Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1958


Rassegna Stampa 1958


Totò


Rieccoci al film comico con Totò. Benvenuto Totò, ci hai fatto ridere, ci hai divertito. Rivederti nei panni del poliziotto è stato un vero piacere. Ad majora, dunque. Ma il film, scusaci Totò, se usiamo una vecchia battuta di commento è "una vera schifezza". Una di quelle schifezze che piacciono al pubblico e, modestia a parte, anche a noi [...] il film, dunque, è quello che è, difettoso, svagato, comico, paradossale, senza capo né coda, ma, comunque divertente [...]

Franco Maria Pranzo, «Corripaere Lombardo», Milano, 3 febbraio 1958.


[...]Il nostro compito di recensori sarà assolto esimendoci da ogni più approfondito esame di carattere storico-estetico-sociologico. Questa farsetta è palesemente destinata anche al mercato spagnolo dove, come è noto, in fatto dì film stanno peggio di noi.

Morando Morandini, «La Notte», Milano, 3 febbraio 1958.


Una farsa con Totò finto cameriere che butta le torte in faccia ai clienti e Totò finto chirurgo che opera con un coltellaccio. C’è anche De Sica nella parte di un marchese che è stato impallinato in una natica, ed in fine Abbe Lane sospettata di condurre una vita dissipata e invece si viene a scoprire che è ginecologa. C’è però un buon momento umoristico: quando Totò esorta un suo amico ad entrare in un certo luogo «di soppiatto», e l’amico subito corre in cucina per andarsi a mettere "sotto i piatti".

«Corriere dell'Informazione», 4 febbraio 1958


E abbiamo il film di Camillo Mastrocinque Mia moglie dottore, con De Sica, Totó, Abbe Lane, Titina De Filippo. Narra di un avvocato napoletano che sposa una dottoressa americana ma nasconde la professione della moglie a due zie dalle quali dovrebbe ereditare. [...]

Giuseppe Marotta, 1958

1958 01 26 Grazia titolo

Alessandro Porro, «Grazia», 26 gennaio 1958


1958 02 25 Il Biellese Il Musichiere Politica Critica intro

«Ha sentito che Totò ha ufficialmente negato di presentare la sua candidatura alle elezioni?». L. S.

Beh, io ricordo di averlo sentito gridare «Evviva Lauro», qualche tempo fa alla TV, durante il «Musichiere». Ma non mi sorprende questa sua smentita alla possibilità di un comico deputato. Immaginiamoci un po' se, col «grano» che regolarmente si becca, il principe De Curtis deve correre il rischio di essere bocciato, e tutto per tre o quattrocentomila lire al mese...

Tanto più che a Montecitorio, malgrado mentone e mossette, finirebbe per essere uno qualunque: c'è un mucchio di deputati che, quanto a comicità, lo lasciano indietro di un pezzo.

Dedo Amellone, «Il Biellese», 20 febbraio 1958


1958 04 26 Corriere della Sera Toto e Marcellino 2 T Lintro[..] E un'eguale misura avvolge i due interpreti, il grande e il piccolo ; specialmente Totò, ora che la sua fortuna commerciale è in declino, sembra aver trovato discrezione, finezza, arresto.

Leo Pestelli, 1958


[..] L'idea di mettere insieme un comico ed un ragazzino che irradia simpatia è stata vantaggiosa, sin dai tempi del Monello. [..] Totò trova più di uno spunto per essere divertente [..]

Maurizio Liverani, 1958


Il Totò di "Totò e Marcellino" è quello di buona indole, il poveraccio dalla miseria allegra e pittoresca che s'è visto, per esempio, in Guardie e ladri e in Napoli milionaria. Unendo la sua esuberanza affettiva alla tenerezza che ispira il Marcellino del pane e vino non dimenticato, cioè Pablito Calvo, che diviene grassottello ma è sempre un ragazzo di espressione Intensa, il regista Antonio Musu ha fatto un film di caramellosa, dolcezza. [...] Se il Totò tutto cuore non fosse anche un incallito ladruncolo, il film sarebbe edificante, da raccomandare agli oratori. La sua formula è cattivante; qui il male è faceto e il bene sollecita la commozione; mistura astuta, di esito certo; piacerà. E la regia di Musu non manca di ambizione: la scena del funerale, ad esempio, descritto, nella colonna sonora, dal battere degli zoccoli di un cavallo, è ingegnosamente risolta. Film ad effetto, con un Totò in piena forma e con interpreti minori ben guidati.

«Corriere della Sera», 27 aprile 1958


Triste e meritato destino dei bimbi prodigio. Invecchiano, si irrobustiscono e finiscono col fare film sempre più brutti, in cui, della grazia di un tempo e della commozione che hanno saputo suscitare in passato, resta ben poco. Questa è la volta di un bimbo spagnolo, Pablito Calvo che esordi in un film di grande successo, "Marcellino pane e vino" e che ora appare in un film Italiano a far da spalla a Totò. I nostri produttori, evidentemente, dopo aver avuto la gran trovata di mettere assieme i due, non si sono più occupati di nulla e i risultati, purtroppo, si vedono ben chiari. [...] Su questa povera e sconnessa trama, il film colleziona un'antologia di tutti i più ammuffiti luoghi comuni del cinema Italiano. Da ogni cosa riesce a trarre il peggio: gira la commozione in pauperistico fumetto, il realismo in barzelletta, la favola in macchietta e cosi via. Resta ben poco da aggiungere: appena qualche intuizione ai Totò e la sua sempre valida mimica, qualche personaggio di contorno, fra cui il bravo Memmo Carotenuto e nulla più. L'estate è alle porte e il cinema estivo a torto o a ragione, fa valere i suol diritti

