Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1960


Rassegna Stampa 1960


Totò


1960 02 27 Il Tempo Noi duri T2 L

«Il Tempo», 27 febbraio 1960


«[...] Questo film [...] è [...] un vero guazzabuglio di avventure improbabili pure nella loro stessa paradossalità, e rivela una cura non troppo attenta nel rendere più credibile una storia che una migliore sceneggiatura avrebbe potuto presentare sotto un aspetto più gradevole.[...] La macchietta disegnata da Totò ricalca vecchi schemi del celebre comico [...]».

Alberto Albertazzi


«E' un film girato lo scorso anno con l’unico scopo di sfruttare l’improvvisa popolarità di Fred Buscaglione, che per la morte di questo ha acquistato un interesse retrospettivo. [...] Nulla è preso sul serio: non le rivoltellate che fracassano solo bottiglie, non i pugni, non i malviventi, che hanno per capo Totò. Lo spirito di Paolo Panelli, uno dei falsi « gangsters » e le grazie di alcune belle figliole rendono sopportabile lo spettacolo.»

Vice, «Corriere dell'Informazione», 13 marzo 1960


«Per dar modo al compianto Fred Buscaglione di esibirsi nel suo celebre repertorio e di riproporre (per la prima volta) in immagini il "tipo" da lui creato, gli autori hanno imbastito una vicenda che, sia pur con larghe concessioni ai facili effetti e ad un umorismo di gusto non sempre sorvegliato, ha il pregio di non essere frammentaria e di non apparire troppo studiata in funzione dell'interprete. [...] è facile intuire quale sia il tono del film, che si svolge quasi esclusivamente nel mondo equivoco dei night-club, un tono cioè decisamente farsesco [...] Camillo Mastrocinque ha costellato il film di belle donnine che sanno, con egual perizia, spogliarsi e maneggiare una pistola. [...]»

«Il Tempo», 28 febbraio 1960


«Le mani sprofondate nelle tasche, dalle quali le estrae solo per abbattere un avversario o per abbracciare una donna, Fred Buscaglione è il protagonista del film Noi duri, del quale ha fatto in tempo a terminare anche il doppiaggio, contrariamente alle notizie pubblicate in occasione della sua fulminea scomparsa. [...] Qui, mantenendo inalterata la formula, violenza e belle donne, è stata caricata la dose umoristica, mettendo di fronte al poliziotto Fred un Totò « algerino » con tanto di fez in testa e trafficante di droghe. [...] Canzoni, spari, le smorfie di Paolo Panelli, il contorno femminile di Lynn Shaw e Linda Sini; c’é quanto basta per accontentare gli estimatori del genere.»

«Corriere della Sera», 28 febbraio 1960


«Il terzo film concorrente al mio pregevole Oscar della mediocrità è Noi duri, attuato da Camillo Mastrocinque per svolgere (come un solerte commesso di Galtrucco svolgerebbe sul banco una pezza di stoffa) il repertorio musicale del povero Buscaglione. Il cinema, qui, c'entra come un paracarro dell'Appia fra i canapè del salotto Bellonci, o come un salotto Bellonci fra i paracarri dell'Appia. Tutto, del resto, in mano a Mastrocinque diventa ibrido, spurio, incrociato. Egli suppone, in questo film, che un Fred Bombardone (ah quanto spirito, veleggiamo ancora nei tempi di Gandolini si dia, quale agente dell'FBI, alla caccia di una ghenga di spacciatori di nefaste droghe. [...]».

Giuseppe Marotta


1960 05 19 La Stampa Signori si nasce T L

«La Stampa», 19 maggio 1960


«In un clima d'altri tempi, ingenuo e bonario, mattacchione e patetico cui si adegua la garbata recitazione di Totò e Peppino De Filippo calibrata per l'occasione su toni più misurati del solito, la trama si snoda senza scosse e soprattutto senza essere costellata di trivialità. [...] La nota piccante è data da Delia Scala - l'attricetta camuffata da figlia - che ritorna al cinema dopo anni di assenza, con lo stesso piglio ingenuo e petulante e, come prime, più disinvolta che brava. [...]»

Vice, «Il Tempo», 30 aprile 1960


«[...] Mario Mattoli si è servito, qualche volta con opportunità e allegria, di tutte le buffonerie facili e bonarie che frequentano da tre quarti di secolo i palcoscenici. Totò e Peppino De Filippo, naturalmente, ci sguazzano, con tutto il loro repertorio.»

Maurizio Liverani, «Paese Sera», Roma, 1 maggio 1960.


«Una farsa all'antica, con tutti i garbugli della tradizionale meccanica teatrale, montati come la panna, nel canovaccio di Dino Falconi e Luigi Motta per il film Signori si nasce di Mario Mattoli. [...] Del principio del secolo il racconto ha i costumi, il gusto e l'ordito, nello spirito evocativo che in Falconi e Motta è stato alimentato dalla nostalgia di certe commediole bonaccione e, per quel tempo, spregiudicate. Ma anche la tecnica del regista à annosa; gli interpreti si muovono, fra scenografìe di cartapesta, come se fossero su un palcoscenico del 1900 o in una pellicola del muto. Se amate le stampe ingenue e stinte d'altro tempo, il film può interessarvi e può anche accadere che vi diverta. Cinematografìa retrospettiva, senza sguaiataggini nè trivialità, in cui il candore voluto e quello non voluto si accavallano. Totò e De Filippo, stavolta, contengono le esuberanze. Da segnalare il ritorno al cinema di Della Scala, dopo alcuni anni di assenza; il teatro di rivista non l'ha migliorata. Signori si nasce, ma anche attrici.»

