Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1955


Rassegna Stampa 1955


Totò


1955 09 02 Corriere della Sera Siamo uomini o caporali T L intro

In 'Siamo uomini o caporali' Totò ha un poco ritrovato se stesso, dopo essersi perduto dietro a tutta una serie di farse scucite e sciatte, prestandosi ad esibirsi nei lazzi più risaputi. [...] Certo, il soggetto, che è dello stesso Totò, si poteva prestare a ben altro tipo di satira [...]

Aldo Scagnetti, 1955


Il più recente, e non tra i peggiori, film di Totò è questo «Siamo uomini o caporali» (1955) che il regista Mastrocinque ha diretto con particolare cura forse per farai perdonare i peccati di tanti film raffazonati assai disinvoltamente. Il soggetto è dello stesso Totò che, gli sceneggiatori Metz, Nelli e Mangini aiutando, vuol riproporre l'eterno contrasto tra chi ubbidisce e chi comanda, o se volete, tra i fessi e i furbi: insomma, per dirla con Totò, tra gli «uomini» e i «caporali». In chiave farsesca naturalmente, ma non senza una sua spicciola filosofia, amara come la conclusione che vuole l’uomo soccombente di fronte al caporale. Ed ecco Totò, preso per pazzo, raccontare allo psichiatra tutti i suol guai per cui in guerra, in campo di concentramento, nella vita civile, e persino in amore, ha sempre finito per trovarsi alle prese con i «caporali» e per averne ogni volta la peggio. Il film non nasconde le ambizioni satiriche che vediamo esercitarsi anche contro aspetti attualissimi del nostro costume (Totò, «figlio del secolo», coinvolto in una vicenda che potrebbe anche ricordare il caso Montesi). Ma la satira rimane a fior di pelle e non sempre è di buon gusto; e, per strappare la risata, si preferisce ricorrere a trovate ed espedienti già collaudati. Però — e anche qui si nota un progresso — ci s'affida meno alla volgarità e lo stesso Totò, efficacemente sostenuto da Paolo Stoppa che via via impersona i vari «caporali», appare meno convulso ed esagitato del solito. In alcuni momenti il suo viso si atteggia in una maschera cosi umana che fa rimpiangere le occasioni perdute da questo grande attore comico.

«La Stampa», Torino, 27 agosto 1955


Meglio elaborato del soliti film con Totò, questo "Siamo uomini o caporali", di Mastrocinque, che prende le mosse dall'interrogativo reso di nuovo famoso dal popolare comico, stavolta però il protagonista non interroga, ma asserisce: siamo uomini o caporali. Ed afferma che gli uomini si divìdono in due categorie. Una esigua minoranza di «caporali» ed una moltitudine di uomini qualunque che li subiscono. Poi narra le sue peripezie ad uno psichiatra, dai tempi difficili della guerra, quando aveva da fare con caporali autentici, italiani e tedeschi, agli anni successivi durante i quali quegli esseri abominevoli portavano altre uniformi. Ma «caporali» nell'animo se ne trovano anche fra i borghesi, e Totò ne incontra uno sotto forma d un direttore senza scrupoli d'un giornale scandalistico, il quale lo trasforma in «figlio del secolo», destinato a finire in gattabuia. Tutti questi «caporali» che rendono grama l'esistenza di Totò, hanno il ghigno di Paolo Stoppa. Entrambi in ottima forma, costituiscono una coppia riuscita, alla quale si unisce la graziosa Fiorella Mari. La quale, adorata dall'uomo qualunque, finisce naturalmente fra le braccia del «caporale». Finale patetico, ma senza dubbio coerente, d’un film esilarante.

