Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1977


Rassegna Stampa 1977


Totò


1977 04 15 Corriere della Sera In tandem con Peppino

MILANO — Peppino De Filippo, tuttora a Milano dove è venuto in tournée con L’avaro di Molière, non è avaro di parole nel ricordare l'amico Totò, compagno di strada e compagno di lavoro, gli anni passati insieme, l'infanzia della carriera a Napoli quando tutti e due erano giovani e poveri e felici, poi la Roma del dopoguerra. Cinecittà, il primo film fatto insieme e l'ultimo: insomma, la vita intera.

De Filippo ricostruisce con ordine. Il primo flashback è nella giovinezza: «Conobbi Totò quando cominciava a lavorare nel "varietà” periferici di Napoli. piccoli teatrini sgangherati. Che anno era? Ma, il 1915, il 1916... chi si ricorda? Totò, che aveva allora sedici o diciassette anni, faceva l’imitazione di un artista che si chiamava Gustavo De Marco e godeva allora di grande fama: era un trasformista, il suo numero consisteva di contorcimenti marionettistici, macchiette, gags. Ricordo ancora dei manifesti per le strade col suo nome scritto grande, anzi grandissimo, e sotto, tra parentesi e in lettere piccolissime: "imitato da Totò". Il fatto è che la stella di De Marco era ormai in declino e sulla sua scia sorgeva invece questo guaglione .

La seconda tappa è Roma. Qui approdano i De Filippo e qui approda, fatalmente, Totò. A Roma c’è il cinema, fioriscono i telefoni bianchi, la fantasia è in letargo per ordine del regime: «Neanche in gioventù — ricorda De Filippo — ho mai lavorato con Totò in teatro. Siamo stati insieme solo sul "set". Totò cominciò a fare del film nel ’38-’39: "San Giovanni decollato" di Angelo Musco, "Totò nella fossa dei leoni"... e altro. Ma non avevano successo. Il successo sarebbe venuto dopo, nel dopoguerra. La gente aveva fame d’evasione, eh sì! C’era bisogno di svago, e la gente correva al cinema, a teatro. Anche noi De Filippo beneficiammo di questo clima, naturalmente. Ma, poi, col passar degli anni, passò l’entusiasmo, i film di Totò non avevano più quel richiamo. Insomma, una sera, nel '54 o '55, me lo trovai, in camerino, al Teatro delle Arti di Roma. Era piuttosto abbacchiato. A tu per tu, in un momento di confidenza, mi disse che le cose non gli andavano più bene. Volevo fare un film con lui?».

Il film, primo di una lunga, vittoriosa (allora) serie pilotata da questo tandem di commedianti partenopei, s’intitolava: "Totò, Peppino e la malafemmina”. La regia era di Mastrocinque; «Bisognava farlo in fretta — dice Peppino — perché io dovevo partire per la America. Ma non avevamo un copione. Totò non arrivava mai sul "set" prima delle due. E le scene si giravano e si inventavano cosi, di volta in volta. Il film incassò un miliardo».

Totò era monarchico: «Eh sì, eccessivamente. Infatti una volta, durante un’elezione, cercò di convincermi a votare per "Stella e corona". La monarchia andò piuttosto male e. ad elezioni compiute, mi chiese a chi avessi dato il voto. "Ho votato comunista gli dissi. Stavamo mangiando sul set, lo ricordo bene. Buttò via tutto. cartocci e bicchieri, gridandomi addosso: "Questo proprio non me lo dovevi fare "».

Totò era un fanatico del sangue blu: «Nell’ambiente, allora, si diceva che Totò avesse come amministratore un marchese decaduto e che da questo marchese si fosse fatto "legittimare".

Poi, pazientemente e con gran dispendio di denaro, andò in cerca delle sue origini e arrivò fino ai turchi. Si scoprì principe, altezza reale. Un giorno mi disse: " Ma tu lo sai che se la Regina d'Inghilterra m’invita a pranzo a me, m'ha da mettere vicino a essa? ". Gli piaceva nominare cavalieri e commendatori, ma a me disse: "A te non ti faccio, pecché mi sfotti "».

Totò era un grande attore, ma spendaccione e principesco, il cinema era il suo pozzo di San Patrizio: «Ha fatto cose bellissime. come Guardie e ladri, come Uccellacci e uccellini, e la sua maschera era e rimane inimitabile. Ma aveva bisogno di denaro e ricordo che spesso mi diceva: "Peppì, pochi e subito". Faceva cinque o sei film all'anno. Il suo cachet era sui trenta milioni. Il fisco lo inseguiva, lo tartassava, pare che a un certo punto Totò gli dovesse 450 milioni. "Peppì — mi diceva — quelli non si pigliano manco quattro soldi". Forse è l’ultima cosa che gli ho sentito dire. Giravamo l’ultimo film insieme. La cambiale, poi non l'ho visto più».

