Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1950


Rassegna Stampa 1950


Totò


Il comico Totò ha aderito con la sua Compagnia, alla manifestazione di protesta di tutta la cittadinanza ferrarese per i luttuosi fatti di Modena, sospendendo lo spettacolo e rimborsando gli spettatori.
Alla nostra domanda: «Cosa ne pensa, del luttuosi fatti di Modena?», Totò ha risposto: «Io penso che noi italiani ci si dovrebbe voler bene tutti quanti, specie in questi momenti».

«L'Unità», 7 gennaio 1950


1950 01 20 Momento Sera Bada che ti mangio T L

«Momento Sera», 20 gennaio 1950


 1950 01 21 Il Messaggero Bada che ti mangio T L

1950 01 22 Il Messaggero Bada che ti mangio T L

Oggi alle ore 21 replica della spettacolosa rivista «Bada che ti mangio!», nuova edizione, nell'elegantissimo spettacolo della Grande Compagnia Totò, con Mario Castellani, Lia Origoni, Laura de Lauri, Galeazzo Benti.

«Il Messaggero», 22 gennaio 1950


1950 01 30 Cinema Toto Don Chisciotte LIl regista di "Don Chisciotte"... con Totò protagonista, sarà Aldo Vergano, il quale intanto si accinge a dirigere il film già annunciato col titolo Montelepre. Secondo una comunicazione dell'A.R.I., il titolo è stato cambiato per disposizione del ministero dell'Interno che ha anche richiesto l'eliminazione di ogni accenno al bandito Giuliano.

«Cinema», 30 gennaio 1950


1950 02 02 Il Messaggero Bada che ti mangio T L

«Il Messaggero», 2 febbraio 1950


1950 02 10 L Unita Bada che ti mangio T L

Questa sera alle ore 21,00 avrà luogo l'attesissima serata d'onore di Totò. Il grande popolarissimo attore interpreterà, inserito nella celebre rivista «Bada che ti mangio!», un altro quadro comico.

«L'Unità», 10 febbraio 1950


1949 02 14 Cinesport Bada che ti mangio T L

1949 02 14 Cinesport Bada che ti mangio introIl popolarissimo Totò, il comico n.1 delle scene e dello schermo, farà la sua puntatina anche a Bari. L'attesissimo debutto avverrà il 7 marzo sulle scene del Piccinni. Circondato da un complesso artistico di prim'ordine, il Marchese Antonio De Curtis, Totò per gli amici, porterà nella nostra città l'applauditissima e sfarzosa rivista di De Curtis e Galdieri Bada che ti mangio.
Le prenotazioni si ricevono da oggi al botteghino del teatro.

«Cinesport», 14 febbraio 1950


1949 03 01 Cinesport Bada che ti mangio T L

«Cinesport», 1 marzo 1950


1950 03 15 Il Messaggero Toto cerca moglie T2 L«[...] L'allegra vicenda è piena di spunti farseschi e se non tutti sono stati sfruttati come avrebbero meritato, tutti danno modo a Totò di sfoggiare le sue irresistibili risorse comiche suscitando la più viva ilarità con lazzi verbali e trovate mimiche di gustoso effetto. Carlo Ludovico Bragaglia ha aggrovigliato e sgrovigliato l'ameno intrigo con mano rapida e felice. [...]»

E.C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 16 marzo 1950


Abbiamo l'impressione che il fenomeno Totò sia in declino. Tanto è vero che in uno dei cinema in cui ieri è stato proiettato questo film, si trovava largamente posto nella sala. E abbiamo anche ascoltato i commenti di alcuni giovanotti che da principio si sbellicavano dalle risa e poi alla line, evidentemente delusi, riassumevano le loro impressioni così: Si, lui le trovate le ha, ma gli manca un regista. Negli ultimi quattro film non si tratta che di variazioni attorno alle sue stesse battute. Siamo dunque ai primi segni di stanchezza del pubblico? [...] Totò è bravo, ma è sempre lo stesso. Gustosa la Ninchi nella parte della zia a cavallo... in una Australia che sa di dintorni di Roma o giù di lì... Discrete le particine di fianco e, meno male, non abbiamo parolacce e poche frasi a doppio senso.

C. Tr. (Carlo Trabucco) «Il Popolo», 16 marzo 1950


La serie di Totò non è finita. Dopo la casa, il mestiere ed altro ancora, questa volta Totò cerca moglie. In che modo? Con un annuncio sul giornale; naturalmente ne conseguono diecimila equivoci, taluni del quali — nella sua ingenua semplicità — abbastanza gustosi. Siamo sempre sul piano della farsa, della vecchia farsa 1920, per di più, tuttavia qua e là alcune trovate, alcune situazioni paradossali, alcune girandole comiche, rivelano una singolare acutezza e un estro sapido e ridevole molto meno volgare del solito. Fra i molti interpreti primeggia, ovviamente, l'inimitabile Totò, divertenti, però, al suo fianco, anche Ave Ninchi, Marcella Novena, Nerio Bernardi, Tieri e Pavese.

G.L.R. (Gian Luigi Rondi) «Il Tempo», 16 marzo 1950


[...] Comunque stiano le cose, dobbiamo riconoscere, almeno a giudicare dalle risate che hanno punteggiato la proiezione del film, e in qualche momento persino impedito la comprensione delle battute, che la grossa farsa, la quale riporta al cinema comico di Cretinetti, "funziona''. Alcune trovate della sceneggiatura non sono da buttar via e il tutto scorre vertiginosamente fino all'ultima inquadratura per il sollazzo di un pubblico che non guarda troppo per il sottile [...]

Gaetano Carancini, «La Voce Repubblicana», Roma, 17 marzo 1950


Dopo aver cercato casa, adesso «Totò cerca moglie», una finta moglie [...] Questo lo spunto della bizzarria inventata da Continenza, Metz e Scarpelli per offrire a Totò il destro di nuovo comiche variazioni. Gli sviluppi sono infatti quanto di più curioso e inatteso si possa immaginare, fino a raggiungere, talvolta, il grottesco, con alcune trovate imbroccate, come quella di una azzoppatura generale durante una festa. La commedia degenera alla fine in un eccesso farsesco, ma strappa inevitabili frequenti risate. Il gaio congegno, montato da C. L. Bragaglia, ha la sua molla principale in Totò e altre rotelle in Marisa Merlini, Ave Ninchi, Aroldo Tieri, Paul Muller, Mario Castellani.

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 1 aprile 1950


E per chi volesse spiegato meglio il successo di Totò, diremo subito che i tre film seguenti sono tutti interpretati dal nobile comico: L'imperatore di Capri (117 giorni in Italia), Totò le Moko e Totò cerca moglie. Immediatamente dopo seguono II lupo della Sila, Riso amaro, Adamo ed Èva, Botta e risposta, mentre molto più giù nella graduatoria si trovano È primavera (82 giorni), Le mura di Malapaga (75), Cielo sulla palude (74), Campane a martello (72), Amore (55), Gente così (45). E adesso non fate finta di sorprendervi per il fatto che Totò è costretto a interpretare dieci film l’anno, giacché la colpa è vostra, di voi lettori che andate al cinema.

Italo Dragosei, "Hollywood", 1950


È l’espressione tipica di due aspirazioni diverse e contrastanti. Il pubblico è “Totòmane” perché vuol ridere, divertirsi e non pensare ai guai; i produttori sono “Totòmani” perché vogliono guadagnare tanti denari, per questo, per esempio, molti produttori italiani vanno a vedersi ed a studiarsi Catene [...] Può darsi infatti che dopo la “Totòmania” venga la “Catenomania”.

Roberto Sgroj, "Cine Illustrato", 1950


1950 04 14 Il Lavoro Toto cerca moglie R intro

Anche Totò, come ogni buon comico che il rispetti, è un «destinato alle fughe». Nei suoi film egli tenta sempre di sottrarsi, con una velocità studiata per mantenere «preoccupanti» distanze fra sè e gli inseguitori, a pistole, martelli, randelli ed altri simili arnesi (scelti fra i più atti ad essere impugnati da mariti gelosi, da ladri, pazzi, eccetera).

