La dama velata di Tito Schipa

Tito-Schipa


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Nel pomeriggio del 12 febbraio del 1914, era cominciato da poco il carnevale, il tenore Tito Schipa, seduto ad un tavolo di un caffè a Trento, leggeva a voce alta al baritono Canali e al soprano Ines Del Frate alcune lettere di donne. Non era la prima volta, dopo il suo debutto avvenuto quattro anni prima al teatro Falchinetti di Vercelli, che le donne gli scrivevano; ma ora quelle lettele, anche se lusingavano sempre la sua vanità, cominciavano ad annoiarlo; perciò le leggeva a voce alta agli amici con la stessa indifferenza con cui avrebbe letto una notizia nella cronaca di un giornale. Ad un tratto però si arrestò e su ila sua faccia apparve un sorriso di soddisfazione; con una voce animata da una commozione insolita lesse allora queste parole: «L'aspetto stasera alle 7 davanti alla Torre Verde. Silvia».

Erano solo due righe e scritte con una calligrafia regolare come quella dei bambini, senza svolazzi, su di un semplice foglio di carta bianca, che, al contrario delle altre lettere che riceveva, non mandava alcun profumo. E il tenore, abituato a farsi ogni volta, attraverso la calligrafia e il profumo, un'immagine della donna che gli scriveva, si sentì come disorientato. A ventiquattro anni, e non ancora celebre abbastanza per avene un segretario, Schipa aveva imparato a conoscere le donne dalle lettere che gli scrivevano. Oltre il carattere e il temperamento gli sembrava d’indovinarne anche l'immagine. E spesso, incontrando una donna che gli aveva scritto, era come se l’avesse già conosciuta.

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GENOVA. Il tenore Tito Schipa con la moglie e il figlio Titino, di sei anni.

Pareva che la mano che aveva scritto quelle righe, la cui calligrafia non rivelava nulla di particolare, si fosse preoccupata di nascondere il proprio carattere. Le lettere erano tracciate tutte nella stessa maniera come le frasi dei sillabari su cui si esercitano i bambini. In tutte le lettere che riceveva, da quando aveva cominciato a cantare, non si parlava che della sua voce: anche la madre quando gli scriveva da Lecce dimenticava spesso di dargli sue notizie per parlargli della sua voce e della sua, carriera. A Schipa questo dispiaceva, perché, pur non essendo indifferente le lodi, avrebbe preferito che almeno : genitori avessero continuato ad essere per lui quelli di prima. Quella sconosciuta invece non aveva fatto complimenti e la sua lettera. proprio perché era scritta con una certa durezza, eccitò subito la sua fantasia.

«Chi sarà», pensò, rigirandosela fra le mani, osservandone più da vicino la scrittura come se volesse indovinare il segreto di quel nome, «forse l’ho già incontrata, e le ho anche parlato»; e si mise a pensare alle donne che aveva conosciuto in quella settimana. Forse Silvia era una di quelle signore sedute sui lunghi divani ras si che lo stavano osservando. Allora cominciò a guardare le donne con una curiosità nuova cercando nei loro occhi il segreto che quella lettera non rivelava.

Quando il tenore usci dal caffè la notte era già scesa nelle strade. Camminava in fretta perché il luogo dell’appuntamento era distante, oltre la periferia della città, vjcino alla riva dell’Adige; e non si accorgeva che intorno a lui la gente festeggiava il carnevale; preoccupato di arrivare in ritardo come un innamorato. Ad un tratto cominciò a nevicare; grossi fiocchi caddero intorno a lui avvolgendolo nel lare turbinio, ricoprendo a poco a poco le strade che subito si rischiararono sotto quel bianco. Allora non si udì più nessun rumore, come se tutti nella città si fossero improvvisamente addormentati.

«Chissà se verrà?» pensava Schipa, che. avvicinandosi alla Torre Verde e vedendo che il luogo era solitario, cominciava a avere qualche sospetto. «E se fosse uno scherzo?» si chiese, «Non sarei il primo ad esserci cascato».

