Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1965


Rassegna Stampa 1965


Totò


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«Momento Sera», 13 marzo 1965 (Data distribuzione 4 febbraio 1965)


«Del film preso di mira per burlarsene, Totò d'Arabia, di Antonio della Lorna, non mantiene che l'inquadratura iniziale della motocicletta. [...] Le trovate sono modeste. Con Totò sono Nieves Navarro. George Rigaud. Mario Castellani e Fernando Sancho.»

Vice, «Corriere della Sera», 30 aprile 1965


«Una piccola appendice ai tre film di Cerchio, infine, è il Totò d'Arabia del '65, stanchissima parodia dei film di 007 e soprattutto di Lawrence d'Arabia di David Lean. L'organizzatore è ancora Paolo Heusch, regista occulto di Che fine ha fatto Totò Baby? e probabilmente anche di questa parodia. Un giorno Heusch prende l'attore sottobraccio e se lo porta in una sala della Cineriz per fargli vedere il film di Lean. Il principe si mette sotto il telone e guarda, da sotto in su, tutta la pellicola».

Alberto Anile


«Miracolosamente tardi, gli anni incominciano a farsi sentire anche per Totò, che per tanti anni e in produzioni troppo spesso indegne ha rallegrato le platee italiane come un dono di natura. Intendiamoci, leoni si muore e della sua inconfondibile zampata c'è qualche traccia anche in Totò d'Arabia, una parodia di Lawrence d'Arabia. Ma non sono queste le idee cinematografiche con cui si può dare una mano all'estremo Totò, ormai costretto all'avarizia dei movimenti, e quindi più che maturo per le finezze del monologo».

Leo Pestelli, 1965


«Totò è tutt'altro che finito, ma non potrebbe più permettersi, per motivi di età e di salute, vicende sciocche e scombinate come Totò d'Arabia, ennesimo sfruttamento commerciale delle residue possibilità clownesche di un grande mimo».

Valentino De Carlo, «La Notte», 30 aprile 1965


«Totò sta a Londra, fa il cameriere, rubacchia a quelli dell’Intelligence Service ed è promosso sul campo agente segreto zero zero sbarrato otto. [...] Il film è peggio che sciocco, è inconsistente. E che malinconia vedere un comico grande e glorioso come Totò coinvolto in una simile "pinzellacchera"»

«La Stampa», 1 maggio 1965


«Totò interpreta Mister Totò. Mister Totò è un cameriere italiano a servizio presso il capo dell'Intelligence Service a Londra. Spinto dal desiderio della grande avventura, riesce a sostituire un agente con licenza di uccidere, sul tipo di James Bond, e si ritrova nel Kuwait. La sua missione è quella di assicurare all'impero britannico lo sfruttamento di un ricco giacimento petrolifero. Mister Totò ci riesce attraversando il deserto e solidarizzando con le trenta mogli dello sceicco Ali EI Buzùr».

Matilde Amorosi


1965 09 10 La Stampa Gli amanti latini T L

«La Stampa», 10 settembre 1965 (Data distribuzione 6 agosto 1965)


«"Gli amanti latini" è uno del vari episodi che il regista Mario Costa ha cucito assieme sul solito tema dell'erotismo spicciolo ed epidermico. E' evidente che non si è proposto un'acuta e spiritosa demistificazione del latin lover; nè poteva proporselo, avendo nel cast personaggi come Franchi e Ingrassia. I due unici brani che si sollevano un palmo ai di sopra della mediocrità sono quelli interpretati da Totò e Gisella Sofio, il resto è silenzio.»

«Corriere della Sera», 11 settembre 1965


«Squallido sottoprodotto in cinque episodi di quelli che vorrebbero far ridere, ma che destano nello spettatore sul momento una tetra noia e poi, in sede di ripensamento, una profonda tristezza. Totò appare nel quarto episodio, il meno peggio [...]».

Vice, «L'Unità» 1965


«E' il solito filmetto intessuto di belle ragazze particolarmente generose nel mostrare al pubblico le loro più recondite grazie. [...] Il compito di risollevare le sorti della pellicola se lo assumono Totò e Gisella Sofio: e, in verità, alcune battute sono se non proprio da antologia dell’umorismo, almeno originali.»

«Corriere dell'Informazione», 12 settembre 1965


1965 11 17 Il Messaggero La mandragola T L

«Il Messaggero», 17 novembre 1965 (Data distribuzione 5 novembre 1965)


Intrighi e veleni per Rosanna

Nella parte di Lucrezia, una donna che nell’amore trova la forza di uscire da una rete di ipocrisie e inganni, Rosanna Schiaffino vive una delle più emozionanti esperienze della sua carriera di attrice.