Le fughe, per i soggettisti, debbono essere ritenute indispensabili per tenere sostenuto il ritmo del film, come mezzo di passaggio da scena a scena (che altrimenti non si saprebbe come farle succedere) e, purtroppo, anche come riempitivo, quando non c'è niente altro da dire.

E Totò fugge, poverino, fugge sempre e, fuggendo, si tira dietro, fino al termine —; che per fortuna è fisso — tutta una turba di gente eccitata, insomma, lo spettacolo.

Anche in «Totò cerca moglie» la situazione non è molto cambiata. Solo si nota un certo miglioramento: il rapporto idee buone e originali - riempitivo cresce a favore delle idee e C.L. Bragaglia, che ha diretto, non si può dire che non sia riuscito a divertire il suo pubblico.

Due parole sull'intreccio. Per un errore Totò crede di essere costretto da una zia australiana che lo mantiene, a sposare una negra. Perciò decide di sposarsi per conto suo e rendere cosi impossibile l'altro matrimonio.

Serie, derivante, di avventure e disgrazie.

Alla fine l'equivoco è chiarito; si scopre che la candidata alle nozze è una magnifica figliola, quindi bacio «legale» finale,

«Il Lavoro», 14 aprile 1950


1950 04 01 Settimana Incom Filmografia Virtuale Atollo K intro

[...] Il soggetto è stato infatti scritto per quattro comici di fama internazionale: gli americani Stan Laurel e Oliver Hardy, il francese Fernandel e l’italiano Totò. Ciò che assicura al film un pieno sfruttamento sui maggiori mercati del mondo...

Ermanno Contini, «La Settimana Incom Illustrata», 1 aprile 1950


1950 04 05 Corriere della sera Bada che ti mangio T L

«Corriere della Sera», 5 aprile 1950


1950 04 12 Corriere della sera Bada che ti mangio T L

«Corriere della Sera», 12 aprile 1950


1950 05 30 Il Messaggero Scomparsa cane Pippo L

Totò, il popolare comico, al secolo il marchese Antonio de Curtis, è disperato perché il suo migliore amico, l'amico per antonomasia è misteriosamente scomparso. Scomparsa che a Totò crea imbarazzi perché l'amico doveva figurare come protagonista in un film di prossima programmazione.

In breve, ecco come sono andate le cose: l'altra sera, come di consueto, Pippo (sia ben chiaro che si tratta di un cane) era sceso nel cortiletto del villino dove abita Totò, al viale Parioli 41, per prendere una boccata d'aria prima di coricarsi. Poi, invece di tornarsene a casa, si allontanava per ignota destinazione. Rapito? Fuggito con una cagnetta? Non è dato di sapere con precisione. Totò, in preda a viva disperazione, ha fatto spargere la voce che chi riporterà il suo lupo Pippo color grigio scuro, avrà una buona ricompensa.

«Il Messaggero», 30 maggio 1950


1950 05 31 La Stampa Toto Articolo Smarrimento Cane L

Dopo “Totò cerca casa” e “Totò cerca moglie”, il popolare comico napoletano sta girando un film vissuto che potrebbe benissimo intitolarsi “Totò cerca cane”. Da circa tre anni, S.A.I. il marchese Antonio de Curtis, principe della stirpe dei Griffo Focas, gode dell'amichevole compagnia di un lupo grigio scuro, che, a detta del padrone, è una bestia di doti tanto eccezionali da essere riuscito a farlo scritturare per un film che sta girando attualmente.
Pippo, tale è il nome dell'animale, è sempre stato poi fedele e ubbidiente. L'altra sera, però, dopo le 21, la giovanissima Liliana - figlia del comico - scese con il cane nel piccolo giardino antistante il villino di via Parioli dove la famiglia De Curtis risiede in un magnifico appartamento abitato in passato da un cardinale.
Pippo era tranquillo come sempre e la padroncina, mentre la bestia scorrazzava nei dintorni, si fermò a chiacchierare con alcuni amici. Dopo una mezz'oretta Liliana decise di risalire in casa e chiamò a gran voce Pippo; ma la bestia non apparve con l'abituale obbedienza; anzi, non si fece affatto viva.
Ricerche furono allora iniziate subito nei dintorni, un amico si mise a girare tutti i Parioli con la Topolino. Tutto fu invano: del lupo nessuna traccia. Quando Totò rientro a casa a tarda ora, reduce dagli studi (sta girando il primo dei sei film per cui ha avuto lauti contratti, tanto che potrà riformare la compagnia il prossimo inverno) e apprese la notizia, si allarmò doppiamente; non sono aveva perso un amico, ma anche un compagno di lavoro regolarmente scritturato.
Risalì perciò in macchina e si precipitò dal direttore di un giornale del mattino di cui gode la confidenza, per chiedergli cosa dovesse fare. Il direttore, che ama i gatti, ma rispetta anche i cani, ha pubblicato stamani un trafiletto narrando la vicenda con la promessa di una principesca (è il caso di dirlo) mancia a chi avesse riportato il fuggiasco (è maggio e anche le bestie sentono la primavera) al domicilio dell'attore.
Da stamane, intanto, Liliana gira a Roma alla ricerca di Pippo; Totò telefona ogni mezz'ora dagli studi alla moglie per sapere se è stato ritrovato il transfuga. La signora Diana risponde amareggiata che purtroppo del lupo non c'è traccia. Tuttavia nel corso della giornata ben 25 persone si sono presentate con cani delle razze più disparate (uno è arrivato persino con un bassotto), ma di Pippo nessuna traccia. Per sovraccarico Totò deve godersi i lazzi scherzosi degli amici; uno l'ha fatto addirittura arrabbiare quando gli ha detto: “che vuoi, sciolta la compagnia, disperse gli attori, anche il cane ha voluto seguire gli altri.”

«La Stampa», 31 maggio 1950


1950 09 20 Il Messaggero Toto Rascel L

«Il Messaggero», 20 settembre 1950


1950 09 30 Momento Sera Napoli milionaria T L

«Il Messaggero», 30 settembre 1950


1950 08 19 Il Lavoro Napoli Milionaria R intro

Un lavoro di sorridente malinconia, che appena sfiora in qualche momento i confini con la farsa, e appena in qualche altro quelli con la commedia amara. Ecco rosa ha saputo fare in «Napoli Milionaria» Eduardo De Filippo e prendendoci per la mano ci conduce senza accorgercene, nelle miserie di quella vita, nelle vergogne di quella Napoli dell’immediato dopoguerra che non era soltanto una festa di colori e di suoni, coi vicoli dai panni sventolanti alle finestre e il grido risuonante degli acquaioli, ma una città viscida e venale traboccante di biglietti da mille come del vino dilagante da una botte sfasciata.

Un verista. Ma un verista sentimentale romantico che st arresta sgomento di fronte alle crudezze, che per intender ci, potrebbero fornire materia ad un Malaparte. Eduardo De Filippo vede le miserie di Napoli, ma questo uomo è di Napoli il figlio, per cui generosamente, con signorilità, certi limiti non li supera. Anche ne| pianto c’è qualche cosa di lieto, un velo di pudicizia anche nel crudo modo di rivelar miserie e bassezze, una tenue fiamma di speranza nel buio di certi sconforti. Ma Napoli è pericolosa se si cammina tra i suoi vicoli e i suoi «bassi» senta conoscenza, senza quella consanguineità necessaria per legare le parole alle cose, gli aggettivi agli odori, i nomi ai volti: si scivola con estrema facilita nel volgare e nel convenzionale, giacché basta una tinta forzata, per guastare il quadro e per ridurre la sua incantevole commedia umana a un ridicolo agitarsi di marionette. Ma Eduardo De Filippo è insuperabile. Egli conosce a fondo l’animo dei napoletani e di conseguenza ne sa descrivere la malinconia, gli impulsi, i dolori nei modo proprio che questa genie li vive e non li giudica con amarezza nei loro operato, anzi ne ha pietà perchè in fondo ogni suo personaggio altro non è che at tore di quella gran commedla o dramma doloroso che è la vita, e che è travolto dal suo flusso irresistibile.

