Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1966


Rassegna Stampa 1966


Totò


1966 05 11 Il Messaggero Uccellacci T L

«Il Messaggero», 11 maggio 1966 (Data distribuzione 16 marzo 1966)


I recensori accusano il colpo e si dividono: Enzo Biagi scrive che Totò “si trascina stanco e incosciente in una vicenda che non lo riguarda”; secondo Moravia, “nella parte del padre ci ha dato una delle sue migliori interpretazioni”, Grazzini dice che “riassume e affranca il film mutando un personaggio bislacco nella vivente idea dell’assurdo”, Tullio Kezich non riesce “a credere a un Totò eroe brechtiano: il suo universo sta da tutt’altra parte, il rapporto con Pasolini ci sembra deludente


[...] Il terzo film, quello di Pier Paolo Pasolini, «Uccellacci e uccellini », è una favola, come l'ha definita il suo autore, una favola senza una vera storia e con tre singolari personaggi: due vagabondi e un corvo parlante.

Le immagini poetiche di Pasolini

Ci sembra giusto soffermarci su questo film — il più interessante dei tre — poiché non è ancora apparso sui nostri schermi. La sua trama? Difficile da raccontare: un uomo (Totò) e il figlio (Ninetto) compiono un viaggio di cui non si conosce nè l’inizio nè la fine, ai margini di una periferia sconfinata, popolata da strani personaggi. Lungo il cammino, nel groviglio di piccole avventure, bizzarre, assurde, comiche. i due incontrano anche un corvo parlante che si unisce a loro per fare un tratto di strada insieme. L'insolito trio cammina sotto il sole ed il corvo cerca di far dire al padre e al figlio dove sono diretti, cosa fanno, come vivono e cosa pensano della vita: ma loro proprio non lo sanno! Il corvo cerca allora di illuminarli, spiegando la natura dei fatti nei quali si trovano implicati. E’ una fatica vana. Il corvo persiste: egli è un conversatore tenace e cerca di coinvolgere i due ignari individui nelle argomentazioni della sua stringente dialettica.

Ad un certo punto, per dare maggiore efficacia alle sue parole, racconta un'autentica storia che tratta di «Uccellacci e uccellini». Ed allora Totò, nei panni di un vecchio frate, e Ninetto in quelli di un fraticello sfaticato, si trovano a vivere una avventura nell’anno 1200. San Francesco chiede loro di decifrare il linguaggio degli uccelli per poter predicare anche ad essi l’amore. Il compito è arduo ma il vecchio frate Totò lo svolge con ardore: incurante del passare delle stagioni, trascorre lungo tempo in ginocchio nella fiducia di riuscire ad intendere un giorno il linguaggio' dei falchi e dei passeri. Finalmente ci riesce. E quando possiede il segreto dei due linguaggi egli può finalmente parlare nelle rispettive lingue agli uccellacci e agli uccellini per convertirli all'amore. Ma i falchi, pur conquistati nell’amore, si precipitano sui piccoli passeri e li divorano. Come accade purtroppo nella vita di ogni giorno.

Terminata la rievocazione dell’anno 1200, i tre amici: corvo, Totò e Ninetto, proseguono nel loro cammino, assistono a piccoli fatti, vivono avventure comiche e tragiche che danno al corvo altri spunti per seguire la sua predicazione ideologica. Ma Totò e Ninetto ormai a malapena nascondono la noia, vogliono liberarsi dello scocciatore e d'un tratto lo afferrano, gli tirano il collo, lo arrostiscono e se lo mangiano. il corvo, ha spiegato l'autore, «è il razionalismo ideologico ormai superato dal messaggio di Giovanni XXIII; la fine del corvo — sempre secondo l'autore — rappresenta l'assimilazione crudele di alcune idee: l'umanità ingurgita quello che deve divorare e procede avanti verso altri traguardi ».

Il film, nel suo arduo linguaggio carico di simbolismi, sarà difficilmente capito dal vasto pubblico. Pasolini ne spiega cosi i significati in una lettera agli amici e ai critici: «Mai ho assunto a tema di un film un tema esplicitamente così difficile. La crisi del marxismo, della Resistenza e degli anni Cinquanta — poeticamente quello anteriore alla morte di Togliatti — patita e vista da un marxista, dall’interno: niente affatto però disposto a credere che il marxismo sia finito (dice il corvo: "Non piango sulla fine delle mie idee, che certamente verrà qualcun altro a prendere la mia bandiera e portarla avanti! Piango su di me...”) ».