P.V., «Il Popolo», 27 aprile 1958


Marcellino — quello Pan y Vino, lo spagnolo, con un» «I» sola — per ritrovare la mamma in Paradiso non esitava e chiedere a Dio di toglierlo da questo mondo. Il Marcellino di oggi italiano, anzi romano, nato, anzichè della fantasia di Sanches Silva, da quella di Franciosa e Festa-Campanile, fa la strada inversa: gli hanno detto che la sua mamma, morendo, è andata all'inferno e lui, pur di ritrovarla si mette a fare... il cattivo. In modo infantile, intendiamoci, rompendo i vetri, rovesciando barattoli, rubacchiando palloni. Presto o tardi, così, dovrà riunirsi alla sua mamma [...] la regia di Antonio Musu, invece, non l'ha a nostro avviso, risolta con quella levità di fiaba di cui avrebbe avuto bisogno: caricando lo dosi, ottenebrando le tinte, indulgendo a un realismo troppo di cronaca non ne ha capito (o voluto) mettere in rilievo le aperture liriche e ha finito troppo spesso per confinarla in un clima triste e grigio di effetto più deprimente che non commovente. Neanche Totò, nella parie dello zio « falso » riesce a sollevare il tono nonostante i suoi lazzi coloriti e umanissimi, Pablito Calvo, comunque, nelle vesti di Marcellino merita lodi e consensi, e anche la cara vocine Italiana che, come sempre, lo traduce per noi. Al suo fianco, degne di lode, Jone Salinas e Nanda Primavera [...]

Gian Luigi Rondi., «Il Tempo», 27 aprile 1958


Come uno più uno fa due, e non può fare tre, così il semplice fatto di aver messo Pablito Calvo accanto e Totò può bastare a fare un film ma non fa necessariamente un film d’alto livello.
E in realtà Antonio Musu, in questa sua volonterosa fatica, ha fatto una semplice operazione d addizione: il comico partenopeo, con tutto il suo repertorio di trovate e di umani lazzi, più il bambino spagnolo, con tutte le sue moine che già, dài e dài, cominciano ad annoiare un poco. Ne è risultato un film certo capace di strappare qualche risata e qualche lacrima agli spettatori di cuore più tenero, ma troppo ingenuo e favolettlstico per darci l'emozione di altri film degli stessi interpreti [...] la trama, che ci sembra inutile commentare, tanto la sua zuccherina assurdità parla da sola. Drammatica, tuttavia, la scena finale. E ben caratterizzati i personaggi che affiancano i due protagonisti, grazie a Fanfulla, Wanda Primavera, Jone Sollnas, Wandisa Guida

Vice, «Il Messaggero», 27 aprile 1958


Un Totò patetico e umano e un Pablito Calvo sempre più innocente e indifeso hanno il compito di commuovere il pubblico, specialmente quello propenso a lasciarsi incantare dalle fiabe. Il fillm non è disprezzabile, anche se abusa di facili effetti di commozione [...] Il film è retto soprattutto da Totò, che è senza dubbio un bravo attore, mentre a Pablito Calvo è affidato il compito di completare gli effetti patetici: il regista Antonio Musu ha diretto con buona mano.

Vice, «Corriere dell'Informazione», 28 aprile 1958


E' bene avvertire subito che si tratta di un ennesimo film della serie intitolata a «Totò Qualcuno e Qualcos'altro»: il film, che Antonio Musu ha diretto con evidente impegno, vuol dire e dice molto molto più. L'argomento é derivato da un racconto — «Una chitarra in paradiso» — che Massimo Franciosa scrisse prima che Pablito Calvo divenisse, per tutti i pubblici. Marcellino: precisazione necessaria, perché potrebbe venir fatto di osservare che se nei suo primo film Marcellino voleva andare in Cielo per ritrovare la mamma, qui, per lo stesso motivo, vuole andare... all inferno. [...] Sceneggiato dallo stesso Franciosa, da Pasquale Festa-Campanile, da Diego Fabbri e dal regista Musu, il film è ricco di spunti umoristici e patetici, di notazioni acutamente descrittive, ironiche, sentimentali. commoventi e brillanti. Qualche reminiscenza ("Miracolo a Milano", "Guardie e ladri", e "The kids") resta assorbita nel fertile humus in cui affonda le radici il racconto, le cui vicende, talvolta, avrebbero dovuto forse avere un meno asciutto sviluppo. Di Totò e di Pablito inutile dire. Si piace invece sottolineare l'affermazione, nella parte della coppia dei «cattivi» — lo zio e la sua donna —, di Fanfulla e di Jone Salinas. Il noto comico ha palesato una maschera e una recitazione capaci di un'intensissima, sorprendente incidenza drammatica, compiendo una caratterizzazione dagli aspetti memorabili. In una difficilissima parte di sciocca malvagia, la Sallnas ha dimostrato un gusto ed un mordente che ci inducono a desiderare dì vederla più spesso sugli schermi. Da rammentare ancora, positivamente, Memmo Carotenuto, Wandisa Guida e Nanda Primavera, nonché le musiche di Cado Rustichelli.

«Momento Sera», 1 maggio 1958


Una figura come quella affidata a Totò, non soltanto è tra le più belle portate sullo schermo da questo grande attore, ma soprattutto è solidamente piantata sul terreno della vita reale, della pratica necessità quotidiana, da risolversi senza esorcismi. [...] Totò dà vita a un personaggio di rate, di fallito, di uomo solo senz’altro scopo che quello di sopravvivere, con una tale freschezza e puntigliosa precisione da far pensare che egli abbia voluto fare qualcosa di più della variazione di un medesimo, ritornante tema.

Totò anarchico, “Schermi”, n. 3, giugno 1958


1958 08 22 Corriere della Sera Toto Peppino e le fanatiche T L intro[...] L'idea escogitata dagli sceneggiatori di queste ennesime avventure dei due comici napoletani è nuova e originalissima: li mandano in manicomio. Si tratta come è noto di un terreno vergine per le vignette dei giornali umoristici o le barzellette da raccontare in ufficio. [...] Tutto il resto lo potete agevolmente immaginare: si tratta della solita frusta antologica di battute squallide [...].

«La notte», 1958


Continua la collaborazione cinematografìca fra Totò e Peppino De Filippo e la pubblicità più efficace sembra quella di avvertire Il pubblico della loro presenza collocandone i nomi nel titolo stesso del film. In "Totò, Peppino e le fanatiche", di Mattoli, li troviamo rinchiusi in manicomio. Che cosa ha indotto gli sceneggiatori a far lare loro quella fine? Forse la considerazione che al pazzi tutto è permesso e che non occorrono giustificazioni di sorta per lo loro stranezze. [...] Una serie di « gags ». perciò, che rinuncia ad un vero e proprio filo conduttore e che viene legata da alcune canzonette, affidate a Johnny Dorelli ed al complesso di Renato Carosone. In uno sketch passabile con Peppino s’incontra, fra gli altri. Mario Riva. Ogni tanto una risata echeggia, ma é merito esclusivo del ben collaudato repertorio mimico dei comici menzionati.

