Renato Rascel, l'angelo della Cappella Sistina

Totò Malattia

L-Europeo-Rascel

Il discendente del Cardinale segretario di Stato Ranucci vorrebbe recitare davanti al presidente della repubblica.

Sono le otto e trenta di sera e manca mezz'ora all'inizio dello spettacolo. Dall'ingresso al palcoscenico del Teatro Nuovo, in corso Matteotti, entrano alla spicciolata le ballerine della rivista con le loro modeste pellicce e i fazzoletti .di seta annodati sotto il mento. Parlano tutte insieme, fitto fitto, in tedesco e in inglese, e prima di scendere i quattro gradini che portano allegacene, danno una rapida occhiata all'imponente sergente dei pompieri che aspetta di entrare in servizio, con le spalle appoggiate al muro, fumandosi una sigaretta. Qualcuna, passando, salata la portinaia, una donna grossa dai capelli bianchi, che sta finendo tranquillamente di mangiarsi un'insalata coi porri. Entrano anche i ballerini, i cosiddetti boys, con gli impermeabili gialli stretti alla vita, i mocassini di camoscio e il passo saltellante.

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Ogni tanto, suona il telefono. La portinaia, senza fretta, si avvicina all'apparecchio e risponde:» Pronto? No, non ancora. Il commendatore non è ancora arrivato.., Chi? Come dice? Va bene, riferirò». Quattro telefonate quasi identiche, in meno di dieci minuti. Alla quarta, la voce della donna è piena di noia, mentre i suoi occhi non abbandonano il piatto sul tavolo. Alla fine non dice neppure più «il commendatore», dice semplicemente «il signor Rascel», e riattacca il microfono.

In questi giorni, Renato Rascel, che recita al Nuovo nella rivista «...e invece... pure», arriva in teatro sempre all'ultimo momento. Egli deve essere in scena alle nove e quaranta, per far la parte del macchinista di un treno che si chiama Ciclamino, e non è raro il caso che alle nove e mezzo il suo camerino (quello delle «stelle» il primo a destra sul palcoscenico) sia ancora vuoto. Vi si aggira soltanto la sarta privata dell'attore. Maria Vairone, una torinese florida dai capelli grigi, la quale mette in ordine i costumi e gli ingredienti per il trucco toccandoli come una sacerdotessa. Tutte le luci, anche quelle della specchiera, sono accese. Dalla parete pendono vestiti scarlatti, candidi, gialli, gallonati. Sopra una mensola c'è un cappelluccio a frittata vicino a una feluca napoleonica. Sopra lo specchio, un altoparlante che ogni tanto avverte con voce rauca: «Mancano quindici, dieci, cinque minuti all'inizio». La signora Varrone consulta l’orologio da polso e aggrotta le sopracciglia. In quel momento arriva il cameriere che ha l'ordine di portare a Rascel un caffè ristretto tutte le aere, alle nove e un quarto precise. Bussa leggermente alla porta aperta, poi resta cosi, un po’ contrariato, col vassoio in mano. «Non è ancora venuto», spiega la sarta. «Si ricordi, nell'intermezzo, la solita aranciata lunga, che però non sia troppo chiara».

Dal palcoscenico vengono secchi colpi di martello che si confondono con gli accordi dell'orchestra. Ogni tanto Qualche attore già truccato, con l’accappatoio mille spalle, si affaccia per un istante al camerino. La sarta si stringe nelle spalle. Cinque minuti dopo, improvvisamente, preceduto dalla sua segretaria. Emma Ronchi, una donna sopra i quarant anni, dall'aria energica, vestita di «ero, arriva Rascel. Cammina un pò* di traverso, a piccoli passi frettolosi, e. passando in mezzo al personale di scena, saluta tutti per nome. Appena entrato nel camerino, lascia nelle mani della sarta il cappotto chiaro, poi si toglie rapidamente la giacca e i pantaloni, ed è già seduto davanti allo specchio, che riflette i suoi occhietti pungenti sotto le sopracciglia inclinate, manovrando una minuscola, spugna. Intanto parla, con una vocetta dall’accento romanesco del tutto diversa quelli infantile e piagnucolosa che il pubblico conosce. Spiega che ha tardato anche stasera perché sulla strada, tornando da Pavia (dove in questo momento sta girando il suo ottavo film, tratto dal «Cappotto» di Gogol e diretto da Alberto Lattuada), lo ha sorpreso la nebbia. Poi s'informa di tutto: se c’è pubblico, se quel certo taglio nel copione è stato fatto, se le luci sono a posto. Non s'interrompe neppure mentre fa una carezza alla ballerina Kiki Urbani che è venuta a salutarlo. Quando è il momento di andare in palcoscenico, nonostante la buffa giacchetta bianca col taschino dietro la schiena, Rascel non fa ancora ridere. E' un piccolo signore pieno dii responsabilità, che fa il comico come eserciterebbe la professione di medico o di avvocato.