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 29 aprile 1960


«Mario Mattoli, regista da lungo tempo sulla piazza, ci porta con Signori si nasce al cinema prebellico, quello tirato via, per nulla ambizioso, ignaro dei buoni usi della cultura [...] L'invenzione è scarsa, il dialogo indigente, lo spirito da sottoscala. Chi salva un pochino lo spettacolo è il duo Totò-Peppino De Filippo. Non ci dicono nulla di nuovo, ma le macchiette da essi disegnate hanno smalto, colore, vivacità meridionale.»

Pietro Bianchi, «Il Giorno», Milano, 29 aprile 1960.


«Per Totò il tempo s'è fermato: sono anni, anzi decenni, che dal palcoscenico, dallo schermo, attraverso la radio e la televisione continua a presentarci le stesse battute, gli stessi clowneschi atteggiamenti volgari e risaputi. Il popolare comico napoletano è rimasto ai tempi della pochade, della comica finale [...] che se una volta - ad un certo pubblico - poteva essere gradito perchè alla moda, oggi non diverte più nessuno o quasi.»

Vice, «Il Popolo», 1960


«Questa pietanza cinematografica, detta in gergo di cucina «Piglia Totò e Peppino De Filippo e lascia fare a Dio», s'impernia sul contrasto fra i petti di pollo (ossia gli attori in questione) e la polenta di una vicenda farsesca e dozzinale. Piatto facilissimo a prepararsi, ed ottimo per congedare infallibilmente gli ospiti non scevri di intelligenza e di finezza, o per trattenere sine die gli ospiti volgari ed ottusi. Pigliate dunque Mario Mattoli e non ponete limiti alle sue native qualità di regista che dove s'attacca là ogni illusione d'arte muore. [...]»

di Giuseppe Marotta, 1963


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«La Stampa», 22 settembre 1960


«Totò e Peppino De Filippo sono sistematicamente adoperati dai produttori del più usuale film comico italiano così come accade alle coppie brillanti nell' avanspettacolo. Buttati allo sbaraglio, senza copione e con molto mestiere, ad arrangiarsi in scena, alla bell'e meglio.[...] Quello che Steno, vecchio praticante del sottocinema comico italiano, ormai non cerca neppure più di simulare. Tanto sa che il pubblico, tollerante, ride in ogni caso. E si diverte, beato lui».

Claudio G. Fava


«Peppino De Filippo e Totò [...] sono i protagonisti di questo film di Steno, tutto da ridere dal principio alla fine. Il film è sul solito metro di tutti gli altri che hanno Totò e Peppino De Filippo quali protagonisti. Il soggetto è comunque indovinato e si rifà ad un episodio avvenuto proprio qui a Napoli qualche tempo fa».

Vice, «Roma», 1960


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«Il Messaggero», 11 settembre 1960


«[...] Nessuno ha mai preteso che Mario Mattoli facesse un bel film, neppure Mario Mattoli. Perciò non siamo meravigliati di vedere il solito Totò e il solito Fabrizi invischiati in una scombinata storiella dove le battute sono per metà incomprensibili dato che tutti in scena fanno a gara a chi grida di più [...] Totò, Fabrizi e gli altri, ma loro due in special modo, hanno la responsabilità di giustificare le pretese umoristiche-pagliaccesche della vicenda [..]»

«Avanti!», Milano, 20 agosto 1960.


«[...] La trama è il pretesto per consentire lo scontro verbale, spesso arguto, tra i due grandi attori. Si ride alla loro mimica e per il dialogo, sempre vivo e divertente, Totò e Fabrizi sono impegnati a fondo e dispensano a piene manì la loro carica comica [...]»

«Corriere Lombardo», Milano, 20 agosto 1960.


«I giovani d'oggi c’entrano poco, e più che altro si tratta del loro genitori. E non del genitori d’oggi, ma di due padri che per essere impersonati da Totò e da Fabrizi sono evidentemente fuori da ogni tempo. [...] Non si esclude neppure qualche risata, ma in complesso il film, diretto da Mario Mattoli, è scorretto e convenzionale. Oltre ai due comici appaiono Rina Morelli e Franca Marzi nelle parti di madri, e Cristine Kauffman con Geronimo Meynier come figli.»

Vice, «Corriere dell'Informazione», 21 agosto 1960


«I giovani d'oggi non c'entrano. [..] la prima parte del titolo è, invece, veritiera : è un festival Totò - Fabrizi, sono le loro liti e i loro duetti che alimentano la comicità dalla grana grossa del film. [..] Totò è un grande e Fabrizi non gli è da meno.»

Morando Morandini, 1960


«Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi, di Mario Mattoli, narra la favoletta stantia [...] Un dissidio originato da una fornitura di dolci intossicati alimenta la controversia, che talvolta suggerisce scenette improvvisate, fra i due comici, nello stile degli spettacoli da rivista, e non prive di spunti divertenti di attualità. [...] Franca Marzi e Rina Morelli sono le due madri, quella vistosa e questa opaca, secondo figura e carattere. Ma l’intero film, negato all'estro e al gusto, appoggia sulle risorse dei due bravi protagonisti; scompaiono nello squallore i visi dei due giovani innamorati. Christine Kauffmann e Geronimo Meynier, interpreti senza risalto. I «giovani d’oggi», stando alle loro prove, sono inesistenti.»