Pietà umana che dissimula le sue lacrime con un sorriso magari triste, ma sempre un sorriso. I suoi personaggi Eduardo li fa rivivere e parlare all'unisono con lui. carne della sua carne, e volentieri fa osservare che nella loro sconfinata miseria hanno spesso una grande nobiltà. Infelici, torturati come sono, non sono mal del tristi senza cuore, dei cinici manigoldi. Trovano nell'estremo della loro sofferenza la loro catarsi, la loro purificazione. Ma Eduardo De Filippo è uno scrittore che sa dove attingere la materia dei suoi soggetti e non va lontano, non prende le cose dall’alto ma intorno a sè, assume cioè a contenuto del suoi lavori la realtà immediata. E più realtà del nostro dopoguerra niente altro poteva offrire di meglio ai suo estro e dopo aver taciuto per quattro lunghi anni a causa degli eventi bellici ecco che la sua fulgida collana si arricchisce di un’altra perla preziosa: «Napoli Milionaria». E con «Napoli Milionaria» ha inizio un nuovo sviluppo nel teatro di Eduardo, incomincia la «grande commedia» piena di alto senso drammatico che fa meditare chi legge e chi ascolta sul valore e sul significato della vita di oggi. Ecco cosa forma la base di «Napoli Milionaria»: la miseria e di corruzione. L'una apre la via all’altra e di fronte a questo dilagare si erge indimenticabile nella sua semplicità e nella sua ingenuità fuori tempo, la figura di Gennaro, un povero tranviere napoletano, la cui onestà nulla potrà intaccare. E infatti lo vediamo solo, difendersi contro quel piccolo monde equivoco che attraverso i vicoli è arrivato fino al suo «basso» in cui vive con la famiglia. E da quel grande commediografo che è, Eduardo trae da questo spunto una serie di alternative ora liete, ora tragiche rivelando una capienza di costruzione veramente mirabili Eccellente l’edizione pubblicata dalla Casa Einaudi, corredata anche di un ottimo glossarlo che permette di leggere l’opera ad un maggior numero di pubblico.

Guglielmo Crociani, «Il Lavoro», anno XX, n.10, 19 agosto 1950


1950 10 08 L Europeo Napoli Milionaria intro

Morale del film: quando i buoni di un paese non si mettono d’accordo coi buoni di un altro paese, viene la guerra

La musa dialettale non ha molte corde alla sua lira. Salvo casi eccezionali (Belli, Di Giacomo, Porta, Goldoni) essa oscilla tra gli effetti comici, quasi sempre ricavati dall'osservazione spicciola delle minute difficoltà della vita materiale, e quelli sentimentali per lo più ispirati dalle vicende familiari e amorose, L’inferiorità di ogni arte dialettale di fronte a quella « in lingua» consisterebbe poi nell’incapacità di elevarsi dal verismo ai realismo, dal sentimentalismo al sentimento, dall’osservazione alla contemplazione. Sicurissima dei suoi effetti dentro limiti oltremc do ristretti, fuori di questi limiti sbanda troppo spesso come il discorso di un ubriaco. Le sono negate, in particolare, le sublimità della religione e la dignità dell’ideologia. Ma il sentimentalismo, ossia llndulgente espressione di ogni occasionale ed effimera commozione, sembra essere la sua tara principale.

1950 10 08 L Europeo Napoli Milionaria f1Napoli milionaria è una commedia di Eduardo De Filippo che ha avuto grande successo in Italia negli anni del recente dopoguerra. De Filippo, attore eccellente e autore drammatico ineguale, vi descriveva i casi di una famiglia di popolani della sua città. Il protagonista, un povero cristo dotato della inclinazione a filosofeggiare semplicemente ma argutamente propria a tanti napoletani, partiva per la guerra lasciando la famiglia nella tradizionale miseria e, al ritorno, la ritrovava, grazie alla borsa nera, gonfia di malsana prosperità e di viziose abitudini. La moglie, diventata una specie di usuraia, si dimostrava spietata con un povero impiegato rovinato, come tanti piccoli borghesi rispettabili, dall’inflazione. La figlia maggiore si dava ad un soldato americano di passaggio. Il figlio rubava copertoni e accessori di automobili.

Poi, ad una malattia gravissima della figlia più piccola, l’impiegato, rimasto fedele ai principi! tradizionali, dava uno schiaffo morale all’intera famiglia di borsari neri fornendo, senza alcun pagamento, una medicina introvabile. Questo gesto apriva finalmente gli occhi a quella gente fuorviata dalla cattiva ricchezza del dopoguerra. Tutto finiva con una predica del reduce restato, lui, alle vecchie concezioni del vivere onesto.

La commedia aveva un primo e secondo atto molto efficaci di schietta descrizione di vita napoletana. La trovata del finto morto disteso sul letto sotto il quale erano ammucchiati i sacchi della borsa nera, aveva un brio indiavolato degno della migliore tradizione comica, da Aristofane a Molière. Il terzo atto, invece, in cui si descriveva il caso della bambina salvata in extremis dall’impiegato, scadeva, appunto, per colpa del sentimentalismo dialettale, cosi facile e cosi pericoloso. La storia della bambina malata e la morale che ne traeva, a mo’ di conclusione, il saggio protagonista, sapevano purtroppo di libro di lettura per le scuole elementari. Si avvertiva che una tal moraletta, artisticamente superflua, era anche eticamente inadeguata a un fenomeno cosi doloroso e complesso come quello del disgregamento e della corruzione del dopoguerra. E la combinazione dell’impiegato, un tempo strozzato dall’usuraia, solo possessore in tutta Napoli della miracolosa penicillina, aveva il carattere fastidioso di un provvidenziale deus ex machina.

Nel film tratto dallo stesso Eduardo De Filippo dalla commedia, molti di questi difetti scompaiono; e questa potrebbe essere una prova della superiorità, soprattutto ove si tratti di rappresentazione verista, del cinema sul teatro. Prudentemente Eduardo De Filippo e i suoi collaboratori hanno respinto in secondo piano l’esile e convenzionale intreccio e hanno soprattutto mirato a darci una descrizione quasi documentaria della Napoli popolare di quegli anni tumultuosi. Il vero protagonista del film è dunque il vicolo napoletano, con i suoi bassi e la sua formicolante e rumorosa popolazione; e Eduardo De Filippo, nella veste del povero tranviere si fa interprete dello spirito arguto e rassegnato della sua città. Il procedimento non nuovo, proprio al verismo ottocentesco, consistente nel rappresentare una folla intera alla luce di un minimo fatto, viene spesso adoperato con rozza ed elementare efficacia. Cosi, più volte, vediamo la macchina da presa scorrere su e giù tra le case miserabili del vicolo, sui muri scalcinati, sui pavimenti fangosi e sparsi di detriti, per le tante facce di poveri, industriosi e allegri napoletani. Questo piccolo mondo immortalato da Di Giacomo, ha conservato intatta la sua irresistibile e amabile vitalità: questo film ne è ancora una prova.

Della modestia della storia della bambina malata si è già detto. Anche le conclusioni qualunquiste del film, sulla vita pubblica italiana, ci convincono molto poco. Il film, insomma, si regge soprattutto sulla descrizione documentaria e sulla recitazione degli interpreti. Eduardo De Filippo e la sua compagnia sono eccellenti; Totò, in una parte felice, delinea con bravura un carattere tipicamente napoletano di poveraccio che vive di ripieghi. La morale del film è di molto superiore a quella della commedia e vai la pena di riportarla: «In ogni paese ci sono gruppi di buoni che non pensano che al bene della gente. Ma quando i buoni dì un paese non si mettono d’accordo con i buoni dì un altro paese, allora viene la guerra». Non si poteva definire meglio l’assurdità del nazionalismo.