«Corriere della Sera», 23 agosto 1958


Totò e Peppino sono collaudatlssimi, tanto che li mettono di richiamo persino nel titoli. Non importa, poi, se quello che c’è sotto l’etichetta è materiale di scarto o avariato, l'importante è che il prodotto sia contrabbandato col nome della ditta Totò-Peppino. La gente — pensano i produttori — non si rifiuta di farsi quattro risate con i due comici napoletani e — purtroppo — le loro previsioni spesso sono esatte. [...] Nel resto sono compresi l’insipienza del soggetto, la pochezza della sceneggiatura, la scarsa fantasia del regista, la nullità degli altri Interpreti. [...] Negli Intervalli cantano Johnny Dorelll (col naso rifatto) e Renato Carosone

«Corriere dell'Informazione», 24 agosto 1958


C'è un pizzico di satira al costume, bonaria e ridanciana, nello spunto che dà il via alla nuova edizione delle disavventure di Totò e Peppino De Filippo, ormai indivisibili compari nel campo della risata. Si tratta di dimostrare come egualmente le manie delle mogli che prendono esagerati atteggiamenti moderni portano le medesime al fanatismo e i mariti... al manicomio. [...] Le sequenze dei «gags» illustrano, appunto, le due situazioni paradossali, comiche, affidate alla mimica dei due protagonisti e alle canzoni di Johnny Dorelli. [...] Ha diretto Mario Mattoli col solito buon mestiere.

«Il Tempo», 29 agosto 1958


Abbiano trovato Totò e Peppino De Filippo, una delle coppie comiche del cinema italiano più indovinate, dietro le sbarre in un manicomio [...] Una serie di sketches compongono questa garbata satira dei nostri tempi che permette a Totò e De Filippo di porre ancora una volta in luce le loro innumerevoli risorse comiche. [...] Ha diretto con il consueto mestiere Mario Mattoli.

«Il Messaggero», 29 agosto 1958


1958 10 02 Corriere della Sera I soliti ignoti T LintroRegista disuguale e non alieno dai cedimenti e dai compromessi, a Mario Monicelli dobbiamo (dopo i non dimenticati Guardie e ladri e Le infedeli, diretti in coppia con Steno) una serie di opere a volte notevoli, come Un eroe dei nostri tempi, a volte deludenti, come Donatella, a volte solo parzialmente riuscite, come Padri e figli e Il medico e lo stregone. Ma con I soliti ignoti egli è riuscito a trovare la via e la misura giusta; e ci ha dato un film che è non solo il più divertente ma anche uno dei più onesti e seri fra quelli prodotti in Italia nel corso della crisi degli anni 1956-1959. [...]

Vittorio Spinazzola, «Cinema Nuovo» 1958


Una banda di ladruncoli del sottomondo romano tenta il suo grosso colpo "scientifico" e naturalmente lo fallisce. Costruito con un ritmo e una sceneggiatura ottimi, su una serie di bozzetti e di gag sempre ad alto livello, questo racconto picaresco e gustosissimo si avvale di attori egregi: Gassman (di cui fu la rivelazione nel genere comico), Totò e tutti gli altri, in macchiette e tipi che ebbero molto successo. [...]

Georges Sadoul - 1958


I ladri di mezza tacca, padri di famiglia affettuosi, con nostalgia dell’onestà, piacciono al regista Mario Monicelli; Guardie e ladri, Totò e Carolina, i suol film migliori, stanno a testimoniare. [...] I soliti ignoti è una pellicoletta spassosa, con tutte le limitazione imposte alle forme parodistiche che, avendo un modello da svisare, non riescono a discostarsene. [...] Gli interpreti non sono tutti credibili, come manigoldi, sebbene siano attori eccellenti: Gassman, Salvatori, Memmo Carotenuto, Mastroianni, Totò non stanno sempre nelle loro parti, il loro torto è di non avere brutti ceffi, come sarebbe giusto. [...] Sapidamente recitato, il film ha il solo difetto di voler ricalcare altre maniere, sia pure per beffarsene: è incerto tra commedia e farsa; ma senza dubbio diverte. Questi soliti ignoti. in fondo, sono notissimi. I nostri furfantelll all’italiana, con famiglie da mantenere e reputazioni da difendere. Finiranno male, prima o poi troveranno un lavoro.

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 3 ottobre 1958


Questo ballo di ladri rischia di essere il film più divertente della stagione. Non è tutto, uno dei film comici italiani più garbati e intelligenti degli ultimi anni. D'acchito può sembrare soltanto una parodia di celebri film polizieschi di Rififi per esempio. Le analogie non mancano. Ma il ricalco è appena accennato, la comicità del film è autonoma, affidata alla ricchezza delle invenzioni e delle annotazioni, alla varietà dei tipi, alla bravura degli interpreti, alla fluidità del racconto, al ritmo. C'è anche qualcosa di più: I soliti ignoti, è un film a doppio fondo. C'è un'aria di malinconia e di tristezza che è quasi sempre il risvolto della comicità autentica, c'è il segno di una pietà che non diventa mai giulebbosa. A questi ladri, a questi soliti ignoti, s'addice il motto che, secondo Longanesi, è una bandiera degli italiani: «Ho famiglia!». Quali sono i coefficienti di questa riuscita tanto più gradevole quanto meno attesa? La serietà, il coraggio e l'intelligenza di un regista, che non ha ancora trovato la propria strada ma che può dare più di quello che finora ha fatto. Mastroianni è quello che si può dire sicurezza.

Morando Morandini, «La Notte», 3 ottobre 1958


La tradizione... “guardie e ladri”, nel cinema italiano, continua; questa volta, però, con un brio e un buon gusto da superare i migliori campioni del “genere”. Le gesta sono quelle di sempre: un “colpo” in grande stile organizzato da una combriccola di ladruncoli o di aspiranti tali; ma la novità sono i ladruncoli, disegnati ciascuno con la sua esatta fisionomia, il suo carattere ameno, le sue reazioni, i suoi difetti e, vedi caso, le sue virtù. C’è quello che, senza volerlo, rivela in carcere le possibilità del colpo grosso; è un ladro anziano, arcigno, un po’ violento, ma vicino alla. [...]

