Spesi cinquanta lire per esordire a Vercelli

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Il tenore Tito Schipa racconta la divertente avventura del suo debutto col “Barbiere di Siviglia” e il misterioso incontro, in carrozza, con una dama velata che gli dichiarò la sua ammirazione cantando romanze del "Werther"

Qualcuno mi ha chiesto una volta: «Quali sono i ricordi più piacevoli della sua vita di teatro?». «I più spiacevoli!» ho risposto io senza la minima esitazione: e non per amor di paradosso, ma perché è davvero così. Lombroso e Mantegazza sapevano dirvi con precisione a quale categoria di piaceri appartenga l'indicibile sensazione di sollievo che si prova nel vedersi scampato da un terremoto o da un’esplosione. Ebbene, qualche cosa di simile è ciò che si avverte in palcoscenico quando accadono certi incidenti che sono veri... accidenti.

Alla fine ci si ritrova ancora vivi; la cupola del teatro non è crollata; le luci della ribalta continuano a splendere. Ed ecco che nell'animo dell’artista si produce quella tal sensazione di sollievo di cui vi parlavo. Capirete ora - non è vero? - che simili momenti sono poi quelli che non si dimenticano mai più. Quelli, anzi, che si ricordano con maggior piacere. Vogliamo frugare insieme, amici lettori, nella scatolina dei miei ricordi?

Uno degli incidenti di cui parlavo è legato, per esempio, al grande avvenimento (grande per me, beninteso) del mio debutto, che ebbe luogo nell’anno... È perfettamente inutile citare l'anno, che ormai tutti conoscono. Vi dirò, invece, che avevo ven-t'anni, che aspettavo disperatamente una scrittura la quale non si decideva mai a venire, e che nel frattempo passeggiavo disperatamente su e giù per la Galleria di Milano, in mezzo ad una folla d’infelici del mio stesso stampo. Un giorno, finalmente, mi si avvicina un impresario, condottomi da uno dei tanti agenti teatrali che mi conoscevano... fin troppo.

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«Quartetto a voci... pari»: Titomanlio, Titino e Tito Schipa e il maestro Oliviero cantano «’O sole mio»

«Tu sei tenore, vero?»

«Sì.»

«Hai studiato la parte di Almaviva nel ‘‘Barbiere di Siviglia"?»

«La so benissimo!»

«Vuoi debuttare a Vercelli?»

Lo guardai come avrei guardato l'arcangelo Gabriele se mi fosse apparso d'un tratto e m’avesse offerto di fare una passeggiatina in Paradiso. Debuttare... in un teatro vero... e come protagonista di un’opera di successo! Con la voce così tremante che quasi non la si udiva, chiesi all’impresario:

«E... scusi: quanto?».

L’altro sembrò misurare il mio valore con un’occhiata da esperto.

«Faremo cinquanta lire. Va bene?». «Va benissimo!» risposi pieno di entusiasmo. «E... scusi ancora: anticipate?»

L’impresario sorrise, indulgente:

«No, no... Me le darai prima della recita!».

Allora capii e... chinai la testa. Non era certo la prima volta che un cantante doveva pagare per debuttare in pubblico: ma io, per un attimo, mi ero fatte tante rosee illusioni! Non vi dico quel che mi ci volle per racimolare cinquanta lire. Ma affrontavo ogni difficoltà come se ormai navigassi tra le nuvole. Mi sembrava già di essere un Tamagno, un Marconi, un Caruso. Nell’attesa del fatidico giorno continuavo a passeggiare in Galleria con un'aria da trionfatore, distribuendo sorrisi di protezione a destra e a sinistra e facendo tutti partecipi della grande notizia.

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Una foto giovanile scattata a Montecarlo. Poco più che ventenne Schipa era già considerato un ottimo tenore.

«Sai? Debutto a Vercelli nel "Barbiere”.»

«Ah, bravo! E... quanto?»