«Corriere d'Informazione», 3 settembre 1955


Il mondo è costituito nella grandissima maggioranza di deboli, i quali si imbattono sempre in qualcuno più fortunato o più furbo per averne la peggio. Questi tartassatori sono i «caporali» della vita, quelli che comandano ai poveracci. In tutti i campi e In tutte le circostanze. L'ingiustizia e la fatalità ispirano il film «Siamo uomini o caporali» nel quale Totò è vittima dei soprusi della immancabile figura del gallonato dell’esistenza riuscendo talvolta a fargliela, ma a cui finisce per soccombere durante e dopo la guerra, mandato in un campo di concentramento e persino in manicomio. Durante la prigionia conosce una Sonia di cui si innamora e che dopo la liberazione porta con sé a Roma, nella sua baracca, ma la ragazza gli è insidiata dal «manager» di un teatro americano e poi gli viene soffiata da un ricco giovane che la sposa. Totò diverte, naturalmente, e non manca di cercare note di umanità. Se non che il film, diretto da Camillo Mastrocinque, si sperde presto in una commedia comica nella quale il tema Iniziale riaffiora soltanto alla fine, commedia interpretata nelle parti principali anche da Fiorella Mari, da Nerio Bernardi e da un Paolo Stoppa al quale riescono ottimamente le molte trasformazioni di personaggio.

«Corriere della Sera», 3 settembre 1955


Il pubblico si è trovato di fronte a una opericciola con gusto e bonario compiacimento ironico-satirico, senza gravi cedimenti, ma anzi congegnata su una serie di trovatine, se pure non eccessivamente originali, tuttavia sufficientemente estrose e piacevoli. Alle facili battute del dialogo il pubblico ride e si diverte, non dimenticando, nel suo spasso, l'interpretazione gustosa e sapida del suo beniamino Totò.

Vice, «La Voce Repubblicana», Roma, 4 settembre 1955


Il mondo - dice Totò - è diviso in due grandi parti: gli uomini e i... caporali. I primi sono la maggioranza, i secondi la minoranza ma vogliono ugualmente comandare facendo la “faccia feroce”. Così, nel film “Siamo uomini o caporali”, diretto con brio da Camillo Mastrocinque, Totò narra la sua vita oppressa dal caporalismo. Egli lavora come comparsa in un film? Ci sarà il caporale di turno a spaventare la povera gente che vuole lavorare ad ogni costo. Scoppia la guerra? Appaiono all'orizzonte nuove facce di caporali. In un campo di concentramento tedesco Totò si trova coinvolto in episodi non troppo piacevoli per aver voluto aiutare le donne prigioniere in uno “stalag”. Anche in questo caso domina la figura del “deutschen Kaporalen” - come dice Totò.
Sfuggito alla fucilazione il bravo comico riesce a sfuggire anche al campo di concentramento e a raggiungere Roma insieme a Sonia, una deliziosa ragazza conosciuta in prigionia. A Roma, per sbarcare il lunario, cerca lavoro fra le truppe americane. Un Maggiore americano - dall'aspetto... caporalesco - si invaghisce di Sonia e Totò ancora una volta è costretto ad andarsene maledicendo la cattiva sorte.
Nasce l'epoca dei “memoriali” e il bravo uomo alle prese con un direttore di giornale si mette in un nuovo impiccio dichiarando di essere al corrente delle varie fasi di un delitto. Il film, che ha un finale patetico, vuol essere, come si vede, una satira. Ma è una satira che non va avanti solo in chiave di farsa: ci sono annotazioni e situazioni dolorose nelle quali Totò si rivela un grande attore, in altre parti è il solito ”mimo” che conosce l'arte di far ridere. Certa lentezza di ritmo nella regia è superata da una recitazione accurata di tutti i personaggi a cominciare dal dinamico Paolo Stoppa che appare sotto molteplici aspetti... caporaleschi.

Vice, «Momento Sera», 4 settembre 1955


"Siamo uomini o caporali" non è evidentemente per Totò, autore del soggetto e collaboratore alla sceneggiatura, soltanto una battuta, esprime bensì una teoria che il popolare comico, capitato in un manicomio dopo aver combinato un sacco di guai a Cinecittà, ha modo di chiarire col dottore che lo esamina. Non si tratta dei terribili "caporali di giornata", ma di tutti quegli uomini che, qualunque posto nella vita occupino, (e generalmente sono quelli di comando), vanno avanti con la mentalità del caporale che è così tipica, così definita che, qualunque posto nella vita e una vittima in ogni contingenza umana; e, nel film in questione Stoppa è il caporale, Totò è la vittima e le situazioni sono varie, a Cinecittà, durante il periodo bellico, in un campo di concentramento tedesco, durante l'occupazione Americana a Roma, nel periodo del dopoguerra caratterizzato dall'uscita dei "memoriali".
Lo spunto era abbastanza buono, come pure le intenzioni satiriche che ne sono alla base, ma di questa materia ben poco convincente è riuscito a farne Mastrocinque, qui non perdoniamo quel finale così dichiaratamente chapliniano, risolto in maniera del tutto infelice e con molto poco gusto. Saper copiare, almeno! Un discorso a parte va invece fatto per gli interpreti: bravissimo Stoppa nelle varie caratterizzazioni misurato e sufficientemente comico Totò, spontanea e suadente la brava Fiorella Mari, un po' acerba in verità, ma ricca di buone possibilità.