Gian Luigi Rondi, «Il Tempo» 3 Ottobre 1958


"La parodia di Riflfi" dirà il pubblico uscendo dal cinema. Ma c’è qualche cosa di più: la satira — seppure in tono scherzoso — di molti dei nostri difetti (supponenza, faciloneria, dilettantismo) esercitata attraverso il divertente racconto delle gesta, anzi delle mancate gesta d’una banda di scassinatori di terz’ordine che si propone di fare, alla maniera dei «grandi» del geriere, il gran colpo. Era molto tempo che non si sentiva una platea ridere così di cuore come quella di ieri sera. Niente di straordinario, intendiamoci, ma in mezzo alla volgarità dei cento film cosiddetti comici con i quali il cinema italiano ha offeso il pubblico In questi ultimi anni, questo di Mario Monicelli appare come un capolavoro di buon gusto, di intelligenza e di fantasia. Il racconto è piacevole e valido, la sceneggiatura abile e precisa, e le trovate e il dialogo non vengono affidati alle goliardiche improvvisazioni dei nostri cosi poco provveduti attori comici. Avviene bensì il contrario: gli attori sono posti al servizio delle trovate e dei dialoghi degli intelligenti sceneggiato-ri, e recitano sotto la quasi ferrea guida d’un regista che va, di film in film, acquistando sempre maggior polso. Vediamo cosi attori noti anche per le loro sguaiataggini, questa volta evitarle tutte e mettere in mostra soltanto i propri pregi. Vediamo un Totò più comico che buffonesco, e un Gassman pieno di miracolosa naturalezza. Nonostante il dialetto romanesco, film piacevolissimo, e successo pieno e meritato.

Mosca, «Corriere dell'Informazione», 4 ottobre 1958


Finalmente un buon film umoristico realizzato in casa nostra, con interpreti Italiani e un regista Italiana Mario Monicelli, che ha il fatto suo. Non la solita commediola cucita in quattro e quattr'otto per consentire a questo o a quell'altro comico di esibire il consueto repertorio di facezie da Avanspettacolo, ma una pellicola elle ha una vicenda ben costruita e spunti satirici divertenti. [...] Dopo un avvio piuttosto lento, il ritmo del film si fa serrato e sicuro, specialmente nella sequenza dell'impresa notturna che l'abile Monicelli ha punteggiato di piacevoli e spesso originali gags. Vittorio Gassman. Marcello Mastro!anni e Renato Salvatori interpretano con gustoso humour i ruoli di bonari ladri. Totò è un divertente « maestro » in scasso di « comari » (cosi vengono chiamate in gergo le casseforti). [...]

VIce, «Il Messaggero», 12 ottobre 1958


[...] L'aver tenuto insieme tanti divi è il primo grosso merito del regista Mario Monicelli e gliene deve essere grato soprattutto Vittorio Gassman, primo attore quanto mai dotato, la cui carriera cinematografica, tuttavia, appariva limitata, fin dalle origini, ad esibizioni di truce gigionismo. Qui, dopo essersi calato scherzosamente dentro un personaggio grottesco e insolito per lui, recita in una maniera fresca, divertentissima e meno superficiale di quanto si possa credere a prima vista.

Giuseppe Berto, 24 ottobre 1958


"I soliti ignoti" seconda serie girato a Milano. Roma, 19 - "I soliti ignoti" il film comico italiano che ha rilevato le nuove qualità di Vittorio Gassman, avrà un seguito. Il secondo episodio, che avrà ancora come regista Monicelli, avrà una novità: sarà ambientato a Milano.

«Corriere dell'Informazione», 20 dicembre 1958


Parlo con ritardo (scusate) del film di Mario Monicelli I soliti ignoti; ma non posso non dire la mia su gente come Tiberio, Peppe, Dante, Mario, Cosimo, Ferribbotte e Capannelle, i cenciosi e madidi personaggi del racconto ideato e sceneggiato da Suso Cecchi d'Amico, da Age e Scarpelli e dallo stesso regista. Abbia come sfondo Napoli o Roma, questa è la mia gente, no? Guardateli. Peppe, un forzuto senza cielo da vedere né terra da camminare, il quale suppone di avere una mente e di usarla; Dante, un vecchio lupo di scassi; ammonito e vigilato speciale, che dorme con un brigadiere sotto il guanciale, ma che (bisogna campare) vende esperienza e noleggia i ferri del mestiere; Tiberio, un fotografo da quattro soldi, che ha la moglie in gattabuia per contrabbando di sigarette, e un lattante a cui badare; Cosimo, un ladro tuttofare, pietosamente cinico, orgoglioso e jellato; Ferribbotte, un sicilianuzzo tenebroso che ha una sorella (Carmela) nubile, come un gioielliere londinese potrebbe avere una gemma staccatasi dalla Corona d'Inghilterra; Capannelle, un lacero sdentata romagnolo, un “barbone” dell'infima delinquenza; e infine Mario, che non utilizza il suo diploma di “ebanista finito” perché lo ha conseguito in un orfanotrofio e c'è scritto. [...]

Giuseppe Marotta, 1960


1958 08 27 Corriere della Sera Gambe d oro T L introTotò malato interrompe un film - Roma, 26 aprile. L’indisposizione del principe Antonio De Curtis, costretto a letto a Foggia mentre stava girando « Gambe d’oro » ha provocato una certa apprensione negli ambienti cinematografici romani. Stamane sono partiti per Foggia un funzionario della casa di produzione, e il medico personale dell’attore.

«Corriere dell'Informazione», 27 aprile 1958


Totò ristabilito - Roma 26 aprile, notte. E' rientrato questa sera a Roma il medico personale dell’attore Totò, al secolo principe Antonio De Curtis, il quale era stato colpito, nei giorni scorsi, a Foggia, dove si trova per girarvi un film, da un attacco di lombaggine. Poiché le condizioni dell'attore erano sembrate, in un primo tempo, di una certa gravità, erano partiti per Foggia la moglie, Franca Faldini, e il medico, il quale, ai suo rientro a Roma, ha dichiarato che si è trattato di una cosa da nulla: una comune lombaggine e una ancor più comune influenza. Da stamane Totò è completamente ristabilito e ha ripreso il lavoro.