Crisi ideologica di un intellettuale, quindi, chè sarebbe forse arbitrario parlare di crisi di una società. E comunque si tratta di un tema complesso, difficile da tradurre in immagine e fare spettacolo. Pier Paolo Pasolini, infatti, non vi è sempre riuscito. Egli tuttavia ha realizzato un'opera coraggiosa, con accenti poetici e immagini suggestive. Poiché Pasolini è un poeta della macchina da presa. Pochi hanno saputo, come lui, accostarsi con tanto candore ai personaggi più umili (rappresentanti di un sottoproletariato istintivo, senza una vera coscienza) e raccontare con tanta umana partecipazione le loro vicende. Pasolini ama i suoi personaggi: ragazzi di vita, uomini e donne senza lavoro e senza fissa dimora, gente che agisce sotto la spinta di elementari necessità: vivere, mangiare, amarsi. Esseri infelici, diseredati ma inconsci della loro infelicità.

Maria Maffei, «Noi donne», anno XXI, n.20, 14 maggio 1966


«Nella periferia industrializzata di Roma, Pier Paolo Pasolini comincerà il 27 settembre le riprese del nuovo film da lui ideato, sceneggiato e diretto. Il suo curioso titolo, Uccellacci ed uccellini, rispecchia lo spirito della pellicola, che in tre episodi comici tratterà dei rapporti fra uomini e pennuti in forma fantastica ma in stile realistico. Naturalmente, gli episodi avranno un significato e sottofondo simbolico, ma narrativamente e figurativamente essi saranno realizzati al modo di gaffs, che vanno da Charlot a Jacques Tati.

Protagonista unico, Totò, in personaggi diversi per ogni storia, e la scelta stessa del protagonista dice quale carattere si vuol dare al film sullo schermo. Nella prima storia, Totò sarà il domatore di un grande circo, impegnato a comprendere il linguaggio degli animali e ad intrecciare con essi, nei limiti del possibile, un dialogo. Dopo i successi ottenuti con alcune bestie, dal cammello alla tigre, egli vuole insegnare a parlare e farsi rispondere dal più difficile interlocutore, la maestosa aquila. Clamorosamente, convocando i giornalisti, annuncia questo suo proposito, dicendosi certo del risultato. Ma, con la regina dei pennuti, i suoi sforzi si rivelano vani. Ossessionato e disperato, moltiplica I tentativi e, non riuscendo nel lo scopo, alla fine esplode gridando, fuori del gangheri all’animale: «Ma insomma, tu che fai?». Ed ecco, dal becco dell’aquila, colare finalmente una risposta: ma è una risposta assurda. Dinanzi al naufragio di ogni sua speranza di razionalizzare l'aquila, il domatore finisce per assimilarsi a lei, e parte volando verso il Gran Sasso.

Nel secondo episodio un vecchio frate, assistito da un giovane fraticello, continua a parlare agli uccelli come faceva San Francesco. Il compito è difficile per lui ma fermamente lo persegue: inginocchiato, incurante della gelida neve che lo copre o del sole che lo morde, nel volgere delle stagioni, trascorre anni a cercar d'intendere il linguaggio dei falchi e finalmente riesce nel suo intento. Ripete la lunga fatica con i passeri e consegue un altro risultato positivo. Ma a questo punto vede i falchi precipitarsi sui passeri e mangiarseli. Ricomincia così la sua paziente opera tenendo conto di questo problema che, per chi voglia vederlo nel significato attribuitogli dall'autore, può essere espresso nel fatto che le classi sociali sono singolarmente evangelizzate, ma debbono ancora essere evangelizzate nei rapporti fra loro.