Però, nonostante quei dubbi, continuava a credere che sarebbe venuta e gli pareva da un momento all’altro di doverla incontrare. Si guardava intorno, pronto a correrle incontro non appena l’avesse vista apparire sulla strada. Ma la neve che continuava a cadere lenta ma fitta gli impediva di ricevere qualsiasi immagine. Non si accorse che Silvia era discesa da una carrozza se non quando gli stava vicino. Allora notò che aveva il viso coperto da un velo nero che le nascondeva completamente il volto. Era difficile definire la sua età, ma dal modo come camminava e da quell’insieme di cose che si rivelano subito in una donna, sembrava piuttosto giovane. Con una mano si premeva il velo sulla faccia per impedire che il vento glielo sollevasse, mentre con l'altra si reggeva allo sportello della carrozza come se avesse paura che si dovesse allontanare da un momento all’altro. Pareva che ciò che doveva esserle sembrato cosi facile nella fantasia, le fosse apparso improvvisamente difficile di fronte alla realtà. E che fosse incerta andare o rimanere, colta da uno smarrimento che era ben lontana dal prevedere. Finché le parve opportuno risalire. Quando Schipa, per impedire che se ne andasse, si avvicinò alla carrozza, questa era già messa in movimento. La donna si sporse dal finestrino e, salutandolo con a mano, disse: Volevo vederla da vicino, ora che l'ho visto posso ripartire».

Era evidente che aveva riflettuto a lungo prima di pronunciare quelle parole, ma he non era riuscita a trovare che quella frase banale. Chi era Silvia? Perché si nascondeva? Che bisogno aveva di coprirsi la faccia con un velo? Con questo pensiero nella mente e addosso una strana eccitazione come se fosse innamorato di quella donna che non conosceva, Schipa fece il suo ingresso anche quella sera sul palcoscenico del Teatro Sociale, per interpretare la parte di Alfredo nella Traviata. Fu come al solito molto applaudito, ma tanto al pubblico che ai suoi colleghi sembrò che quella sera mentre cantava si comportasse in un modo strano, trascurando ogni intesa con gli altri cantanti, tenendo gli occhi fissi sulla platea e sui palchi, anche nei momenti più patetici, quando avrebbe dovuto invece guardare in faccia Violetta. Parve a tutti strano e svagato; ma si fece applaudire cantando meglio del solito. Da quando era entrato in scena, infatti, Schipa non aveva smesso di guardare le signore che si trovavano fra il pubblico, cercando di riconoscere fra di esse la donna velata.

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MILANO. Tito Schipa con la moglie Dalla prima moglie Schipa ha avuto due bambine.

Sebbene non l’avesse vista in viso, c'era qualcosa in lei che gli sembrava familiare gli ricordava lontane immagini. Alcuni anni prima, a Lecce, quando studiava canto col maestro Gerunda, si era innamorato di una maestra di piano, Clara Greco.

Era stato uno di quegli amori di adolescenti che più intensi sono e prima finiscono. Era l'epoca in cui in tutte le cose voleva far entrare per forza l'amore, e che si attribuivano agli artisti grandi passioni anche quando in realtà non ne aveavano. Anche il maestro Gerunda, per non venir meno a quel luogo comune, lo rimproverava di cantare con poco sentimento «Cerca d'innamorarti», gli diceva, «vedrai che canterai meglio». E fosse per he a forza di cantare la sua voce era talmente migliorata o perché il maestro Gerunda aveva ragione, dal giorno in cui conobbe Clara Greco Schipa cominciò a cantare meglio. Il maestro era contento di lui; e un giorno, incontrandolo ai giardini mentre dava il braccio a Clara Greco, gli fece una grande scappellata.

«Vedi», gli disse il giorno dopo, prima di cominciare la lezione, «vedi se avevo ragione». Nella sua voce, in quel momento, non c’era nessuna ironia. Era soddisfatto di avergli potuto dimostrare che aveva ragione. Ed ora, ripensando a Clara Greco, gli sembrava che lei e la donna velata avessero qualche cosa di comune che non riusciva bene a definire. Non riusciva a immaginare altro viso all’infuori del suo sotto quel velo. Però gli pareva impossibile che l'elegante signora velata potesse essere Clara Greco. La maestra di piano, infatti, viveva ancora a Lecce, dove era sposata e aveva due bambini.