Isola Farnese è un paesino piccolissimo, arroccato su un’altura. Sul cocuzzolo vi è il Castello Ferraioli, appartenuto in passato agli Orsini e ai Farnese, come tanti della campagna romana. Uno strano castello. Al di là del portale, al di là del cortile si apre la porta di un ascensore. L’interno è degno di un antico maniero, arredato con gusto e sobrietà. Dalle finestre si gode un panorami superbo: giù nella valle c’è Veio, l’antica città etrusca. Qualche rudere sparso tra il verde.

In un salone del Castello Ferraioli, Alberto Lattuada sta girando una scena del film «La Mandragola». Sì, proprio la commedia di Ser Niccolò Machiavelli, la più proibita commedia del teatro italiano e, senza dubbio, una delle più belle.

Sarà il cinema a darle una meritata popolarità? Lattuada ha sicuramente in mano buoni elementi per riuscirvi: sceneggiatura, attori, il proprio talento, l’esperienza di tanti film e soprattutto una sicura fiducia nella modernità di un testo a prima vista cosi lontano dal nostro secolo. Il regista ha preferito non portarvi sostanziali modifiche: «Ne abbiamo conservato lo spirito — dice — ma siamo passati dal teatro al cinema. Spesso nella commedia i personaggi raccontano di ”aver fatto una cosa”, riferiscono fatti e parole di altri. Nel film invece si vedranno i personaggi agire».

Vedremo quindi il giovane Callimaco tornare a Firenze dalla Francia, spinto dal desiderio di conoscere la giovane Lucrezia, dopo averne sentito elogiare la bellezza, come vedremo i veri e propri supplizi cui Lucrezia viene sottoposta dal marito, Nicia, nella speranza di avere figli. Poi, come nella commedia, il parassita Ligurio convincerà Messer Nicia che l’unico rimedio alla sterilità della moglie è la Mandragola, una mistura velenosa, con le sue funeste conseguenze: la morte di colui che per primo si accosterà alla donna che l’ha bevuta. Messer Nicia accetta così che un «garzonaccio» qualsiasi trascorra una notte di amore con la bella Lucrezia, dopo che ella avrà ingerito la Mandragola. Lucrezia, moglie fedele e virtuosa, si piega al piano architettato a sua insaputa: frate Timoteo le spiegherà che «deve» farlo, e che sarà innocente anche se passerà la notte con uno sconosciuto. Anche la madre di Lucrezia collabora per convincere la figlia a tradire per una notte il marito. Ma dietro a questo complicato intrigo vi è l’amore di Callimaco per Lucrezia, il suo desiderio di avvicinarla, il denaro che egli ha dato a Ligurio perché lo aiutasse a concretizzare il suo amore per la donna. Callimaco, travestito da «garzonaccio», viene così introdotto nella camera di Lucrezia e la beffa è compiuta.

A differenza della commedia in cui Lucrezia non apre mai bocca, la vedremo nel film parlare e vivere. La sua trasformazione da moglie docile e remissiva a donna forte Machiavelli la rende in questa stupenda battuta di Lucrezia a Callimaco riferita da altri: «Poi che l’astuzia tua, la sciocchezza del mio marito, la semplicità di mia madre e la tristizia del mio confessoro mi hanno condotta a fare quello che mai per me medesima avrei fatto, io voglio iudicare che e’ venga da ima celeste disposizione che abbi voluto così, e non sono sufficiente a recusare quello che ’l cielo vuole che io accetti. Però io ti prendo per signore, padrone, guida: tu mio padre, tu mio defensore, e tu voglio che sia ogni mio bene; e quello che ’l mio marito ha voluto per una sera, voglio ch’egli abbia sempre». Nel film questa trasformazione ha un più ampio respiro. La nuova Lucrezia non si piega facilmente all’ imbroglio escogitato da Ligurio e suggeritole dalla madre, ma la sua metamorfosi da donna virtuosa e passiva a donna con le redini in pugno avviene durante la notte d’amore con Callimaco. Il mattino dopo la nuova Lucrezia invece del consueto abito scuro indossa un abito bianco e si reca in chiesa con Callimaco, come fosse un nuovo matrimonio. E, invece del pesante velo, mette sulla testa un berrettino bianco da paggio. Un berrettino che è piaciuto tanto a Rosanna.

«L’avevo visto in un quadro e me n’ero innamorata — dice l’attrice. — Allora l’ho suggerito al costumista, Danilo Donati, perché mi sembrava che caratterizzasse bene la trasformazione di Lucrezia: un berretto quasi maschile sulla testa di una donna che ormai ha deciso di scegliere da sola».

