Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1951


Rassegna Stampa 1951


Totò


1951 01 01 Cinesport Guardie e ladri T L


«Cinesport», 1 gennaio 1951



1951 03 24 L Unita Filmografia virtuale La paura numero 1

Intervista a Eduardo De Filippo, «L'Unità», 24 marzo 1951


«Il Mattino», 22 giugno 1951


Totò abbandona il teatro

Salerno 4 agosto, matt.

In una sua sosta a Salerno per cercare documenti araldici, Totò ha avuto una conversazione con alcuni giornalisti al quali ha annunziato di avere definitivamente abbandonato il teatro.
Attualmente egli lavora per tre film e cioè: Totò terzo uomo, Guardie e ladri e Sette anni di guai.
Nella prossima Piedigrotta napoletana si presenterà nelle vestii di poeta e compositore.

«La Stampa», 5 agosto 1951


1951 08 24 Corriere della Sera Piedigrotta 1951

[...] Bonagura, nero come il diavolo ma francescanamente altruista, dette il benvenuto a Totò nel palazzetto della canzone. Egli ribadì le affermazioni dell'editore Marotta, e cioè che in « Solo », « Malafemmìna». «Diglielo, mamma mia», eccetera, l'imperatore di Bisanzio ha conseguito «un'originalità e un'efficacia davvero mirabili». Storie. Venuto alla ribalta, il principe non fallì certo l'incondizionato applauso di una moltitudine che troppo divertimento cinematografico e teatrale gli deve; ma le sue canzonette non estraggono un ragno dal buco di qualunque vice-poesia. Carlomagno nacque con barba e baffi, idem le canzonette di Totò. Chi non ha scrìtto duecento anni fa o ieri qualche verso o qualche battuta musicale delle canzonette di Totò, alzi la mano. L'ovvio, l'acquisito, il banale si dettero appuntamento nelle canzoni di Totò al Politeama, e nessuno mancò. Durante i «bis» il principe scendeva sul palcoscenico. Addossato a una quinta, egli cullava con un braccio le proprie armonie; ciò non le ringiovaniva, naturalmente. Sul finale di «Malafemmina» fu battuto, dal cantante, il record di durata di una nota; io nel voltarmi da un'altra parte vidi un intenditore che, il cronometro fra le dita, slava febbrilmente valutando quell'innegabile primato.

In un normale abito di gabardine, e con la sua faccia normale, Totò deludeva e rattristava. Le crude luci sfregiavano la sua mascella deviata, contusa, e lo rendevano spettrale. Mi accorsi che eravate infelice, Altezza, e tacitamente ve lo dissi. Totò, perchè sbagliate in questo modo la vostra cara vita? Una selva di triangoli scaleni, una foresta di aberrazioni geometriche partorì la creatura illogica, disarticolata, riducibile in astrusi punti e linee di carne, folle e geniale, tragica ed esilarante che voi siete. Non fraintendetevi, Totò. Qualunque disciplina, letteraria, musicale o puramente araldica, vi snatura e vi immiserisce. «Sia il caos» disse la divinità che vi fece. Totò: e voi arrendendovi all'ordine peccate di eresia e di ingratitudine.

La risposta del principe non fu incoraggiante, lo ammetto. Subissato dalle acclamazioni, egli trasse un foglietto, pigliò il microfono e ci lesse una sua lirica. L'aveva composta, avvertì, di getto quella mattina. Erano versi orfani, diseredati, logori, i quali dichiaravano in sostanza che Napoli è meravigliosa e che Totò, essendovi nato, ha la ferma intenzione di morirvi. Sia ben chiaro che tali argomenti io non presumo di averli espressi qui, nè meglio nè peggio del neo-pupillo della Musa che allattò Di Giacomo; e allora? Mi risovvenni che Totò è diventato in pochi anni ricchissimo, un autentico nababbo: ed evidentemente esiste, infuria un «complesso neroniano» legato al denaro.