Alberto Moravia, «L'Europeo», anno VI, n.41, 8 ottobre 1950


Che ve ne pare di questo fenomeno Totò, che comprime le persone dentro le platee e le fa ridere dalla prima all'ultima battuta? La gente si diverte e non si accorge di stare in piedi, di avere nello stomaco il gomito di un signore grosso, sulle scarpe il tallone di un militare, sul collo il cappellino di una signora che fa prurito; la gente si contenta di vedere, traverso un corridoio di teste oscillanti, quella porzione trapezioidale di schermo dove appare la bazza satanica di Totò. Ognuno ha lasciato fuori della sala tutti i suoi guai: la luce che manca, la casa in pericolo per uno sfratto imminente, la minaccia dello sciopero dei tranvieri, il capufficio che sfotte, il ragazzino che non gli passa manco p’a capa di studiare, la bolletta delle tasse che sembra il calcolo d’un astronomo, il termosifone dalle 12 alle 20, le elezioni regionali, la consulta tributaria, la domestica che vuole la tredicesima, l’abolizione dell’orario unico, le case chiuse che diventano aperte e quelle aperte che diventano chiuse, tutte, insomma, le traversie della nostra vita quotidiana che lasciano il posto all’oblio più completo, compatto, senza ritorni. In questo malinconico nascere della seconda metà del secolo [...], glielo vogliamo dare a Totò, a questo mimo benefico, a questo pagliaccio santo, a questo buffone divino, a questo medico del nostro inguaribile male, glielo vogliamo dare il laticlavio a vita? Sissignori, dopo la visione di Napoli milionaria. E la motivazione? Eccola. Fece dimenticare a tutti quelli del suo tempo la fregatura di esser nati in quel tempo.

Anonimo, «Araldo dello spettacolo», 1950


Una commedia all’agrodolce di Edoardo De Filippo. «Napoli milionaria», è divenuta film; lo stesso Eduardo, soggettista e interprete, ne ha diretto la versione cinematografica, sperimentandosi come regista. Se non fosse possibile, com’è, dimostrare che ogni argomento è cinematografabile, purché tradotto nel linguaggio del film, sarebbe giusto sostenere che questo lo era, con speciale facilità, per la sua vivacità colorita, l'intensità dell'azione, la coralità delle voci. Protagonista dei bozzetti che, insieme, formano racconto è un vicolo di Napoli [...] Accentuando il carattere episodico del lavoro teatrale, sensibilizzando non solo il linguaggio ma anche lo spirito dialettale e popolaresco che esso aveva, indugiando più nella descrittiva del luoghi e del tipi che nella coerenza della narrazione, si è messo assieme un film di atmosfera, evocativo di un tempo e di un luogo. Assai più satirico che comico, e perciò amaro, esso ha ripetuto certi motivi di «Anni difficili» e certi altri di «Ballata berlinese» che servono a far testimonianza sulla rassegnata passività dei poveracci senza idee e senza idealità. ma con pronunciate necessità di sopravvivenza, sbattuti dall'uno all'altro imperativo del momento, dalla dittatura fascista all'asprezza dell'occupazione militare. Inutilmente allungato in un'appendice politica, che è la parte meno felice, è un film triste e divertente al tempo stesso, non senza ambizioni emotive, come nell’episodio della bimba malata, e tuttavia meglio riuscito là dove racconta i quasi geniali stratagemmi della gente affamata per superare gli ostacoli poeti dalle contingenze fra essa e il pezzo di pane. Tutti gli attori che hanno avuto parte nella pellicola — da De Filippo stesso a Totò, nella macchietta del disperato integrale, a Leda Gloria, a Della Scala, a Titina — vi si sono lanciati con l'entusiasmo tumultuoso proprio degli interpreti dialettali, quando si tratti di riprodurle una verità ohe ogni giorno al propone davanti ai loro occhi.

«Corriere della Sera», 22 settembre 1950


La commedia di Eduardo de Filippo — da lui stesso tradotta in film — è forse la commedia più genuina da lui composta nel dopo guerra. Intendiamo dire che lo scrittore non deriva in questa commedia ispirazioni di altri. [...]
Questa di Eduardo è forse l'opera più «morale» che ha scritto nel dopo guerra. C'è una moralità amara, la moralità di colui che sente come tutto sia andato alla deriva perchè la cellula prima della società, la famiglia , è andata in sfacelo. [...] Poi, finita la vicenda che conosciamo, Eduardo ha voluto aggiungerci una coda, come vi aveva messo un prologo e ci presenta la situazione attuale con i cortei, le risse del comizi e con il punto interrogativo su una nuova guerra. L’interrogativo rimane senza risposta — forse perchè la faccenda coreana ha fatto sorgere certi dubbi... — comunque la sequenza di chiusura è ben trovata.
Ed ora ecco il nostro giudizio. Vi sono sequenze indubbiamente di una rara potenza, vi sono situazioni comiche e drammatiche che il regista ha trattato con mano maestra ma ci pare che egli abbia indugiato un po' qua e là e quanto succede non sempre mantiene un ritmo incalzante.
La commedia non ha una battuta di troppo, è costruita veramente a regola d’arte, nel film invece vi è qualcosa che stagna e quando arriva verso la fine, allorché entriamo nel gioco della satira — Totò, ad esemplo, che per denaro faceva il morto durante la borsa nera, adesso fa l’oratore da comizio per campare — non ci sembra che il bersaglio sia centrato.
La socialità della commedia tuttavia è resa con evidenza, e, ripetiamo, il suo significato «morale» è costantemente vivo e presente.
Eduardo ha sdoppiato il personaggio-chiave della commedia, attribuendone una parte a Totò, e questa trovata è felice; Totò attore ci piace più che il Totò attore rivistaiolo: ci è piaciuta moltissimo la Leda Gloria nella parte della moglie di don Gennaro: crediamo che Iil merito maggiore di questa affermazione sia da attribuire al regista che ne ha fatto una donna vera, autentica: altro elogio al regista Eduardo per aver saputo ottenere dalla Delia Scala effetti che altri suoi colleghi non sono riusciti a registrare. Altrettanto si dica per il giovane Glori che si muove davanti all'obiettivo con singolare spontaneità. E' superfluo ricordare che la Titina, il CarIoni, il Giuffrè, già noti elementi del complesso De Filippo hanno confermato le doti che già conoscevamo.
Accanto a loro Carlo Ninchi ha sostenuto il ruolo del brigadiere e Mario Soldati quello del «travet», che avrebbe forse fatto più spicco se gli avessero commesso di essere un «travet» piemontese anziché partenopeo.
Indovinatissimo il commento musicale che a tratti è il vero protagonista della vicenda, particolarmente nella prima parte.
Abbiamo tralasciato di parlare di Eduardo, attore... semplicemente perchè lo riteniamo superfluo. Eduardo come attore non si discute più; era il regista che dovevamo vedere alla prova e ci sembra che l'abbia superata con onore.

c.tr., «Il Popolo», 30 settembre 1950


Quando nel settembre 1950 fu proiettato il film in Italia si rivelò come un successo di pubblico e di critica ma venne accusato da alcuni settori politici, che trovarono eco sui giornali, di avere diffamato Napoli e il suo popolo. Così ribatté Eduardo:

Certi giornali hanno scritto che io denigravo Napoli. Ma io [...] i"bassi" li ho ripuliti. Eppoi cosa deve fare l'artista se non"denunciare" uno stato di cose? Questo è il nostro compito. Io non ho denigrato Napoli, ma in altri film farò vedere com'è veramente, farò vedere gli interni, farò vedere tutta la realtà di Napoli. [...] La miseria c'è veramente. Ed io la denuncio.

Augusto Pancaldi, «L'Unità», 10 ottobre 1950


Eravamo coetanei, ci conoscevamo sin da ragazzi. Totò aveva appena due anni più di me, ci stimavamo e ci volevamo bene. Lo chiamai a Napoli milionaria, il film col quale si affermò definitivamente: avevo spezzato in due la mia parte, la parte che ho nella commedia omonima, per dargli un ruolo adatto. Era così felice di venire a lavorare con me, che venne per niente, gratis.

Eduardo De Filippo, Ci scambiavamo cappotto e pelliccia, «Paese Sera», 17 aprile 1977


1950 10 12 Il Messaggero Figaro qua T L

Può sembrare un partito presa il nostro quello di dire che Totò è specializzato nei film sciocchi e vacui... sfidiamo chiunque abbia un briciolo di buon senso ad apprezzare quell'intruglio senza costrutto e senza spirito che è questo «Figaro qua, figaro là». Recentemente a proposito di film comici italiani abbiamo dato prova non diciamo di longanimità, ma di comprensione e abbiamo anche incoraggiato questo genere che giova alla cassetta e alla... salute, perchè fa fare buon sangue. In quest’opera però abbiamo constatato con vero rammarico che si è sempre e costantemente al di sotto di quel minimo che si esige perchè un film sia accettabile... e restiamo di questo parere anche se le sale vedranno affluire il solito pubblico, il quale da Totò accetta tutto, pernacchie comprese. Perchè in questo film siamo giunti anche a questo. Et de hoc satis.