Con Rosanna Schiaffino, Lucrezia è diventata il personaggio principale del film; ma non è per questo diminuita l’importanza dèi «tristi» — cioè degli imbroglioni — come Frate Timoteo e Ligurio. Né dell’innamorato Callimaco o del marito Nicia.

La regia di un film comincia con la scelta degli interpreti. Questa volta il regista Lattuada va soprattutto fiero di una scelta, perché è un’idea, una trovata, come si dice spesso .nel gergo dello spettacolo: ha affidato la parte del frate corrotto e «tristo» a Totò. Il che significa dargli di colpo tutte le qualità umane che vanno dalla simpatia alla furbizia, rendendo credibile qualsiasi imbroglio. Ecco dunque Totò, dopo 104 film di ogni genere, alle prese con un classico.

Se non fosse un attore di grande talento e di grande esperienza avrebbe affrontato la nuova parte come un ennesimo ruolo di una carriera fortunatissima. Ma Totò ha capito la differenza; sa che Lattuada gli chiede di abbandonare una gran parte del suo repertorio di gesti. «.Io sono un poco esuberante» dice con la sua voce bassa «mi lascio andare a qualche lazzo». Ma questi lazzi napoletani non dispiacciono al regista, che li lascia volentieri in mezzo a tanto dialogare toscano. «Del resto è la unica imposizione che facciamo al testo di Machiavelli ;— dice Lattuada. — Abbiamo aggiunto una battuta che dice: ”un monaco che venne dal Napoletano’dove ha fatto lunga pratica”».

R.R., «Noi Donne», anno XXI, n.32, 7 agosto 1965


Diversi recensori lodano questo lavoro dell’attore napoletano: “una saporita macchietta ben calibrata fra il cinismo e l’innocenza” (Giovanni Grazzini, La mandragola, “Corriere della Sera”, 27 novembre 1965), “fulminea e precisa caratterizzazione” (Onorato Orsini, “La Notte”, 27 novembre 1965, in Orio Caldiron, op. cit., p. 239), “grande attore” (Alberico Sala, “Corriere d’informazione”, 27 novembre 1965, in Orio Caldiron, op. cit., p. 239), anzi “straordinario” (Callisto Cosulich, “Abc”, 5 dicembre 1965, in Orio Caldiron, op. cit., p. 239).

L'erotismo rispetta la censura nella «Mandragola» di Lattuada. Il regista assicura che non sarà un «film all'italiana» ma una giusta interpretazione critica dell'opera cinquecentesca - Bene: sarebbe tempo che il cinema rispettasse i classici.


«[...] Nicia, il marito notaio in Firenze, non risulterà così goffo e stoldo come vuole la tradizione dei guitti: lo incarna Romolo Valli, coltissimo tra i nostri attori. Il servo ligurio, anche questa è una scelta anticonvenzionale, è impersonato da un attore elegante, Jean-Claude Brialy. Totò fornisce, ci dicono, una prestazione gagliarda nei panni del sinistro frate Timoteo; Calimacco, l'innamorato di Lucrezia, è reso da Philippe Leroy.» [...]»

Carlo Laurenzi, «Corriere della Sera», 31 luglio 1965


«[...] Ma l'invenzione più gradita [..] è quella di Fra' Timoteo, complice indispensabile dell'intrigo, interpretato da Totò. Stranulato e scaltrissimo, pronto a tutto, ma sempre nell'ombra almeno d'un versetto della Bibbia, Timoteo-Totò è un personaggio di estrosa vis-comica, che impegna le risorse più genuine di questo grande attore [..]».

Alberico Sala, 1965


«[...] Così, è stata un'ottima idea quella di affidare il personaggio del frate mal vissuto a Totò, la cui esuberanza macchiettistica viene qui perfettamente bilanciata dal fatto che l'attore più fantasioso deve rispettare il testo del proprio personaggio più fedelmente degli altri [...]».

Ugo Casiraghi, 1965


«Anche a Machiavelli gli onori dello schermo - "La più grande commedia della storia letteraria d’Italia". Così Bontempelli sulla Mandragola. È vero, una “grande commedia”; il suo autore, però, Niccolò Machiavelli, era un filosofo e, in definitiva, un moralista che, anche quando, nel Principe, sembra codificare la scienza della ragion di stato anteponendola a tutto, lo fa con dolorosa amarezza, rattristato da un’epoca in cui la politica e i suoi giochi meschini l’hanno intimamente deluso. Questo moralista, se accetta e se, forse, in apparenza sublima le virtù dell’inganno quando son rivolte a un fine alto e glorioso, quando il fine è umile, basso, o addirittura ignobile vi scorge tutti i vizi della frode e vi guarda senza più nessuna approvazione, anzi con deciso biasimo, dall’alto di un disprezzo che in lui, caustico e fiorentino, umanista e uomo di penna, si manifesta soprattutto in chiave di satira: la chiave “vera” della Mandragola. [...]

