Ritratto di Silvana Mangano

Silvana Mangano


Non si sentiva un’attrice. Né tanto meno un sex symbol. Un film, Riso amaro, e l’amore di un uomo, Dino De Laurentiis, l’avevano lanciata nell’olimpo del cinema, ma lei rimaneva una donna introversa e insicura. Non superò mai la morte della madre. Quando poi perse l’unico figlio maschio, si chiuse ancora di più in se stessa.


«Dino, io ti amo». Ecco, l’aveva detto. Silvana non ricordava l’ultima volta che aveva pronunciato quella frase e, a dirla tutta, nemmeno la prima. Forse non ce ne sarebbe stata, tanto presto, un’altra. Pazienza. Tra loro contavano più i fatti delle parole e, in quell’occasione, lui era stato esemplare: annientata dalla morte di sua madre, Silvana era sprofondata nel dolore, incapace di agire e reagire. Si era occupato di tutto il marito, il grande produttore cinematografico Dino De Laurentiis, sollevandola da ogni incombenza e ricevendo in cambio quella rara, inaspettata dichiarazione. Vero, l’amava. Tanti ne dubitavano attorno a loro, soprattutto quando lei ostentava il suo distacco, chiamandolo quasi sempre per cognome, come si fa tra compagni di scuola o di lavoro. Invece, l’amava. Lui era stato il suo pigmalione, anche se non da subito.

Quando, molti anni prima, il regista Giuseppe De Santis si era ostinato a scritturare una sconosciuta diciannovenne romana per il ruolo principale in Riso amaro, De Laurentiis aveva obiettato: «Non sarebbe meglio un volto famoso? Lucia Bosè, per esempio». Miss Italia 1947 avrebbe rappresentato un valore sicuro, no? Ma il regista si era intestardito a trovare «una Rita Hayworth di periferia»; e voleva essere lui a lanciarla. Comunque aveva scartato centinaia di altre ragazze durante tre provini, perché gli apparivano tutte uguali, con gli occhi bistrati e il rossetto troppo acceso. Con i capelli cotonati, un abito dalla gonna a corolla, anche la giovanissima Mangano gli era sembrata del tutto inadatta alla parte di una disincantata e spavalda mondina, in lotta per la sopravvivenza nelle risaie del Vercellese. Qualche settimana dopo aveva incrociato per caso Silvana, in via Veneto, a Roma, sotto la pioggia, struccata, con i capelli fradici e si era detto: «Eccola, è quella giusta!». L’aveva fermata, senza riconoscerla, e lei si era stupita: «Ho già fatto un provino e non mi avete voluta», tergiversava. «Torna domattina alla Lux Film», aveva insistito De Santis, «e facciamo una nuova audizione».

Non era ambiziosa come le altre

Era l’estate del 1948 e Silvana, figlia di un ferroviere siciliano e di una casalinga inglese, era tutt’altro che decisa a lanciarsi nella carriera cinematografica. Aveva vinto a 16 anni il concorso di Miss Roma, d’accordo, e aveva avuto un rapido flirt con uno studente di recitazione che si chiamava Mastroianni, ma non si vedeva proprio come un’attrice, tantomeno come un sex symbol. E, come modella, si accontentava di lavorare quanto bastasse a mettere da parte qualche risparmio. Era bella e non lo sapeva, era brava e non ci credeva. Neppure quando Riso amaro fu candidato all’Oscar come miglior soggetto si vantò di avere contribuito al successo.

Troppo tardi per fare dietrofront: Dino De Laurentiis aveva perso la testa per lei e deciso di spalancarle le porte di Cinecittà, di guidarla e proteggerla nei labirinti di una professione piena di insidie. E, già che c’era, anche di sposarla. Nessuno di questi propositi gli risultò difficile.