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 20 agosto 1960


«Totò interpreta Antonio Cocozza. Il film è la storia di Romeo e Giulietta, rivisitata in chiave farsesca: due giovani innamorati non riescono a coronare il loro sogno d'amore a causa delle liti tra le rispettive famiglie. I consuoceri terribili sono Totò e Aldo Fabrizi, impegnati a farsi dispetti e a insultarsi: uno è il pasticciere Cocozza, l'altro il ragionier D'Amore, un burocrate inguaribilmente avaro. Gli screzi nascono da due mentalità agli antipodi, in un contrasto sottolineato da una serie di battute, per arrivare, s'intende, al previsto matrimonio. Il film è la storia di Romeo e Giulietta, rivisitata in chiave farsesca: due giovani innamorati non riescono a coronare il loro sogno d'amore a causa delle liti tra le rispettive famiglie. [...]»

Matilde Amorosi


1960 10 23 La Stampa Risate di gioia T L

«La Stampa», 23 ottobre 1960


«Il soggetto è di Suso Cecchi d’Amico, da due racconti romani di Alberto Moravia: raccontarlo equivale a frantumarlo. L'interesse è nelle apparenti divagazioni, nelle notazioni d'ambiente, nei momenti in cui Anna Magnani e Totò si scambiano le loro confidenze di scalognati: e, ancor più, quando Annarella, come all'inizio, è sola, nella piazza vuota, con un vestito da gran sera bianco e nero, seminato di ciondoli e la volpe candidissima. [...] Una favola di Capodanno, malinconica e un po' amara. soprattutto per l'umanissima caparbietà con la quale "Tortorella" è decisa a barare anche con se stessa pur di capovolgere la propria vita: e i suoi sentimenti contagiano anche gli altri. Cosi per ridere, il film riesce, persino, a far pensare; anche se, spesso, si limita all'enunciazione polemica o ironica, e alla battuta. « I soliti ignoti » e « Totò e Carolina »; «Il bidone » e « La dolce vita », sono gli antefatti di quest'ultimo film di Monicelli. Un'opera minore dell’autore di « La grande guerra », che offre, però, l’interpretazione magnifica di Anna Magnani e di Totò: che, verso la fine, nella luce bianca del ferragosto, con la paglietta in testa, somiglia a Trilussa. Gli altri sono impegnati a non sfigurare.»

Alberico Sala, «Corriere dell'Informazione», 15 ottobre 1960


«[...] Ha diretto Monicelli pensando probabilmente a "I soliti ignoti" e ispirandosi a quel suo film così fortunato soprattutto quando ci descrive, agli inizi, quegli ambienti modesti e quasi miseri di attori in cerca di lavoro e, con amabile vena, ci rievoca i "colpi" del singolare terzetto di ladri nella pittoresca e mondana cornice dell'ultima notte dell'anno, con una Roma, di sfondo, accesa da singolari e spesso felici note di colore. [...] Anche con questi scompensi, però, il film conquista l'attenzione del pubblico perchè nelle vesti di Gioia c'è Anna Magnani e si deve alla sua arte se quel personaggio così complesso, tutto illusioni e malinconie, finte fiducie e poveri coraggi, arriva fino a noi, alla nostra emozione e alla nostra simpatia. Gli altri sono Totò, nei panni dell'attorello di rivista e Ben Gazzara, il borsaiolo.»

Gian Luigi Rondi, «Il Tempo», 22 ottobre 1960


«[...] Ha diretto il film con molto brio Mario Monicelll: ottima l'interpretazione di Anna Magnani e di Totò; non sempre convinto del ruolo che sostiene, Ben Gazzara; un po' sacrificato Fred Clark. Il soggetto è tratto da due «racconti romani» di Alberto Moravia.»

i.d., «Momento Sera», 23 ottobre 1960


«[...] Purtroppo la sordina imposta all'attrice ha agito anche sulla recitazione di Totò [...]».

Franco Berutti, 1960


«[...] Il cinema, si sa, non è problema di formule, di dosaggio di ingredienti: non è misurando, sia pure con attenzione, il comico, il patetico e il drammatico che si ottengono apprezzabili risultati: questi, come sempre nella creazione artistica, non possano essere costruiti a tavolino; non sono gli elementi di altre opere riuscite che valgono, da soli, a ripetere un successo; occorre, invece, una visione nuova, autonoma da parte dell'autore i che per ogni storia e ogni personaggio trovi una nuova e autonoma dimensione cinematografica.[...] Mario Monicelll è regista abile, avveduto e cerca di trarre, da ogni episodio, il massimo risultato. Vi riesce solo a tratti, nel disegno di qualche figura secondaria, in qualche battuta in cui riassume con spirito e misura, un tono, un'osservazione, un ritrattino. Ma per il resto il film vive di mestiere artigiano e i personaggi restano sempre, uguali a sé stessi, senza che la storia giunga ad arricchirli in alcun modo.
Anna Magnani, in parrucca bionda, l'italo americano Ben Gazzarra e il sempre bravo Totò contribuiscono validamente a tenere in piedi il film e a consegnarlo, senza fatica e cura con le molte riserve accennate, al divertimento del pubblico.»