Nell’aprile di dieci anni fa, Peppino De Filippo è a Salsomaggiore con la seconda moglie quando gli arriva la notizia: «Mi telefonarono da Roma — ricorda —: dobbiamo darle una triste notizia: Totò è morto. Fu come una pugnalata al cuore. Rimasi lì muto mentre dall’altra parte del filo continuavano a ripetere: pronto? pronto? Non mi vergogno di dirlo: piangevo nella cornetta e mia moglie che era entrata in stanza in quel momento mi guardava sgomenta e voleva sapere perché piangevo e cos’era quella telefonata. Poi a piangere eravamo In due».

Ettore Mo, «Corriere della Sera», venerdi 15 aprile 1977


1977 04 15 Corriere della Sera Le risate sul set con Aldo Fabrizi

Lavorare con Totò era un piacere, una gioia, un godimento perché oltre ad essere quell'attore che tutti riconosciamo era anche un compagno corretto, un amico fedele e un'anima veramente nobile.

Ogni giorno il nostro incontro in teatro, mai prima delle 13 (Totò era più nottambulo che mattiniero, mentre io pur rincasando tardi mi svegliavo presto; lui arrivava fresco fresco, leggero leggero, ed io che avevo già sforchettato, pesantino pesantino, dovevo ricorrere a doppi caffè antipennichellistici), dicevo, il nostro incontro avveniva sempre con un abbraccio sinceramente affettuoso e due bacetti, uno di qua, uno di là.

Nel breve tempo che ci preparavamo per la scena da girare, c'era il solito scambio informativo a base di «come te senti?», «hai dormito?» e altre domandine e relative rispostine personali.

Arrivati davanti alla macchina da presa, cominciavamo l'allegro gioco della recitazione prevalentemente estemporanea che per noi era una cosa veramente dilettevole. C'era soltanto un inconveniente, che diventando spettatori di noi stessi ci capitava frequentemente di non poter andare più avanti per il troppo ridere.

Il guaio, però, era che la cosa non finiva lì poiché bastava una battuta nuova, un gesto impreveduto, una reazione inaspettata per dover interrompere nuovamente il dialogo con disappunto di noi stessi che, pur lieti e felici per il divertimento nostro e dei presenti, ci davamo complimentosamente la colpa l'un con l'altro.

Se il regista, visti gli inutili tentativi di sottrarci a queste crisi di fanciullesca irresponsabile ilarità, proponeva di girare due primi piani in controcampo, per utilizzare i pezzi buoni, noi ci impegnavamo solennemente di farIa per l'ultima volta senza interruzione, come si addice a due professionisti seri e consapevoli del costo della pellicola.

Però, non convinti di quanto promettevamo, scoppiavamo in una irrefrenabile risata, cercavamo di giustificare all'attonito regista che il nuovo attacco era soltanto uno sfogo per scaricarci da ogni eventuale pericolo di ricaduta.

Tuttavia, prima di girare cercavamo di rattristarci nominando la nostra età, le nostre tasse e, se in quei giorni era avvenuta la dolorosa scomparsa di un nostro amico, mancato all'affetto dei suoi cari, ricorrevamo anche a questo luttuoso freno. Ma dopo un'espressione di concentrato cordoglio, purtroppo sbottavamo vergognosamente a ridere prima del ciak.

Aldo Fabrizi, «Corriere della Sera», venerdi 15 aprile 1977


1977 04 15 Corriere della Sera Che cosa cercava Toto

Eroe comico d'un Paese che non ha il senso dell'umorismo, erede d'una tradizione popolare in cui la risata è esorcismo, difesa, reazione alla miseria e all’impotenza sociale, faticatore dello spettacolo in trentadue anni di teatro e quasi cento film, adesso Totò conosce un destino curioso. Continua ad avere successo, e comincia ad essere rispettato come un grande. I critici della giovane élite intellettuale ne lodano la gestualità e corporalità, la composizione semantica di contenuti ironici e beffardi, la sublimazione del popolate a metafora e via dicendo. Per i ragazzi è espressione d'una comicità primaria, semplice, antiquata, fisica, incolta: trovano belli i suoi film per gli stessi motivi per cui trovano belli gli zoccoli di legno o le tute da lavoro del passato operaio e contadino.