Come avrebbe potuto lasciare la sua casa e intraprendere un viaggio cosi lungo? E poi perché? No. Clara non avrebbe avuto bisogno di ricorrere a quello stratagemma per vederlo. Essa ora aveva marito e due bambini a cui pensare e le dure necessità della vita forse avevano già spento lei il ricordo del loro amore. Ma più sua curiosità aumentava e più egli si accorgeva come fosse difficile scoprire chi era la donna velata. Allora, con quel senso d'insoddisfazione che prova solo un innamorato deluso, si mise ad osservare con insistenza tutte le donne che incontrava, stupito del piacere che gli procurava quella muta inchiesta. Spiava i visi delle donne in attesa di un cenno d'intesa con cui gli pareva che Silvia si sarebbe dovuta finalmente far riconoscere, fu come se tra lui e Silvia quella sera si fosse iniziato uno strano giuoco che soltanto lei aveva la possibilità di terminare. Allora gli accadde una cosa strana, che lui stesso non riusciva a spiegare e che lo fece arrestare quasi senza fiato nel mezzo della strada gli sembrò che non sarebbe più riuscito a cantare finché non avesse visto in volto la donna velata.

La sua situazione inoltre gli sembrava particolarmente difficile perché non sapeva con quale pretesto si sarebbe rifiutato di cantare, dato che dire la verità sarebbe stato come volersi coprire di ridicolo. D’altra parte salire lo stesso sul palcoscenico, senza dare ascolto a quegli assurdi timori, gli sembrava un rischio da non affrontare, quella sera poi avrebbe dovuto cantare nella Lucia, una delle opere da lui preferite; e ci teneva a far bella figura.

Ormai era inevitabile. Quella sera non avrebbe cantato. Il suo posto sarebbe stato preso da un altro tenore a cui la sua rinunzia avrebbe forse aperto una strada. Questo pensava Tito Schipa, la sera del 13 febbraio del 1914, mentre saliva le scale del suo albergo, quando un fattorino gli consegnò una lettera nel cui indirizzo riconobbe la calligrafia della donna velata. Senza esitare l'apri e vi lesse quasi le stesse identiche parole: «L'aspetto domani sera alle sette davanti alla Torre Verde. Silvia».

Il pensiero che l'avrebbe riveduta, che avrebbe finalmente chiarito quel mistero, perché questa volta era deciso a non lasciarla partire senza averle prima sollevato il velo, lo riempi di entusiasmo E dalla cupa rassegnazione in cui era caduto poco prima entrò improvvisamente in uno stato di euforia che gli fece apparire ogni cosa più facile; quando sali sul palcoscenico infatti era meno impressionato delle altre volte e non si era mai sentito cosi sicuro delle sue possibilità. Forse come cantò quella sera non ha più cantato.

Il giorno dopo, noti riuscendo a vincere la sua impazienza, Schipa andò all'appuntamento con mezz'ora di anticipo. Siccome era una notte chiara, gli sembrava d'avere maggiori possibilità di riconoscerla della prima volta. Era così convinto che anche Silvia non sarebbe venuta all'appuntamento con l'intenzione di lasciarlo solo in mezzo alla neve, che, quando essa col viso coperto dal solito velo nero scese dalla carrozza, egli, senza neppure salutarla, cercò di sollevarle il velo e di baciarla. Ma, come se se lo fosse aspettato e stesse per ciò in guardia, con un rapido movimento lei gli voltò le spalle, e, prima che avesse potuto trattenerla, salì sulla carrozza che subito si allontanò nella notte. Da allora non la vide più. Anche oggi Schipa si domanda chi fosse la donna velata.

Mario Agatoni, «L'Europeo», anno VIII, n.9, 24 febbraio 1952


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Mario Agatoni, «L'Europeo», anno VIII, n.9, 24 febbraio 1952