Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1961


Rassegna Stampa 1961


Totò


1961 04 17 Toto peppino e la dolce vita T L

«La Stampa», 17 aprile 1961 (Data distribuzione: 23 febbraio 1961)


«Il principe Antonio de Curtis, Totò, ha firmato un contratto cinematografico che lo impegna ad «entrare in dolce vita». Il successo di cassetta della felliniana « Dolce vita » ha indotto altre produzioni a sfruttare, come del resto avviene ogniqualvolta un film piace al pubblico, la fortuna di un titolo. Così si annuncia già una parodia della pellicola di Fellini. Si intitolerà « Totò e la dolce vita». Le riprese cominceranno in aprile.»

«Corriere dell'Informazione», 1 marzo 1960


«Debolissima parodia al film di Fellini [...] Mancando ogni trovata, il pubblico si deve accontentare della generica bravura dei due comici.»

«Corriere dell'Informazione», 4 aprile 1960


«[...] Al solito l'invenzione è tanto povera e la comicità così grossolana, che ci pare superfluo trattenerci sull'accozzaglia dì casi che vi tengono luogo di vicenda. Eppure la risata il filmetto la strappa piuttosto spesso; e non tanto per la rozza caricatura dì alcuni passaggi del film felliniano (Vìa Veneto, i paparazzi e scampoli di orge nobiliari) e molto meno per la solita macchinetta degli equivoci, quanto per il duetto serrato e quasi sempre spassoso dei due protagonisti, Totò e Peppino [...] Il regista si è affidato a loro a occhi chiusi [...]»

Leo Pestelli, «La Stampa», 20 aprile 1961.


«[...] "Totò, Peppino e... la dolce vita", di Sergio Corbucci, vorrebbe essere la parodia del famoso film di Fellini, ma è soltanto una stanca farsa vociante e inconcludente. Fra tanta sciatteria si salva, a tratti, la pirotecnica bravura dei due comici, ai quali si devono augurare canovacci meglio ideati e eseguiti.»

«Corriere della Sera», 2 aprile 1960


«Sergio Corbucci, dopo aver firmato numerosi copioni rivistaioli, è passato al cinematografo, dirigendo questa ennesima puntata della serie Totò, Peppino e...[...] Parodia condotta non tanto secondo un gusto di piacevole divertimento, ma spesso con mano e allusioni più equivoche, di pornografia fine a se stessa.»

Mauro Manciotti, 1961


«Fosse almeno una parodia del film di Fellini! [...] Totò e Peppino fanno del loro meglio per salvare il film dal mare di banalità»

Corriere Lombardo, 1961


«È molto tempo che non recensisco un film di Totò. Vederli fa bene alla salute, perciò colgo l’occasione della proiezione di questo Totò, Peppino e la dolce vita per tessere di nuovo l’elogio del principe Antonio de Curtis. Ogni suo film è un bene prezioso, come un gioiello. I negativi della miriade dei suoi lavori dovrebbero essere conservati in una cassaforte, a Fort Knox. C’è voluto molto tempo perché ci si accorgesse della grandezza di Totò, della sua genialità, paragonabile solo a quella dei fratelli Marx, di Chaplin, di Keaton».

Walter Veltroni


«Nel novembre del '60 un redattore di «La Fiera del Cinema» si intrufola nel teatro n. 3 della Titanus Farnesina. Sono le otto di sera, la troupe sta facendo gli straordinari. Camillo Mastrocinque gira la prima scena di Totò, Peppino e... la dolce vita, prodotto da Gianni Buffardi, il marito di Liliana de Curtis. Davanti a vetrine, tavolini e aiuole simili a quelle di via Veneto, Dina Perbellini e Irene Aloisi, nobildonne romane, si intrattengono «democraticamente» con Totò, posteggiatore abusivo, divorandogli sotto i suoi occhi il piatto di pastasciutta che il pover'uomo si è appena cucinato».