Immerso in queste pericolose riflessioni, uscii dal Politeama. E subito l'azzurra notte, i serici muri della città-guanciale mi dissero: «Hai torto». Infatti le cose e gli uomini di Piedigrotta che ho avuto l'aria di censurare, io li amo; somiglio ed appartengo ad essi; voglio che non mutino, che sempre qualcuno li erediti come li ereditammo Bonagura, Totò, Ricci, Pisano, Rossetti, Cioffi, Pariante ed io.

Giuseppe Marotta, «Corriere della Sera», 24 agosto 1951


1951 09 07 Il Tempo Festival di Piedigrotta L

[...] Ma quest’anno non si tratta di una Piedigrotta come tutte le altre. Parecchi sono gli avvenimenti elle la caratterizzano, dandole una netta superiorità sulle feste degli altri anni. In primo luogo, c'è la Mostra retrospetliva della canzone napoletana allestita nelle sale del Maschio Angioino, poi c'è il fatto veramente importante che pare siano venute fuori (almeno così affermano gli editori) tre o quattro canzoni molto belle; ed infine c'è l'altro avvenimento di curiosità che bisogna ricordare: il debutto (piuttosto contrastato, per la verità) di Toto quale autore di canzonette. Il giorno in cui furono cantate per la prima volta al Politeama le composizioni di Totò, tutta Napoli si recò ad ascoltare i parti poetici del grande attore, nati, come si sa, dal dolore di un amore non corrisposto (o mal corrisposto) con una nostra bellissima attrice del cinema. Mi è stato raccontato che quando cantarono «Malafemmena» (il pezzo forte di questa produzione di dolore), Totò dietro le quinte piangeva come un agnello, affondando la testa in un grosso fazzoletto di seta bianco. Poco discosto c'era lo scrittore Marotta che attendeva il momento buono per buttarsi fra le braccia del suo grande amico e concludere, cosi abbracciati, la commovente audizione. Pare che Marotta, avvinghiato a Totò. continuasse a ripetere fra le lagrime: « Antò, le tue canzoni sono veramente brutte! ».
Questo bellissimo episodio mi e stillo raccontato, perchè le macchinose « sagre » della canzone sono già terminate ed ora non si attende altro che la festa, che è festa religiosa del popolo napoletano che concluderà la settimana piedigrottesca. [...]

Guglielmo Peirce, «Il Tempo», 7 settembre 1951


1951 09 02 Il Messaggero Toto terzo uomo T LUno dei più vetusti spunti da farsa (gli equivoci dovuti a due sosia) è stato messo a servizio dell' infaticabile Totò con l'aggiunta di un terzo sosia, il quale non accresce, come si potrebbe credere, le risapute risorse del soggetto, in quanto l'esistenza dei due sosia principali è conosciuto da tutti e la presenza del terzo, operante ora con uno ora con l'altro, non riesce ad arricchire le situazioni inerenti al tradizionale binomio.
E’ un ripiego di comodo per intensificare il dinamismo del film senza soverchio sforzo inventivo punto è che una autentica fantasia comica non abbia contribuito a ravvivare la meccanicità dell'intreccio è dimostrato dall'insufficiente caratterizzazione dei personaggi (e soprattutto dai tre sosia) e dalla mancanza di imprevisto nello sviluppo dei loro casi. [...] Il film è meno divertente degli altri anche perché offre al esilarantissimo Totò non molte possibilità di mettere in evidenza la sua arte punto è inutile ripetere qui le lodi di questo attore unico che sa passare da una travolgente comicità metafisica ad una sincera, toccante umanità; basterà ricordare che salvo poche eccezioni ("Totò cerca casa" in un senso, "Yvonne La Nuit" e "Napoli milionaria" in un altro), egli è stato male usato e aspetta ancora l'occasione di dare allo schermo quanto può e sa. Ad ogni modo, per quanto tarpato e soffocato, Totò riesce sempre a divertire ed ha, infatti, divertito. Con lui hanno recitato nel film la Marzi, la Parvo, il Campanini, il Pieri, il Castellani.

E.C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 4 settembre 1951


[...] In realtà Totò, anche in questa sua ultima fatica, spara tutte le cartucce della sua inesauribile vis comica, ma anche questa volta raramente raggiunge il bersaglio che più ci preme: il cinema. Comico teatrale, egli non ha trovato ancora il regista che sappia restaurarne intelligentemente le naturali attitudini mimiche in uno spettacolo tutto visivo ed in movimento [...]»