Protagonista del terzo episodio è un uomo che cammina insieme con il figlio in un viaggio senza confini. Lungo questo cammino, ad un certo momento, essi incontrano un corvo, che certamente non ha bisogno di ammaestramenti per parlare. E’ un discorritore tenace, anzi, e instancabilmente parla ai due uomini con ima dialettica fra marxista e anarchica. Tanto lungo e insistente è il suo discorso che il padre strizza l’occhio al figlio, indicandogli con una smorfia la soluzione. Il corvo è ucciso e mangiato. Poi i due viandanti riprendono il loro cammino verso l’orizzonte. Il corvo vuol rappresentare, per Pasolini, il razionalismo ideologico degli anni Cinquanta, superato dal messaggio giovanneo e la fine del corvo rappresenta l’assimilazione crudele di alcune sue idee. L’umanità divora quel che deve divorare e procede avanti, verso quali traguardi nessuno sa. E' il mistero dell’uomo considerato nella immensità del tempo.»

Al. Cer., «Corriere della Sera», 10 settembre 1965


«[...] Pasolini ricorda spesso certe trovate di Chaplin (il costume di Totò, e la ragazzina vestita da angelo, che compare alle finestre della casa in costruzione, quelle danze improvvise e felici nella campagna deserta) e ha bene in mente certe immagini di Rossellini, dello sfortunato Giullare di Dio [...] Il resto è un miscuglio di elementi estranei che raramente si fondono [...] i vecchi lazzi di Totò, che non rinnova il suo repertorio, e che si trascina stanco e incosciente in una vicenda che non lo riguarda [...].»

Enzo Biagi


«[...] Uccellacci e uccellini contiene alcune tra le cose più belle di Pasolini [...]. Quello che Pasolini non era riuscito a fare con Anna Magnani in Mamma Roma, cioè inserire il mondo dell'attore in quello del regista, qui gli è riuscito perfettamente con Totò che nella parte del padre ci ha dato una delle sue migliori interpretazioni [...].»

Alberto Moravia


«[...] Totò è straordinario: il film si giustificherebbe anche solo per la sua presenza, in un ruolo arduo, bilicato tra favola e realtà, e che consente al grande attore d'impegnare tutte le virtù della sua maturità [...].»

Alberico Sala


«[...] Totò è unico. Non vedo nessun altro nel cinema, l'italiano e l'altro, capace di reggere a quel modo, dico con quella fusione di pietà e di ridicolo, la mistica caricatura di Frate Ciccilo [...].»

Filippo Sacchi


«[...] La grande trovata è di affidare a Totò il ruolo del frate Ciccillo [...] .»

Mario Verdone


«Pasolini continua a farci sorprese. Ora ha inventato il film «ideo-comico», che sarebbe l’umorismo applicato alla politica e alla sociologia, ovverosia l'impegno ideologico superato dalla favola; insomma, il cervello scavalcato dalla poesia. [...] Uccellacci e uccellini è appunto la confessione, sincera e confusa, di un momento di crisi successivo alla sconfitta, ma espresso in un tal cocktail di polemica culturale e di slanci lirici, e cosi vagamente risolto sul piano del racconto, che il film assume il carattere di un’agenda di fatti personali; certamente di grande interesse per l'intellighenzia che si diverte a riconoscere, fra gli interpreti, artisti e scrittori del bel mondo romano, poco più di un amabile gioco cabalistico per il grande pubblico, costretto a dibattersi in una rete di simboli e di citazioni che vanno da Lukàcs a Giorgio Pasquali. [...] Il film consiste grosso modo di due episodi, ambedue interpretati da Totò e dal giovane Ninetto Davoli, due figure picaresche assunte a simbolo dell'umanità incamminata verso l'ignoto. In un paesaggio di periferia. i due, padre e figlio, si aggirano fra le borgate; nei loro strani incontri si ricapitola l’assurdità del mondo contemporaneo, dove l’antico mistero della vita e della morte si intreccia alle sorprese dei nuovi costumi. e ne nascono interrogativi sul destino di fronte ai quali i due innocenti pellegrini rimangono muti. La realtà è cosi indecifrabile che In loro non desta alcuna sorpresa l’arrivo di un corvo parlante. L’animale dichiara di venire dal paese di Ideologia, d’esser figlio del dubbio e della coscienza. E racconta a suo modo un fatto accaduto nei Milleduecento.