Alberto Anile


«Totò interpreta Antonio Barbacane. Il film è la parodia dell'omonimo capolavoro di Federico Fellini e ne riproduce la tipica atmosfera in chiave farsesca. Antonio Barbacane, un posteggiatore abusivo, e il cugino Peppino (Peppino De Filippo), entrambi alla ricerca di una sistemazione dignitosa, si ritrovano a Roma, cedendo alle lusinghe della dolce vita. Ne seguono parecchie avventure, come la serata in un night con due belle straniere e il party peccaminoso in un castello, con tanto di seduta spiritica.»

Matilde Amorosi


1961 05 12 La Stampa Sua Eccellenza T L

«La Stampa», 12 maggio 1961 (Data distribuzione: 17 marzo 1961)


«Il principe Antonio de Curtis è tornato a Roma con Franca Faldinl, dopo aver trascorso alcuni giorni a Montecarlo. Il giorno di Capodanno — ha dichiarato Totò — sono stati concretati gli ultimi accordi per il film « ... E il ministro si fermò a mangiare » di cui Totò sarà il principale interprete [...]»

«Corriere dell'Informazione», 5 gennaio 1961

«L’ultimo film di Totò con Mattòli si inserisce senza molta originalità nel filone che rievoca il ventennio con toni burleschi: si salva solo Totò nei panni di un ladro incorreggibile.»

Paolo Mereghetti, 1961


«[...] Mario Mattoli ha tratto una farsa che non sempre regge sul piano dell’eleganza e del brio. La faccenda infatti si complica con l'intervento di Totò, ladro quasi gentiluomo, che si finge il medico e fornisce l’alibi a Tognazzi, ma poi approfitta del favore fatto per partecipare a un pranzo a cui interviene il ministro Raimondo Vianello e per rubare tutte le posate d’oro. Risate non mancano, ma non sempre — come abbiamo detto — lo spirito è di buona lega.»

«Corriere della Sera», 23 aprile 1961


«Pochade inoffensiva sotto ogni aspetto, ma che, anche per pressioni dall’alto, fu rititolata Dott. Tantazella, medico personale del… fondatore dell’impero. Ultimo film di Totò con Mattòli, e non tra i più riusciti anche perché deve cedere il posto all’invadente coppia Tognazzi - Vianello. Con la sua mimica prodigiosa, ì lazzi assaettati, l'inimitabile tempo, Totò domina da cima a fondo questa pochade che avrebbe dovuto trovare il suo pepe nell'ambientazione [...] Ma lo sfondo è sempre casuale, l'azione è praticamente fuori tempo [...] Il film è inoffensivo sotto ogni aspetto e, senza Totò, sarebbe il deserto anche sul piano della comicità più facile.»

Morando Morandini, «La Notte», Milano, 22 marzo 1961.


«La trama è talmente cucita di gags che nessuno ci ha capito nulla; poi Totò e Tognazzi si incaricano di cambiare ogni giorno il copione. [...] Il regista [...] gira tutto in presa diretta: ritiene che la commedia brillante deve essere recitata dal vivo e non tollera doppiaggi. E lo dice con tanta convinzione che bisogna credergli, così come gli attori credono al macchinoso copione.»

"E il ministro si fermò a mangiare", «La Fiera del Cinema», n. 3, marzo 1961

«Una farsesca presa in giro degli anni in cui il « saluto romano » era obbligatorio vuol essere "Sua Eccellenza si fermò a mangiare", di Mattoli. [...] Abbondano le allusioni pesanti ed i doppi sensi di dubbio gusto. Resta, malgrado tutto, la bravura dell'infaticabile Totò. Nel periodo al quale il filmetto si riferisce simili canovacci erano ambientati in Ungheria; oggi si attribuiscono all’epoca del fascismo. Una rivalsa che può essere comprensibile; tuttavia è lo spettatore che ci va di mezzo.»

«Corriere della Sera», 22 aprile 1961


«Il posciadistico andirivieni da una camera da letto all'altra rimane il solo puntello della farsetta, ma, conducendo il regista Mattoli l'azione con minor disordine che in altri suoi film, le risate, piuttosto rare nella prima parte, qui si infittiscono, anche se a provocarle sono pesanti doppi sensi e scherzi volgarucci. I comici, e in particolare Totò, sono gli artefici del modesto divertimento.»