Alfredo Orecchio, «Paese Sera» Roma, 5 ottobre 1951


[...] Pietro, Paolo e il terzo uomo sono sempre l'inesauribile Totò le cui trovate, la cui spassosa recitazione e la cui mimica riempiono il film conferendovi una continua comicità. Non ci voleva nulla di più adatto alla regia di Mario Mattoli, alla quale bisogna ascrivere anche la divertente scena finale di uno strambo processo nella cui aula si raccolgono, oltre le fila dell'assurda vicenda, i principali personaggi che agiscono nel film, ciascuno recandovi un suo maggior o minor contributo: Elli Parvo, Franca Marzi, la Mammì, Campanini, Tieri, Sorrentino, Inglese, Romano.

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 10 ottobre1951


1951 11 02 La Stampa Sette ore T LDare all’irrequieta comicità di Totò la disciplina di un film «costruito» è come incastrare un torrente nell’alveo in muratura: schiumeggia meno, fa minor fracasso, perde un po' del suo pittoresco, ma non ristagna poi negli acquitrini e arriva a una foce. Come in «Napoli milionaria», anche in «Sette ore di guai», diretto da Metz e Marchesi e derivato da una vecchia farsa di Scarpetta («’Na criatura sperduta»), Totò ha modo di dare al suo personaggio la razionalità accettabile di un tipo dopo essersi in troppi film meccanizzato nella rigidità legnosa della marionetta. Anche in «Sette ore di guai» [...] l'illogicità si esaspera in un rarefatto grottesco e la deformazione della realtà si fa, a tratti, strepitosa; ma c'è alla sua base, la pacifica o collaudata convenzionalità dell'umorismo del teatro dialettale, con le sue classificazioni consuete e i suoi abituali giochi degli equivoci. [...] Nell’episodio conclusivo, invece, la dove Totò pencola dal cornicione più elevato di un alto edificio, ritroverete la risata-brivido suggerita da Charlot nel «Circo» e da Harold Lloyd in «Preferisco l'ascensore», a meno che non ci si rifaccia all'orgasmo di «Quattordicesima ora». Mescolanza, insomma, di secolari motivi e di attuali, in uno; zibaldone non sgradevole, che agita, convulsamente, accanto a Totò, gli attori Campanini, Castellani, Matania, Barzizza e Masina.

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 4 novembre 1951


Per dirigere questo film, Metz e Marchesi si sono riservati alcuni spunti di clownesca fumisteria che fanno pensare alla buffonesca irrazionalità di certi svagati comici moderni: e se avessero avuto il coraggio di intonare ad essi tutta la vicenda svolgendola con meno insistiti compiacimenti e più varia alacrità, avrebbero potuto dare al film un accento di stimolante novità.
Le concessioni che hanno fatto all'ovvia e stucchevole maniera della produzione corrente, hanno finito invece per imbastardire quegli spunti diluendoli nella banalità dei luoghi comuni da farsa sui quali si impostano gli sviluppi della vicenda tratta dalla commedia di Scarpetta «'Na criatura sperduta». Le peripezie di un neonato che passa di mano in mano in seguito ad incidenti ed equivoci imprevisti, servono dì pretesto ad una serie di avventure nelle quali Totò viene coinvolto con due amici ed esposto a tutte sorta di guai [...] che offrono la più gustose risorse alla sua irresistibile estrosità di attore e di mimo. Con l'impareggiabile e inesauribile Totò partecipano al film Isa Barsizsa, Clelia Matania, Giulietta Masina, Campanini, Celano, Castellani.

E.C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 17 novembre 1951


"Sette ore di guai" è la filiazione cinematografica d’una commedia che Scarpetta condusse trionfalmente sui palcoscenici della prosa con il titolo di «'Na criatura sperduta». Totò ha ripreso il motivo e lo stesso titolo del film dice trattarsi di una lepida storia [...] A fianco di Totò abbiamo veduto Isa Brzizza, Carlo Campanini, Clelia Matania, Giulietta Masina; la regia, pervasa di diligenza, è di Metz e Marchesi.