«Il Popolo», 22 ottobre 1960


«Bisogna fare un certo sforzo per crederci: proprio alla più autorevole delle nostre attrici cinematografiche, la Magnani, tocca, nel film "Risate di Gioia", il ruolo d’una generica che si fa in quattro per acciuffare anche la più modesta particina. Si chiama Gioia, detta anche « Tortorella », ed è un tipo che non conosce la rassegnazione. [...] Il film, diretto da Monicelli, su una stesura di Suso Cecchi d’Amico, che l'ha derivata da due « racconti romani» di Moravia, ha capitoli di disuguale riuscita: azzeccala la parte iniziale, che fissa subito assai bene l'indole della protagonista, durante le sue disavventure per le vie ed i locali notturni di Roma: più sforzata la seconda, con i « colpi » malriusciti nel palazzo degli aristocratici tedeschi e nella chiesa. Primeggia, naturalmente. la Magnani, che ha momenti splendidi nel crudele gioco civettuolo che ne farà la vittima di Ben Gazzara, che è fisicamente idoneo al suo sgradevole ruolo. In quanto a Totò, nella parte agro-dolce del succubo Umberto, è costretto ad accentuarne i pretesti buffoneschi. Con risultati infallibili, si sa, ma il personaggio si sarebbe prestato ad un ritratto più differenziato.»

«Corriere della Sera», 14 ottobre 1960


«"Non mi affatica affatto, questo lavoro notturno” dice Totò, che pure nei mesi scorsi è stato infermo e ora s’è ripreso; 'Io mi ci diverto un mondo' spiega Anna Magnani, che ha conservato il carattere estroso di quella autentica, bruna. Anna Magnani ha un bel tornare spesso in America, resta trasteverina; 'purché il mio personaggio sia un po' pazzo e mi lascino farlo a modo mio, tutto va bene'».

Arturo Lanocita, "Corriere della sera", 12 giugno 1960


«Nell'estate del '60 Luigi Comencini gira Tutti a casa, in precedenza annunciato per Monicelli. Al collega tocca invece un progetto rifiutato da Comencini, Risate di Gioia, tratto da un paio di racconti di Moravia. La protagonista è Gioia Fabbricotti detta Tortorella (Anna Magnani), una generica di Cinecittà che, scaricata dagli amici, passa l'ultima notte dell'anno con un anziano collega (Totò) e un giovane ladruncolo (Biagio «Ben» Gazzara).
La Magnani ha appena concluso il suo periodo americano: ha girato Selvaggio è il vento con Anthony Quinn, Pelle di serpente con Marlon Brando e La rosa tatuata con Burt Lancaster, che le ha dato l'Oscar. [...]»

Alberto Anile


«La congiunzione Anna Magnani-Totò dà il primo lustro a Risate di gioia di Mario Monicelli, da un copione di Age, Scarpelli e Suso Cecchi d’Amico che impasta due “racconti romani” di Moravia. Ma non c’è lotta: giacché, come vuole la vicenda, la prima è protagonista e il secondo una gustosa macchietta di rincalzo.
Qualcosa dell’ormai lontana caratteristica di Teresa Venerdì rivive in questa spennacchiata “Tortorella” interpretata oggi dalla Magnani: una “generica” di Cinecittà alla caccia ostinata d’una qualunque anche minima particina. Sappia o finga di non sapere di essere soltanto una guitta (e in questo margine patetico la nostra attrice ha lavorato da par suo), si dà arie di prima donna in mezzo ai suoi due compagni di cattiva sorte. Umberto, un vecchio relitto di avanspettacoli rionali, e il giovane Lello, volgare tagliaborse atteggiantesi a “ladro gentiluomo”.
[…] Regista e interprete hanno riempito il ritratto, che in qualche tono ricorda la “Cabiria” felliniana. Ma il film non è altrettanto convincente nel suo complesso, alternando pungenti schiettezze (tutte del regista dei Soliti ignoti) a troppo elaborati episodi (che sono di Monicelli e anche di altri registi, cultori del realismo magico). Sincera è certo la melanconia che intride la notte di questi “vinti”; una melanconia che per il divertimento dello spettatore ha spesso l’apparenza contraria, stride nelle trovatine d’un piacevole spettacolo.»

Leo Pestelli, Risate di gioia, “La Stampa”, 21 ottobre 1960


«All’origine di questa commedia buffa dai risvolti tristi (ma come per L’appartamento, i risvolti contano e pesano più della facciata) c’è probabilmente, da parte di Mario Monicelli, un’idea sperimentale: portare Anna Magnani vicino al pubblico, al suo stesso livello. Anche se il discorso può apparire astratto, si può dire che il pubblico ammiri la Magnani senza amarla. È una diffidenza – quando non una ripulsa – che generalmente si esprime con una frase fatta: è troppo volgare. Può darsi, invece, che questa inconscia ripugnanza nasca da un sentimento di inferiorità: la sente diversa, al di sopra di se stesso (a causa della sua “natura”, della sua tragicità) e perciò non si identifica con lei. Quasi ne ha un po' paura. Monicelli si dev’essere detto: facciamola patetica, la Magnani, induciamo il pubblico a compassionarla, a soffrire con lei, a proteggerla. Così, ispirandosi a due racconti di Moravia, Monicelli e i suoi fidi Age e Scarpelli hanno tagliato su misura della maggiore e più originale attrice del nostro cinema il patetico e inedito personaggio di Tortorella inserendola in una delle più patetiche situazioni del nostro anno solare: la notte di San Silvestro.
[…] Anche se più di una volta dà nel facile e va sopra le righe, il racconto è ingegnoso; proseguendo e approfondendo la linea di I soliti ignoti, Monicelli dosa comicità e amarezza, crepuscolarismo e satira di costume con pregevoli risultati resistendo quasi sempre a far traboccare la convenzionalità di fondo della vicenda. Dobbiamo fare le lodi della Magnani? È bravissima. Totò non le sta indietro e, con la sua metallica “souplesse”, l’abruzzo-americano Ben Gazzara s’inserisce agevolmente tra i due.»