Ora Totò è frate Ciccillo, che insieme al giovane frate Ninetto ha avuto da san Francesco l'ordine di predicare l'amore agli uccelli. Come dirla, bisogna intanto imparare il linguaggio dei pennuti. Dopo un anno d'immobilità e di preghiera, frate Ciccillo canta vittoria: in un colloquio fatto di stridi trasmette ai falchi il messaggio evangelico. Un altro anno di meditazione, quanto basta per capire che i passeri si esprimono saltellando, e il contatto è stabilito, con una specie di bai letto, anche con quei mansueti uccellini. Ma la predicazione non dà frutti, perchè i falchi continuano ad azzannare i passe rotti. Addolorati e delusi, i due frati si convincono che questa è la fatalità del mondo la sopraffazione del deboli. « Bisogna cambiarlo, Il mondo ». ribatte san Francesco, e li manda a ricominciare tutto da capo. Vale a dire, spiegherà Pasolini, che le singole classi sociali possono essere singolarmente evangelizzate, ma non sono ancora sufficientemente educate a rispettarsi fra loro. Con tanti saluti alla lotta di classe. [...]

Secondo episodio, sul tema dell'egoismo e del diritto di proprietà Dopo essere stato preso a fucilate perchè ha abusivamente concimato un campo, ed essersi visto ripagato con una patacca (antifecondativi fuori uso in luogo d’un callifugo) dell’aiuto prestato a una compagnia di guitti, Totò si presenta, in veste di padrone di casa, a una povera donna, e per sfrattarla assume il tono del più spietato uomo d’affari. Ma poco dopo, sempre accompagnato dai corvo chiacchierone, tocca a lui prostrarsi, in veste di debitore insolvente, a un riccone che sta offrendo un party intellettuale. Stesi a terra, lui e Ninetto, da minacciosi cani lupo, supplicano pietà. [...]

Orbene. Impenetrabile ci più nello sterpeto delle metafore, Uccellacci e uccellini è uno scherzo surreale ( imparentato talvolta con Zavattini), un girotondo fittiziamente popolaresco, In realtà imo sfogo personale che rivela ancora una volta i guasti portati dal sovraccarico di cultura in una personalità
artistica sempre notevole sul piano dell'immediatezza espressiva. Anche chi, e saranno i più, non riuscirà ad afferrare i nessi logici e i sottintesi del film (il commento musicale alterna canti della Resistenza a brani classici), sarà infatti colpito dal buffo delle situazioni, dal controcanto ironico di Ninetto, dalla precisione con cui il paesaggio — il romanico di Tuscania soprattutto — è chiamato a evocare un’atmosfera di grottesca magia (ma il vecchio difetto, il racconto bloccato da certi estetismi, la trasandatezza della recitazione In attori usati soltanto come isole decorative, Pasolini non l’ha perso).

E il resto lo fa Totò, che col suo impagabile istinto comico, servito da una mimica stavolta magistralmente controllata, riassume e affranca il film mutando un personaggio bislacco nella vivente idea dell’assurdo.»

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 5 maggio 1966


«Padre e figlio camminano in una Italia immaginaria e insieme estrema mente realistica. Incontrano un Corvo parlante che cerca di spiegare loro la vita secondo filosofia e razionalismo, ma anche narrando storie esemplari (come quella dei frati del Duecento). Infine, i due capitano a Roma, mescolandosi per un tratto con la folla che partecipa ai funerali di Palmiro Togliatti. Riprendono poi la strada, fanno l’amore con una giovane e fresca prostituta, e, sentendo i morsi dell’appetito, tirano il collo al Corvo, stanchi di tante chiacchiere, e se lo mangiano.»

Gian Piero dell'Acqua


«La costruzione di un’opera-apologo come Uccellacci uccellini porta alle estreme conseguenze la necessità dì quella chiarezza espressiva per cui i simboli debbono raggiungere, anche nella loro ipotesi di ambiguità, una dimensione – oggettiva o soggettiva – sempre significante. La forma prescelta porta avanti il discorso della tendenziale popolarità per cui l’opera filmica deve avere suggerito riflessioni, mediazioni, contenuti intellegibili. È una estensione dell’opera-saggio, del film cioè che al di fuori dagli schermi narrativi (o prevalentemente narrativi) propone piccole o grandi moralità, definisce lo sgomento di una generazione, annota, come nelle pagine diaristiche, quanto giorno dopo giorno si addensa nella nostra esperienza di uomini vivi, impiegati a cercare una dimensione razionale (anche istintivamente razionale), nei riordinare i fatti di cui siamo, in un modo o in un altro, testimoni.»