C. Tr. (Carlo Trabucco) «Il Popolo», 13 ottobre 1950


Non tutti i tratti burleschi di questa libera parodia sono inediti; vi hanno parte anche le torte sulla faccia e i piatti nulla testa. [...] C. L. Bragaglia ha lasciato mano libera agli interpreti e cosi specialmente Totò ha potuto sfogare tutto il repertorio di trovate, di smorfie, imbroccando effetti di facile ma irresistibile comicità. Lo assecondano Isa Barzizza e, bene, Franca Marzi, Renato Rascel, l'Agus, il Barnabò facilitando anch'essi con la loro recitazione caricaturale la coltivazione della risata, che è lo scopo che si propone il film. La cui gaiezza è accresciuta dalla musica rossiniana usata però con discrezione, negli adattamenti del maestro Pippo Barzizza.

Corriere della Sera», 15 ottobre 1950


Figaro qua, Figaro là è una buona idea malamente sprecata dalla piatta sceneggiatura che non offre un solo spunto originale a quel grande mimo che è Totò sommerso dal marasma generale, si difende disperatamente, con le unghie e coi denti, da vecchio lupo di palcoscenico, ma alla fine, ridotto dietro l'ultima barricata, è costretto a innalzare uno straccio bianco. Ma a Totò spetta quel saluto delle armi con cui si rende omaggio agli eroi sfortunati.

Mario Landi, «Film d'oggi», Roma, 18 ottobre 1950


Già dal titolo questo film si rivela una parodia del Barbiere di Siviglia. D[...] Protagonista é Totò — l’onnipresente — a volte acuto e nuovo, in genere pigramente adagiato ai canoni della più facile e convenzionale comicità. Al suo fianco, Rasce e Isa Barzizza. Regia di C.L. Bragaglia. Il pubblico, naturalmente, se la gode, come di solito, chi si contenta (intanto, però, il cinema italiano va a carte e quarantotto).

Vice, «Il Tempo», 13 ottobre 1950


[...] Il film cerca di divertire con le complicazioni dell'intrigo più che con le risorse di autentiche trovate comiche, è diretto da Bragaglia il quale nulla ha risparmiato per raggiungere gli obiettivi cercati. Con l'inesauribile e lepido Totò hanno collaborato la bella Isa Barzizza, Franca Marzi, Rascel, Luigi Pavese, Barnabò.»

E.C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 13 ottobre 1950


Altra parodia, questa volta dal "Barbiere di Siviglia" e da un certo cinema di "cappa e spada", sceneggiata da Metz e Marchesi, che, complice il regista Bragaglia, vi hanno introdotto tutti i possibili elementi surreali e di una comicità all'ingrosso, come sempre, che non tiene conto di un minimo di realismo, come i travestimenti, gli scambi di persona, le catapulte da un cannone, i raggiri più plateali, ivi comprese le pernacchie e i frizzi di ogni tipo. In questo coacervo farsesco e qualche volta da cartone animato, Totò si difende come può. Non si risparmia e gioca d'attacco, con i travestimenti, le astuzie, le battute spiritose, sempre strizzando l'occhio al pubblico come in teatro di rivista; recupera qui tutto il suo vecchio repertorio, aggiungendovi una raffinata e invisibile autoironia. Siamo di fronte ad un comico, che ironizza con grande intelligenza, distacco e alto professionismo, sul suo stesso mestiere.

Anonimo, 1950


1950 11 08 La Stampa Tototarzan T L[...] Ecco che spunta un nuovo Totò. Un Totò con la coda, questa volta. Stabilito che tocchi a lui il compito di fare la parodia delle correnti maniere del cinema, fino a quando altri non farà la parodia di Totò, prima o poi doveva capitare a questo comico d'imbattersi con Tarzan. Era una facile caricatura; il soggettista Metz e il regista Mattoli, che non rinunciano volentieri alla fatiche facili, hanno immaginato e realizzato in questo «Tototarzan», il travisamento allegro dei casi dell’uomo della foresta. [...] Penso come sarebbe stato divertente restare nel tema, parodiando veramente Tarzan, con i suoi elastici salti tra forre e boschi, sul filo delle liane: ma per questo sarebbe occorso un Totò ginnasta o, almeno, si sarebbe dovuto sopperire con piacevoli trucchi. Sarebbe stato un pochino più difficile; e il regista Mattoli, già detto più su, non è uomo da impegnarsi troppo, quando situazioni e battute piene di scollacciate allusioni ottengono, sia pure più volgarmente, il consenso di una buona parte del pubblico.

lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 11 novembre 1950


«Molte «attrici» nel film di Totò.

Attorno a Totò nelle pelli dell’uomo del bosco, il regista Mattoli ha schierato, anche per Tototarzan, un gruppo di belle figliole, che improvvisano un campo di nudisti. Anzi di nudiste, dato che gli uomini ne sono esclusi. Perché sorga questo campo non si capisce bene; anzi, si capisce benissimo, se si consideri la necessità di fare piccante il film. Quesito: quanta parte del meriti del film di Totò é sua e quanta parte è invece dello belle ragazze? Le quali, come risulta da questa pellicola, sono accuratamente scelte fra quelle che non sono in grado di pronunciare una sola battuta, ma non è la recitazione che si esige da loro, bensì il costume da bagno. Sono le ragazze che, più tardi, andranno in giro a dire di «aver lavorato per il cinematografo» e chiederanno d’essere considerate attrici. In quanto al film, la sua formula è quella nota; ai lazzi di Totò e alle grazie delle comparse femminili si aggiungono alcuni momenti di comicità-brivido secondo i cànoni delle vecchie farse: Totò che casca dal cielo con il paracadute, Totò che sta per essere tagliato a fette da una macchina, Totò che guida un treno a mille all’ora o poco meno. «A me questi film che non fanno pensare piacciono» ha detto ieri sera uno spettatore. E perchè no? Film che non pensano per pubblico che non pensa.

Art., «Corriere d'Informazione», 12 novembre 1950


Le strampalate, gratuite e incongruenti avventure che mettono Totò in lotta con i suoi persecutori, ce lo mostrano via via ballerino, paracadutista, capo di una tribù di naturisti e infine ferroviere. [...] Il pubblico ride agli sberleffi di Totò che è circondato da un folto gruppo di attrici e attori noti: Marilyn Buferd, Bianca Fusari, Tino Buazzelli, Alba Arnova, Luigi Pavese, Mario Castellani , Guglielmo Barnabò. La regia, se così si può dire, è di Mattoli.

E.C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 24 novembre 1950


Preso lo spunto dalle chilometriche gesta di Tarzan, il primitivo eroe della foresta amico degli animali e del bel sesso. Questo disinvolto film, che vede Totò nella succinta pelle di leopardo ancora una volta assoluto protagonista, raggiunge felicemente il suo scopo per uno spiccato sapore satirico più che umoristico. Soventi infatti sono gli accenni e le battute contro la organizzatissima civiltà del nostro tempo, tristemente meschina nei confronti di chi come Tarzan ha avuto la fortuna di viverne lontano. Se poi il beato Tarzan possiede la scanzonata vivacità d'ingegno tutta partenopea di un Totò in vena, non è difficile intuire quale terribile personaggio salti fuori a compromettere la rassegnata quiete dei così detti uomini civili. [...] Il regista Mattoli, impegnandosi in una maggiore cura dei particolari e della recitazione, è riuscito a migliorare sensibilmente il tono e la qualità della serie infinita dei film con Totò.