E.M., «Momento Sera», 18 novembre 1951


«La Stampa», 20 settembre 1951


«Corriere della Sera», 17 ottobre 1951


1951 12 21 Il Messaggero Guardie e ladri T LUn film senza etichetta, senza limiti di sorta.

Oreste Del Buono, «Milano Sera», 1951


Il film riesce interessante per l'interpretazione di Fabrizi e Totò.

«Segnalazioni cinematografiche», 1951


Ci fu un momento in cui si pensò di presentare il film Guardie e ladri, di Steno e Monicelli al Festival del Lido. E' vero che le pellicole italiane alla Mostra ultima erano piuttosto in tono minore, ma non diremmo che questa avrebbe risollevato le sorti della nostra partecipazione. Detto ciò è onesto aggiungere che si tratta di un film abbastanza azzeccato e, in sostanza, gradevole; e che si estranea dalla produzione normale della comicità cinematografica anche perché ha natura, sostenutezza e significati che non appartengono affatto a una tale comicità. Se mai, si tratta di una derivazione del realismo. In taluni punti meditata e, addirittura, malinconica. Guardie e ladri considera con la stessa comprensiva bonarietà gli esponenti delle due opposte attività, quella che difende gli onesti e quella che li insidia; sono uomini tanto gli agenti quanto coloro che rubano, ciascuno si procaccia il pane come può. La tesi é discutibile, naturalmente, i ma non é discutibile che anche i ladri, nel quadro della loro vita familiare, possano essere raffigurati agli occhi del loro avversari, le guardie, come mariti e padri affettuosi. Totò e Fabrizi, l'uno ladro e l'altro guardia, sono appunto considerati come capi-famiglia [...] Totò ha inalberato per l’occasione un palo di baffetti che lo trasforma un poco da maschera in uomo; e, infatti, la sua parte esigeva che, almeno stavolta, egli perdesse qualcosa del suo burattinismo. Anche Fabrizi è più sorvegliato e umano del solito. E più sorvegliato del solito é l’intero film che, finalmente, ha schema di racconto e una sottile carica emotiva; e anche una sincerità e una morale, nella descrittiva del costume e dell'indole di noi Italiani, che non sarebbe giusto respingere. Nell'atmosfera natalizia, consenziente ai rapporti idillici, c’era posto anche per un tale inatteso idillio, fra guardia e ladro.

«Corriere d'Informazione», 22 dicembre 1951


Se è vero che «Ho moglie e figli» è il motto di tutti noi italiani non c'è ragione perchè non si possa applicarlo alle guardie e ai ladri. Da noi anche l'agente di polizia più arcigno e anche il più incallito borseggiatore conservano, per fortuna, sentimenti umani, con speciale attitudine all’intenerimento quando vibra la corda degli affetti familiari.
Il senso del film «Guardie e ladri», di Stano e Monicelli. è appunto questo e non è detta che «Ho moglie e figli» sia soltanto un pietistico appello alla generosità altrui, talvolta è una sorta di tessera di libera circolazione al di là del lecito, tacitamente chiesta e rilasciata, per solidarietà tra i responsabili di vite innocenti. Sembra, questo, un discorso troppo paludato per un film comico: ma «Guardie e ladri» è solo in parte un fllm comico. [...] C’è, alla base di questo racconto, un artificio fin troppo evidente, consiste nella circostanza che nè i familiari del ladro nè quelli della guardia conoscono la ragione del loro affannoso cercarsi e sfuggirsi; diventano addirittura intimi senza saper nulla gli uni degli altri e gli altri degli uni. Ma Il resto è piacevole, vero e accettabile. Gli stessi interpreti, Fabrizi e Totò, tolti agli epilettici contorcimenti degli usuali loro film, si sono adattati tanto alla irruenza della prima parte quanto alla riflessività quasi elegiaca della seconda, che è la più degna: liberati dall'impegno della comicità salace, fatta di smorfie e di sberleffi, si ripropongono come gli spontanei attori che sono. Qua e là si compiacciono di sè. Indugiano in patetismi sproporzionati: il congedo di Totò dalla famiglia, sul punto di andare in carcere, mentre finge di partire per affari, fa pensare alle estreme volontà del morituro. Diamine, un’eventualità come questa, tre mesi di gattabuia, può sbigottire la gente del reparto galantuomini, ma chi fa raccolta di orologi altrui dovrebbe essersi conciliato con l'idea.

