Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1947


Rassegna Stampa 1947


Totò


1947 03 05 Corriere della Sera Ma se ci toccano nel nostro debole T L

Il pubblico che gremiva ieri sera Il teatro Lirico ha tributato festose accoglienze al comico Totò che riappariva nella nuova divertente rivista di Nelli e Mangini «Ma se ci toccano nel nostro debole». In essa si alternano satirette politiche a quadri coreografici di grazioso effetto multicolore. Parecchi sono assai belli a vedersi, grazie alla vivacità della Compagnia e alla intelligente finezza delle scene e del costumi ideati da Vera. «Le fanciulle del West» e «Addio del passato» sono tra i quadri migliori. Ad essi vanno aggiunti i due finali, di sfarzoso risalto. Anche tutto il resto dello spettacolo ha avuto buon incontro. Totò è stato comicissimo e applaudissimo e ha suscitato ilarità con i suoi vorticosi finali delle parti. Vera Worth ha cantato e danzato brillantemente ed è stata molto applaudita. La Matania ha pure cantato e ballato con garbo ed eleganza. Il Gainottl, il Castellani e gli altri si sono prodigati senza risparmio. Stasera replica.

«Corriere della Sera», 7 marzo 1947


1947 04 16 Il Messaggero Ma se ci toccano nel nostro debole R L

Sebbene i modi della sua comicità siano tanto personali e caratteristici da permettergli poche variazioni, Totò e sempre il più dotato dei nostri attori di rivista, il più estroso e il più divertente. La sua mimica è irresistibile anche quando non è aiutato da un copione ricco di pretesti e di trovate, riesce sempre a supplire con le sue risorse soddisfacendo pienamente il pubblico.
Ieri sera la rivista non era delle più indovinate: eppure grazie all'intervento di Totò è piaciuta alla folla che stipava il Valle, la quale non si è stancata di ridere, di battere le mani e di chiedere dei bis. I quadri che non si ravvivavano della sua presenza, si sono giovati di pittoreschi costumi, di coreografie sbrigliate o sentimentali, di qualche piacevole canzone, delle della delicata grazia di Elena Giusti, dell'eleganza di Vera Worth, nella vivacità dell'Astrea, della Serra, della Casagrande. Il sempre bravo Castellani, il Villa, il Gainotti e gli altri hanno completato un insieme. Grandi applausi ad ogni quadro e dal finale ed oggi prima replica.

E.C., «Il Messaggero» 16 aprile 1947


È ritornato dalla Spagna Totò, il prodigioso burattino, cariatide, centro motore, ritmo della rivista Ma se ci toccano nel nostro debole, di Nelli e Mangini, un copione povero di globuli rossi, specie nel primo tempo, ma che il grande mimo ha portato ugualmente al successo, non esitando a ricorrere all' ennesima edizione della "girandola" e della "corsetta" per galvanizzare le sorti di un finalissimo non proprio tiepido, ma nemmeno giunto all'ebollizione. Nessuna soubrette di primo piano: Elena Giusti, Vera Worth, Irene D'Astrea, fastose tutte di differenti bravure, eleganze e leggiadrie, ma ad ognuna delle quali mancano ancora i novantanove centesimi per fare la lira di Wanda Osiris che - certo inconsciamente - più o meno imitano. [...]

Nino Capriati, «Il Tempo» 16 aprile 1947


1947 06 04 La Stampa Ma se ci toccano nel nostro debole T LIl pubblico che affollava il Carignano ha cordialmete festeggiato Totò nella nuova rivista Ma se ci toccano nel nostro debole...
Il testo non è granchè, lo spettacolo ristagna in molte parti ma il noto mimo ha sempre la trovata, la mossetta che fa ridere.

«La Stampa» 4 giugno 1947


1947 06 12 Corriere della Sera Ma se ci toccano nel nostro debole T L

«Corriere della Sera» 29 giugno 1947


1947 11 26 Il Messaggero I due orfanelli T L

«Il Messaggero», 26 novembre 1947


Mattoli ha voluto questa volta staccarsi dal solito tipo di film commerciale per tentare in compagnia di umoristi, come Steno, un tipo di pellicola che a tratti ha fatto pensare a Renè Clair. E non come genere di pedissequa imitazione, ma con un suo estro ed una sua personale ironia. E queste osservazioni, in gran parte positive e a favore del regista e del film si possono fare sopratutto nella prima parte della parodia — puramente esterna — delle due orfanelle — che diventano due orfanelli — Totò e Campanini [...] E' un film intelligente che merita, con qualche riservo anche di natura morale una parola di schietto elogio.

e.tr., «Il Popolo», 1947


Una volta di più, Totò ha deluso quanti gli riconoscono ampie possibilità nel campo del cinema. Ma, una volta di più, bisogna convenire che anche quest'ultimo naufragio è solo e completamente imputabile a chi si ostina ad usare questo nostro estroso comico come una saporosa droga per far trangugiare un pasticcio dal poco gradevole sapore. Il pasticcio, nel caso specifico, è costituito da un complesso di "quadri" da rivista, ricuciti insieme con molta fretta, che della rivista sfruttano gli stessi identici argomenti, assai abusati e tristi, in mezzo ai quali perfino un paio di scene più azzeccate perdono ogni efficacia.

l.q. [Lorenzo Quaglietti], «L'Unità», Roma, 27 novembre 1947


È naturalmente la parodia maliziosa e furbastra di quel melanconioso romanzo francese cui, ai tempi del muto, Griffith s'era ispirato per un film molto serio e accigliato. [...] Totò e Campanini - un incontro veramente felice - han prestato al protagonista tutta la loro varia e saporita comicità. Mattoli ha diretto con facilità proverbiale. Gli rimprovereremo soltanto una sequenza inutilmente scabrosa.