Leo Pestelli, «La Stampa», Torino, 13 maggio 1961.


«Il film viene inizialmente battezzato E il ministro si fermò a mangiare, ma la censura, messa in allarme dall'accostamento tra una carica pubblica e una funzione fisiologica passibile di facili allusioni, boccia decisamente il titolo; non basta che il ministro del film appartenga all'epoca di Starace, il titolo viene ammorbidito in un più blando Sua eccellenza si fermò a mangiare. Il soggetto, imbastito da Metz e Gianviti, è un intreccio farsesco fin troppo ricco di equivoci e di tradimenti, con un cast in cui trovano posto, oltre a Totò, Lauretta Masiero, Virna Lisi, Lia Zoppelli, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello, Mario Siletti e Pietro De Vico. [...]»

Alberto Anile


1961 08 17 Il Messaggero Tototruffa 62 T L

«Il Messaggero», 17 agosto 1961 (Data distribuzione: 7 agosto 1961)


«Con «Tototruffa ‘62» il popolare comico napoletano arricchisce la propria nutrita galleria di personaggi con un nuovo « tipo » indovinato ed efficace. Diremmo anzi che questo simpatico e patetico truffatore, il quale compie suoi misfatti per mantenere la figlia in un collegio di prim'ordine onde assicurarle un avvenire felice, è tra i tanti personaggi portati sullo schermo da Totò indubbiamente uno dei più centrati, Certo, anche qui talvolta l'umorismo talvolta cede il posto al lazzo e la satira, diviene pretesto di battute, ma quasi sempre la spontaneità e la dirompente carica comica dell'artista raggiunge il bersaglio con immancabile puntualità. Il poliedrico malfattore compie truffe a decine travestendosi ogni volta a seconda della necessità e in ogni travestimento Totò riesce a divertire. Il film, quindi si identifica con le vicenda del personaggio centrale e il suo successo è il successo dell'attore, Totò, il quale, peraltro, si giova di una « spalla » d'eccezione qual è Nino Taranto.»

Vice, «Il Messaggero», 18 agosto 1961


«[...] Il soggetto, con la scusa della farsa, è quanto di più sballato si possa immaginare: il maggiore sforzo inventivo degli sceneggiatori, Castellano e Pipolo, è quello di costruire alla meno peggio i vari sketch che servono di pretesto ai due comici partenopei per ricamare un fuoco di fila di lazzi, smorfie e battute, con un impegno degno di migliori imprese. Il film sono loro, Totò e Taranto: suppliscono all'inadeguatezza del copione con una tale abilità da rendere divertenti anche trovate e battute vecchie di decenni»

Valentino De Carlo, «La Notte», Milano, 19 agosto 1961.


«Totò nei panni di un astuto imbroglione aiutato dalla complice furberia di un altro balordo, impersonato da Nino Taranto, e combattuto da un commissario, suo ex-compagno di scuola, Ernesto Calindri. [...] "Tototruffa '62", diretto da Camillo Mastrocinque, si vale della sempre divertente recitazione dei due comici, che qui si esibiscono in una serie di avventure, gabbando il prossimo anche con l’aiuto di improbabili quanto divertenti travestimenti. [...] Accanto a Totò, Taranto e Calindri compaiono Lia Zoppelli. Estella Blain, Carla Macelloni e Geronimo Meynier.»

«Corriere della Sera», 19 agosto 1961


«Filmetto piuttosto scucito che pare composto da due pizze ben distinte. Quando in scena ci sono Totò e Taranto si ride spesso, anche se le battute sono di quart'ordine. Quando i due scompaiono, le cose vanno maluccio, ma il regista sembra non accorgersene.»

«Il Giorno», Milano 19 agosto 1961

«C’è una sequenza che ha reso questo film assai celebre. È la splendida invenzione della truffa ideata da Totò e Nino Taranto per vendere a uno straniero la Fontana di Trevi. È una grande idea, che speriamo non venga adottata dal governo nell’ambito del piano di privatizzazioni. Lo sventurato forestiero viene raggirato alla grande con il miraggio del possibile prelievo di tutte le monetine gettate dai turisti nella fontana. Totò è, come sempre, irresistibile. E Nino Taranto è una spalla di grande levatura.»