«Il Tempo», 5 settembre 1955


Secondo una semplicissima teoria che Totò espone in questo film il genere umano si divide in due categorie: quella degli uomini e quella più ristretta dei caporali. I primi lavorano, si affaticano e sono tiranneggiati per tutto il corso della loro esistenza; gli altri sono quelli che comandano e che - dotati di una naturale faccia tosta - riescono sempre a dominare incontrastati. Qui l'uomo e Totò e il suo caporale Paolo Stoppa, che lo tiranneggia e lo segue come un'ombra [...] il film che vuole riecheggiare in tono minore un altro film presentato alcuni mesi fa, senza approfondire alcuno dei temi proposti, è ricco soltanto degli sberleffi di Totò. Paolo Stoppa ha reso bene nei vari personaggi.

«L'Avanti», 6 settembre 1955


La celebrità, talvolta, fa perdere il senso delle proporzioni. Solo con questa considerazione si può spiegare — e giustificare — la mania di Totò di voler esporre una sua ''filosofia” della vita. Da anni, i suoi film ci avevano abituato a questa domanda in apparenza sibillina: siamo uomini o caporali? Oggi, lo stesso Totò ha scritto un soggetto in cui sono sviluppati su un piano vagamente satirico i concetti della sua filosofia spicciola. Per Totò, il mondo si divide in due categorie: della prima fanno parte gli uomini per antonomasia, cioè i buoni e i poveracci. I caporali, invece, sono gli sfruttatori e coloro che rendono la vita impossibile agli -'uomini qualunque” (non a caso nel film è usata questa espressione, nel corso di una lunga tirata programmatica del protagonista). La trama del filmetto — diretto alla meno peggio da Mastrocinque — sviluppa codesta semplicistica e non documentata suddivisione in buoni e cattivi. Totò è sempre buono, Paolo Stoppa è sempre caporale. Nei vari episodi. si assiste di volta in volta alle disavventure di Totò con un aiuto-regista autoritario, con un milite fascista, con un colonnello tedesco in un lager, con un ufficiale americano nella Roma dell'immediato dopoguerra, con il direttore di un grande settimanale in cerca di testimoni oculari di un delitto. Nell’ultima inquadratura, Totò si vede portar via la fanciulla del cuore da un industriale milanese, ultimo e definitivo caporale (sempre Paolo Stoppa, particolarmente efficace nelle singole caratterizzazioni).
Ridendo e scherzando, c’è la storia di quindici anni di vita italiana, minimizzata in una serie di scenette inconcludenti. Il solo episodio del milite fascista ha una certa forza satirica, ma subito dopo la scena del lager è di cattivo gusto mentre l’episodio del delitto
— presa in giro del caso Montesi
— tende a sottovalutare con un paio di innocue risate la gravità e i retroscena di uno scandalo clamoroso.
Concludendo, Siamo uomini o caporali? è uguale a tanti altri film di Totò, con l'aggravante del tema ambizioso sfruttato in maniera sbagliata.

Vice, «Cinema Nuovo», Milano, 10 ottobre 1955


1955 12 22 Il Messaggero Racconti Romani T L intro

«[...] De Sica e Totò , con le loro scene costituiscono quasi un numero a parte e lo fanno con piacevole condiscendenza. Totò vi ripete la divertente trovata del "babbo" costruendovi su, come Paganini, numerose variazioni [...]»