lan., (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 22 dicembre 1951


Non è un film farsesco come potrebbe far credere da presenza di Totò e Fabrizi, ma un film nel quale gli elementi comici senza mai cadere nelle smaccate buffonerie in cui siamo soliti vedere impegnati i due assi, sono mescolate ad elementi patetici; anzi scivolando spesso su un piano che vuole essere se non proprio toccante, certamente comprensivo, esso permette ai due attori di dare ai rispettivi personaggi toni di sentita umanità. Nella contrapposizione fra guardia e ladri, due categorie eternamente nemiche, portate a combattersi, a disprezzarsi e ad odiarsi reciprocamente, Steno e Monicelli, autori del soggetto e registi, hanno cercato di mostrarci quanto c'è di umano né gli uni né gli altri al di là della durezza e dell'infamia professionale punti gli affetti familiari, i sentimenti, le pene, le gioie, le care cose che si amano e ci fanno soffrire. [...] Siamo nel campo di un sentimentalismo piuttosto facile e di maniera; ma la discrezione con la quale vi procedono i registi e, soprattutto, gli interpreti attenua la deamicisiana retorica di certe posizioni e di certi sviluppo. L'insieme è gradevole, mosso vario, colorito. Totò si fa ammirare per quel tanto di professionalmente ipocrita che dà alla sincerità del personaggio, Fabrizi per Cordialità e la affettuosità che mette nel suo ruolo di persecutore.

E.C., (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 23 dicembre 1951


Totò ha dato estrema dignità a un personaggio che poteva invece riuscire tutt'al più degno di commiserazione [...] il prodigioso pupazzo meccanico, l'eccezionale mimo, che per anni ha dovuto sottostare alle leggi del mercato, rispondere alla domanda con prestazioni quantitativamente adeguate, essere sempre e invariabilmente se stesso, quello del primo applauso, ritagliare ogni personaggio sullo stesso modello; cambiarsi, frenarsi [...] con una recitazione semplice e al tempo stesso piena di fantasia l'attore regge da maestro un personaggio tipico delle cronache italiane, dei banconi di pretura, con gli abiti lisi e la barba i tre giorni. [...] Totò è un attore, mentre Fabrizi è un attore romano. [...] Eccolo dunque il grande attore che il nostro cinema cercava e col quale per anni si era inconsciamente sollazzato credendo di avere a che fare solo con un prodigioso pupazzo meccanico, un eccezionale mimo. [...] La gara fra guardia e ladro si è risolta con la sconfitta del primo.

Lamberto Sechi, «La Settimana Incom», 23 dicembre 1951


Monicelli e Steno, registi anche troppo pronti ai facili film comici del più mediocre livello, ci danno qui, con un'opera d'ispirazione popolare e leggermente satirica, un esempio dei migliori risultati a cui, con un minimo d'impegno, potrebbe giungere il cinema comico italiano.

«l'Unità», 27 dicembre 1951


Due dei più rilevanti attori comici del nostro cinema, due grandi beniamini del pubblico, Aldo Fabrizi e Totò saranno a fianco a fianco nel film Guardie e ladri...