La «cifra» di questa versione ce la dà in modo particolare Frate Timoteo che da quel personaggio atroce di uomo di Dio senza più Dio, dedito solo a se stesso e ad alcuni vuoti formalismi, si è trasformato qui in un vecchio fraticello meridionale intriso di furbizie quasi patetiche e di un tornacontismo molto più ingenuo e sempliciotto che non arido e cinico. Gli altri seguono un po' più da vicino gli schemi del Machiavelli, ma la luce sotto cui ci appaiono è, più o meno, stessa di Frate Timoteo, soprattutto in quelle scene che Lattuada ha immaginato ex novo non volendo e non potando attenersi soltanto alla materia del cinque atti e che, in genere, ha risolto sul plano lieve della commedia, ora con pennellate quasi veristiche di costume, ora con invenzioni amabili e garbate.[...] Ai suoi meriti in questo senso si aggiungano un'ambientazione e del costumi ad un tempo preziosi e realistici, delle piacevoli musiche in stile d’epoca e un'interpretazione tenuta meritoriamente lontana dal lazzi della commedia dell'Arte e indirizzata invece di preferenza lungo linee sobrie ed asciutte, a cominciare da quella di Totò che, nel panni di Frate Timoteo, è riuscito a comporre, pur in breve spazio, una caratterizzazione perfetta in ogni sua piti ghiotta e colorita sfumatura.[...]»

Gian Luigi Rondi, «Il Tempo», 20 novembre 1965


«L'uomo della rivalutazione di Totò si chiama Alfredo Bini; un produttore appassionato, colto, disposto a rischiare e a sperimentare. È lui che produce La mandragola e Uccellacci e uccellini, i due film che riporteranno su Totò lo sguardo annoiato degli intellettuali. Bini aveva conosciuto Antonio de Curtis all'epoca di La legge è legge (1957), interpretato con Fernandel. «Nel '65» ricostruisce oggi l'ex produttore, «Pasolini e io proponemmo alla Rai di fare una collana di teatro con sessanta titoli, tutto il teatro mediterraneo da Eschilo e Sofocle, fino a Verga e Pirandello, D'Annunzio compreso».

Alberto Anile


«Raccontare la trama de "La mandragola" di Niccolò Machiavelli, cioè della maggiore opera drammatica dei Cinquecento italiano? Ebbene si, non sarà inutile. [...] L'onore di portare ora "La Mandragola" sullo schermo è toccato ad Alberto Lattuada. E bisogna dire che la scelta è stata felice perchè Lattuada, pur cercando di dare al racconto un'articolazione più propriamente cinematografica, non ha mancato di rispettarne sostanza e spirito, interpolando nel linearissimo contesto solo ciò che i dialoghi di Machiavelli autorizzavano. [...] E' molto brillante l'interpretazione dell'intero cast, [...] Totò, un Fra'Timoteo tutto chiaroscurata ipocrisia e la statuaria Rosanna Schiaffino, una Lucrezia con più scrupoli che veli.»

Bir., «Il Messaggero», 20 novembre 1965


«Una rilettura piuttosto banale della commedia di Machiavelli.»

Paolo Mereghetti


«Con un occhio alla moda boccaccesca, quella del film in costume un po' sporcaccione, degli anni '60 e l'altro (quadrato) alla razionalità di Machiavelli, Alberto Lattuada ha fatto un lavoro di discreta eleganza e di raffinato erotismo. Spiccano tra i personaggi il Nicia di Romolo Valli cui il regista e i suoi sceneggiatori prestano un'ambigua consapevolezza, inesistente nel testo originale, e un inedito Totò come Fra Timoteo».

M. Morandini


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«Corriere della Sera», 3 dicembre 1965 (Data distribuzione 25 novembre 1965)


«La Pavone debutta nel cinema con Totò.