Luigi Chiarini, 1955


Otto racconti di Alberto Moravia, collegati In un’unica storia, ci descrivono le arrischiate avventure di quattro giovanottelli romani pronti ad arrangiarsi pur di guadagnare senza fatica. [...] Vicenda, dunque, tra patetica e umorista, piena di giovanile sconsideratezza, di Ingenua spavalderia, di popolaresca aggressività, maliziosa e bonaria. Beffarda e cordiale che Gianni Franciolini ha raccontata con festosa vivezza. Non vi si ritrova, certamente, l'aspro e amaro, pessimismo del racconti di Moravia, la sua mancanza di pietà e di partecipazione; ma resta il gusto del racconto per il racconto, e quel senso di cronaca diretta che è forse il sapore più schietto delle sue favole. Nel film l’indulgenza e l’ironia addolciscono le figure e gli episodi a conferiscono loro un tono fra di scherzo e di gioco che non fa prendere sul serio nè l’impunita marioleria di Alvaro, nè l’acquiescente leggerezza dei suoi compagni, nè le malefatte nelle quali si ingolfano. Il racconto è articolato per le vie e le piazze di Roma con un’abbondanza e un gusto di ricerca che il cinemascope e il colore (una fotografia di Montuori spesso stupenda) rendono quasi eccessivi. Si ricorre addirittura all'elicottero per mostrare di Roma aspetti nuovi e maestosi: ma l’effetto nel complesso è gradevole e giova perfino al rilievo del personaggi che risultano di viva e pittoresca immediatezza. L'interpretazione è eccellente da parte di tutti: del Fabrizi e della Ralli che sono i personaggi più gustosamente curati, della Pampanini che sta sempre più acquistando in semplicità e spontaneità, della Casilio, del Cifariello, dell'Arena, del Costa. Inimitabili in due divertenti caratterizzazioni De Sica e Totó.

«Il Messaggero», 23 dicembre 1955


Moravia ne ha raccolti sessantuno di racconti romani, e con questi si è guadagnato un premio letterario che è forse il più importante fra quelli che si assegnano ogni anno in Italia.
Sergio Amidei ne ha scelti otto, li ha cuciti insieme con un filo conduttore capace di assicurare unità all’opera cinematografica ed eccoci a questo cinemascope dal titolo «Racconti romani ». Sono gli otto preferiti i migliori? Forse no, ma certo il regista e gli sceneggiatori scegliendo in questo senso, hanno voluto dare dell'opera di Moravia una loro interpretazione che non consente un rapporto tra il film e il testo letterario che gli ha dato origine. S'intende che a volte le esigenze del cinema orientano in modo particolare la scelta pur non rinunciando all’appiglio e al suggerimento letterario. E Franciolini ha soltanto tentato l’analisi del mondo dei furbi; personaggi romani scontenti della semplicità della loro vita, che sognano di mutare la propria condizione contando sulla fortuna e soprattutto sulla propria furbizia.
Il regista ci ha narrato le vicende di quattro scontenti, ma soprattutto ha preferito offrirci uno spettacolo di incomparabile bellezza, creando un film di tipo americano, valendosi del cinemascope per offrire di Roma una visione gioiosa e spensierata, tralasciando cosi quella che avrebbe potuto essere l'indagine sui personaggi più tradizionali della nostra quotidiana cronaca.
Il film è tuttavia opera di grande impegno, commercialmente valida. Raccoglie alcuni nomi fra i pìù popolari del nostro cinema, i quali posso fanno guardare con grande nostalgia ai volti che ha saputo proporci il neorealismo. Forse perciò ci convincono di più la Ralli, Franco Fabrizi, la Casilio e l'Arena, anziché i grandi nomi di cui si vale il cast. Silvana Pampanini, Vittorio De Sica, Mario Riva e Totò, sono i grandi nomi.

«Il Popolo», 23 dicembre 1955


I “bidonati”, i “vitelloni”, i “Bob” fiorentini e i “bulli” romaneschi sono da qualche tempo di moda nel cinema italiano, sia che ve li abbia introdotti da barzelletta, sia che, per giungervi, abbiano seguito strade più accademiche. Chi più chi meno, tutti questi tipi sono presenti anche nel film di oggi, derivato fin dal titolo da una serie di racconti di Moravia, ma quasi sempre mantenuto, nonostante tale origini libresche, sul piano della commedia popolare. [...] Ha tenuto insieme le fila del racconto Gianni Franciolini cercando di legare fra loro in disparatissimi episodi con la cornice romana - antica e nuova - che fa loro sempre da sfondo: questo non gli ha evitato la frammentarietà, così come, in tutto quel bozzettismo spesso di maniera, non ha potuto impedire il ripetersi facile di macchiette e di spunti un po' convenzionali. La comicità di certe situazioni, comunque, e i caratteri abbastanza coloriti di certi personaggi sono riusciti a suscitare nel pubblico la necessaria allegria; grazie anche a un gruppetto di interpreti particolarmente affiatato: Antonio Cifariello, Franco Fabrizi, Giovanna Ralli, Maurizio Arena, Maria Pia Casilio, sostenuto, come ormai è d'uso da alcune partecipazioni eccezionali, quelle di Vittorio De Sica, di Silvana Pampanini e di Totò. Colore cinemascope.