«Cinquanta lire!»

Poi svicolavo subito, perché al mio interlocutore non saltasse in mente di approfondire troppo quella faccenda delle cinquanta lire.

Incidenti “fatali”

Ed eccomi a Vercelli, in un teatrino che per me, quella sera, rappresentava poco meno che il Metropolitan di New York. Quando fui presentato al soprano, credei di svenire. Voi mi conoscete, vero? Sapete che non sono stato mai un colosso. A quei tempi, poi, ero esile e mingherlino per varie evidenti ragioni... Bene: la mia Rosina, beata lei, vantava certe forme che le avrebbero procurato assai maggior fortuna esponendole come donna-cannone in un circo equestre, che come soprano... leggero (!) in un teatro. Pesava, ve lo garantisco, almeno centoventi chilogrammi prima di pranzo.

Sentite dunque quel che accadde al terzo atto. Ricordate l'azione? Al maviva, travestito da maestro di musica, siede al pianoforte accanto i Rosina. Perché i due colombi possano rimanere soli, Figaro fracassa mezza cristalleria; don Bartolo corre i constatare l’entità dei danni, mentri il conte - che ero poi io - ne approfitta e dice a Rosina, in uno dei caratteristici recitativi rossiniani:

«Or che siam soli... ditemi, o cara: il vostro al mio destino d'unità siete contenta? Franchezza!».

E Rosina risponde, abbassando gl occhi pudica:

«Ah, mio Lindoro, altro io non bra mo!».

Nel dire questo, all’improvviso, li ...donna-cannone mi si gettò al colk e mi abbracciò. Ma che dico: mi abbracciò! Mi seppellì, letteralmente Sembravo il tenero edelweiss sottile scroscio della valanga! Vacillai, la mia sedia, non adatta a tanto pe so, scricchiolò sinistramente... e uni voce dal loggione ammonì, piena di compassione:

«Ohè, Rosina! Non gli far mica male, a quel povero bambino!».

Potete immaginare quel che accadde. Pareva che il teatro dovesse crollare per l’esplosione degli urli e delle risate. Per fortuna, come vi ho detto in principio, non crollò: miracoli dell'edilizia teatrale.

Questo, dunque, fu il mio debutta Ma un altro impresario, che quella sera mi aveva udito cantare, mi offri subito una scrittura per cantare a Trieste nel «Barbiere di Siviglia» e nella «Mignon». Anche per quelle recite triestine, se v’interessa di saperlo, il compenso stabilito fu di cinquanta lire, ma questa volta... era l’impresa che le pagava a me! Cominciava il mio volo...

Qualche volta, come mi toccò di constatare più tardi, è il successo, il grande successo che crea le premesse per un insuccesso. E qui bisogna tener conto di quale mostro volubile e spesso crudele sia il pubblico. Un esempio? Ve lo pesco subito tra i miei ricordi.

Nel repertorio del tenore sono numerosissime le arie, le cavatine, le danze delle quali è di prammatica eseguire il bis. Ripetere il pezzo, quando il pubblico lo chiede a gran voce, senza dubbio per il cantante una grande soddisfazione. Ma non vi nasconderò che io, per quel che mi riguarda, ho sempre concesso i bis con un certo timore.

Pensavo: canterò, la seconda volta, altrettanto bene?

Una sola occasione mi si è offerta, tutta la mia vita, di dover addirittura trissare una romanza, e precisamente il famoso lamento di Federico nell’«Artesiana» di Cilea: «È solita storia del pastore...».