Morando Morandini, Magnani patetica, «La notte», 14-15 ottobre 1960

«Mario Monicelli, di cui non abbiamo dimenticato I soliti ignoti, ci sembra uno dei migliori autori comici del nostro tempo. Il suo talento è basato su un senso sicuro della comicità ma anche su una particolare sensibilità: le sue gag non obbediscono mai ad una meccanica astratta ma ad una reazione umana; la sua è una comicità di situazione ma anche di carattere; il riso nasce meno dalle circostanze che dal comportamento degli individui. […]
Non siamo lontani da una visione del mondo felliniana, allo stesso tempo irresistibilmente buffa e profondamente patetica, dove i momenti di pathos sono immediatamente investiti da trovate umoristiche. Totò e la Magnani sono rimarchevoli.»

Marcel Martin, Larmes de joie, “Cinéma 62”, n. 70, novembre 1962


«La storia di una notte romana di avventura cui segue un’alba squallida è chiaramente ispirata a film come Il bidone e, soprattutto, La dolce vita. C’è l’americano ubriaco, ci sono le corse in macchina su e giù per la capitale, la festa esclusiva per i nobili stranieri e quelle più popolari in cui basta pagare per partecipare. La trovata di Monicelli è quella di promuovere a protagonisti due personaggi fuori dal loro tempo, che cercano di adattarsi al clima del benessere ma che restano legati a valori ormai superati. Il recital che improvvisano dinanzi alla folla schiamazzante del locale notturno (uno dei più belli mai realizzati da Totò, che ormai vecchio sembra volersi ricordare del suo passato nell’avanspettacolo) è una specie di atto di “diversità”: alle scemenze del presentatore e alla pochezza del varietà sanno opporre un numero di gran classe (che ovviamente annega nell’ansia di divertirsi degli astanti). Anche la sequenza finale – la sceneggiata della Magnani che si finge miracolata con Totò che fa da spalla – è qualcosa di più della sfortunata applicazione alla vita della scena che la Magnani stessa ha interpretato a Cinecittà all’inizio (satira dei mitologici di successo, con un regista un po’ Blasetti, un po’ Bragaglia, un po’ il regista dei fotoromanzi di Lo sceicco bianco): i due ricorrono a una tradizione popolare cui nessuno crede più. Notevole è pure la sequenza nella casa dei tedeschi, dove il comportamento degli intrusi è assai simile a quello che in un film di genere precede il plotone di esecuzione (come Totò non manca di sottolineare), per non dire della figura di Toni Ucci, ricalcata sul Sordi prima maniera.
Risate di gioia è un mezzo fallimento commerciale. Ed è motivo di riflessione. La convinzione che il mercato abbia notevoli capacità di assorbimento – il 1961 è uno degli anni in cui si producono in Italia più film – cozza contro la persistente precarietà del sistema industriale, ma resiste e autorizza progetti che gli autori, ormai consci del proprio ruolo, concepiscono come affrancamento della creatività dal controllo di un apparato produttivo che riconoscono sempre meno adeguato a un cinema che cambia dentro una realtà che cambia.»

Stefano Della Casa, «Mario Monicelli», Il Castoro cinema, La Nuova Italia, Firenze 1986.


«Ultimo dei sette film di Totò diretti da Monicelli. Il film è poco conosciuto e l'autore non ne parla quasi mai nelle sue interviste. Eppure è uno dei titoli migliori della sua filmografia come di quella di Totò. Totò qui si affranca dal burlesco e dalla farsa (dove non occorre ricordare come brillasse il suo talento) per penetrare in una commedia di costume della migliore tradizione. Vi troviamo un dosaggio specificamente italiano e quasi sublime fra l'ironia e la compassione – mai stucchevole – nei confronti dei personaggi. L'autore vi disegna un superbo ritratto di Totò nei suoi eterni connotati: morale d'acciaio trionfante su ogni smacco, galanteria e rispetto delle donne (perfettamente anacronistico), incapacità quasi fisiologica di arrabbiarsi, flemma e rassegnazione. Le scene in cui Totò e la Magnani rievocano la loro 'esperienza cinematografica' sono da antologia.»

