Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1964


Rassegna Stampa 1964


Totò


1964 03 28 La Stampa Pirata Nero T L

«La Stampa», 28 marzo 1964 (Data distribuzione 25 marzo 1964)


«[...] Lasciato in completa libertà, Totò si abbandona ai suoi lazzi e ai suoi giochi di parole, fino a toccare qua e là punte surrealistiche (le sbarre del carcere suonate come un'arpa, la scalata del muraglione, ecc.) che la regia, quantomai sciatta, purtroppo non sviluppa».

Ugo Casiraghi, 1964


«Ferragosto, cinema mio non ti riconosco. E ridiamo, allora, con Totò pirata per forza. L’avevamo lasciato generale in pensione, impegnato nella costruzione di un personaggio, lo ritroviamo in una macchietta senza controllo a ruota libera. [...] Con la sua faccia tosta e una sfacciata fortuna, Totò sconfigge il Pirata Nero, e libera la graziosa figlia del governatore dall'odiosa promessa di matrimonio con un grassone mentitore. Totò contro il pirata nero, è a colori.».

Alberico Sala, «Corriere della Sera», 15 agosto 1964


«All'inizio del '64, dopo l'insuccesso del Comandante, l'attore chiude la trilogia di Cerchio con lo scadente Totò contro il Pirata Nero. Totò viene stavolta accoppiato a un cantante d'opera, il baritono Mario Petri, che gli fa un po' da spalla e un po' da antagonista negli improbabili panni del Pirata Nero. Ancora una volta i galeoni spagnoli, le cannonate, le scene di massa, gli assalti dei pirati sono spezzoni cinematografici rubati ad altre pellicole. Totò contro il Pirata Nero è l'ennesimo film poco divertente che Totò interpreta solo per esigenze alimentari.»

Alberto Anile


1964 08 21 Il Messaggero Che fine ha fatto Toto baby T L

«Il Messaggero», 21 agosto 1964 (Data distibuzione 26 giugno 1964)


«[...] Ho visto il film [...] E adesso sono felice di potere scrivere che Totò è vivissimo, e che la sua arte è giovanissima: così fosse la mia!. Scriverò anche di più: Totò è migliorato, perchè alla smaccata e dilatata mimica che richiedeva la partecipazione acrobatica di tutto il suo corpo, e che forse era soltanto l'effetto della giovinezza, della sua intima esuberanza e vitalità, oggi è stato costretto a sostituire una recitazione più paziente e più precisa, più musicale e più raffinata [...] Il film [...],vale poco o niente. Ma Totò è bravissimo. E' sempre, vorrei dire, il più bravo, il più dotato di tutti, il solo che possieda una comicità fisiologica, estrema, veramente poetica. Ci si chiede infine se non sarebbe bello vedere Totò diretto da un sommo regista, de Fellini, per esempio.[...] Caro Totò, in ogni modo, grazie. Grazie di averci tanto divertito. nella tua carriera, e nell'esattezza del tuo più piccolo lazzo, c'è qualche cosa di indomito: un esempio per tutti, e una lezione. Anche di questo, grazie».

Mario Soldati, E se un giorno Totò incontrasse Fellini?, «Europeo«, n. 37, 13 settembre 1964, "Da spettatore", Mondadori, Milano 1973, pp. 154-157


«I negozi cominciano pigramente a riaprire i battenti dopo la chiusura di Ferragosto, e sui nostri schermi passa un'altra folata di films estivi, l'ultima forse, nell'attesa ormai breve che la gente torni dalle vacanze. Di questo tipo è senz'altro quest'ultima (lieve) fatica di Totò e di Pietro de Vico nelle vesti di due fratellastri, braccio e mente di imprese ladresche che in una trentina d'anni d’attività hanno riempito gli schedari della polizia. [...] Scritto con un certo mestiere da Corbucci e Grimaldi, sempre solerti nello sfruttare titoli e spunti di attualità, il film è certamente dei meno divertenti del grande comico napoletano che comunque riesce sempre a rallegrare a pubblico con la sua vena. Con i due protagonisti il vecchio Misha Auer e le stelline Edy Biagetti e Ivy Holzer. Ha diretto Ottavio Alessi.»