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Tito Schipa assieme a De Luca e Lily Pons, travestita da apache

Ciò avvenne durante una recita aordinaria dell’opera a Palmi, città natale dell’autore. E ricordo che poiché io, dopo avere eseguito il bis, non mi sentivo il coraggio né la forza di fare anche il tris, accadde il finimondo. Urla, fischi, schiamazzi... alcuni energumeni, pieni di sacro fuoco campanilistico per il loro idolo calabrese, il buon Francesco Cilea, forzarono la porta del palcoscenico e si avanzarono risoluti tra le quinte, verso di me. Quando li vidi, sentii un brivido attraversarmi la schiena; vi assicuro che avevano certe facce e certi atteggiamenti da togliermi ogni dubbio sulla convenienza di concedere il bis. Feci precipitosamente cenno al direttore d’orchestra e cantai il pezzo per la terza volta. Capirete: alla pelle ci tenevo; e con le intenzioni che mostravano quei tali, si correva il rischio di udire il lamento... di Schipa anziché quello di Federico!

Un terzo tipo di incidenti teatrali quello che chiamerò fatale. Si direbbe che Melpomene o Talia, sopraffatte dal destino come lo stesso [...] nella tragedia greca, si sentano intenti a proteggere i loro adorati. Vi narrerò che cosa mi accadde al «Werther» di Massenet, una volta che eseguivo quest'opera al teatro di di Buenos Aires.

Avete in mente il terzo atto? Werner torna nella casa di Carlotta, donna lunga assenza. La rivede e si appoggia presso l'uscio, pallido, debole, sostenendosi al muro. Così la didascalia del libretto e così io quella sera, come avevo fatto infinite altre volte. Ma mi resi conto subito, con terrore, che il muro... non sosteneva! Le quinte, forse, erano state male inchiodate; ma io, che nel fervore dell’interpretazione mi ero lasciato andare con tutto il mio peso, sentivo che a poco a poco il mio corpo prendeva una posizione sempre più obliqua.

Per fortuna, prima che accadesse l'irreparabile, qualcuno - dietro le quinte - se ne accorse; e un robusto macchinista fu piazzato con le solide spalle a raddrizzarmi dapprima, a sostenermi in seguito. Mi sentii più sicuro. Eseguii tutta la mia scena e, dopo aver cantato i versi: «Si... vedo che qui nulla cambiò... soltanto i cuori! E v’è pur la spinetta che la gioia cantò...» feci per muovermi, per avanzare verso Carlotta. Orrore: il codino della mia parrucca era rimasto serrato nella connessura tra due quinte. Il più piccolo movimento da parte mia avrebbe provocato la catastrofe!

Accadde a San Sebastiano

Nei pochi attimi che il commento orchestrale mi concedeva, tentai di far comprendere all’interno quel che mi stava accadendo... sussurrai qualche frase concitata... picchiai discretamente con le dita... cercai di far forza col peso del mio corpo, in modo che quella maledetta connessura si allargasse e lasciasse libero il mio codino. Tutto inutile. Ogni mio sforzo, anzi, non faceva che peggiorare la tragica situazione: il macchinista infatti, convinto che io cercassi di fargli capire che non mi sentivo abbastanza sorretto, spingeva ancora più energicamente, col risultato che la fessura tra le due quinte serrava sempre più l’estremità della mia parrucca !...

Devo dirvi che sudavo freddo? Credo che sia inutile. La povera Carlotta aveva capito che c’era qualche cosa che non andava per il suo verso, e - vòlte le spalle al pubblico - mi faceva gran cenni di avvicinarmi a lei... Il tempo stringeva... io avrei dovuto già essere al centro della scena, accanto al tavolo su cui giacevano i versi di Ossian, quei versi che dovevo leggere sospirando: «Ah, non mi ridestar, o soffio dell’april...».

Ed ero li, inchiodato, in fondo alla scena! La mia Carlotta, al momento estremo, adottò la leggendaria decisione di Maometto: visto che io non andavo verso di lei, mi recò lei stessa, per così dire a... domicilio, il libro di Ossian. E così, imprigionato da quell’uomo implacabile, con la testa che sembrava inchiodata al muro, cantai la famosa aria. Vi misi tanta anima, un tale dolore, una sofferenza così sentita, che giurerei di non averla mai interpretata così bene in tutta la mia vita!...

