Non sono nato Rascel

Renato-Rascel

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La sua vita nelle fotografie. Questo attore ha incontrato la fortuna dopo aver percorso una oscura strada non breve.

Renato Ranucci (Rascel) è nato nel 1912, a Roma. Suo padre, cantante di operetta, aveva sposato una compagna d’arte, Paola Massa. Così la prima aria che Renato respirò fu l’aria del palcoscenico; e uno del primi uomini che vide fu Petrolini, amico del padre. Poi, Invece di andare a scuola, correva in Vaticano a cantare nel coro di voci bianche diretto da don Lorenzo Perosi; o a villa Pamphili per gluocare al pallone.

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RENATO RASCEL bambino, coi fratelli, la zia Ines e lo zio Tommaso. Renato è il primo a sinistra, con le scarpe bianche.

Cominciò a recitare in una filodrammatica, che aveva come attor giovane Amedeo Nazzari. Abbandonò le scuole tecniche per suonare la batteria del Jazz. Nel 1931, a diciannove anni, guadagnava venti lire al giorno; e pareva ancora un bambino prodigio: bisogna aggiungere che in scena portava i calzoni corti.

Dal tabarin passò all’avanspettacolo; e una sera sostituì non un ballerino ma una ballerina colta da malore. Divertiva il pubblico, ma non si era ancora fatto un nome. Fu successivamente Renato Ranucci, Ronny Boy, Harry Laven, Rachel, Rascel e, dopo che il ministero della Cultura popolare ebbe ordinato di Italianizzare i nomi di tutti gli artisti, Rascele.

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ROMA, 1921. Renato Rascel a nove anni. Preferiva alla scuola le partite al pallone. Cantava nel coro di voci bianche del Vaticano.

Una sera Galeazzo Ciano volle congratularsi con lui ; ma si sentì dire : «Senta, Eccellenza, perché mi hanno fatto cambiare nome? Lo hanno cambiato a Daniele Manin?». Ciano indusse Pavollni a permettergli di riprendere il suo nome di prima; e lui, ringraziandolo, gli disse: «E' un piacere tra aviatori». Perché ha sempre avuto una gran simpatia per l’aviazione. Nel ’33 infatti sali su un apparecchio e riuscì a decollare chi sa come: si salvò perché è fortunato.

Rascel deve molto a Emilio Schwarz, che nel novembre del ’33 gli affidò coraggiosamente una parte nella rivista Al cavallino bianco.

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1933. Rascel nella rivista «Al cavallino bianco» che segnò l'inizio della sua fortuna. L’attrice è Lilly Velly, viennese.

Vestì da corazziere e diventò famoso

Una trovata originale di Rascel sono i «discorsi leggermente scemi». Per esemplo: «Che ore sono?». «Giovedì». «Allora scendo, sono arrivato». Nel prèmi tempi, piacevano e non piacevano. applausi e fischi. A qualcuno ricordavano del resto Petrolini. Rascel ne fece anche in Etiopia, di dove un giorno venne la falsa notizia che era morto. A quei tempi guadagnava 800 lire al giorno. Nel '42 recitò per la prima volta in un film: Pazzo d'amore. Nel dopoguerra sposò la bella cantante Tina Di Mola, dalla quale si è poi separato dopo aver Intonato tante volte con lei «Il nostro cielo è tornato sereno». Era quasi giunto alla fama. Vi giunse con la rivista Ma non è successo niente, dove egli era vestito da corazziere.

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1936. Rascel fa trio con le sorelle Di Fiorenzo. Per suonare nell’avanspettacolo aveva abbandonato gli studi.

Gogol gli ha insegnato a recitare seriamente

I più fortunati personaggi di Rascel sono il corazziere, il gaucho appassionato, il pianista, Pancho Villa, Napoleone, il suo miglior film è il cappotto.

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1937. Rascel canta una canzone americana. Il gran pubblico cominciò a conoscerlo al tempo dei «discorsi leggermente scemi». 1950. Rascel scende in campo per un incontro di calcio. Giuocherà contro la squadra dei giornalisti bolognesi.

Rascel si propone di fare anche il regista: ma la sua vera ambizione è quella di essere in film Tartarino di Tarascona e Candido. Ha paura che I produttori non vogliano saperne e preferiscano le sue macchiette con la scusa che le preferisce il pubblico. «Le macchiette posso continuar a farle la sera in teatro», dice. «Ma di giorno lasciatemi recitare seriamente». Rascel è infatti un uomo che ha il gusto del lavoro e una resistenza non comune. Nel moment! liberi, dopo il buon successo del Cappotto, legge spesso Gogol.

«L'Europeo», anno IX, n.18, 30 aprile 1953


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«L'Europeo», anno IX, n.18, 30 aprile 1953