«Corriere dell'Informazione», 27 aprile 1958


I film umoristici a Bordighera - Bordighera 23 luglio. E’ atteso da 'un momento all’altro l’arrivo a Bordighera di Totò. Il popolare comico partenopeo dovrebbe infatti presenziare alla «prima assoluta» dell'ultimo film da lui interpretato «Gambe d'oro», che verrà presentato stasera nella quinta serata del Festival del cinema umoristico. C’è chi sostiene di aver già veduto Totò nei giorni scorsi aggirarsi in Riviera, tra Sanremo e Alassio.
A Totò — che in «Gambe d’oro» è stato diretto da Turi Vasile e ha avuto come compagni Mommo Carotenuto. Dolores Palumbo e Rossella Como (quest’ultima già da alcuni giorni a Bordighera) — verranno riservate cordialissime accoglienze. Suonerà in suo onore la banda caratteristica « Tiralogni » che giorni fa si è già recata alla stazione ferroviaria a ricevere. tra squilli di trombe e colpi di grancassa. [...]

«Corriere dell'Informazione», 24 giugno 1958


Un film di sapore provinciale e di trasandata fattura, che alterna un’allegria sforzata ad un sentimentalismo all’acqua di rose. Oltre a Totò, ad Elsa Merlini e Dolores Palumbo, compaiono alcuni giovani, fra cui Rossella Como, Scilla Gabel, Paolo Ferrari e Rosario Borelli che dovranno attendere un occasione più propizia.

«Corriere della Sera», 28 giugno 1958


È un film di Totò, ma con poco Totò. Conseguentemente anche il divertimento del pubblico diminuisce. Non è più come una volta, quando il comico napoletano era presente dal principio alla fine: oggi il suo nome è preceduto sui titoli di presentazione dalla frase "con la partecipazione straordinaria di Totò". Peccato, perché il suo humour, da quel non molto che si vede, è ancora quello dì una volta, capace di entusiasmare l'intera platea [...]

Vice, «Corriere Lombardo», Milano, 28 agosto 1958


[...] È un film noioso, questo, nonostante la presenza di Totò, il che è un bel risultato [...]

Vice, «La Notte», Milano, 28 agosto 1958


Il regista non é alla sua prima esperienza: non lo si direbbe. Slegato e sconclusionato, lento e ovvio [...] Null'altro cl sarebbe da aggiungere se non inserire questo film nel lungo elenco delle pellicole inutili, di gusto provinciale-romanesco. Totò vi appare un po' invecchiato. Come le battute che gli fanno dire.

«Corriere dell'Informazione», 28 agosto 1958


No, non si tratta di ballerine, assicurate a peso d'oro, ma di gambe di calciatori contese a fior di bigliettoni dai soliti dirigenti di squadre di football. Là novità è data dall'ambiente: non ci sono grandi squadre cittadine, campionati, meetings internazionali, slamo in provincia. in un pìccolo paese, e i calciatori sono gente del poeto, umile e modesta. [...] Il raccontino rivela ogni tanto una certa umanità non disgiunta da vivacità di temi e di freschezza di intenzioni: [...] non sempre riescono a dalle vigore la cordiale ìnterpretazione di Memmo Carotenuto, nelle vesti del protagonista, e quella di Totò nel panni di un anziano dirigente sportivo, gretto e avarissimo. Allegria in platea, comunque e consensi anche agli altri interpreti [...]

Gian Luigi Rondi, «Il Tempo», 20 settembre 1958


L'ignaro che, attratto dall'ambiguo titolo, si è recato nelle sale dove si proietta «Gambe d'oro» con la speranza di vedere sfilare sullo schermo discinte odalische o provocanti girls in succinti costumi policromi avrà avuto una acerba delusione. Le gambe in questione, lungi dall'essere attraenti e provocanti, possiedono robusti muscoli e villose epidermidi. [...] Turi Vasile ha diretto con mano abile questa pellicola senza pretese riuscendo a rendere la vicenda meno banale di quanto si creda. Gli e stata di valido aiuto, oltre a Totò a Memmo Carotenuto, a Dolores Palumbo e ad Elsa Merlini una nutrita schiera di giovani che, una volta tanto, non recitano come filodrammatici Tra questi ricordiamo Rossella Como, Scilla Gabel, Paolo Ferrari e Rosario Borelli.

Vice, «Il Messaggero», 20 settembre 1958


In un piccolo paese dell'Italia meridionale, la locale squadra di calcio, di cui è presidente un tirchio e scorbutico barone, riesce ad attirare l'attenzione di un facoltoso milanese, il quale ofrre milioni e milioni per ingaggiare tre giocatori che rappresentano delle vere e proprie miniere d'oro [...] La trama è assai esile. La partecipazione di Totò nella parte del barone risolleva un po' le sorti del film che altrimenti rischierebbe di naufragare in una vuota e slegata commedia [...]

«Momento Sera», 21 settembre 1958

1959 01 01 Corriere della Sera La legge e legge T L intro

Progetti e programmi - Totò, Fernandel e il contrabbando - Totò e Fernandel lavorano assieme in un film di Christian Jaque. Fernandel, che sta girano un film con il comico americano Bob Hope, sarà in questa nuova pellicola un doganiere francese e Totò un contrabbandiere italiano. Fernandel abiterà in una casa di frontiera costruita a cavallo del confine, e tutto il fllm sarà imbastito sui suoi vani tentativi per arrestare Totò. Questi alla fine gli rivelerà che essendo nato nella stanza della casa che si trova in territorio italiano, non può arrestarlo non essendo più nè cittadino francese nè, tanto meno, doganiere.