G.L. [Gian Luigi] Rondi, «Il Tempo», Roma. 27 novembre 1947


Girato da Mattoli usufruendo dello stesso materiale scenico e degli stessi costumi che servirono per Il fiacre n.3, questo I due orfanelli (un film di "recupero", si dice in gergo) è una parodia della romantica popolare dell'ultimo Ottocento [...] Talune "trovate" - tutto l'inizio di sapore clairiano, il brano "napoleonico" di intonazione surrealista, il gag del saluto romano, ecc. - sono intelligenti e "funzionano". Ma, man mano che il racconto - un po' frammentario e interrotto da intermezzi rivistaiuoli con sfoggio di piccanti nudità - avanza verso la fine, "trovate" azzeccate si fanno più rare e l'interesse decade come un palloncino e si sgonfia un po' per volta [...].

Caran. [Gaetano Carancini], «La Voce Repubblicana», Roma, 27 novembre 1947


Totò, presumendo evidentemente di poter trasferire sullo schermo di tutto peso l'intero bagaglio delle sue battute e mossette furbe da buon mimo di varietà, ha finito col travolgere e dominare, non solo il regista Mario Mattoli, ma anche coloro che, con la trama de I due orfanelli, si erano sforzati di dare al film un movimento e una libertà di motivi sardonici e acerbamente grotteschi, degni forse di miglior recapito. [...]

Alfredo Orecchio - 7 novembre 1947


Se un attore comico riesce i far ridere, figurarsi due. Quando il regista Mattoli ha escogitato di mettere Totò e Campanini assieme nel film «I due orfanelli », il successo che se ne riprometteva era appunto in rapporto con il « doppietto » brillante: ma è accaduto, in pratica, che l'uno dei due, Totò, di più pronunciata personalità, ha inghiottito l'altro, costretto a tenergli bordone e a facilitargli la battuta alIegra. [...] In quanto a Totò e alle sue ragazze, Isa Barzizza compresa, rifanno se stessi; sono, nell'immagine, ancora quelli della ribalta. Chi apprezza gli spettacoli di rivista ne ritroverà la sostanza nei «I due orfanelli» in un’edizione piuttosto dimessa.

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 13 marzo 1948


1947 12 24 Il Popolo C era una volta il mondo RMichele Galdieri, che è figlio di un grande poeta, ha avuto riempire questa sua nuova rivista di parole di rime, sconcertando forse, per la lunghezza dei dialoghi, quella parte del pubblico che desidera solo quadri fastosi, procaci donne, voluttuose danze ricche coreografie.
Ma nel Galdieri è ancora vivo il senso del colore, egli è un acquarellista pieno di grazia e delicatezza. Cosicchè nei quadri nei quali a questo suo gusto ha dato sfogo, come in quello, leggiadramente marionettistico, della Stazione, egli ha ottenuto effetti e applausi molto caldi.
Anche molto suggestivo è parso, verso la fine, il quadro delle donne che escono dalle campane. L’ubertosa Isa Barzizza, assai piccata nella scena del vagone letto, l’efebica Gilda Marino, la solare Elena Giusti, insieme alla salda Irene D’Astrea, a tutte le soubrettine e tutte le ballerine.
Alcune delle “spalle” di Totò non erano abbastanza efficaci. E’ importante, per un grande comico, il problema delle “spalle” ma questo sarebbe un lungo discorso. Infine si può osservare che Totò, che è certamente il più intelligente, istintivo e metafisico dei nostri attori del teatro leggero, si vede troppo tirato nel lungo e denso spettacolo.
Le riviste sono come le mandorle, dolci e salate. Questa di Galdieri appartiene alla prima specie, tutta zuccherata di malinconie didattiche, di sentimentalismi, di appelli alla bontà. Ma se è priva della ferocia ha tuttavia tanti abili congegni che la barca va felicemente alla riva.

D.C., «Il Tempo», 22 dicembre 1947


Questa povera terra, dove i suoi abitanti credevano di aver riacquistato la serenità al termine della guerra, è ancora in fermento. Le ragioni e quanto può ancora unirci per rendere felice l’umanità ha cercato, con la sua bonaria, talvolta amara, filosofia di presentarcele Galdieri, in una rivista cui il pubblico ha tributato calorosa accoglienza. La rivista, pur lunga - circa quattro ore di spettacolo - e meno vivace nel primo tempo, contiene qualche buona gag e delle originali trovate (esempio il finale delle campane): qualche taglio e una migliore distribuzione dei quadri giovassero molto.
Totò - che ha ritrovato il suo pubblico e con esso gli applausi e le risate (anche se queste di più delle volte sono andate a battute non spiritose) - la brava Isa Barzizza, Elena Giusti, Castellani e Rondinella, hanno diviso con Galdieri successo.

Vice, «Il Popolo», 24 dicembre 1947


Altri artisti


Articoli d'epoca


Articoli d'epoca, anno 1947

Tutti bravi, se ci fanno ridere

Macario, Taranto, Totò, sono i tre buffi che entusiasmano i frequentatori della rivista. Quando parlo di entusiasmo, non affermo nè di più nè di meno...
X., «Corriere della Sera», 15 marzo 1947