«Il Tempo», 23 dicembre 1955


[...] Tratto da alcuni racconti di Alberto Moravia ampiamente rielaborati, il film si lascia piacevolmente seguire ma appare privo di quella arguzia salace, di quella grazia e vivacità narrativa che avrebbero dovuto - e non difficilmente potuto - improntare il suo svolgimento. La regia di Gianni Franciolini, benché non poco attenta e sensibile, non ha raggiunto il mordente, la levità e il ritmo di altri film sulla Roma ”minore”. Non pochi sono i richiami e le reminescenze, resi più riconoscibili dalla limitata consistenza dell'insieme.
La ripresa in cinemascope ha fatto sorgere, poi, un'istanza turistica tipo ”Tre soldi nella fontana” che ha un po' sviato il tono del film e ne ha reso ancora più leggero il peso specifico.
E’ rilevante il complesso degli interpreti, tutti lodevoli anche se nessuno eccellente, compreso Totò - troppo limitato nello svolgimento del suo personaggio - e De Sica, al quale è stata offerta una caratterizzazione poco precisa. Tra i quattro giovani, Franco Fabrizi fa la parte del leone e, pur avendo un gioco mobile e ricco, non riesce a sottrarsi a un impressione di manierismo e, talvolta, ad accenti alla Sordi. Alquanto sbiadito Antonio Cifariello, preciso e rispondente Maurizio Arena, troppo ”Geppa” il quarto. Delle ragazze, quella che maggiormente si pone in vista è Giovanna Ralli, aiutata non poco dalla parte. Graziosa e vivida la Casilio, pallida la Pampanini, inesistente la Cianni. Poco felici i risultati dell'Eastmancolor.

Vinicio Marinucci, «Momento Sera», 24 dicembre 1955


Il mondo del «bidonisti» romani evocati da Fellinl nel suo dolente e poetico film ci è mostrato in una versione più ottimistica da Gianni Franciolini in questo grazioso "Racconti romani", ispirato da alcuni bei racconti di Alberto Moravia.[...] E' una pellicola assai piacevole, sciolta, vivace, spiritosa. Qualche volta si avverte un certo impaccio nella legatura tra l'uno e l’altro episodio, impaccio che è vinto subito da una nuova trovata. I caratteri sono ben disegnati. I personaggi riescono simpatici sebbene si comportino come gaglioffi. Non è questo un piccolo merito. La interpretazione è abbastanza fusa sebbene gli interpreti non appaiano tutti della stessa qualità. Ci piace tuttavia ricordare quelli che ci sono apparsi più a fuoco: Giovanna Ralli e Franco Fabrizi, Antonio Cifariello e l'arguto Totò.

«Corriere d'Informazione», 24 dicembre 1955


Era fatale, inevitabile che il cinema s'imbattesse nei racconti, centinaia, che Roma ha suggerito ad Alberto Moravia. Non esito a paragonare questa materia a un giacimento di petrolio cinematografico: il film di Gianni Franciolini Racconti romani lo ha raggiunto con una facile sonda, è il fatidico pozzo numero uno della prevedibile Kansas City o Baku specifica, nella quale regista e produttori nostri si avvicenderanno infaticabilmente, potete giurarci, con le loro dannate, magiche trivelle. [...]