Guglielmo Morandi, «Momento Sera», 24 novembre 1950


[...] Che Totò qui sia più bravo o meno bravo di altre volte qui non diremmo. E' sempre lui, con le sue battute equivochette, con le sue mosse, con le sue smorfie e le lepidezze che a noi non danno solletico alcuno, mentre alle spalle nostre due giovanotti e due signorine elegantissime, trovavano che non vi era niente di più sublime di quanto Totò andava facendo.
Mattoli e i suoi finanziatori sanno che di questi giovanotti e di queste signorine in Italia ce ne sono milioni, e allora sfornano in serie queste che noi definiamo insulsaggini ma che probabilmente non lo sono, se milioni di cittadini d'ambo i sessi pagano largamente per gustarle.
Ci sono pure le solite ragazze seminude. Ma potrebbe questo settore anche essere peggio. Perciò ci accontentiamo del... pudore di cui ci è dato un saggio e concludiamo la tiritera dicendo che si potrebbe - noi pensiamo - tra «Il cammino della speranza» e il «Tototarzan» scegliere una via di mezzo

C. Tr. (Carlo Trabucco), «Il Popolo», 24 novembre 1950


L'epidemia dei film di Totò imperversa da più di un anno. Ad ogni film della serie la critica spera sempre che si sia toccato il fondo e che non si possa andare più oltre l'insipienza e nel cattivo gusto. Ogni volta, invece, la delusione si rinnova e, se non si penserà a presto ad un rimedio, nessuno può dire dove si andrà a finire. Con questo film di oggi, intanto siamo al gradino più basso toccato fin qui dai «Totò»: lo spunto, alla sua vicenda, è dato da una parafrasi più o meno libera delle vicende di Tarzan [...] Tutto è grossolano, rozzo, senza spirito, tutto è così piatto e dozzinale che non potrebbe trovar posto nemmeno più corrivo dei giornali umoristici. Tra gli interpreti, oltre a Totò, questa volta piuttosto a disagio nella sua singolarissima parte, Marilyn Buferd, Tino Buazzelli, Luigi Pavese. Regia di Mario Mattoli.

G.L.R. (Gian Luigi Rondi), «Il Tempo», 24 novembre 1950


Ormai il fenomeno Totò è una specie di febbre gialla che ha contagiato la maggior parte dei nostri produttori. Quindi non ci resta che seguire il decorso di questa "malattia", la quale, come ogni malanno di questo mondo, dopo aver toccato l'acme della crisi, finirà col concludersi con la guarigione del malato. E ieri il quadro clinico della epidemia, con Totòtarzan, ha registrato un altro focolaio di infezione.

Gaetano Carancini, «La Voce Repubblicana», Roma, 26 novembre 1950


[...] Dopo lo spunto iniziale felice, il povero Totò viene abbandonato esclusivamente alle sue risorse. Il motivo che genera il film non è stato sfruttato che in minima parte [...] Una volta visto Totò non doveva essere più possibile pensare a Tarzan senza ridere. Tale è la missione di equilibrio affidata al comico: portare il sorriso sopra le cose troppo serie. [...] Totò è, probabilmente, il solo comico che abbiamo. Molti sono buoni a fare della comicità, mille espedienti aiutano per farne, ma il comico genuino è come il poeta, un fatto naturale [...]. Musco o Totò si nasce. E non è una natura facile, in quaranta anni di Hollywood i comici si contano sulle dita di una mano. Natura in cui l'arte contribuirà con i suoi benefici sviluppi, ma se in fondo quel seme non c'è, non c'è arte che ce lo possa mettere. [...] Totò è apparso all'orizzonte come un arcobaleno dopo il temporale.

Aldo Palazzeschi, «Epoca», Milano, 9 dicembre 1950


1950 11 11 Momento Sera Le sei mogli di Barbablu T LAncora un film di Totò e per Totò, una farsa d’occasione, imbastita in furia, al solo scopo di cassetta. La parodia questa volta batte sulla letteratura e la cinematografia giallo-poliziesca, o in una parola, sul «thriller». Un miscuglio di Sherlock Holmes, di Dottor Jekill, di Frankenstein, condito da uno spirito, aggiuntovi un tremore alla Gianni e Pinotto. [...] Con un po’ di buona volontà ci si potrebbe vedere il tentativo di darci un Totò più di movimento che di battute; ma è un effetto disastroso: quando non parla la farsa è veramente tetra. La riaccendono invece i bisticci, le freddure e le smorfie del protagonista, pur sempre capace, anche in un film di cattiva vena, di strappare la risata.

Vice, «La Stampa», 24 novembre 1950


[...] Il personaggio è inflazionato, avvilito in una serie di avventure le più insipide, screanzate, volgari,sciupato dalle freddure degne del più scalcinato degli avanspettacoli.

Lamberto Sechi


[...] Il film cerca la risata attraverso il brivido, la comicità attraverso l'avventura emozionante, come è proprio deli gialli comici; ma non sempre, vi riesce anche perchè non offre a Totò soverchie possibilità di variare i suoi atteggiamenti. Al fianco dell’esilarante comico agiscono Isa Barzlzza, Carlo Ninchi, Luigi Pavese e il Castellani. La regia è di C. L. Bragaglia.

E. C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 11 novembre 1950


I film di Totò costituiscono un settore a parte dell'attuale produzione cinematografica italiana. I film di Totò hanno ormai una fortuna tutto loro, un pubblico tutto loro. E non è il caso di domandarci perché hanno una fortuna perché hanno un pubblico… Il discorso sarebbe troppo lungo e non porterebbe che a conclusioni avventate, sarebbe come se ci potessimo spiegare le ragioni del successo di certi settimanali in rotocalco, dei fumetti, dei cineromanzi via dicendo. Sta di fatto che le critiche, le riprovazione, tre "stroncature" giornalisti che passano e i films di Totò restano, con la loro volgarità, con la loro comicità, con il loro brio. [...] Stavolta il soggetto, denso di trovate di umorismo, avrebbe potuto fare del film un abile e divertente parodia del giallo classico. Ma sull'originalità della storia hanno prevalso la mimica di Totò, le smorfie di Carlo Ninchi, l'avvenenza di Isa Barzizza e la regia di Bragaglia.

V.S., «Il Popolo», 11 novembre 1950


[...] Nonostante queste amene possibilità di farsa, nulla, nella vicenda, si solleva al di sopra della più sciatta comicità. Un merito, tuttavia, ci sarebbe e grandissimo: l'interpretazione di Totò, più versatile e acceso che mai: solo in grazia delle sue sapientissime smorfie e dei suoi funambolici atteggiamenti, le risate che il copione non avrebbe in alcun modo ottenuto, sgorgano irrefrenabili e quasi tumultuo; quando, però, la finiremo di avvilire in tal modo un attore che potrebbe essere, senza dubbi di sorta, uno dei nostri maggiori? Al suo fianco — oltre a Isa Barzizza, Carlo Ninchi, Luigi Pavese — il disinvolto Buazzelli, autorevolissimo nelle vesti di un «Barbablù-Dr. Jeckill» derivato un po’ da Orson Welles, e Marcella Rovena, alla cui graziosa figura ci sembra potrebbero convenirsi personaggi più gentili di quello che qui le è affidato. Regia di C. L. Bragaglla.

G.L.R.. (Gian Luigi Rondi), «Il Tempo», 11 novembre 1950


[...] Modestamente servito da un dialogo le cui battute di spirito sono di scadente qualità per non dire di sconcertante dozzinalltà, il film, diretto con il consueto mestiere da Carlo Ludovico Bragaglia, strappa quella facile ilarità che tutto sommato non soddisfa nessuno, compreso forse Totò.

Guglielmo Morandi, «Momento Sera», 12 novembre 1950


Un nuovo film comico immaginato per Totò e tutto riempito di Totò, è uno parodio del genere poliziesco diretta alla solita maniera da C. L. Bragaglia, ossia lasciando che l'attore attinga liberamente dalla sua inesauribile provvista di smorfie, lazzi e battute. Gli è stata offerta una parte di detective involontario, costretto a fingersi tale in una incredibile realtà: a caccia di un barbablù che ha già soppresso sei donne o sta per fare una settimo vittima una giornalista, che Totò riesce a salvare e infine a sposare. E' una lunga farsa con trabocchetti, camere della tortura e altro, il tutto per ridere, ma di qualità inferiore. Vi recitano anche Isa Barzizza e Cerio Ninchi.

«Corriere della Sera», 1 dicembre 1950


Non più Mattoli, ma C.L Bragaglia sfrutta stavolta l’arte «continua», la comicità fiume di Totò, che oramai ci viene quotidianamente ricordata dai cartelli pubblicitari, dalle imitazioni degli amici e peggio ancora dalla notizia di suoi film che seguiranno.