Edoardo Bruno


«Padre e figlio (Totò e Ninetto Davoli) incontrano un Corvo filosofeggiante che farà la strada con loro e che spiega la vita secondo la sua ideologia (in crisi), raccontando apologhi (uno su un francescano del duecento che predica agli uccelli e converte sia i falchi sia i passeri, ma a parte, i falchi continuano a mangiare i passeri). Finiscono ai funerali di Togliatti, fanno l'amore con una bella prostituta, vengono picchiati dai padroni e picchiano i dipendenti, e infine tirano il collo al Corvo, affamati e stufi di chiacchiere.»

Georges Sadoul


«Antonio de Curtis e Pier Paolo Pasolini: è possibile immaginare due cineasti tanto diversi? Il primo è un comico, scatena la sua fantasia in piena libertà; il secondo è un intellettuale, la sua vita, le sue poesie, i suoi film sono atti politici. Il principe è un conservatore di spiccate simpatie monarchiche, il regista un uomo di sinistra pronto al duello dialettico con chiunque, anche con il partito di riferimento; l'arte di Totò si muove nel solco di una tradizione culturale, quella di PPP è spesso violenta opera di sperimentazione.»

Alberto Anile


Pier Paolo Pasolini: ecco il mio Totò

In “Uccellacci e uccellini” lo scrittore gli aveva affidato il ruolo di un personaggio innocente fuori dalla storia e dalla politica, strappandolo all'immagine di aggressiva volgarità alla quale l’aveva consegnato il cinema italiano degli anni cinquanta senza capirne la bontà, l'estrema saggezza, il distacco dalle cose.

Pasolini, in molte sale cinematografiche si proiettano i vecchi film di Totò. Siamo di fronte a un recupero? Possiamo tentare una analisi di questo fenomeno?

«Il recupero dei film di Totò mi sembra puramente casuale, non ha altro senso se non quello di riproporre alla volgarità degli anni settanta la volgarità degli anni cinquanta. Sono sicuro che i film che ha fatto Totò durante gli anni cinquanta sono tutti orribili, squallidi e volgari. Non per colpa sua, perché in questo caso bisogna ipotizzare una distinzione assolutamente netta, precisa, tra autore del film ed attore. In quanto attore Totò si è autocreato ed è vissuto autonomamente ma i film che ha fatto sono oggettivamente brutti.

E allora che senso ha riproporli?

«Infatti: questo dimostra che sostanzialmente nulla è cambiato, ed anzi probabilmente quanto a volgarità e sotto-cultura gli anni settanta non hanno da invidiare agli anni cinquanta. Voglio dire, in realtà non c’è stato un caso Totò negli anni cinquanta. Negli anni cinquanta Totò è stato uno dei tanti prodotti, delle tante merci che si sono consumate quasi senza accorgersene. Non è stato un caso di cultura, perché negli anni cinquanta c’erano altri problemi, altri casi, molto più interessanti, più vivi, più reali, anche se, come tutte le cose umane, superati. Invece oggi, negli anni settanta Totò è una scoperta, una scoperta che ha carattere di una scoperta cosiddetta culturale. Per me non lo è, significa che negli anni settanta si sono scatenate delle forze, degli interessi che erano rimasti sopiti allora e che esplodono adesso ».

Nel suo film, « Uccellacci e uccellini », lei ha usato questo personaggio per quello che era, un piccolo borghese che non vede la storia che gli passa vicino...

« No, nel mio film ho scelto Totò per la sua natura doppia: da una parte c’è il sottoproletario napoletano e dall’altra c’è il puro e semplice clown, cioè un burattino snodato, l'uomo dei lazzi, degli sberleffi. Queste due caratteristiche insieme mi servivano a formare il mio personaggio ed è per questo che lo ho usato. Nel film non si presenta come piccolo borghese, ma si presenta come proletario, sottoproletario, lavoratore. E il suo non accorgersi della storia è il non accorgersi della storia dell’uomo innocente, non del piccolo borghese che non vuole accorgersene per i suoi miseri interessi personali e sociali ».

C’è stato un particolare apporto di Totò, oppure l'attore «è piegato a una sceneggiatura di ferro?