«Stampa Sera», 16 giugno 1951


Secondo la tradizione, il film comico italiano confina a nord con i fondali dell'avanspettacolo, squassati da tutte le improvvisazioni e da tutti i rabberciamenti e talvolta interrotti soltanto dalle erte scalee da cui discende ancheggiando la Wandissima; a est e a ovest ha per confine gli stretti delle quinte, attraverso cui penetrano, dallo squallore di un mondo sconosciuto com’è quello dei camerini, schiere di ballerine svestite quel tanto che è consentito dalla censura; a sud infine si getta nel mare delle platee di periferia, cui vengono lanciati doppisensi equivoci, lazzi scurrili, battute sguaiate: e con tali ami quel mare risulta sempre pescoso. Sono, come vedete, confini troppo angusti: sono gli stessi confini del teatro di varietà, e perciò così di frequente accade che nelle sale dove si proiettano molti di questi film comici prodotti in serie, passino le mezz’ore senza che si oda una sola risata. Se per qualche merito, oltre che per l’interpretazione di Totò, sarà ricordato «Guardie e ladri» di Steno e Monicelli, sarà appunto per questo: di aver tentato di allargare i confini del genere comico usuale oltre il palcoscenico del varietà e di aver scoperto, o almeno intravisto, quelli ben più vasti suggeriti da un ambiente reale. E’ un ambiente di poveracci che campano di stenti, in cui vivere, come si dice, di espedienti è altrettanto diffìcile che legare il pranzo alla cena con uno stipendiolo di brigadiere: è naturale dunque che anche alla farsa si mescoli qualche lacrimuccia patetica. Ma se i due registi sono scivolati talvolta in toni di tipo deamicisiano, non fate loro una colpa per questo: ci vuole tanta viva solidarietà umana anche per far ridere. Charlot insegna.

«Vie Nuove», 6 gennaio 1952


Totò imbroglione e Fabrizi brigadiere dei carabinieri sulla sua traccia. Peripezie e trovate del genere che chiunque conosca i due comici - e chi non li conosce ormai? se ne fa un abuso vero e proprio - può agevolmente immaginare. Questo film non sposta di un sette il discorso allarmato che ormai tutti i critici un pò responsabili hanno cominciato a fare a proposito della sconfortante povertà della farsa cinematografica italiana.

Mario Luzi da «Sperdute nel buio. 77 critiche cinematografiche», Trecazzano, Milano, 1995


Altri artisti


Articoli d'epoca


Articoli d'epoca, anno 1951

Totò piange dettando le sue memorie

Dal mese di novembre scorso, tutte le domeniche, dalle 15 alle 21, Totò, cioè il Principe De Curtis,Eduardo Passarelli, e il giornalista Alessandro Ferraù...
Arturo Musini, «Stampa Sera», 20 marzo 1951

Poesia e memorie di Totò

Tra qualche mese uscirà in Italia il libro di Totò «Siamo uomini o caporali?» dove, senza complimenti, il nostro attore racconta le amare avventure...
Fabrizio Sarazani, «Momento Sera», 29 aprile 1951

Totò querela un giornale che negava la sua nobiltà

Il noto attore comico Totò ha presentato querela alla Procura della Repubblica contro un giornale che parlava in tono ironico e metteva in dubbio l’autenticità
«La Stampa» e «Il Tempo», 28 aprile - 24 maggio 1951

Marziano II contro Totò

Se la vita di Totò attore è tutta costellata di soddisfazioni, sia materiali, sia morali, non lo è altrettanto la vita del principe Focas Flavio Angelo Ducas...
Giorgio Berti, «La Settimana Incom Illustrata», 12 maggio 1951

Totò cerca maschio

Fu cosi che fu realizzato, al prezzo di 150 mila lire (al cambio d'oggi, tanto costarono le varie spese legali), il sogno d'amore di Totò e Diana non più sposi.
Crescenzo Guarino, «La Stampa», 8 giugno 1951

Totò poeta

Ha messo in versi la storia del suo amore infelice per Silvana Pampanini...
Dino Aprile, «Settimo Giorno», anno IV, n.26, 28 giugno 1951

Il trecentesimo uomo

Un successo del genere nessuna pellicola comica lo ha mai ottenuto. Neppure ai tempi di Charlot!...
«La Stampa», 22 settembre 1951

Totò sarà l'interprete della 'Paura' di Eduardo

Questa si che è una sorpresa. L'Incontro cinematografico tra Eduardo De Filippo e Totò, è stato già fruttifero al massimo: in Napoli milionaria...
Tommaso Chiaretti, «L'Unità», 30 ottobre 1951

Si parli finalmente di Totò

«Sette ore di guai», ridotte fortunatamente a un’ora e mezza di proiezione, sarebbe la traduzione cinematografica d’una farsa dialettale di Scarpetta...
«Tempo», anno XIII, n.46, 17 novembre 1951