Una diva molto obiettiva

La prorompente bellezza di Silvana Mangano ne aveva fatto presto una diva internazionale e i caratteri del suo nome, sulle locandine dei film, s’ingigantivano a ogni nuovo film, per segnalarla ne Il lupo della Sila, di nuovo con Vittorio Gassman, e ne Il brigante Musolino, a fianco di Amedeo Nazzari. Il pubblico accorreva ai botteghini, nella speranza di ritrovare la mondina dai pantaloncini corti, le calze nere smagliate a metà coscia, il golfino liso e aderente sul busto generoso e il vitino di vespa che avrebbero contribuito a coniare il più evocativo degli attributi del dopoguerra: maggiorata. «Sono solo seni e gambe», aveva bocciato in blocco la categoria un caustico Vittorio De Sica, riferendosi a lei, a Gina Lollobrigida e a Silvana Pampanini. Se le altre si erano comprensibilmente offese, Silvana aveva reagito con classe: «Può darsi che lui abbia ragione». Il tempo avrebbe dimostrato che no, non l’aveva; e De Sica la diresse ne L’oro di Napoli.

Recitava per piacere, per stare bene

«Mamma non voleva veramente fare l’attrice», avrebbe raccontato un giorno la secondogenita, Raffaella De Laurentiis, «ma l’esperienza di Riso amaro, assieme alle mondine, le era piaciuta tantissimo, aveva imparato tutte le canzoni e le cantava sempre. Recitare le piaceva, ma non si sentiva all’altezza. Papà diceva sempre: «A Silvana, i film, li cucivamo addosso». Ogni volta, però, convincerla a firmare un nuovo contratto era un’impresa. Sebbene, a proporglielo, fosse qualcuno tra i migliori registi del tempo: Monicelli, Pasolini, Visconti. Cedeva per affetto o per amicizia, per esempio quando la sceneggiatrice era Susanna Cecchi D’Amico. Non poteva mortificare il suo fisico e il suo fascino, ma cominciò, aiutata dal marito, a selezionare i ruoli, scegliendo personaggi più cerebrali che carnali, affinando il suo viso, il suo sguardo, il suo portamento: era sempre bellissima in Anna di Alberto Lattuada, però gli uomini in platea non si perdevano tra le sue curve ma nell’intensa trasformazione del suo personaggio da prostituta a suora. Quattro maternità, nella vita reale, le davano un po’ di respiro, fra un ciak e l’altro, ma neanche in quel ruolo si sentiva del tutto a suo agio: «Non sono felice», avrebbe ammesso anni dopo, «ma ho avuto molto di più di quanto meritassi». A Oriana Fallaci spiegò il perché, nel 1959: «Non è giusto avere tanto dalla vita senza meritarlo. E la gente lo sa, e io so che lo sa, ciò mi irrita e così divento antipatica».

La pena di non sapere dire “ti amo”

Non era falsa modestia, era la sofferenza di chi si teme sopravvalutato e presagisce un tragico risveglio. Quando il marito le sconsigliò di accettare l’offerta di Federico Fellini, che l’avrebbe voluta ne La dolce vita, come Maddalena, la moglie di Mastroianni (poi interpretata da Anouk Aimée), Silvana seguì il consiglio, sollevata, senza chiedersi se non fosse la gelosia retrospettiva di Dino a voler scongiurare l’eventualità di un nuovo incontro ravvicinato e prolungato tra lei e il suo primo amore, Marcello. Nemmeno Silvana, del resto, teneva a mettere alla prova i suoi sentimenti. Non c’era motivo. Preferiva dedicarsi a costruire, giorno dopo giorno, quella distante freddezza in cui blindarsi come in un’armatura. Con la stessa, meticolosa precisione con cui ricamava a piccolo punto arazzi, tappeti e divani. Con la stessa ineluttabilità con cui frequentava i tavoli da gioco. Con la stessa rassegnazione con cui si rifugiava in camera, quasi volesse rendersi invisibile al destino; e ai suoi figli e al marito. Li amava tantissimo, ma non riusciva a dirlo.

Il dramma che le spezza il cuore

Nel 1981, la morte del figlio Federico, l’unico maschio, in un incidente aereo in Alaska, dove stava conducendo qualche sopralluogo per il padre, fu la ferita da cui non sarebbe mai più guarita. De Laurentiis sembrava convinto che fu proprio quella perdita a dividerli irrimediabilmente. Silvana Mangano accettò di tornare un’ultima volta davanti alla macchina da presa, sei anni dopo, per girare Oci Ciornie, occhi scuri in russo, accanto a Mastroianni invecchiato. E chiudere così un cerchio, che doveva esserle sembrato, talvolta, una prigione.

Elisabetta Rosaspina «F», n.23, 14 giugno 2017


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Elisabetta Rosaspina «F», n.23, 14 giugno 2017