«Corriere dell'Informazione», 27 aprile 1957


Presentato nel corso dell'ultimo festival di Berlino, questo film di Christian Jaque vi ottenne un vivo successo di pubblico soprattutto per l'appropriatezza del suo argomento nel quadro della città divisa in due. Il film è infatti, in chiave comica, un dimostrazione dell'assurdità i certe frontiere; e descrivendo la vita di un paesino che il confine italo-francese attraversato zigzagando con allegra irregolarità, esso ci offre in piccolo un immagine del mondo contemporaneo, Vittima delle stramberie della geografia politica è, nella storia che Jaque piacevolmente narra, un doganiere francese [...] Uno spunto originale e simpatico, insomma. E tale è anche il film pur se è vero che Jaque avrebbe potuto renderlo due volta più profondamente arguto con l'impedire ai suoi esuberanti interpreti, Fernandel e Totò, di volgere troppo spesso l'azione comica in vera e propria farsa.

Vice, «Il Messaggero», 1 novembre 1958


Anche La legge è legge, come tanta parte del cinema italiano minore, inclina alla farsa, ma ha almeno il merito, in confronto a tante inutili e sciapite commediole, di costruire la sua comicità su un problema vivo e oggi di grandissima attualità: l'abolizione delle frontiere doganali e la realizzazione di un'Europa unita .Che tale nobile polemica venga condotta proprio con grande impegno, sla precisa nelle sue impostazioni, lineare nel suo sviluppo e chiara nelle sue conclusioni, non ci sentiremmo di affermare. Il problema, tuttavia e sotto la scorza rustica della farsa, è impostata con superficialità ma anche con 'una certa, vigorosa sincerità. [...] Totò e Fernandel, con una, vena comica non sempre sorvegliata ma spessissimo molto indovinata nel suoi toni e nella precisa caratterizzazioni del due rivali, sono i divertentissimi protagonisti. E, nonostante le pastoie di una sceneggiatura abbastanza convenzionale, riescono, non di rado, ad esprimere, e del problema che è alla base del fllm e dei due sfortunati personaggi, una testimonianza umana e affettuosa.

P.V., «Il Popolo», 1 novembre 1958


Il tema « Guardie e ladri » ha subito una piccola variante ed e diventato. « doganieri e contrabbandieri ». Doganiere è Fernandel, contrabbandiere, naturalmente, è Totò: uno è francese, l'altro è italiano, entrambi, però. vivono in un paesino di montagna in cut la frontiera è stata tracciata in modo cosi curioso da tagliare qua un pezzetto di strada, là una porzione di casa, là addirittura... i mobili di una famiglia! [...] Il film porta la firma di Christian-Jaque, ma non rivela certo la verve né il brio sottile di cui spesso in passalo ci aveva dato prova il regista francese; il tono e più sempliciotto, più incline alla risata facile, alla comicità a buon mercato, alle situazioni solo esteriormente caricaturali. Il pubblico, però, non sottilizza, si lascia prendere dai comici ghirigori dell'intrigo, ride degli equivoci, consente alle parodie, e si diverte, sia pure superficialmente, alle battute più paradossali. I suoi maggiori consensi, comunque, vanno agli interpreti: sia a Totò, sempre uguale ma sempre divertente in quelle sue parti di ladruncolo affamalo, capace solo di viver d'espedienti, sia a Fernandel, il cui comico sgomento e reso anche più ameno, qui, da un doppiaggio che, pur senza privarlo delle sua solita voce italiana, gli ha aggiunto un accento francese di gustosissimo effetto.

Gian Luigi Rondi, «Il Tempo», 1 novembre 1958


Accostamento inedito, Totò e Fernandel, comicità nostra e comicità francese, nel film La legge è legge («La lol c’est la loi»), di Chrlstlan-Jaque, soggetto di Emmanuel e Tacchella. Nello spirito e nel modi di «Guardie e ladri », un saggio di allegria internazionale con due attori di buone risorse. Prevale — per arguzia, bonomia, immediatezza — il nostro attore, tornato alla forma migliore; Fernandel che pure ha una sua personalità, non può che dargli la replica. Noéi Rocquevert, capo gendarme isterico, dà la buona giunta per il contributo francese, in una spiritosa stilizzazione caricaturale. Il sarcasmo del film si esercita sull'illogicità d'una cosa reputata sacra, la frontiera. La sua linea procede tortuosa sulle Alpi e divide in due parti un immaginarlo paesino. Assola, mezzo Francia e mezzo Italia. [...] A parte qualche ristagno, tuttavia, «La legge è legge» vive bene sull'invenzione e sull'interpretazione; è una catena di occasioni offerte a due attori eccellenti, entrambi in vena, messi in puntiglio come due centro-attacchi di squadre di calcio che gareggiano nella ricerca del gol. E, nonostante la consanguineità con « Guardie e ladri ». anche lo spunto satirico ha senso e giustificazione; che incoerenza stupida, certe frontiere a zigzag.

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 1 gennaio 1959


Totò e Fernandel non si erano mai incontrati in un film: sul « ring» allestito da Christian Jaque per questa volta ha vinto il comico francese, e non perchè abbia superato in bravura il collega italiano, ma perchè il film è fatto per lui, come tutti quelli che egli ha interpretato finora. [...].

Vice, «Corriere dell'Informazione», 2 gennaio 1959

1958 11 20 Il Messaggero Toto a Parigi T L intro

[...] Totò a Parigi, raffazzonato da Camillo Mastrocinque, è uno dei film più scadenti del nostro comico che, a dir la verità, ne ha sulla coscienza parecchi. Il suo disegno del capobanda nobile, per esempio, è completamente fallito, perché troppo serio. Totò che vive sugli alberi, che parla francese, o che fa Hitler al museo di cera, strappa invece qualche risata di passaggio [...].

Ugo Casiraghi, 1958


[...] Il repertorio di Totò - mossette da burattino, parole storpiate, smorfiacce e rotear d'occhi - è roba che conosciamo a memoria e la storia non poteva essere più povera di sale e di pepe.

«Avanti», 1958


Prendete Totò: il successo di un film è assicurato per il novanta per cento [...]. Totò, nonostante il passare degli anni, è sempre lui. Basta che si muova sullo schermo per suscitare ilarità a non finire [...].

«Corriere Lombardo», 1958


Silva Koscina ha dichiarato che tornerà a maggio a Parigi per interpretarvi gli esterni dei suo nuovo film a fianco del principe De Curtis intitolato appunto « Totò a Parigi ». « I più begli occhi del mondo sono a Parigi » scrive l' «Aurore».