Walter Veltroni


«Totò interpreta Antonio Lo Ruffo. Antonio e Felice (Nino Taranto), trasformisti da avanspettacolo, usano i trucchi ai quali sono abituati in palcoscenico per organizzare una serie di truffe. Con i proventi degli imbrogli, Antonio mantiene in un collegio di lusso Diana, l'unica, amatissima figlia, fingendosi un ricco uomo d'affari con la direttrice dell'istituto, sempre pronta a spillargli quattrini. Nella sua losca attività, però, deve fare i conti col commissario Malvasia che gli dà la caccia da tempo, non sospettando che il figlio si è innamorato della figlia del truffatore, conosciuta casualmente.»

Matilde Amorosi


«Ormai entrato in simpatia con il principe, De Vico ottiene anche di lavorare qualche giorno in Totòtruffa '62, nella particina buffa e tenera di un contadinotto incaricato di censire i piccioni italiani. Totòtruffa '62, diretto da Camillo Mastrocinque, vede per la prima volta nel cast un altro glorioso attore comico napoletano, Nino Taranto. Totò lo conosce dai tempi duri della gavetta, quando si cercavano per scambiarsi il repertorio, un'epoca avventurosa e affamata da cui entrambi sono riusciti a spiccare il balzo verso il mondo luccicante della rivista, e quando questa entrò in crisi, a farsi largo anche nel cinema.»

Alberto Anile


«C’è una sequenza che ha reso questo film assai celebre. È la splendida invenzione della truffa ideata da Totò e Nino Taranto per vendere a uno straniero la Fontana di Trevi. È una grande idea, che speriamo non venga adottata dal governo nell’ambito del piano di privatizzazioni. Lo sventurato forestiero viene raggirato alla grande con il miraggio del possibile prelievo di tutte le monetine gettate dai turisti nella fontana. Totò è, come sempre, irresistibile. E Nino Taranto è una spalla di grande levatura. Andrebbe scritto l’elogio della «spalla» di comici come Totò. Per andargli appresso, a quella furia scatenata, dovevano avere una dose non infinitamente inferiore di follia e genialità. Il loro ruolo è come quello dei mediani di centro-campo che si spaccano in quattro per far rifulgere i Baggio o i Platini. In questo film c’è anche un mirabile travestimento in panni femminili di Totò che sforna una serie di giochi di parole e di doppi sensi che travolge lo spettatore. Non li anticipiamo, naturalmente, segnalo solo l’uso, nella scena di Totò donna, della parola «spogliatoio». Sono frammenti di poesia, da non dimenticare.»

Da «Certi piccoli amori. Dizionario sentimentale di film», Sperling & Kupfer Editori, Milano, 1994