Jacques Lourcelles, «Dictionnaire du cinéma», Laffont, Paris 1992


«Proprio per effetto de La dolce vita, Monicelli poté finalmente esprimersi liberamente, mettendo in campo anche situazioni scabrose e dialoghi disinvolti, che solo pochi anni prima non sarebbero mai stati tollerati dalla censura. Nei confronti di Risate di gioia si lasciarono invece passare senza obiettare anche alcune scene relative alla sacralità della religione cattolica, come quella del furto in chiesa, i dialoghi espliciti tra Tortorella (Anna Magnani) e Lello (Ben Gazzara) nel senso di una sessualità extramatrimoniale esplicita e la presa in giro fino all’irrisione nei confronti del turista americano (Fred Clark), sciocco e ubriaco. Venne censurata solo una battuta di Anna Magnani che, riferendosi al gruppo degli amici inaffidabili, diceva in romanesco “Sono una manica di stronzi”, divenuta al doppiaggio “Sono una manica di fessi”, mentre l’unico giudizio negativo del Centro Cattolico si appuntò sulla scena finale del film, dove Lello ruba una collana dalla statua della Madonna, definita “Una urtante scena in chiesa” senza ulteriori richieste di soppressione.
L’atmosfera generale di Risate di gioia, fortemente radicata nel tessuto italiano e, ancora più chiaramente, romano, ci offre uno spaccato del mondo psicologico e sociale della Roma del 1960, unitamente ai personaggi che la rappresentano, quali le comparse di Cinecittà, i piccoli imbroglioni, i truffatori professionisti, la gente che ha voglia di vivere e di divertirsi, di “fare la dolce vita” e gli stranieri felici di stare a contatto con il mito della città eterna. […] La pellicola […] fornisce anche una garbata parodia della famosa scena della Fontana di Trevi de La dolce vita, con l’americano ubriaco che a tutti i costi vuole fare il bagno nudo nella fontana, mentre Lello è deciso a derubarlo, “Infortunio” a difenderlo dal ladro e Tortorella, ignara di tutto e illudendosi di essere corteggiata da Lello, resta in disparte e avverte poi il commissariato di zona. Precedentemente, nella scena in cui l’americano aveva gettato la moneta nella fontana di piazza dell’Esedra, la donna aveva commentato parlando da sola: “Questo l’ha visto al cinematografo... mannaggia il cinematografo”, indicando esplicitamente anche allo spettatore meno attento la fonte della parodia, che è talmente insistita da far quasi sospettare che Monicelli in filigrana abbia voluto costruire il film quasi come una obliqua parodia, una “dolce vita dei poveracci”, allo stesso modo in cui I soliti ignoti era stata una evidente parodia di rapinatori dilettanti e maldestri. In un’altra, fondamentale sequenza, quella del furto del portasigarette d’oro nella casa dei ricchi tedeschi, il regista cita vagamente una scena analoga de Il bidone, dove Franco Fabrizi ruba un portasigarette d’oro e viene poi ridicolizzato e offeso dal padrone di casa.
Accanto all’atmosfera di evidente sospensione della vita, dovuta al capodanno e alla spensieratezza di tutti, come appunto suggerisce il titolo del racconto moraviano e del film, Monicelli ci offre anche un’amara satira di costume, con il povero Mac Ronay conduttore della metropolitana che, essendo di turno, a due ore dalla mezzanotte è costretto a lasciare la famiglia. La moglie gli ha teneramente messo delle lenticchie in una gavetta di metallo e salutandolo quasi con le lacrime agli occhi per lo sconforto, gli dice: “Senza de te nun celebramo gnente...bevemo un goccetto de brodo caldo e tutti a letto. Celebramo domani, quando ce sei tu”, aggiungendo che loro già dormiranno quando lui “starà sottoterra”, intendendo sui binari della metropolitana, ma anche dando un cinico e macabro doppio significato all’espressione. Però, come è nei parametri classici della commedia all’italiana, appena il povero padre di famiglia si è chiuso la porta alle spalle, il regista – anticipando di trent’anni il suo amaro film Parenti serpenti – ci fa vedere la moglie e gli altri membri della famiglia, tutti euforici e festosi, che si scatenano tirando fuori dal forno l’arrosto e telefonando agli altri parenti perché portino il capitone e lo spumante.
[...] Monicelli offre un’occasione unica, presentando Totò e Anna Magnani che, dopo aver vinto la lotteria del veglione di San Silvestro, si esibiscono davanti a Gianni Bonagura in un pezzo straordinario in cui cantano insieme la canzone Geppina Gepi, con Totò più che mai clownesco, con in testa un microscopico cappellino di carta, che tira fuori la lingua e si muove saltellando intorno alla Magnani. La sequenza è eccezionale e godibile, anche se più che suscitare un effetto comico produce malinconia e tristezza. È una scena iperrealistica, perché i due personaggi dichiarano al presentatore che si esibiranno in un numero del loro vecchio repertorio. Ma quel numero appartiene veramente al repertorio rivistaiolo di Anna Magnani e Totò giovani, con un risultato stupefacente, che proietta l’ombra di una nostalgia e di una pena che avviluppa non solo le due figure nel film, ma i due attori nella vita.
Questo effetto di iperrealismo, dovuto alla reale sovrapposizione biografica sui personaggi fittizi, è accentuata dall’esibizione di alcune foto autentiche di Totò giovane che vediamo fissate a una parete della stanza in cui dorme “Infortunio”.
[…] La parte più bella del film e quella in cui la recitazione dell’attore appare più densa e partecipata è la sequenza finale, che ha molti punti in comune con quella di Yvonne la Nuit, con “Infortunio” che il giorno di ferragosto va ad aspettare Tortorella, che esce dal carcere dopo aver fatto otto mesi di galera per il furto di capodanno. In una Roma abbagliata da una luce accecante, la donna è ancora vestita per l’inverno, esattamente come il giorno in cui è stata arrestata, con un abito vistoso e una stola di volpe bianca piena di polvere. L’altro è vestito come si “abbigliava” da giovane, negli anni Dieci, con la paglietta e una giacca obsoleta, e ha in mano un assurdo ombrello, un regalo per lei».