«E' difficile fare questa distinzione perché io uso attori e non attori ma, praticamente mi comporto con loro allo stesso modo. Cioè li prendo per quello che sono, non mi interessa loro abilità, se prendo un attore lo prendo per quello che è. Mettiamo Ninetto Davoli: non era attore quando ha cominciato a recitare con Totò, e l'ho preso per quello che lui era, non ne ho fatto un altro personaggio. La stessa cosa ho fatto per Totò. Naturalmente un attore porta in questa operazione la sua coscienza e quindi può essere usato proprio per la realtà che lui è. Molte volte non accetta, resiste, ma sostanzialmente il risultato finale espressivo non tiene conto degli apporti professionali dell'attore, ma di quello che lui è "anche" in quanto attore ».

Ma Totò uomo era forse un personaggio completamele diverso, prendiamo per esempio quella suo goffa ansia di nobiltà...

«Ma no, quella sua ansia di nobiltà è molto ingenua! Quando io dico prendo una persona per quella che è, intendo soprattutto come uomo. Nel fondo di Totò c’era una dolcezza, un atteggiamento buono, e al limite qualuinquistico, ma di quel qualunquismo napoletano che non è qualunqulismo, bensì innocenza, distacco dalle cose, estrema saggezza, decrepita saggezza. Quindi, quando dico Totò nella sua realtà intendo dire nella sua realtà di uomo, ed aggiungo "anche” di attore».

Come mai, in « Uccellacci e uccellini », per trovare un antagonista ad un intellettuale di sinistra in crisi lei ha scelto proprio questo tipo di personaggio già codificato nel qualunquismo?

«La mia ambizione era proprio quella di strappare Totò dal codice, cioè di decodificarlo. Come era il codice attraverso cui uno poteva interpretare Totò allora? Era il codice del comportamento dell’infimo borghese italiano, dell'infima borghesìa portata alle sue estreme espressioni di volgarità e di aggressività. di inerzia, di disinteresse culturale. Totò. innocentemente, faceva tutto questo, vivendo parallelamente (attraverso quella dissociazione di cui parlavo prima) un altro personaggio che era al di fuori di tutto questo. Però il pubblico lo interpretava attraverso questo codice. Ed allora io per prima cosa ho cercato di passare un colpo di spugna su questo modo di interpretare Totò ed ho tolto tutta la sua cattiveria, tutta la sua aggressività, tutto il suo teppismo, tutto il suo fare sberleffi alle spalle degli altri. Questo è scomparso completamente dal mio Totò. Il mio Totò è quasi tenero, e indifeso come un implume, è sempre pieno di dolcezza, di povertà fisica, direi, non fa le boccacce dietro a nessuno. Sfotte leggermente qualcuno ma come qualche altro potrebbe sfottere lui. perché è nel modo di comportarsi popolare il desiderio di sfottere qualcuno... ma è una sfottitura leggera e mai volgare. Quindi come prima cosa ho cercato di decodificare Totò, avvicinandomi il più possibilmente alla sua vera natura che veniva fuori in quel modo strano che dicevo. Una volta fatto questo, l’ho opposto in quanto antagonista all’intellettuale marxista ma borghese. Ma è un antagonismo che non sta in Totò o nel corvo che fa l’intellettuale, sta nelle cose. Insomma ho opposto un personaggio innocente, fuori dall'interesse politico immediato, cioè fuori dalla storia, a chi invece fa della politica il suo vero e profondo interesse e vive in quella che lui crede essere la storia. Cioè ho opposto esistenza a cultura, innocenza a storia ».

Nelle prime cose di Totò qualcuno ha visto un certo legame con l’avanguardia, per esempio con il futurismo.

«L'avanguardia nasce sempre come un'élite battagliera, paradossale e scandalosa, ma poi la sua prima preoccupazione è quella di annettersi il più possibile epigoni e fonti. Il caso Totò mi sembra una di queste operazioni tipiche dell'avanguardia per allargare il proprio dominio territoriale. Si, si può dire che Totò, il sue modo di essere, di presentarsi, di esprimersi fisicamente, ha qualcosa di avanguardistico in senso lato e cioè ha se non altro l'estraniamento: si stacca dalle cose, dal mondo degli altri e costruisce questa specie di marionetta che non ha quell’interezza umana tipici dell'arte classica, semmai è tipici dell’avanguardia ».