«Il film raccoglie tutti i registri recitativi di Totò: la farsa, la commedia, l'impianto realistico, drammatico e surreale. Chiari alcuni riferimenti a film precedenti, quali Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi, I tartassati e Guardie e ladri. Prevale la farsa soprattutto nella scena in cui i due truffatori vogliono collocare un vespasiano davanti al ristorante; in quella, esilarante, della vendita della fontana di Trevi a un americano (Ugo D' Alessio), con l'ennesima allusione a La dolce vita; nei pirotecnici travestimenti per estorcere tre anni di affitto al padrone di casa (Luigi Pavese), che ha un suo precedente in Totò, Vittorio e la dottoressa; nella truffa sull'eredità da parte dell'ambasciatore del Katongo; nel travestimento da Fidel Castro; nella finta telefonata da Oslo e nella finta agenzia di collocamento. La recitazione di de Curtis è come sempre perfettamente calibrata in ogni passaggio narrativo ed in ogni fotogramma, secondo i tempi e le pause per le quali è grande maestro, ottimamente supportato da una grandissima spalla quale Nino Taranto.
Regia di estrema finezza di un Mastrocinque, che qui, al suo undicesimo ed ultimo film, ha ritrovato la vena giusta e il giusto equilibrio nel dirigere Totò senza farlo mai cadere in eccessi ed esagerazioni, salvo l'ultima sequenza, che ha un sapore del tutto surreale, con il protagonista che eredita dal Nicaragua una somma ingentissima e la sperpera senza criterio. Alla commedia appartengono tutte le scene, e i relativi dialoghi, tra Totò e la direttrice del collegio (Lia Zoppelli), costruiti tutti con garbata ironia. Di stampo realistico e drammatico sono le scene in cui Totò esorta la figlia (Estelle Blain) con una tenerezza struggente; quella col commissario (Emesto Calindri), nella quale Totò chiede di uscire dal carcere per raggiungere la figlia. Alcuni aspetti di comicità surreale si riscontrano nella scena in cui ai due compari rimane il dito infilato nell'apparecchio telefonico (citazione da Totò, Peppino e i fuorilegge, Totò, Peppino e le fanatiche e Totò, Vittorio e la dottoressa).
II film è costruito su una serie di sketches di sapore teatrale, ma molto ben diretti e ben recitati, ivi compreso il gradevole impasto linguistico africano-napoletano, toscano e inglese maccheronico che dà un ulteriore sapore al racconto. In tutta la serie di sketches de Curtis è leggero e gradevole e la maschera è multiforme, è un clown scatenato nella sua vis comica, ma sempre composto ed in assoluto equilibrio con il realismo minimo.»

Ennio Bìspuri


1962 01 06 I due marescialli T L

«La Stampa», 6 gennaio 1962 (Data distribuzione: 5 dicembre 1961)


«[...] Poteva essere un film serio o una commedia grottesca: disponendo di attori come Totò e De Sica, ma non di idee, gli sceneggiatori, hanno preferito mettere assieme una farsa sgangherata e inconcludente [...] Le trovate sono rare e i due interpreti principali ne approfittano per trame tutti gli effetti possibili: Totò con consumata gigioneria, De Sica con una stanchezza mal dissimulata.»

Valentino De Carlo, «La Notte», 20 gennaio 1962


«[...] Una farsa amena che per la mimica di Totò, in special modo, diverte il pubblico e lo fa ridere [...] Recitato benissimo dai due compari Totò e De Sica, I due marescialli rappresenta il miglior film di Sergio Corbucci dal 1951.»

Franco Maria Pranzo, «Corriere Lombardo», 19 gennaio 1962.


«[...] L'humor è di buona lega - gusto e misura difettano solo in qualche scena -  il ritmo è vivace e scorrevole e le trovate sufficientemente originali e divertenti. Buona parte del successo si deve comunque indubbiamente ai due interpreti - Vittorio De Sica e Totò - una coppia di assi ben affiatata dalle non comuni risorse umoristiche. La regia è di Sergio Corbucci.»

Vice, «Il Tempo», 23 dicembre 1961


«Sebbene tenda alla porpora cardinalizia, Vittorio De Sica non sta affatto a disagio nella tonaca del prete di campagna. La indossa ne "I due marescialli", di Sergio Corbucci, ma è una veste che non gli tocca; ancora una volta, egli è maresciallo dei carabinieri, come all’epoca di «Pane e amore» [...] Movimentato, in un continuo andante mosso, per tutta la prima parte, nel gioco faceto degli equivoci, il film si appesantisce nei patetico verso la fine, quando tende al drammatico, abbandonando le risorse della farsa. De Sica e Totò, pur nello schema del personaggi prefabbricati, hanno il merito di determinare, spesso improvvisando, il clima di bonaria allegria che caratterizza i due terzi del film. Con essi, Arturo Bragaglia, Gianni Agus, Elvi Lissiak, Roland Bartrop.»

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 19 gennaio 1962


«Continua la serie dei film comici con Totò, che questa volta è un falso maresciallo del carabinieri alle prese col tedeschi, durante l'occupazione. [...] Ha diretto il film con buon mestiere (e come non si poteva altrimenti) Sergio Corbucci.»