Giuseppe Marotta, 1955


1955 12 29 La Stampa Destinazione Piovarolo T L intro

[...] Il film, che è diretto con piglio allegrotto da Domenico Paolella, tenta un po' la parodia bonaria di tutti quei lunghi anni passati sul capo dell'infelice con il loro carico di miserie interne ed esterne: qualche pagina rivela un certo brio, qualche altra è sinceramente umana e commovente, ma in genere tutto rimane sul piano dello scherzo facile è quasi estemporaneo, solo qua e là colorito da un pittoresco avvicendarsi di personaggi che tendono sempre alla caricatura. Comunque grazie a Totò particolarmente convincente nelle vesti del protagonista, il pubblico presta alla storia un'attenzione fiorita e molte risate. Gli altri interpreti sono Marisa Merlini, Tina Pica, Irene Cefaro, Enrico Viarisio, Paolo Stoppa e Nino Besozzi.

G.L.R. (Gian Luigi Rondi), «Il Tempo», 17 dicembre 1955


Nella storia triste e grottesca del “homunculus” italiano, Totò potrebbe avere una parte di protagonista assolutamente ineguagliabile e questo film ne costituisce la più palese indicazione. [...] Qualche scena, qualche gag e qualche spunto satirico meriterebbero di essere descritti se ne avessimo lo spazio, mentre una più elaborata tessitura ed una più approfondita e contrappuntata polemica avrebbero giovato alla brillantezza del risultato. Accanto a Totò sono da ricordare e positivamente Tina Pica, Paolo Stoppa, Enrico Viarisio, Nino Besozzi, Marisa Merlini, Ernesto Almirante, Arnoldo Foà ed Irene Cefaro.

Vinicio Marinucci, «Momento Sera», 17 dicembre 1955


Le vittime, i poveri diavoli indifesi contro forze incontrollabili più forti di loro hanno sempre richiamato l'attenzione di coloro che si propongono di divertire la gente con i guai dell'umanità, tanto più che una tale materia presta facilmente il fianco a compiaciuti scivoloni patetici di sicuro effetto. E' questa una regola alla quale non è venuto meno il regista Domenico Paolella, che ci ha descritto con sorvegliato mestiere le peripezie di un capostazione destinato ad una sperduta stazione di campagna. [...] Il soggetto del film, appositamente lavorato per l'interpretazione di Totò, pur rinunciando a troppi facili effetti comici, ricalca espedienti narrativi e situazioni ampiamente sfruttate, senza rinunciare ad un pizzico di spirito qualunquistico che aleggia in alcune parti. Totò si dimostra ottimo e misurato attore e felici possono essere considerate le prestazioni di Paolo Stoppa, Nino Besozzi, Ernesto Almirante, Tina Pica e Arnoldo Foà, Marisa Merlini e Irene Cefaro.

Vice, «L'Unità», 17 dicembre 1955


La presa in giro ottiene, per noi italiani, i più sicuri effetti dì critica e il film sollecita i consensi appunto attraverso la caricatura. Il copione è stato eliminato con sapide trovatine che il regista ha adeguatamente tradotto in immagini Totò colorisce in burlesco il personaggio del capostazione, prestandogli alcuni tocchi del suo repertorio abituale; rinunziando a molti di essi, però, è risultato più umano, dimostrando la sua attitudine a trasformarsi da marionetta in essere umano.[...]

Maurizio Liverani, «Paese Sera», 18 dicembre 1955


"Destinazione Piovarolo", di Domenico Paolella, su trama di Gaio Fratini, è un’ occasione buona offerta a Totò, per uno del personaggi umani che egli ora giudiziosamente preferisce. [...] Un divertente bozzetto su spunti malinconici. Con Totò ci sono l'inesauribile Tina Pica e la brava e graziosa Marisa Merlini; oltre a Ernesto Almlrante, qui vecchio garibaldino infrollito, di nuovo appassionato della tromba. E’ la terza volta che Almirante si vede assegnare, in un film, la mania della tromba; sarà una rivoluzione, per la sua vita, l'iniziativa di quel regista innovatore che gli darà da suonare un tamburo.

lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 6 gennaio 1956


Non ha davvero scelto un anno tranquillo Antonio La Quaglia per vincere, ottocentocinquantesimo di una lista comprendente ottocentocinquanta nomi, il concorso di capostazione di terza classe. [...] Totò è un protagonista efficace, soprattutto quando dimentica la mimica che l'ha reso famoso.