Prima di andare a lavorare, saluta con gli occhi una Madonna, incorniciata d'oro, appesa accanto allo specchio. Rascel, che si chiama Renato Ranucci è nato a Roma nel 1912, in una vecchia casa del quartiere di Borgo, dove oggi passa la via della Conciliazione. Nonostante il padre Cesare, tuttora vivente, e la madre, scomparsa da qualche anno fossero attori d’operetta, la famiglia Ranucci, che diede al Vaticano un Cardinale segretario di Stato, sia rigidamente cattolica e fedele ai Papi. Così il piccolo Renato, mentre i genitori giravano l'Italia cantando le strofette della Gran Via e della Vedova allegra, fu educato dai religiosi come il nipote di un monsignore. Fece l'asilo dalle suore e le elementari dai preti di piazza Pia. Era un bambino piccolissimo, pallido, che arrivava a scuola sempre puntualmente senz'essere accompagnato, con una mantellina scura col cappuccio, reggendo un'enorme cartella di stoffa a quadri. Il suo maestro, don Girolamo, era convinto che ne sarebbe venuto fuori un reverendo, nonostante qualche volta il ragazzetto avesse delle strane uscite. Una volta, per esempio, nel 1917 quando faceva la prima elementare, uno Zeppelin altissimo e luccicante passò solennemente nel cielo della capitale. Le lezioni del mattino erano appena finite e i bambini dovevano andare a casa, ma don Girolamo li trattenne. «Il dirigibile potrebbe bombardare», egli disse; «aspettiamo che se ne vada». Renatino si alzò, allora, dal suo banco e fece una proposta : «Perchè non usciamo con un guanciale legato in testa, con sotto, magari, un mattone?»

Certo, per un futuro prete, erano idee piuttosto bizzarre. Qualche anno più tardi, Renato Ranucci, che aveva rivelato speciali attitudini per la musica, fu mandato alla scuola pontificia diretta da don Lorenzo Perosi e siccome aveva una voce limpida e intonata, cantò nel coro della Cappella Sistina. «Forse fu allora che acquistai il gusto delle cose irreali, staccate dalla vita d'ogni giorno», dice oggi Rascel, nel suo camerino, mentre indossa una tunica rossa da Michele Strogoff e si appiccica sotto il naso due lunghi baffi. «Cantavo il gregoriano con gli occhi chiusi, oppure guardando gli immensi affreschi, tutt'attorno. Il maestro Pirosi dirigeva come se avesse dimenticato di essere sulla terra. Certe volte, mi pareva di essere già morto e di essere diventato un angelo».

Fu nel 1936, quando l'angelo di Don Penosi era ormai sulle scene da nove anni in qualità, di comico-fantasista (debuttò nel 1927 con una piccola compagnia di avanspettacoli denominata pomposamente «Majestic»), che Rascel si presentò per la prima volta al pubblico cantando e ballando nel suo stile attuale, maliziosamente insensato e surrealistico. A quel tempo, nonostante si fosse affermato al punto che nel '33 aveva sostituito Sigfrid Arno nel "Cavallino bianco" degli Schwarz, Rascel non era contento di sé. Erano anni difficili, per i comici. Il fascismo aveva tolto loro la risorsa della satira politica e per far ridere la gente non restavano che le battute grasse e i doppi sensi di cattivo gusto. Rascel, che è l'unico comico italiano che può vantarsi di non aver mai detto una sconcezza, cercava di sottrarsi alla regola. Era difficile, nello stesso tempo, evitare un'atmosfera da oratorio, e i balletti grotteschi non bastavano ad accontentare il pubblico. Finalmente, una sera d’autunno del '36, a Genova, l’attore, sconsigliato da lutti, tentò una strada nuova. Si presentò agli spettatori con una giacca a quadretti che aveva il taschino cucito dietro alle spalle e cantò la sua prima canzone senza senso, «Chiudo gli occhi e penso a te», composta appositamente, ma senza troppa fiducia, da Cherubini e Frustaci. Fu un successo inaspettato e Rascel non potè concedere il bis perché quella era l'unica canzone del genere che avesse in repertorio.

Oggi, Renato Rascel, che vive praticamente solo (si è separato dalla moglie Tina Di Mola qualche anno fa), dedica tutta la sua giornata al lavoro, cinematografico e teatrale. Contrariamente a come appare sulla scena e sullo schermo, è un uomo equilibrato, pensoso, che affronta seriamente ì problemi relativi alla sua professione. Fra questi, quello che lo interessa di più è la condizione della rivista in Italia. «Da noi», egli dice, «è considerato uno spettacolo di sottobanco. Il presidente della Repubblica francese Auriol assiste alle riviste dal suo palco, come se fosse all'Opéra. Se si diverte, ride e applaude come gli altri. La figlia del presidente Truman, Margaret, non disdegna di cantare nel varietà. In Italia i personaggi importanti, a meno che non vengano alle riviste con la barba finta, non si vedono mai. Sembra quasi che abbiano paura di contaminarsi».

Rascel non afferma soltanto a parole la dignità degli attori di rivista e la loro serietà professionale. Quando nel 1946, dopo la parentesi della guerra, organizzò il suo primo grande spettacolo, «Il cielo è tornate sereno», le cose gli andarono male fino al completo dissesto. Tornò allora a lavorare da solo, come una volta, e fece enormi sacrifici per pagare tutti i suoi debiti. Nel '43 fu scritturato al Barberini con una paga che sembrò favolosa: 112.000 lire per sera. Ebbene, tutte le sere la sua segretaria, Emma Ronchi, ritirava quella somma dall’ amministrazione, si metteva mille lire in tasca per Rascel e distribuiva il resto ai creditori.

Giancarlo Fusco, «L'Europeo», anno VIII, n.4, 22 gennaio 1952


L-Europeo
Giancarlo Fusco, «L'Europeo», anno VIII, n.4, 22 gennaio 1952