«Corriere dell'Informazione», 25 marzo 1958


Totò si accinge a girare, come protagonista, il film « Totò a Parigi », per la regia di Camillo Mastrocinque. Il popolare attore comico vi apparirà nelle vesti di sosia del capo di una banda di ladri internazionali. Con Totò saranno Sylva Koscina, Fernand Gravey e Philippe Clay.

«Corriere dell'Informazione», 25 aprile 1958


Lauretta Masiero nell'imbarazzo: lascia il teatro per il cinema? - L’attrice è ora impegnata in « Totò a Parigi. Lauretta Masiero abbandona il teatro per il cinema? La subretta allarga le braccia, fa spallucce e dice che ancora non lo sa. Certo è che, in pochissimo tempo, ha girato due film. Ha cominciato con « II mistero della pensione Edelweiss », e, ora, ha finito di girare gli interni di «Totò a Parigi» [...] Lauretta Masiero, comunque, è ancora indecisa, il cinema le piace ma le dispiace pure di voltare le spalle al teatro che le ha dato tante soddisfazioni. Ha avuto delle proposte per far compagnia - prosa e rivista - ma non ha detto si a nessuno. Prima finirà «Totò a Parigi» (ed è contenta di lavorare con il comico napoletano), poi si vedrà. C’è tempo per la stagione teatrale.»

«Corriere dell'Informazione», 7 giugno 1958


Le smorfie di Totò piacciono ai francesi - L'attore è a Parigi per girarvi alcune scene di un film. Parigi 26 giugno, notte. Il principe imperiale Antonio Focas è arrivato senza scorta a Parigi. Con questo titolo su quattro colonne « Paris-Presse » annuncia questa sera l'arrivo di Totò, pubblicando nel contempo una bella fotografia del comico, scattata alla Gare de Lyon. Lo si vede su un vagoncino portabagagli. «Sono il principe imperiale Antonio Focas — ha detto il comico napoletano ai giornalisti — ma potete chiamarmi Totò. Vi sono abituato». Per i fotografi Totò ha fatto innanzitutto una serie di smorfie che hanno suscitato l’entusiasmo generale. «Se non lo faccio, nessuno saprà che sono il più grande comico della Penisola», ha spiegato ironicamente il principe, che viene per la prima volta a Parigi per ragioni di lavoro. Egli deve restarvi cinque giorni per terminare il suo film «Totò parigino per forza», assieme a Fernand Gravey e Sylva Koscina, con la regia di Franciolini.

L. Bo. «Corriere della Sera», 7 giugno 1958


In Totò a Parigi non c'é Parigi ma di Totò ce ne sono due. Una specie di vicenda surrealista gli consente di sdoppiarsi: egli é, al tempo stesso, un vagabondo squattrinato di Roma e un marchese di Parigi. [...] Si fatica, invece, a spiegarsi perché Totò, che nei film più recenti aveva abbandonato i modi marionettistici, sia tornato, in questa pellicola diretta da Camillo Mastroclnque, alla stereotipia della sua maschera da teatro di rivista. Sebbene Totò a Parigi concili, in un solo minestrone, la gamma intera del suoi atteggiamenti: egli é al principio il buon diavolaccio di «Guardie e ladri», poi preferisce la lubricità di «Totò e le donne», infine si colloca ai centro di un paradossale dramma giallo. Un episodio non si connette con l'altro; la sequenza del vagone letto ritorna, di peso, da uno spettacolo teatrale di tanti anni fa e quella al musco Grèvin, delle statue di cera, ha innumerevoli precedenti nella cinematografia comica. Il film. insomma, è speleologico, vi rimbalzano echi a centinaia [...]

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 25 ottobre 1958


Ci sono registi sicuri, dai quali non ci si possono attendere sorprese: uno di questi, costante nella sua produzione come una catena di montaggio, è Camillo Mastrocinque. E' facile prevedere ciò che uscirà dalle sue mani, purtroppo. Questo «Totò a Parigi» appartiene all’ormai frusto filone delle farse alle quali il cinema presta solamente la celluloide della pellicola: il resto è avanspettacolo da pochi soldi. Il principe De Curtis è destinato a Parigi perché agli spettatori tocchi una modesta razione di spettacoli piccanti: per il resto l'ambientazlone in quella città non é affatto necessaria. [...] E' inutile tirare le conclusioni, chè tanto l’unico scopo dello spettacolo è di mostrare un Totò senza freno prodigarsi in versi e versacci, assolutamente dimentico di avere contribuito recentemente a un ottimo film quale «I soliti ignoti». In una parte di terzo piano si nota Tiberio Mitri: che pena.

Vice, «Corriere dell'Informazione», 26 ottobre 1958


1958 12 18 Corriere della Sera Toto nella luna T L introNella filmografia di Totò le parodie dei generi di successo sono molto frequenti. Non poteva certamente mancare una parodia dei film di fantascienza. Il soggetto ha qualche originalità e qualche interessante annotazione di costume (i primi passi delle pubblicazioni "vietate ai minori" ed il riferimento ad una già diffusa stampa di fantascienza), ma, ovviamente, il film finisce col diventare veicolo per la dirompente comicità di Totò, assecondato, qui, con intelligenza da un giovane Tognazzi e da una schiera di bravi caratteristi

Fantafilm, 1958


Due film in lavorazione - Stamane sono stati dati i primi giri di manovella al film « Totò nello spazio » e a quello che s’intitolerà « Capitan Fuoco ». Il primo narrerà in chiave di fantascienza le straordinarie vicende di un esilarante personaggio interpretato dal principe Antonio De Curtis [...]

«Corriere dell'Informazione», 4 settembre 1958


Tra Sandra Milo e Tognazzi la battaglia del "glumonio" - Roma, ottobre « Da quando gli hanno detto che in testa ha il glumonio non si combatte più, è diventato insopportabile». Chi dice queste parale è la giovane attrice cinematografica Sandra Milo, chi ha il « glumonio in testa è l’attore comico Ugo Tognazzi. A causa del «glumonio» l’amicizia tra la giovane coppia di attori è seriamente compromessa. La storia del loro disaccordo è incominciata quando si è riunita, nella villa di un ministro sulla via Appia Antica, la troupe che prende parto alla realizzazione del film di Steno «Totò nello spazio».