«Corriere d'Informazione», 7 gennaio 1956


1955 12 29 L Avanti Il Coraggio L intro

Oltre all'espressiva recitazione di Cervi e Totò (davvero efficaci certi primi piani sui loro volti) il film funziona grazie a una ben architettata sceneggiatura che dà rilievo anche a personaggi secondari (come l'amante di Paoloni) e al subplot sentimentale della storia fra il figlio di Gennaro e la figlia del commendatore. Per tutti questi motivi Il coraggio si rivela una commedia di grande spessore.

Ileana Cervai, 1955


Liberamente adattando per lo schermo l'omonimo atto unico di Augusto Novelli, Totò e Domenico Paolella hanno preferito sottacerne il substrato contenutistico e conferire al film un tono decisamente farsesco, gratuito, costringendo entro schemi caricaturali alcuni personaggi che risultano così non sono inutili, ma costituiscono vere e proprie sbavature.
La problematica spicciola che si agita nel testo letterario - quali responsabilità può avere il salvatore di un suicida - poteva sembrare addirittura assurda qualche anno fa, ma alla sfiducia il pessimismo dell'uomo moderno le fanno forse un problema di assillante attualità. [...] Totò è un suicida comico e abbastanza convincente, Cervi il salvatore-vittima. Al loro fianco Irene Galter, carina e spigliata, Gianna Maria Canale e la brava Paola Barbara.»

«Il Tempo», 30 dicembre 1955


"Il coraggio", la commedia in un atto di Augusto Novelli è servita da canovaccio per trarne fuori questo film che mantiene inalterato del lavoro originario, solo il titolo. Tutto il contenuto umano, la carica comica delle situazioni e dei personaggi del Novelli, viene qui ignorato è ridotto a delle poco brillanti trovate pazzesche. [...] Totò, pur avendo limitato il repertorio dei suoi gesti, non esce tuttavia fuori dal dal solito schema; Gino Cervi, con la sua bonaria comicità, riesce a sostenere il film e a dargli un'impronta meno farsesca.

«L'Avanti», 31 dicembre 1955


Totò è quel grande comico che tutti conosciamo, ma quanti sono i film tra decine e decine da lui interpretati che si salvano non dico sul piano dell'arte, ma almeno su quello dell'intelligenza e della dignità? Totò ha sempre successo di pubblico perché le sue risorse sono tali da strappare qualche risata anche con le più insulse banalità. Così tutti si aggrappano a lui, anche i giovani registi, come una sicura garanzia di quel successo economico senza il quale non c'è possibilità di carriera. Ma è necessario scegliere sempre la via più facile e banale? Così ha fatto nel Coraggio Domenico Paolella. Il vecchio testo di Novelli, che fu già cavallo di battaglia di Petrolini, poteva offrire lo spunto per realizzare con Totò un gustoso film satirico, solo che il regista si fosse preoccupato di dire qualche cosa anziché accavallare situazioni farsesche del tutto esteriori con l'unico intento di far ridere il pubblico. Il risultato, naturalmente è negativo: questa volta neppure Totò è riuscito a superare la piattezza della sceneggiatura. Ne è venuto fuori un film scolorito e noioso.

Luigi Chiarini, «Il Contemporaneo», 31 gennaio 1956


ATTORI

Durante un’assemblea, per la verità assai tumultuosa, tenuta a Roma dagli attori del cinema e del teatro con l’intento di costituirsi in Sindacato il critico teatrale Andriani ha affermato - se è vero quanto riferiscono i giornali -che la professione d’attore è un sacerdozio. Non eravamo presenti c non sappiamo come questa tesi, o, meglio, « boutade », sia stata sostenuta. Nessuna professione, a parer nostro, è più lontana dal sacerdozio di quella degli attori, almeno se si tien conto della grande maggioranza dei film quali ci vengono scodellati attualmente dalle varie case produttrici italiane e straniere. Proprio non ce la sentiamo di pensare a Totò, tanto per parlare di attori e non di attrici, come ad un sacerdote; anzi ci pare che il solo accostamento abbia in sè qualche cosa di molto simile alla bestemmia. A parte le innumerevoli considerazioni di carattere morale che si potrebbero fare, ci pare inoltre di poter dire che, tenuto conto dei lauti guadagni degli attori cinematografici, si dovrà parlare, se mai, di « sacerdozio di Mammona ».

«L'Azione», 9 dicembre 1955


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