Oramai il cinema non si salva da avere gli schermi invasi dalle smorfie, le stesse e sempre più fondamentali nell'economia dei racconti, dell'impareggiabile divo in bombetta, e questa è una naturale conseguenza dell’assalto alte platee che il pubblico seguita a fare per avere l’ultima battuta dei principe e l’espressione ridente e maliziosa di lsa Barzizza in cima alla nudità del suo corpo.

De «Le sei mogli di Barbablù» non c’è da dire molto di diverso da quello già detto per tutti gli altri film di Totò, corrispondenti a questo in altro ambiente. Solo la regia di Bragaglia e l'assenza di Marchesi e Metz dalla sceneggiatura, danno alle trovate un gusto diverso, mentre più legato ed equilibrato, per quanto in certo qual senso più povero, risulta il racconto. Immancabile Carlo Ninchi.

«Il Lavoro», 22 dicembre 1950


Totò contro Scalfaro: lo strano caso del prendisole


1950 11 Prendisole

1950 05 10 Reggio Democratica Prendisole

1950 11 24 Corriere della Sera Prendisole

«Ho appreso dai giornali che Ella ha respinto la sfida a duello inviataLe dal padre della signora Toussan, in seguito agli incidenti a Lei noti. La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei princìpi cristiani, ammetterà che è speciosa e infondata. Il sentimento cristiano, prima di essere da Lei invocato per sottrarsi a un dovere che è patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire a Lei e ai Suoi Amici di fare apprezzamenti sulla persona di una Signora rispettabilissima. Abusi del genere comportano l’obbligo di assumerne le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all’attenzione pubblica, per ogni loro atto. Non si pretende da Lei, dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa.»

Principe Antonio Focas Flavio Comneno De Curtis

«Avanti», 23 novembre 1950


1950 11 25 Cinesport Baraonda T L

«Cinesport», 25 novembre 1950


1950 12 06 Film d Oggi Toto L

«Film d'Oggi», anno II, n.10, 6 dicembre 1950


1950 12 16 Il Messaggero Giubileo 1950 L

I comici del teatro leggero hanno compiuto ieri il Giubileo. Ecco Totò e Fabrizi in Piazza San Pietro, all'uscita della Basilica.

«Il Messaggero», 16 dicembre 1950


1951 01 05 Il Tempo Toto sceicco T logo LQuesto è l’anno di Totò, Totò Figaro, Totò senzatetto, Totò scapolo, Totò Tarzan, Totò poliziotto ecc., e questo è anche l’anno del declino di Totò.

Lamberto Sechi, «La Settimana Incom», 18 novembre 1950


Non ci resta che seguire il decorso di questa ‘malattia’, la quale, come ogni malanno di questo mondo, dopo aver toccato l’acme della crisi finirà per concludersi con la guarigione del malato.

Gaetano Carancini, «La Voce Repubblicana», 26 novembre 1950


[...] Realizzato da Mario Mattoli con mezzi piuttosto insoliti a films di questo genere. «Totò sceicco» racconta le mirabolanti vicende dell’intreccio con rapida efficacia puntando più sul romanzesco che sul comico Totò è sempre esilarante: al suo fianco sono la bella Tamara Lee, Laura Gore, Lauretta De Lauri. Ada Dondini, Tieri, Foà, Belli. Castellani.

E.C. (Ermanno Contini), «Il Tempo» 7 dicembre 1950


Film non peggiore e non migliore degli altri della serie di Totò che imperversano sui nostri schermi. Con questo intendiamo dire che quanto a spirito ed arguzia, zero. Ci è parso che la folla fosse minore delle prime precedenti (forse il pubblico comincia a essere stucco delle sciatterie?) e che le risate fossero meno frequenti e comunque per nulla fragorose. Quindi anche sul terreno comico siamo in calando.
La trama non vale due soldi, quindi la si omette. Di trovate non c'è traccia, assolutamente. Mattoli ha superato questa altra fatica come le precedenti e noi speriamo che arriverà alla serie Totò per darci qualcosa di più intelligente e di più concreto, dal punto di vista cinematografico.

C. Tr. (Carlo Trabucco), «Il Popolo» 7 dicembre 1950


Totò sceicco, ultima fatica di Totò e del regista Mattòli, è un film divertente. Soprattutto, al contrario delle pellicole più recenti interpretate da questo attore, si tratta di un film e non di un semplice pretesto per dar modo a Totò di esibirsi durante due ore di spettacolo. E'inutile d'altra parte raccontare la trama o citare le "gags" più divertenti; basti dire che il film riesce a far ridere durante tutta la sua proiezione e che spesso riceve applausi dal pubblico. Totò non ha ancora raggiunto il massimo delle sue capacità, ma ha mostrato che può fare di più e che forse ha trovato la sua strada. Contrariamente al solito, bravi tutti gli altri.

Vice, «L'Unità» 7 dicembre 1950


La formula più in voga negli ultimi «Totò» è la parodia di qualcosa che sia stato già ampiamente trattato o dal cinema, o dal teatro, o dalla letteratura. Questa volta oggetto degli sberleffi del nostro comico é il mito della favolosa Atlantide, ripescato la parte fra le pagine del celebre romanzo e in parte fra le sequenze dell'ancora più celebre film di Pabst. Non siamo di solito indulgenti con questo genere di parodie (e non crediamo, onestamente, di doverlo essere mai, neanche in omaggio a un frainteso rispetto per l'opinione del pubblico) oggi, però, ci é facile ammettere che il film — nonostante la facilità delle sue situazioni comiche, l’ovvietà un po'meccanica degli equivoci da cui la vicenda prende le mosse e il grasso spirito farsesco che generalmente lo pervade senza un attimo di autentico umorismo — ha condotto in porto con una certa amabilità le sue intenzioni satiriche, ameno nella smaliziata evocazione della Legione Straniera; gustoso nella descrizione, a metà tragica e a metà comica, della misteriosa Atlantide. In una cornice curata spesso con una certa preziosità e, comunque, raramente sciatta e approssimativa, Totò ha dato prova di un estro variopinto e spontaneo, tessuto sovente di una originalità cui da qualche tempo non eravamo più abituati. Non sono questi i film che ci interessano, ma se è necessario produrli per fini unicamente commerciali, preferiamo vederli realizzati in questa forma, con un minimo di dignità e di decoro. La regia, spesso agile e divertita, é di Mario Mattoli. [...] Risa fra il pubblico.

G.L.R. (Gian Luigi Rondi), «Il Tempo» 7 dicembre 1950


Metz, Marchesi, Age e Scarpelli nello stendere il soggetto e la sceneggiatura di questo Totò sceicco hanno apparentato la formula "parodia di opere note" con quella "comico-avventurosa" tipo Bing Crosby-Bob Hope. Sicché hanno preparato un canovaccio in verità molto ricco di "gags", da cui Mattoli ha cavato un film assai dinamico... [...] A parte la novità del soggetto - novità non sorretta purtroppo da un'adeguata fantasia - il film appare piuttosto desueto per l'impegno dei mezzi veramente rilevante; grandi e numerose costruzioni, ricchezza di ambienti, impiego di abbondanti masse di generici, insomma il film è stato realizzato con un notevole impegno produttivo ed è un peccato che a questa serietà industriale non abbia corrisposto l'estro inventivo dei soggettisti, che nell'episodica spicciola, si sono accontentati di ripetere moduli meccanici e tradizionali, ricorrendo persino a battute fulminanti come questa: "Ali... mortè?" - "No, Ali Babà - Come sta mammà?" - "Non c'è male" - "Salutala per me", [...] Toto [dà] prova del suo spirito estemporaneo [...]

Caran. (Gaetano Carancíni), «La Voce Repubblicana», Roma, 8 dicembre 1950


Totò è, probabilmente, il solo comico che abbiamo. Molti sono buoni a fare della comicità, mille espedienti aiutano a farne, ma il comico genuino è, come il poeta, un fatto naturale. [...] Tale è la missione di equilibrio affidata al comico: portare il sorriso sopra le cose troppo serie. Totò è apparso all’orizzonte del cinema come arcobaleno dopo il temporale.