Si girava la scena di un bacio tra la Milo e Tognazzi. L’attrice era riluttante, voleva soltanto fingere di darglielo. Tognazzi si è offeso ed è stato inflessibile. «C'è scritto sul copione - diceva - e non se ne può fare a meno». Sandra Milo ha dovuto obbedire, ma quello che nel film sembrerà un bacio. In realtà è stato un terribile morso. Da questo episodio è nata la guerra fredda fra i due. Tognazzi si è preso una rivincita. Quando si è trattato di girare una scena in cui egli, nelle vesti di un ultracorpo inviato dallo spazio, deve mostrare la propria reazione dinanzi alle femminili bellezze terrestri, ha costretto la Milo, in una fresca e rugiadosa notte di settembre, a mettersi in costume da bagno, quantunque ella non dovesse apparire nella scena. L’attrice si è presa un raffreddore ed allora l’ostilità è divenuta palese.

In un’altra scena appare la Milo che nasconde nel portabagagli della propria auto Ugo Tognazzi e parte. L’attrice ha chiuso con tale rapidità lo sportello del portabagagli da sbatterlo sulla testa dell’attore. Poi ha avviato l’auto ed è uscita fuori dalla scena. Percorsi alcuni metri ha frenato bruscamente. Tognazzi è uscito fuori stordito da due colpi al capo. « Ti sei fatto male? », gli ha chiesto con finta premura la Milo, Tognazzi ora la guarda di traverso. Teme altre « azioni di guerra ».

Sandra Milo appare bionda nel film, ma spesso si presenta bruna. Motivo: lo scambio di due parrucche, una bionda ed una bruna che applica rispettivamente nei film « Totò nello spazio » ed «Erode il grande», pure in lavorazione

L’ultimo round della baruffa Mllo-Tognazzi è lo slogan che l’attrice ha messo in voga: «Ma che hai il glumonio in testa?». L’inesauribile vitalità comica di Totò completa il divertente quadro nel quale le avventure di fantascienza risolte in chiave umoristica, attualizzano la commedia comico-sentimentale del cinema italiano. Il film narra le vicende di un giovane nel cui cervello viene scoperto il «glumonio», sostanza che lo rende idoneo ad essere inviato nello spazio. Egli sposa la figlia del suo principale, che è il direttore di un settimanale a fumetti, ed è conteso tra gli scienziati di due grandi potenze che se ne vogliono servire a scopi scientifici.

V. C., «Corriere della Sera», 1 ottobre 1958


[...] E' un filmetto privo di pretese sfrenatamente farsesco, manifestatamente commerciale . Si propone di far fare quattro risate a spese dei film di fantascienza e ci riesce ora con motivi di facile parodia ora solleticando la vena buffonesca di Totò qui rispondente come ai tempi migliori [...]L'ingenuità del copione è volutamente palese, gli autori essendosi accontentati di dare la stoffa a Totò e a Ugo Tognazzi, che dal canto loro si prodigano nel loro repertorio in duetti abbastanza saporiti [...]

Leo Pestelli «La Stampa», Torino, 29 novembre 1958


Le peripezie attraverso le quali Totò finisce sulla luna, a conclusione di questa lunga pellicola, sono innumerevoli e tutte imperniate sulle manie fantascientifiche del suo aspirante genero Ugo Tognazzi [...] alla fine una divertente trovata (quella dei "fagioloni germinatori"), un inatteso accelerare della regia (che reca la firma di Steno) e alcuni momenti più briosi dell'interpretazione (specialmente per quanto riguarda Tognazzi), permettono allo spettatore di uscire dal cinema col sorriso sulle labbra.

«Il Messaggero», 13 dicembre 1958


Unire Totò e Tognazzi su una vicenda comica è stata indubbiamente una ottima idea ed il film di oggi ne è testimone. La complicatissima vicenda dell* quale i due comici sono protagonisti sa avvale della presenza di molle e notevoli belle ragazze, che contribuiscono a movimentare anche più la storia [...]

Vice, «Momento Sera», 14 dicembre 1958


E' un film di fantascienza, naturalmente. [...] La regia di Steno è impegnata a destreggiarsi tra un'autentica ridda di equivoci, una carambola di trovate impreviste e una quantità di situazioni e di personaggi allegri. Accanto ai protagonisti Sylva Koscina, Sandra Milo e Luciano Salce.

Vice, «Il Tempo», 14 dicembre 1958


Totò nella Luna, diretto da Steno, sul soggetto di Steno e Fulci, protagonista è Ugo Tognazzi, il quale ha nel sangue il glumonio, e perciò caratteristiche biologiche da scimmia. [...] Il fatto che le due ragazze siano discinte, ossia nel costume che è di costume, per questo genere di film, è aggravato dalla circostanza che anche Totò e Tognazzi si denudano. Libero ciascuno di avere una sua opinione e un suo gusto, ma gli allettamenti che conseguono alla rinuncia dei vestiti, da parte del due attori, per noi sono piuttosto moderati. Il Viaggio nella Luna di Meliès, agli albori del cinema, era più spassoso e più innocente.

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 19 dicembre 1958


[...] Non poteva mancare una parodia dei film di fantascienza [...] Naturalmente i risultati sono inferiori alle possibilità (ma che cosa volete poi da Steno?), ma Totò riuscirebbe a trovare materia comica persino nell'orario ferroviario: basterebbe vederlo nella tirata contro i missili o in certi duetti con Tognazzi, responsabile di un riuscito lavoro di "spalla", per poter dire di non aver sprecato del tutto la serata [...]

Valentino De Carlo, «La Notte», Milano, 19 dicembre 1958


[...] Steno ha dato al film una consistenza da « sketch » di rivista, che però non dispiacerà agli amatori del genere e a coloro che apprezzano le grazie di Sylva Koscina, di Sandra Milo e di altre ragazze meno conosciute ma non meno avvenenti. Nei film compare anche Luciano Salce, in una breve caratterizzazione.

«Corriere dell'Informazione», 20 dicembre 1958


Altri artisti


Articoli d'epoca


Articoli d'epoca, anno 1958

Gli telegrafarono: "sei imperatore!"

Dopo lunghissime indagini, infatti, Antonio de Curtis poteva senz'altro insignirsi del titolo di marchese, senza bisogno di adozioni o d’altro...
Alessandro Porro, «Grazia», 26 gennaio 1958