b.s., «Momento Sera», 23 agosto 1964


«Ladro di professione, vanamente ricercato dalla polizia, un bel giorno Totò si ritrova alle prese con un cadavere sbucato fuori da una valigia che lo sciocco fratello e "partner" ha rubato alla stazione ferroviaria, fingendosi facchino. [...] Il film diretto da Ottavio Alessi viene meno tuttavia all'attesa smarrendosi nello sviluppo stesso della trama [...] Ciò non toglie però che il lavoro mostri un certo contenuto umoristico, fatto di battute e situazioni, reso ancor più gustoso dalla efficace interpretazione del sempre validissimo Totò ben coadiuvato da Pietro Di Vico, Misha Auer, Ivy Holzer, Edi Biagetti e Alicia Brandet.»

«Il Messaggero», 22 agosto 1964


«Che fine ha fatto Baby Jane? era già un brutto film, ma la sua parodia è anche peggiore [...] Si può ridere per queste cose ? Mah! A un certo punto la sua follia criminale non conosce limiti, così come le incontrollate smorfie del peggior Totò di questi ultimi tempi. Un attimo, fuggevolissimo, di grazia, quando intona sottovoce Non ho l'età per amarti».

Ugo Casiraghi, 1964


«Già dal titolo è facile intuire che si tratta di una parodia del noto film di Aldrich i cui spunti fortemente drammatici sono qui risolti, né poteva essere altrimenti, in chiave decisamente comica. [...] Il film diretto da Ottavio Alessi fa leva su di una comicità tutta esteriore e non brilla certo per originalità ma è a tutti noto che Totò ha la straordinaria capacità di rendere con la sua mimica insuperabile umoristicamente valide ed efficaci anche le situazioni più scontate. Basta un gesto, una battuta, una espressione del gran comico per sollecitare le risate e su questo ha puntato soprattutto l'autore [...].»

«Il Tempo», 22 agosto 1964


«Lo sketch della clinica ha un seguito naturale un paio di anni dopo nel nerissimo Che fine ha fatto Totò Baby? Dopo il tirocinio di vittima sul lettino ospedaliero, De Vico assume stavolta il ruolo di capro espiatorio per l'intero svolgimento del film. Che fine ha fatto Totò Baby? nasce come ripiego delle Produzioni Cinematografiche Mediterranee di Ercoli e Pugliese dopo l'insuccesso del Comandante, uno sfortunato film drammatico di cui si parla nel prossimo capitolo. I due produttori decidono di tenersi l'interprete ma di cambiare totalmente strada; si recano quindi speranzosi in casa del principe per sottoporgli il soggetto di una parodia, esemplificata sul terrificante Che fine ha fatto Baby Jane? di Robert Aldrich».

Alberto Anile


«Totò interpreta Totò baby. Il film è la parodia di un celebre horror interpretato da Bette Davis che Totò imita nella gestualità e nelle espressioni del volto. Due fratelli, Totò e Piero (Pietro De Vico), che vivono di espedienti, rubano due valigie, in una delle quali trovano un cadavere. Nel tentativo di sbarazzarsene, i fratelli abbordano due turiste che, per un errore, si portano via il morto, scambiando la loro valigia con quella di Totò e Piero, i quali si ritrovano con un carico di marijuana».

Matilde Amorosi


1964 07 12 Epoca Il Comandante intro

Singolare e in un certo senso sconcertante è sempre stata la presenza di Totò nel cinema italiano. Si contano sulle dita, anche nel repertorio internazionale, attori comici che dispongano di un complesso somatico inconfondibilmente tipicizzato, tale da fissare da solo un personaggio e, per riflesso, un particolare schema di situazioni. Keaton rimane forse in questo senso l’esempio più calzante, altri grandi comici, a cominciare dallo stesso Chaplin o dai fratelli Marx, essendo stati costretti a fabbricare il loro personaggio con additivi di trucco.