Ennio Bìspuri, 2010


«La riedizione di classici italiani un po' dimenticati diviene una consuetudine grazie al distributore Les Acacias: dopo In nome del popolo italiano di Dino Risi in gennaio, è la volta di Larmes de joie (Risate di gioia, 1960) di essere onorato da un'uscita nazionale. Realizzato fra due capolavori (I soliti ignoti e I compagni) da un Mario Monicelli all'apice della sua carriera, questo gioiello è la cronaca di una notte di San Silvestro che diventa un disastro per un trio di patetici perdenti […]. Il film comincia come un brano di una logora commedia dell'arte, dove tutti appaiono esagitati, ma questa energia un po' stridente si fonde rapidamente negli ingranaggi di una meccanica burlesca di una precisione assolutamente meravigliosa. Monicelli utilizza gli ambienti naturali di Roma come un teatro a cielo aperto dove si dispiegano grandi scene dalla dismisura sempre più accentuata. Piazze deserte, night-club affollati, ritorno alla sequenza della fontana di Trevi di La dolce vita con Totò e Magnani (il film di Fellini è uscito alcuni mesi prima), villa gotica popolata di aristocratici tedeschi e cantieri all'alba sorgono come le visioni disincarnate di un sogno cristallino in bianco e nero. Al di là del suo cast inverosimile (Magnani, Totò, Gazzara!) il film seduce nel suo avanzare in una vasta notte artificiale e nel divorare gli spazi urbani come tante scene oniriche. La deambulazione, il gioco sul vuoto o sulla sovrabbondanza (magnifica la sequenza in cui Totò e Ben Gazzara si ritrovano in una zona completamente distrutta dai fuochi d'artificio) caricano il film di una scintillante malinconia invernale. Questa sfavillante maratona notturna deve probabilmente molto al Fellini di La strada e al Visconti delle Notti bianche. Ma Monicelli è giustamente memore della migliore tradizione neorealista traendo da questi “vitelloni” una dimensione tragicomica di grande acume politico. La rottura finale, avviata dalla rivelazione dei sotterfugi di Lello (Gazzara), è un'esplosione melodrammatica che innesca la vena più impegnata dell'autore (che raggiungerà l'apice in I compagni): nessun giudizio sul personaggio pur miserabile di Lello, ma uno straripamento di affetti che sbocca sull'amara constatazione di un fallimento sociale. Uniti nella loro solitudine, i tre personaggi fanno corpo fino in fondo in una scena d'antologia dove rubano in una chiesa: questa energia profana interamente diretta verso il popolo (Magnani urla “Miracolo!” per tentare di far passare il furtarello per un intervento divino) è ciò che è più ammirevole in Risate di gioia.»

Vincent Malausa, Monicelli dans la nuit blanche, “Cahiers du Cinéma”, n. 688, aprile 2013