E l’uso del dialetto?

«Il rapporto di Totò con il dialetto è molto realistico. Probabilmente decise fin dalle origini di non essere un attore dialettale napoletano. come per esempio Eduardo De Filippo, e i tipici attori dialettali. Ha voluto essere un attor dialettale di origine napoletana ma non strettamente napoletano

«E cioè la sua lingua è stata un specie di mimesi del dialetto del modo di parlare del meridionale emigrato in una città burocratica come Roma. E allora ecco gli inserti di lingua burocratica di lingua militaresca, dei vari gerghi del parlare comune, quello sportivo per esempio. Ma nell’uso che io ho fatto di Totò ho eliminato tutto questo. Ho eliminato parole dette tra virgolette, le citazioni burocratiche, militaresche e sportive, e gli ho dato un linguaggio che se non è il linguaggio corrente dialettale napoletano o romano è un misto dei due. E' una lingua che può parlare un emigrato meridionale che non vive più al sud da venti o trenta anni quindi ha perso le sue caratteristiche linguistiche mescolando con le nuove».

«La Repubblica», 3 agosto 1976


1966 12 03 Il Tempo Operazione S Gennaro T L

«Il Tempo», 3 dicembre 1966 (Data distribuzione 18 novembre 1966)


«Il bersaglio, questa volta, non è una formula segreta o il sotterraneo di una banca, ma nientemeno che il tesoro di San Gennaro, custodito nel duomo di Napoli, e valutato sul trenta miliardi. Ci hanno messo gli occhi tre americani, due uomini e una donna (Senta Berger), i quali hanno studiato il piano con scrupolo professionale, e ora sono a Napoli per reclutare sul posto mano d'opera specializzata In scassi e rapine. Don Vincenzo il Fenomeno (Totò), ospite amatissimo delle carceri locali, li indirizza a Dudù (Nino Manfredi), un guappo da burla, ras umanitario dei quartieri bassi, che a sua volta raccatta un gruppetto di disperati, e li spaccia per veri gangsters. [...] Operazione San Gennaro rielabora una materia che già da qualche anno circola nel cinema italiano, da "I soliti ignoti" alla serie dei "Sette uomini d'oro", e innesta i ricordi di Marotta, Eduardo e De Sica nel filone degli agenti segreti e dei colpi alla "Topkapi" (con un occhio all'azione e l'altro allo sfondo folcloristico). Dunque c’è poco di propriamente originale nella struttura generale del racconto, che oltretutto ha i suoi momenti di fiacca. Ma il film è gustoso per due motivi: per come il fantastico universo napoletano sgonfia l'arroganza organizzativa dei manigoldi venuti dall'America, e per il sapore di certi particolari, messi in risalto caratterizzando personaggi e situazioni in cui il giocoso temperamento del regista Dino Risi si esprime con spontanea freschezza. Tale, benché milanese, da mostrare d'avere assorbito i valori di una Napoli dove il colore e lo strepito esaltano la verità umana.

Gli attori sono spassosi, e più ancora le macchiette (fra le quali giganteggia ovviamente Totò) del protagonista, perchè Nino Manfredi non sembra perfettamente a suo agio in panni partenopei, e Senta Berger persuade con argomenti che non hanno stretta aderenza con la recitazione.»

G. Gr. «Corriere della Sera», 26 novembre 1966


«[...] Costellato di battute efficaci in un susseguirsi di situazioni brillanti il lavoro, nel suo insieme, può definirsi quanto mai divertente; merito questo soprattutto di uni regia spigliata e al contempo accorta che, ben dosando l'umorismo, è riuscita a dare contenuto validissimo all'intera paradossale vicenda. Un film, insomma, ben riuscito anche per il sostanziale contributo fornito dagli attori, tra i quali spiccano Nino Manfredi, quanto mai convincente per carica di umorismo, Senta Berger, Mario Adorf, Harry Guardino, Claudine Auger e il simpatico Totò. Appropriato il commento musicale e bello il colore.»