Prima, Totò era semplicemente un genio del divertimento. Lazzi, sberleffi, macchiette, travestimenti, barzellette, gags, equivoci, situazioni esilaranti, scurrilità, gesti da burattino disarticolato, movimenti scomposti, collo e mento dislocati, piede raspante la terra come un cane che nasconda le vergogne, occhi arrotondati, labbra arricciate, mimica vistosa: i suoi mezzi d espressione, la sua forma comica erano quelli popolari classici.

Il suo contenuto era l'antica fame. Fame eterna di quattrini. Fame di cibo: freneticamente addentava uno sfilatino lungo mezzo metro imbottito con dieci uova sode, un salame, tre bistecche, sei supplì e un mazzo di ravanelli; illusoriamente si preparava, in mancanza d'altro, un panino che era una spugna tagliata in due, farcita di sapone e condita di salsa dentifricia.

Fame di donne: le ragazze al suo fianco erano le sontuose e pastose Isa Barzizza, Franca Marzi, Gianna Maria Canale, Franca Faldini, Elvy Lissiak. Tamara Lees, che rappresentarono per tanti ragazzi degli Anni Cinquanta la prima rivelazione d'una macrofemminilità quasi caricaturale, e che lui fingeva d'accostare stupefatto, abbagliato, incredulo, goloso, in realtà manesco e spicciativo: «La serva serve».

Fame di rispettabilità sociale: ma questa Totò la coltivava soprattutto nella vita privata, facendosi principe e benefattore di bambini o animali, viaggiando su una lunga auto solenne come su un cocchio regale, frequentando «bene», abitando ai Parioli, circondandosi di camerieri e autisti in livrea, amando le onorificenze e i titoli, nutrendo idee reazionarie. E scrivendo poesie malinconiche sulla morte, canzoni, sonetti sentimentali: «Timidamente voi mi prodigate / dell’amor vostro tutta la dolcezza / vent’anni avete, o cara giovinezza / mentr’io ho il doppio della vostra età».

Come tutti i comici, nella vita voleva essere «un signore». Come Charlot, nei personaggi era pavido, prepotente coi deboli, bugiardo, ladro, crudele, rivoltoso. A contrastare le istituzioni gli bastavano uno sberleffo, una battuta. «Siamo uomini o caporali?»: e addio retorica sull’esercito. «Ah, pesciaccio democristiano!», inveiva contro l’orata che gli impediva di spiare attraverso un acquano il sedere nudo della Barzizza: e addio partito di governo. La magistratura? Ecco Totò, falso testimone in tribunale, che all’esortazione del giudice «dica, cos’è accaduto il 24 maggio?», attacca a cantare: «Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio...». I ricchi? Ecco Totò a Capri ridicolizzare con l’anarchia demente dell'imitazione le scemenze mondane e la volgarità milionaria. I potenti? Nel celebre sketch del vagone letto, ecco il morto di fame Totò trattare l’onorevole Trombetta con la diffidenza riservata ai lestofanti, difendere sospettoso il portafogli, rinfacciargli «lei non sa chi sono io», minacciarlo «in galera ti mando»: invertendo i ruoli e rivelandone col paradosso la falsità.

Nei suoi quasi cento film (tra i quali il primo film italiano a colori, appunto Totò a colori), la realtà era presente, ma resa surreale e stravolta dalla comicità. A scorrerne i titoli, si ripercorre certo il costume dell'epoca: Totò cerco pace. Totò cerca casa, Totò al Giro d'Italia, Totò e Peppino divisi a Berlino, Totò Peppino e la dolce vita, Totò sulla Luna, Totò Fabrizi e i giovani d'oggi, Totosexy.

Ma il costume era un pretesto, com'era un pretesto l'appiglio a successi altrui: Totò sceicco, Totò le Moko, Totò Tarzan, Totò terzo uomo. Totò e Marcellino, Totò e Cleopatra. Al di là del pretesto, trionfava la comicità assoluta. Anche nei suoi film migliori, Uccellacci e uccellini di Pasolini, Guardie e ladri di Steno e Monicelli scritto da Brancati e Flaiano, Napoli milionaria di Eduardo De Filippo, I soliti ignoti di Monicelli, Totò non era né si sentiva mai personaggio subordinato: conscio del proprio valore, era certo che la sua presenza bastasse a farne soprattutto « un film di Totò ».

Brutti o meno brutti che fossero i film, il protagonista era lui, e i registi ubbidivano al suo modo di lavorare: non cominciava mai prima di mezzogiorno, non imparava la parte, mai e specialmente negli ultimi anni di scmicecità, recitava a braccio con infallibile sicurezza. Superbo, anche altezzoso, in qualche rarissimo momento d’abbandono si autocriticava: «Sono un venditore di chiacchiere». E aveva torto.

Lietta Tornabuoni, «Corriere della Sera», venerdi 15 aprile 1977


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