«“Miracolo! Miracolo! Miracolo!” urla l'anonimo figurante a Cinecittà, truccata da matrona romana e circondata da migliaia di altri figuranti mezzi nudi, agli ordini di un regista dal sorriso aristocratico e dai baffi sottili (somiglia a Vittorio Cottafavi mentre dirige uno dei suoi peplum). La donna si chiama Gioia Fabbricotti alias Tortorella ed è molto impaziente, come tutti, di concludere le riprese per precipitarsi a festeggiare. “Miracolo! Miracolo! Miracolo!” urla di nuovo nella chiesa, alla fine del suo pellegrinaggio notturno attraverso i luoghi santi del consumo di massa. Gioia ha imparato la lezione: bisogna fingere di avere tutto, di afferrare tutto, anche se non si ha nulla.
Mario Monicelli, ammiratore de La folla di King Vidor, si interessa alla pena del taglione che condanna questa piccola Gioia, babbea senza speranza, sorellastra della mamma “magnanesca” di Bellissima. Si concentra ancora di più sulla molto, fin troppo ingombrante folla che galoppa intorno a lei a rischio di schiacciarla ad ogni momento. Il benessere collettivo, la felicità generale si diffondono attraverso delle coreografie al tempo stesso caotiche e armoniose. Migliaia di corpi e di volti, seguiti o preceduti dall'inesauribile gru e dall'implacabile obiettivo “panfocale” di Leonida Barboni. Paradosso: era stata la stessa Anna Magnani a pretendere questo capo operatore, preoccupata di valorizzare la propria bellezza, felice del suo eccellente lavoro di ringiovanimento compiuto in Nella città l'inferno (Renato Castellani, 1958).
“Mannaggia al cinematografo!”, urla la falsa bionda Gioia/Magnani sul bordo della fontana di Trevi, cercando di impedire al turista americano ubriaco di bagnarsi come la vera bionda Anita Ekberg in La dolce vita. Il film di Fellini era uscito il 5 febbraio 1960, le riprese di Risate di gioia cominciarono il 3 maggio. Gli straordinari ambienti romani e gli innumerevoli costumi originali, per i due film, vengono scelti e concepiti da Piero Gherardi, un talento visionario.
Un altro legame fra queste due odissee girate night for night per dei mesi, lo spilungone delle strade della capitale: il ben noto giornalista inglese John Francis Lane, che recita nella scena della conferenza-stampa di La dolce vita e che rivediamo qui, domestico esilarante e arcigno, alla festa dei ricchi tedeschi. Risate di gioia originariamente era stato scritto da Suso Cecchi d'Amico per Luigi Comencini. In questo lussureggiante inizio degli anni sessanta, Monicelli rifiuta di girare per Dino De Laurentiis una sorta di seguito al loro acclamato La Grande Guerra (Leone d'oro a Venezia, 1959). Comencini accetterà questo stesso progetto del potente produttore napoletano ma riesce a trasformarlo nel racconto di un episodio chiave della Seconda guerra mondiale, Tutti a casa (coscritto da Age e Scarpelli, come i film di Monicelli dell'epoca) e la sua epopea uscirà con successo nel novembre 1960, meno di un mese dopo il modesto successo di Risate di gioia.
Nel 1960 l'opera letteraria di Alberto Moravia è allo zenith della sua popolarità. Dopo una mezza dozzina di adattamenti sullo schermo, Vittorio De Sica e Cesare Zavattini vi si ispirano per La ciociara, girato nell'estate del 1960. D'Amico e i suoi colleghi sceneggiatori derivano Risate di gioia dai racconti Ladri in chiesa e Lacrime di gioia, pubblicati nella raccolta Racconti romani, 1954, e Nuovi racconti romani, 1959 (e non del solo primo tomo come indicano i crediti). I personaggi di sfollati e borsari neri indicano che questi racconti si svolgono poco dopo la guerra. La Gioia moraviana è una “formosa modella” che trascorre la notte del capodanno correndo in un taxi che non ha i soldi per pagare. Nell'altro racconto, una donna salva suo marito, ladro di gioielli in una chiesa, dichiarando agli sbirri che è la Madonna stessa ad avergliene fatto dono. Ecco qualche frammento delle idee che Monicelli dilata e attualizza, lasciando i suoi morti di fame divorarsi l'un l'altro, esattamente come accadeva prima del trionfo dell'industrializzazione.
Magnani rappresenta, ai suoi occhi, i resistenti della Città Aperta in lotta contro i nazisti: la bianca pelliccia di Gioia è bombardata dai petardi tedeschi all'inizio della sequenza satirica del party dei nababbi crucchi. E Gioia è umiliata dall'Americano (Fred Clark), simbolo dell'ancora bruciante vittoria alleata, come una puttana da buttare nella sua bagnarola da miliardario. […]
Facendoli recitare insieme, come ai bei vecchi tempi del varietà sotto le bombe, il regista otteneva un altro meraviglioso effetto di décalage. Un duo esaltato dall'insolente jazzman Lelio Luttazzi e dal suo refrain nostalgico Geppina Geppi. Totò è il Totò dei Soliti ignoti, o delle prime farse monicelliane, un comico dal passato glorioso (vedi le foto al di sopra del suo letto), che adesso si arrangia per sopravvivere grazie alle sue performance in truffe. Le sue pagliacciate fisiche, dove usa lingua e braccia, il suo ridicolo frac da pinguino, i suoi brillanti giochi di parole nonsense (…), la sua voracità frustrata di spaghetti si contrappongono allo stile della Magnani, pomposo, quasi virile, con la sua “risata crudele e aggressiva” (ricordo di Moravia pubblicato al momento della scomparsa dell'attrice). Totò e la Magnani presto entreranno, ognuno separatamente, nel loro periodo pasoliniano che nobiliterà, concettualizzerà le loro dramatis personae.
Ultima sfida di Monicelli alla diva, fresca dei successi hollywoodiani: farla schiattare di voracità repressa d'eros, ad ogni scena di seduzione maschile, davanti ai meccanismi, oh quanto Actors Studio! dell'intellettuale Ben Gazzara.»

Lorenzo Codelli, La foule solitaire, «Positif», n. 626, aprile 2013


1961 01 08 Il Messaggero Chi si ferma e perduto T L

«Il Messaggero», 10 dicembre 1960


«Un esilarante duello fra Totò e Peppino De Filippo, impiegati d una azienda di trasporti [...] Sergio Corbucci ha diretto lo scherzo con sufficiente scioltezza, allentando un po' troppo le briglie soltanto nell'affrettata conclusione. Le occasioni di risate sono, ad ogni modo, frequenti, senza quasi concessioni al cattivo gusto. Totò, specialmente, è in ottima forma e la scena al balcone, fra lui e Lia Zoppelli, è una azzeccata parafrasi burlesca di «Giulietta e Romeo». A fianco degli attori già menzionati: Alberto Lionello, Luigi Pavese, Angela Portalupi, Jacqueline Pierreux e Anna Campori.»

«Corriere della Sera», 16 dicembre 1960


«Ancora Totò e Peppino, ma questa volta si ride. Il copione ha almeno il merito di ripresentare vecchie cose con un certo garbo sconosciuto ai nostri film comici di serie B: e Totò e Peppino sono prontissimi a cogliere il minimo pretesto per recitare con gusto».

Valentino De Carlo


«[...] Chi si ferma è perduto appartiene al filone facile, preveduto e volgaruccio, della nostra produzione faceta. Qualche invenzione verbale, un'eccellente interpretazione della coppia Totò - De Filippo non sono certo sufficienti per invitare a un onesto divertimento lo spettatore di gusto. Siamo alle solite : corna, miseria, qui pro quo [...]».

Pietro Bianchi


«Per Totò il film con la Magnani (Risate di gioia) è solo un intermezzo di lusso, uno sfizio venato di nostalgia. Dopo lo attende ancora un'ultima serie di pellicole con Peppino. Chi si ferma è perduto è un progetto di Ennio Bistolfi, un piccolo produttore genovese. Il film viene combinato da Sergio Corbucci, un ragazzone romano che lavora nel cinema da due lustri e che conosce personalmente Liliana de Curtis, la figlia dell'attore. Totò, sempre piuttosto guardingo nei confronti dei giovani registi, accetta la proposta ma pone come condizione la presenza di Peppino. [...]»

Alberto Anile


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