Totò è Totò: è fisicamente lui e nient’altro. Quel viso lungo e tagliente a cui una bizzarra angolatura della mascella dà quasi una dimensionalità geometrica, quell’occhio vagamente a pesce dove la maligna arcuazione delle sopracciglia fa gioco e contrasto con la flaccida malinconia delle palpebre a borsa, quella figura smilza, mingherlina e puntata in cui gesti e movimenti hanno sempre una potenziale snodatura burattinesca, è già un vivente gag per se stesso. Oltre ciò un eccellente attore. Si direbbe: un tipo come questo avrebbe dovuto (se non formare addirittura oggetto di una produzione a sé) per lo meno essere adoperato solamente in cose confacenti alle sue qualità e alla sua classe. Invece, non so se per colpa sua, salvo rari casi, come quando Rossellini lo pigliò per "Dov'è la libertà", o Monicelli per "I soliti ignoti" - e mettiamoci pure se volete "Guardie e ladri" - generalmente fu destino di Totò essere sprecato nella confezione di modeste e scurrili farsette. Per cui non è da stupire se, logorato alla lunga da tanto mal uso, il personaggio Totò abbia finito alla lunga per perdere il suo originale e surreale mordente.

Per questo è dovere del cronista servizievole registrare l’ultimo suo film. "Il comandante", regista Paolo Heusch su soggetto di Sonego, smistato anch'esso nello stock della stagione bassa. E non tanto perché il film rappresenti uno sviluppo e una valorizzazione degli elementi specifici del personaggio Totò, ma perché offre all’attore la possibilità di costruire e condurre un carattere completo attraverso un’azione teatralmente coerente. [...] Siamo ancora nella onesta, casalinga commedia borghese di carattere. Però "Il comandante" è un film piacevolmente sceneggiato, Andreina Pagnani dà garbo e credibilità al tipo della signora distinta trafficante di dubbie antichità attraverso aderenze mondane. Ma soprattutto Totò delinea un personaggio amabile e godibilissimo, e lo porta con estemporanea e misurata lepidezza, perfettamente dosata tra paradosso e verità.

Il comandante, Il comandante... Voi direte: che diavolo. ma non è generale? Sicuro, nel testo del film è un generale, e tutti lo chiamano generale. Ma poi si capisce che forse per via del famoso vilipendio (non si sa mai) hanno preferito non metterlo nel titolo. Cara, inguaribile, eterna Italia della foglia di fico.

Filippo Sacchi, «Epoca», anno XV, n.720, 12 luglio 1964


1964 12 29 Il Messaggero Le belle famiglie T L

«Il Messaggero», 29 dicembre 1964 (Data distribuzione 16 dicembre 1964)


«Se mai ce ne fosse stato bisogno, "Le belle famiglie" conferma il formato televisivo di Ugo Gregoretti. [...] E' un film ad episodi: quattro per l'esattezza. Gregoretti li ha ideati, sceneggiati e diretti: nessuna attenuante, quindi. Sono, tutti insieme, inferiori anche al modesto episodio incluso nell'antologia di Rogopag. [...] "Amare e un po' morire". Impreciso anche il titolo. Se mai: è un po’ far morire. Sandra Milo ricalca, tale e quale, il personaggio di irn altro episodio di Mauro Bolognini, ne "La donna è una cosa meravigliosa": quello, appunto, della donna infermiera, patologicamente scavata dal complesso materno, impegnata a soccorrere marito ed amante, con eguale sadico egoismo. La presenza di Totò e della Milo avrebbe potuto rendere sopportabile questo ultimo episodio: se non intervenissero le intemperanze, le cadute, le smagliature, proprie del temperamento del regista.»

