore».

Dacché pratica la lotta libera, e ha girato tutto il Canadà e gli Stati Uniti, non è stato mai battuto. Agli affari suoi bada ora da sè; dirige personalmente i propri allenamenti e organizza lui stesso la serie dei suoi incontri, sia in tournée che fuori. Oli incontri in tournée, si capisce, gli servono solo da preparazione, cosicché agli incontri veri arriva sempre in buona forma. E non si trova più, come una volta, a far sempre il gigante tra i pigmei, ora, normalmente, si trova a combattere contro certi tipi di stango-
ni di fronte al quali, dice allegramente Primo: «Sono un nanetto. Non ci credi? Ti basti sapere che mentre io peso ora 119 chilogrammi, nella compagnia di lottatori con i quali ho fatto il giro del Canadà ce n’era uno che pesava 270 chilogrammi, e un altro, Sky-High Lee (Lee: Grattacielo) che mi superava in altezza di circa 7 centimetri». «Come hai fatto ad entrare nell’ingranaggio della lotta libera?». «Alla fine della guerra credevo di essere stato dimenticato Invece, lassù al mio paesello cominciarono a fioccare le offerte di contratto». Molte si riferivano alla lotta libera, di cui in America le folle vanno pazze, anche perchè essa viene presentata più come spettacolo che come sport.

Ma Carnera, forte della tremenda lezione ricevuta, non si fidava di nessuno dei proponenti e rifiutava. Quando però comprese che nel catch as catch can si presentava una via aperta, assunse informazioni precise, ci pensò sopra e finalmente decise di impegnare Babe Mac Coy come manager e Toots Mondt come impresario. Subito dopo parti per New York. Cominciarono gli incontri: Primo ha appreso anche il trucco di «recitare» la parte e di drammatizzare la lotta. Certe sere assume la parte del «mostro» e del protagonista della bestialità, altre volte assume la parte dell’eroe, del simpaticone cuor d’oro, inizialmente messo in difficoltà dal subdolo avversario, ma alla fine trionfatore per sola virtù del coraggio.

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Così, due anni dopo l’arrivo a New York, ha potuto farsi raggiungere dai suoi. Vivono adesso a Los Angeles in una villetta di sette locali dove trascorrono stagioni felici: i vicini apprezzano il gigante friulano sia perchè sa fare il giardiniere, sia perchè, quando lui è sul posto, i malandrini se ne vanno e nessuno osa attentare alle proprietà o alle persone. Umberto, il suo maggiore, ha dieci anni e parla già l'americano come se fosse un nativo, la piccola seienne Giovanna Maria comincia, a scuola, ad arruolare i primi ammiratori: sono tifosi del padre; sua moglie sostiene che sa fare da mangiare meglio di lei: a questi americani ogni tanto prepara delle formidabili polente con gli uccelli: dicono di non aver mal mangiato niente di simile (per forza, la loro non è cucina, è cibo in conserva).

«E ora ti dirò una cosa — confessa Carnera: — nella boxe, a 30 anni si è finiti, nella lotta a 39 si comincia. Io sono stato campione del mondo di pugilato, voglio diventare campione del mondo di lotta libera. Potrò cosi vantarmi, e i miei figli potranno fare altrettanto, del fatto che Primo Carnera sarà stato l'unico campione che abbia conquistato due titoli mondiali assoluti in due sports diversi». Fra qualche tempo prenderà la cittadinanza americana: ha sistemato il fratello Severino a Newark e il fratello Secondo a Londra ed entrambi si son fatti maestri nel loro mestiere tradizionale, l’arte del mosaico.

Lui, con le sue manone grosse, non ce la fa più a maneggiare le tesserine minuscole e a risolvere quei cruciverba colorati che sono i mosaici. Ma non gli dispiacerebbe che suo figlio riprendesse l’arte dei nonni, purché potesse riuscire a lasciargli abbastanza quattrini da permettergli il lusso di seguire una vocazione in cui si maneggiano tante piastrelline dorate e così poche monetine d’oro.

Filippo Cappi, «Tempo», anno XI, n. 50, 17 dicembre 1949


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Filippo Cappi, «Tempo», anno XI, n. 50, 17 dicembre 1949