«Il Messaggero», 26 novembre 1966


«Il film di Risi - Totò e il grisbì - Prendete "I soliti ignoti", "Topkapi" e "I 7 uomini d'oro", aggiungetevi un buon pizzico di Marotta, frullate il tutto e avrete questa "Operazione San Gennaro" dove, invece che la solita formula atomica, si tratta di rapire il famoso tesoro del Santo, conservato nel duomo di Napoli. Si intende che un'impresa di questo genere può essere concepita soltanto da una gang americana trasferitasi sotto il Vesuvio, e che napoletani purosangue come Dudù, Don Vincenzo, e i loro amici non vi possono concorrere che in modo fantasioso, burrascoso e controproducente. Povero di idee proprie, il film diverte soprattutto per la prestazione sobria e garbata di Manfredi e quella di un caratterista di lusso quale Totò due ritrattini: da non dimenticare.»

«Il Tempo», 2 dicembre 1966


«[...] Domina su ogni altro don Vincenzo 'o Fenomeno che, impersonato da Totò, dà al personaggio un'impronta di autentico realismo [...].»

Angelo Solmi, 1966


«Una vacanza napoletana, per Dino Risi e due ore di risate per gli spettatori. Il film riprende i temi costanti di una colorita popolaresca epopea, con tante gags, macchiette e dialetto, mandolini e cartoline illustrate. [...] Bravissimo Nino Manfredi: accanto a lui Totò un po' sacrificato, e la bella Senta Berger.»

«Corriere dell'Informazione», 26 novembre 1966


«Totò, che non può fare tutto, dice di sì almeno a Dino Risi, che gli offre una partecipazione in Operazione San Gennaro, una specie di Soliti ignoti in salsa napoletana. L'idea di assoldare Totò è proprio di Risi, ormai diventato uno degli alfieri della commedia all'italiana, e per l'attore è un nuovo importante riconoscimento dal cinema di serie A.»

Alberto Anile


Altri artisti


Articoli d'epoca


Articoli d'epoca, anno 1966

Totò, serio discorso di un attore comico

Allora la stampa o mi ignorava o mi vituperava. Ed io che mi domandavo: perché la gente riempie il teatro o il cinema tutte le sere quando recito io?...
Angelo L. Lucano, «Rivista del Cinematografo», n.1, 1 gennaio 1966

Il principe de Curtis odia Totò

Totò sono sempre io, ma io sono anche un signore decaduto che per vivere deve fare strane cose: saltare, dipingersi la faccia, indossare buffi costumi...
Maurizio Chierici, «Oggi», anno XXII, n.2, 13 gennaio 1966

Italiani che non ridono - Processo ai comici italiani

Prima il film comico era uno dei generi più facili e più sicuri: vi erano degli specialisti, registi o sceneggiatori, che risolvevano il problema applicando...
Luigi Costantini, «Settimana Incom Illustrata», Anno XIX, n.15, 10 aprile 1966

Le storielle che non racconterò alla TV

Ma alla TV non racconterò barzellette», ci dice, «non sono un comico da barzelletta. Amo ripetere a modo mio quelle che più mi piacciono tra quante ne sento...
Aldo Congiu, «Oggi», anno XXII, n.16, 21 aprile 1966

Tuttototò: la mia vita in dieci serate

Totò racconta: Perché mi sono arreso alla televisione. Il nostro più grande comico vi anticipa la serie di spettacoli con i quali gli italiani concluderanno...
Antonio de Curtis, «La Settimana Incom Illustrata», anno XIX, n.18, 1 maggio 1966

Totò, l'arte di far ridere

Quando io vado a vedermi in un film resto male, non sono soddisfatto, penso che si poteva fare di più. Noi attori nel cinema improvvisiamo. il nostro cinema...
Maria Maffei, «Noi donne», anno XXI, n.22, 28 maggio 1966

Facciamo visita a Totò

Il grande attore, che presto vedremo in un programma televisivo a puntate, sta serenamente percorrendo il viale del tramonto. Ormai ci vede poco, vive...
Pietro Zullino, «Epoca», anno XXVII, n.818, 29 maggio 1966

Totò va in treno con la maschera antigas

La strada, ai Parioli, è quieta. La casa è silenziosa. L’appartamento come foderato, felpato. Da fuori, non giunge il più piccolo rumore della notte romana...
Silvio Bertoldi, «Oggi», anno XXII, n.48, 1 dicembre 1966