a.s., «Corriere dell'Informazione», 31 dicembre 1964


«Il disco di Ugo Gregoretti, soggettista, sceneggiatore e regista satirico-sociale, continua a girare su se stesso senza decollare. Appena si stacca dal terreno dello sketch e dalla farsa comincia a tossire e a gracidare; ha un guizzo, una impennata estrosa e subito ricade di sbieco. [...] L'ultimo episodio, «Amare è un po' morire», sbeffeggia industriali e patriziato nelle persone di due mentecatti, l'uno — il sempre esilarante Totò — presidente d'una fabbrica di frigoriferi (e talmente riconoscibili che se non ci scappa una querela c'è da chiedersi a quali forme d'autodenigrazione arriveranno le aziende che continuano a servirsi della pubblicità cinematografica), l'altro — Jean Rochefort — campione di equitazione, ambedue coccolati dalla rispettiva moglie e amante: una Esmeralda (Sandra Milo) premurosamente spinta dall'istinto protettivo a cullarli, curarli e scarrozzarli come una mamma-infermiera-bambinaia, e a sentirsi tradita, fino a uscir di senno, quando i suoi due uomini guariscono. Ma il medico di casa, che la donna aveva sino ad allora respinto perchè non soffriva d'alcun malanno. esce menomato da un Incidente. Avendo di nuovo qualcuno da vezzeggiare, eccola tornata felice. (Un signorile particolare: con questo episodio entra nella storia del cinema Italiano un «pappagallo» e il riflesso d'un filamentoso liquido organico).[...]»

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 31 dicembre 1964


«Poiché a Ugo Gregoretti non manca certo l'ingegno, è da ritenere che questa volta gli abbia fatto difetto la pazienza o il tempo necessari per costruire, da quattro spunti iniziali non privi di una certa loro forza polemica o comica, quattro racconti che, da quegli spunti, potessero trarre con sufficiente respiro una struttura narrativa meno occasionale e dispersa. Invece ognuno degli episodi procede a casaccio, chiedendo soccorso ad elementi spuri e spesso di lega scadente. [...] le enunciazioni moralistiche restano allo stadio di didascalia, non si risolvono mai nel racconto e gli spunti comici, che pure non mancano, derivano da singole situazioni o dall'apporto degli interpreti, fra i quali fa spicco l’intramontabile Totò, e non dal disegno degli autori, che sembrano più spesso affidarsi all’improvvisazione del momento. [...]»

P.V., «Il Popolo», 31 dicembre 1964


«La quarta (Amare è un po' morire) è la parodia di un'altra parodia, quella già tentata Mauro Bolognini nel secondo episodio della "Donna è una cosa meravigliosa"; e ancora una volta, cosi, ci troviamo di fronte a una donna che ama negli uomini solo la debolezza e le malattie, per poter essere non solo moglie e amante ma anche, e soprattutto, infermiera, istitutrice, madre. [...] il duo Totò-Sandra Milo, con troppa evidenza, ricalca il duo Sandra Milo-Alberto Sordi nella "Donna è una cosa meravigliosa" [...]»

Gian Luigi Rondi, «Il Tempo», 31 dicembre 1964


«Dopo il felice « I nuovi angeli » e il meno felice « Omicron », Ugo Gregoretti ritrova occasione di esprimere il suo tipico gusto per la satira tanto agile quanto spietata in questo film composto di quattro distinti episodi tenuti assieme dal tema indicato nel titolo: « Le belle famiglie ». [...] Ricordiamo Totò, spassosissimo nei panni del marito arteriosclerotico. [...] Giusta la musica. Bianco e nero.»

Guglielmo Biraghi, «Il Messaggero», 31 dicembre 1964


«[...] Per fortuna dell'episodio (e del film) Totò ingrana un paio di suoi numeri [...]».

Ugo Casiraghi, 1964


1965 07 07 Rivista del cinematografo Le belle famiglie intro

Giovane realizzatore non sprovvisto di talento e dotato del raro pregio di concepire e realizzare le proprie storie senza bisogno di demiurghi, Ugo Gregoretti — occorre riconoscerlo — non ha saputo, in qualche anno di attività cinematografica, superare di fatto il respiro e la misura del bozzetto televisivo. Alla televisione Gregoretti aveva inventato uno stile tutto suo, un giornalismo antigiornalistico per eccellenza, fatto di «pezzi» dettati da uno spirito aristocratico, forse un po’ maligno, ma preciso e aggressivo come pochi altri. Al cinema ha conservato questa sua misura, superando sin dalla prima prova l’equivoco del «giornalismo» e dimostrandosi narratore, anche se un narratore celato nel bozzetto, nascosto dietro l’espediente del «brano di vita».