Aldo Palazzeschi, Totò, «Epoca», n. 9, 9 dicembre 1950


[...] Ormai con lo sfruttamento cinematografico di Totò siamo ad un punto morto: questo grande mimo non ha trovato la sua strada, le sue apparizioni cinematografiche sì mantengono sulla stessa linea delle sue apparizioni teatrali, puntano cioè sul suo fascino personale, sulla sua travolgente vis comica. Per realizzare un film con Totò basta offrire alla sua fantasìa uno spunto esìlissimo che egli riveste con variazioni di irresistibile efficacia [...] I soggettisti di Totò, anziché cercare di costruire un autentico soggetto comico, sì limitano a suggerire vaghi spunti, presi in prestito dall'avanspettacolo [...]

Mario Landi, «Film d'oggi», Roma, 13 dicembre 1950

"Totò sceicco" va ad aggiungersi, senta discostarsi dalla media, alle altre pellicole del popolare comico napoletano [...] I soliti lazzi, qualche vecchia idea e alcune buone trovate, con un contorno più che mai vistoso di belle figliole. La convincente esperienza di «47 morto che parla», il fllm presentato qualche giorno fa, in cui si era visto un Totò più umano, attore di nuove e ampie possibilità, non si è dunque ripetuta; i produttori preferiscono sfruttare — e che sfruttamento intensivo! — le sue risorse più superficiali, e più redditizie dal punto di vista della cassetta. Almeno, finchè dura; Aroldo Tieri. nella parte del padroncino, è qualcosa di più che la classica «spalla», a capo della schiera delle belle è Tamara Lees; regia di Mario Mattoli.

«Corriere della Sera», 30 dicembre 1950


Metz, Marchesi, Age e Scarpelli, nello stendere il soggetto e la sceneggiatura di questo Totò sceicco, hanno apparentato la formula 'parodia di opere note' con quella 'comico avventurosa' tipo Bing Crosby-Bob Hope. Sicché hanno preparato un canovaccio, in verità molto ricco di gags, da cui Mattoli ha cavato un film assai dinamico..

[senza fonte]


Il titolo allude alla parodia del film di Rodolfo Valentino Il figlio dello sceicco, ma la vicenda punta più esplicitamente sulle pellicole ambientate tra la Legione Straniera e sull'elemento fantastico delle civiltà scomparse (Siren of Atlantis di Gregg Tallas, del 1949, è il referente più vicino). Brillantemente interpretato da un grandissimo Totò e da una schiera di impareggiabili comprimari, il film è un'antologia di battute memorabili e di momenti comici irrestibili, non privi di anarchica ironia contro gli "ismi" (il militarismo, il mammismo, il gallismo) che imperavano nella mentalità e nel costume italiano di quegli anni.

Fantafilm, 1950


1951 01 05 Il Tempo 47 morto che parla T LTre volte si spegne e tre volte resuscita Totò nel film 47, morto che parla, di Carlo Ludovico Bragaglia; come se fosse munito di una tessera di libera circolazione fra questo mondo e l’altro, egli non fa in tempo ad andarsene che già é di ritorno. Questa volta il popolare comico é nel centro d'una pellicola ricca d'azione e di dialogo, di natura dichiaratamente farsesca, vagamente ispirata a Petrolinl, e gli tocca di vestire un tetro mantello nero che gli dà un’aria cadaverica anche in quelle rare occasioni in cui figura da vivo. E' la commedia della sordidità; [...] Per i nostri gusti, qui, Totò (come già in Napoli milionaria) dà la misura delle sue possibilità meglio che nelle scollacciate pellicole senza filo e senza costrutto alle quali troppo spesso offre la sua partecipazione. Bisogna che nostri attori comici si convincano, quali si siano le reazioni del pubblico, che non c'è per essi modo di esprimersi al di fuori delle vicende in cui s’incontrano con una figura di riconoscibili lineamenti, non importa se si tratta, come in questo caso, di un avaro desunto dal teatro classico. Un tipo di seconda mano è preferibile a un pupazzo che si abbandona a i smorfie e a lazzi; meglio, insomma, un film che venga dalla commedia che un film derivato, alla peggio, dalle scucite dozzinalltà della rivista.

Art., «Corriere d'Informazione», 20 dicembre 1950


Totò, questa volta in un film «costruito», ossia con capo e coda; c'è dentro un racconto e filato e, cosa ancor più nuova, c'è un personaggio che non è soltanto un fantoccio, ma un carattere fin troppo delineato. Che sia stato in realtà Molière a delinearlo e che il film si ispiri più al suo Avaro che alla commedia di Petrolini da cui ha tratto Il titolo, altro discorso. 47, morto che parla, diretto da Carlo Ludovico Bragaglla, è una contaminatone di commedie antiche e di antichi racconti; risulta una farsa dialettale, con tutte le limitazioni logiche e morali delle farse. Del mordace grottesco di Petrolini non rimane che il viaggio del protagonista nell'aldilà, quando egli crede di essere morto; [...] Materia rimasticata più volte dal teatro popolare; e, sebbene qualche scurrilità non manchi, meno volgare di quella di altri film a cui Totò ha dato il nome e la bazza. E' un film recitato, questa volta, dal principio alla fine; si che Totò non risulta soltanto una marionetta, ma un bravo attore; e quasi attrice anche — gradita sorpresa — quella Silvana Pampanini che finora era nota solo come un'avvenente ragazza. Negli esterni — il villaggio le botteghe, le vie — e negli interni la parte scenografica è curata con attenzione. Se l'inferno sia stato costruito veristicamente non so; informerò a suo tempo, dopo il sopralluogo.

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 27 dicembre 1950


Ispirato all'omonima commedia di Petrolini, questo filmetto - ennesimo della serie dei Totò - riproduce del testo originale solo lo spunto, la burla, cioè, con cui ha un tale viene fatto credere di essere morto [...] Totò, comunque, questa volta - e meglio ancora che in Totò sceicco - ha recitato la parte del protagonista con felice misura, più rispettoso delle battute del testo che non esagitato improvvisatore. Il risultato spesso, in grazie anche alla onesta regia di Carlo Ludovico Bragaglia, non è stato molto sgradevole e il pubblico ha trovato sovente occasione liete di divertimento.

G.L.R. (Gian Luigi Rondi) «Il Tempo», 6 gennaio 1951


Liberamente ridotto dalla omonima commedia di Ettore Petrolini, questo film si racconta le vicende di una famosa cassetta di gioielli lasciata in eredità metà al comune e metà al figlio della moglie di un Barone sordidamente avaro. [...] Diretto da Carlo Ludovico Bragaglia con incalzante alacrità e articolata scioltezza, il film fila allegramente seguendo le amene peripezie del tesoro e del barone che, impersonato dall'impareggiabile Totò, trova modo di divertire con le sue in affabili disavventure. Silvana Pampanini, Adriana Benetti, il Maggio, il Croccolo, il Landi, il Bocci, il Passerelli, completano vivacemente la distribuzione.

E.C. (Ermanno Contini) «Il Messaggero», 6 gennaio 1951


Ormai con lo sfruttamento cinematografico di Totò siamo ad un punto morto: questo grande mimo non ha trovato la sua strada, le sue apparizioni cinematografiche si mantengono sulla stessa linea delle sue apparizioni teatrali, puntano cioè sul suo fascino personale, sulla sua travolgente vis comica. Per realizzare un film con Totò basta offrire alla sua fantasia uno spunto esilissimo che egli riveste con variazioni di irresistibile efficacia. I soggettisti di Totò, anziché cercare di costruire un autentico soggetto comico, si limitano a suggerire vaghi spunti, presi in prestito dall’avanspettacolo.

«Film d’oggi», 13 dicembre 1950


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«L'Europeo», 24 dicembre 1950


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1950 12 27 Cinesport Le sei mogli di Barbablu T L

«Cinesport», 27 dicembre 1950 


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«Settimana Incom Illustrata», anno III, n.37, 23 settembre 1950
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Il Senato minaccia i Cavalieri di Totò

Fabrizio Schneider, «La Settimana Incom Illustrata», anno III, n.20, 27 maggio 1950
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