Franco Callari, «Momento Sera», 24 dicembre 1961


«L'Arma Benemerita continua ad interessare i produttori e a ispirare i registi Dopo «Il Carabiniere», abbiamo ora «I due marescialli» e tutto lascia supporre che avremo presto «I tre capitani» [...] Sergio Corbucci ha manipolato questo film: una specie di polpettone dove troviamo di tutto un pò: da "Guardie e ladri", a "Pane amore e fantasia", a "La ciociara", al "Generale Della Rovere" e chi più ne ha più ne metta.»

Vice, «Il Messaggero», 23 dicembre 1961


«Questo film ha subito una completa metamorfosi dalla prima stesura alla realizzazione definitiva: in partenza doveva essere un film satirico sulla rivalità di un maresciallo dei carabinieri e di un maresciallo di Pubblica sicurezza che si trovano impegnati in una stessa indagine. Ma approfondire questo argomento era più pericoloso che far fucilare Totò. Cominciarono quindi le modifiche al copione, e alla fine del testo originale era rimasto solo il titolo: I due marescialli».

«La fiera del cinema», 1961


«Farsetta senza troppe pretese che prende l'avvio dagli avvenimenti dell'8 settembre 1943 [...] La vittima è sempre il Maresciallo De Sica.»

Vice, «Il Paese», 23 dicembre 1961


«Un film che vuol far ridere: e vi riesce. Ma che rivela qualche altra ambizione. Attinge alla vena di «Guardie e ladri», ma, la figura del ladruncolo che, dentro la divisa di maresciallo dei carabinieri, ritrova una sua dignità, di fronte alla minaccia di morte, è sfiorata dalla memoria di illustri modelli: forse, il generale Della Rovere. [...] La commedia degli equivoci — che ha puntate semiserie e patetiche — ha frammenti molto brillanti. I due attori gareggiano in bravura. Il regista non li disturba

«Corriere dell'Informazione», 19 gennaio 1962


«Nel 1951, quando sua figlia Liliana decise di sposarsi, Antonio de Curtis era talmente corrucciato che si rifiutò di partecipare alla celebrazione. Dieci anni dopo la situazione è migliorata. Liliana è tornata a frequentare la casa del padre, è diventata una buona amica di Franca Faldini. Suo marito Gianni Buffardi, che nel cinema ha mosso i primi passi, prosegue la sua carriera lavorando proprio con il suocero. Si occupa di produzione, organizzando film che vengono finanziati ora dalla Cineriz ora dalla Titanus.»

Alberto Anile


«Totò interpreta Antonio Capurro. Siamo in tempo di guerra. Antonio Capurro, ladro di professione, mentre ruba una valigia travestito da prete viene arrestato nella stazione ferroviaria di Scalitto dal maresciallo dei carabinieri Antonio Cotone (Vittorio De Sica), che da anni gli dà la caccia. Ma proprio in quel momento, sopraggiunge un bombardamento, che consente a Capurro di scappare scambiandosi gli abiti col maresciallo svenuto: lui indossa la divisa da maresciallo e Cotone si ritrova con la tonaca.»

Matilde Amorosi


Altri artisti


Articoli d'epoca


Articoli d'epoca, anno 1961

I centonovanta cani di Totò

Totò è contento di sentirsi intorno l’affetto degli indisciplinati animali che da qualche mese ha adottato, e che gli debbono la vita. Accanto a lui Franca...
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L'infallibile Dox torna in borghese

Il cane poliziotto Dox e Dox jr. sono stati «sfrattati» proprio in questi giorni dalla Questura della Capitale, scatenando un uragano di attacchi sui giornali..
Giorgio Salvioni, «Tempo» anno XII, n. 539, 29 gennaio 1961

I cani di Totò

Siamo andati a vedere nei giorni scorsi il canile: una vera selva di code, di orecchie, di musi, un concerto di sibili e guaiti ci ha accolto...
Ermes Giusti, «La Gazzetta di Mantova», 20 gennaio 1961