Se con Omicron, soprattutto dopo la coscienziosa «revisione» operata dal regista dopo l’affrettata presentazione veneziana, Gregoretti sembrava sulla via di superare il bozzetto, di cimentarsi in una narrazione dal respiro più ampio e articolato, l’episodio di Le più belle truffe del mondo ed ora questo Le belle famiglie ci ripropongono un Gregoretti tornato alla sua «misura» abituale, tornato ad essere l’inventore, l’animatore e il regista di una serie di bozzetti che con la realtà conservano solo un legame parodistico e paradossale. Né d’altra parte si può farne una colpa a Gregoretti. In fondo, ad essere onesti, se ci deve essere un inventore in testa al «genere» del film comico a episodi che oggi, insieme ai macisti, ai film-sexy e ai western truccati, regge la bandiera della produzione cinematografica nazionale, questi non può essere che Gregoretti e il suo modo di far televisione (anche se non vanno dimenticati alcuni antenati illustri, come gli «zibaldoni» di Blasetti).

Dunque Gregoretti è tornato al bozzetto, all’episodio, e fin qui nulla di male: non è che la necessaria «marcia indietro» di un autore comico travolto da una moda che egli stesso ha contribuito a creare. Ma il peggio è che gli episodi dell’ultimo Gregoretti fanno il verso, in maniera stanca impacciata talora urtante, agli episodi del primo Gregoretti, di cui rappresentano una riproposta meno sentita e felice: si pensi alla Sicilia dell’episodio Il principe azzurro, la stessa Sicilia odiata, sinonimo di depravazione e di barbarie, che spuntava dal western umoristico de I nuovi angeli, una Sicilia che non riesce neanche a giungere al grottesco ma che è imi vera e propria raccolta di mostri, ritratti con uno spirito acre, con una cattiveria così spinta da rischiare il gratuito; si pensi all’episodio balneare-amatorio di La cernia, riedizione scorretta dell’analogo episodio, di vago sapore felliniano, inserito in I nuovi angeli. E così via: la fabbrica, il salotto borghese, le infedeltà coniugali, ecc.

Che Gregoretti possa essere autore graffiante, moderno, resta per noi un fatto appurato, che questo film sia per altro la prova più stanca e «inutile» da lui fornita è altrettanto evidente. Ridotta nei termini di un’aggressività che fa il verso a se stessa, di un umorismo a corto di spunti che è costretto a inseguire la «battuta», la rappresentazione di Gregoretti scricchiola in più parti, per cui anche le concessioni erotiche, la ricerca della situazione compiacente, lo sfruttamento dei «doppi sensi» da avanspettacolo, risultano del tutto gratuiti. E in definitiva i soli momenti di comicità che il film ci regala, ove si voglia rinunziare allo scherzo di dubbio gusto e alla battuta volgare, sono quelli di una comicità tradizionale; i momenti regalatici da Totò per esempio. Troppo poco, crediamo, per Gregoretti.

Leandro Castellani, «Rivista del cinematografo», 7 luglio 1965


«Il cortometraggio più originale e ambizioso viene girato nel '64 da un giovane autore sperimentale, Ugo Gregoretti. Amare è un po' morire è l'episodio più corposo del film a episodi Le belle famiglie, grottesca ricognizione in quattro capitoli nell'universo della famiglia. L'idea di prendere Totò è del produttore Giuseppe Colizzi, che diventerà famoso firmando i western all'italiana I quattro dell'Ave Maria e Dio perdona, io no. «Sinceramente», ricorda Gregoretti, «a me Totò non sembrava il protagonista giusto perché avevo in mente qualcosa di un po' più sofisticato, comunque era chiaro che se Totò avesse accettato i soldi per fare il film si sarebbero trovati».

Alberto Anile


Altri artisti ed altri temi


Articoli d'epoca, anno 1964


Articoli d'epoca


Articoli d'epoca, anno 1964