Rita Pavone debutterà nel cinema con un film che la vedrà come protagonista assieme a Totò il quale, come è noto, ha al suo attivo un centinaio di film. La cantante ha firmato oggi il contratto nella sede della sua casa discografica: Rita Pavone percepirà per questo film circa 40 milioni. Altri interpreti del film, che ha come titolo provvisorio "Rita" e che sarà diretto da Piero Vivarelli, saranno Fabrizio Capucci e i quattro componenti del complesso The Rockes. Il film si impernia su alcune situazioni venutasi a creare tra un amante della musica classica (Totò) e la sua figlia adottiva (Rita Pavone) appassionata ovviamente del genere ye-ye e dei Beatles. Le riprese del film cominceranno a Roma il 23 settembre. Rita Pavone ha detto di essere molto emozionata per questa sua nuova esperienza alla quale si è decisa dopo molte esitazioni dovute anche al fatto di dover lavorare, lei debuttante, con un attore come Totò. La Pavone ha affermato che, se questo filmato otterrà risultati positivi, sarà seguito da altri.»

«Corriere della Sera», 17 settembre 1965


«Un'esile trama appena rintracciabile tra l’imperversare della musica di ogni tenore conduce in porto il trionfo della musica leggera, anzi urlata, attraverso le esibizioni di Rita Pavone. [...] Al fianco dell'indiavolata Rita Pavone, un azzeccato Totò nei panni del maestro, Fabrizio Caparci, Lina Volonghi e Umberto D'Orsi. Ha diretto Piero Vivarelli.»

«Corriere della Sera», 4 dicembre 1965


«Totò, giù di forma, e Lina Volonghi stanno bene o male a galla, ma non riescono a salvare dal naufragio l'insieme della pellicola.»

Onorato Orsini La Notte, 4 dicembre 1965


«[...] L'esile trama non serve che da pretesto al regista Piero Vivarelli per lasciar libera Rita Pavone di esibirsi nei suoi successi. Totò, nella parte del papà adottivo, da al film una nota brillante.»

«Momento Sera», 5 dicembre 1965


«Si arrende alla banda yé-yé un Totò zazzeruto - Totò (ma perchè è finito in una simile sciocchezza?) fa il capellone, convertito alla musica yè-yè. Naturalmente, tutto per amore di una figlia adottiva che gli è piovuta dall’America. Lui era dedito alla musica seria, ma la ragazza è fanatica del juke-box e, per di più, si innamora di un giovanotto che vuole fere i quattrini con i ritmi di oggi. Il resto è ovvio. La banalissima storia, nella quale è coinvolto Totò. ha come urlante protagonista Rita Pavone (ma perchè non ritorna in TV?)».

Vice, «Corriere dell'Informazione», 5 dicembre 1965


«Ricorda Totò «Goffredo Lombardo della Titanus avrebbe fatto volentieri con me un film musicale». Un altro musicarello rock, con Rita Pavone, i Rokes e... Totò. «Ma ditemi la verità», chiede il principe al regista, «voi siete veramente convinto di questa cosa?» Antonio de Curtis, pur disponibile a partecipare al film, non trova il copione di suo gradimento, lo ritiene inefficace, solleva obiezioni. «La prima sceneggiatura non funzionava assolutamente», ammette oggi Vivarelli, «il principe aveva perfettamente ragione.»

Alberto Anile


«Totò interpreta il professor Serafino Benvenuti. Serafino Benvenuti è un goffo professore di musica che si illude di emulare von Karajan, dirigendo un'orchestra scalcinata. Per sentirsi meno solo adotta un'orfana cilena, interpretata da Rita Pavone, all'epoca all'apice del successo. L'esile trama serve da sfondo al contrasto tra il mondo ispirato alle tradizioni, musicali, morali e sociali del professor Benvenuti e quello disinibito dei giovani "yè yè". Alla fine Rita trova l'amore e Serafino si adegua ai tempi abbandonando la musica "seria" per diventare un divo del rock.»

Matilde Amorosi


Altri artisti


Articoli d'epoca


Articoli d'epoca, anno 1965

Totò, “pater et magister”

Caro Totò, con tutto il rispetto che ho per lei, non mi riesce di cominciare questa lettera senza premettere, appunto, un "caro Totò”...
Giovanni Arpino, «Tempo», anno XXVII, n.15, 14 aprile 1965

Totò: caporali o aquile

Stanco e deluso, il vecchio comico ritorna alla caricatura e alla mimica diretta. Nell’ultimo film di Pasolini si confessa agli animali...
Luigi Costantini, «Settimana Incom Illustrata», anno XVIII, n.50, 12 dicembre 1965

Il lamento del vecchio Totò

In una spietata autocritica Totò mostra la corda di tutto il suo pessimismo. Riconosce di avere speso male il suo grande patrimonio di attore, ma biasima...
Maurizio Liverani, «Tempo», anno XXVII, n.39, 29 settembre 1965