Soltanto quando udì scatenarsi un putiferio di applausi l’uomo dietro le quinte - cedendo forse ad un moto di entusiasmo - alleggerì la sua spinta... ed io mi trovai improvvisamente libero. Ma vi assicuro che quando, nel mio camerino, mi tolsi la parrucca, la si sarebbe potuta torcere, tanto era intrisa di sudore!

Ora pensate: mentre io, sul palco-scenico, vivevo la più pietosa tragedia che potesse capitare ad un cantante, in platea nessuno si accorgeva di nulla! E alla fine io mi ritrovavo ancor vivo... e il soffitto del teatro non era crollato... e le luci della ribalta continuavano a brillare: non sembra impossibile tutto ciò? E non è supremamente piacevole?

Ma... dalla scatolina dei ricordi, quella scatolina che immagino di avere dentro il cervello e che dev’essere divisa in tanti reparti, sento giungere un picchiettio impaziente. Questo accade quando c'è qualcuno dei miei ricordi che ha una voglia matta di uscir fuori e trova la porta ostinatamente chiusa: una porta che potrebbe anche essere quella della ragione. Di che si tratta, dunque, questa volta? Vediamo un po'...

Ecco: ti Ci ho pescato! Tu sei un ricordo diverso; non stai nel reparto di quelli che ho tirati fuori fin qui, per la paziente sopportazione dei miei buoni lettori. In quale reparto sei rinchiuso, dunque? Un cartellino avverte: «Incidenti della vita». Nulla a che vedere con gli incidenti della scena.

Accadde in Spagna, e precisamente a San Sebastiano. Avevo molti, molti anni di meno sulle spalle e trionfavo appunto nel «Werther», opera che mi ha dato sempre grandissime soddisfazioni. Dopo il secondo atto, in camerino, mi fu recapitata un'enorme cesta di fiori, sui quali troneggiava una piccola busta cilestrina.

Curioso di conoscere l'identità del mio ammiratore - o, come era più probabile, della mia ammiratrice - mi affrettai ad afferrare la busta, ma con mia grande meraviglia vidi che nel toglierla di mezzo ai fiori essa si traeva appresso un cordoncino di seta d’oro e, in fondo al cordoncino, un piccolo astuccio di pelle.

Se esistesse una prassi postante sul modo di comportarsi nei casi di questo genere, sono convinto che la regola consiglierebbe due movimenti: primo, guardare il contenuto dell’astuccio; secondo, leggere il biglietto. Io, naturalmente, feci proprio così. L'astuccio mostrò ai miei occhi sbalorditi, in una delicata conchiglia fatta di velluto, un superbo anello d'oro nel quale era incastonato un «solitario» purissimo. Chi mi faceva un regalo simile, degno d’un re?

Un immediato sopraluogo nell’interno della busta cilestrina non mi disse il nome del donatore. Una scrittura decisamente femminile, di quelle scritture angolose e nervose che tradiscono la donna elegante, mi dava modo di leggere poche righe:

«Se Werther, alla fine delle spettacolo, uscirà solo dalla porticina del palcoscenico, troverà una carrozza chiusa ad attenderlo. Se vorrà salirvi, conoscerà la signora che lo prega vivamente di accettare questo dono, troppo modesto per la sua grande arte».

Il biglietto è ancora qui, sotto i miei occhi, gualcito e scolorito dal tempo. Che bei giorni mi ricorda! Soltanto oggi ne comprendo il valore: soltanto oggi che di biglietti simili non ne ricevo più... Quella sera, a San Sebastiano, non dico che lo accogliessi con un sentimento di fatuità che, del resto, non è stata mai tra i miei difetti; ma non andai neppure in visibilio, se debbo dirvi la verità. Tutti i cantanti hanno avuto, chi più chi meno, le loro bonne fortunes: soprattutto i tenori, destinati per il romanticismo dei loro personaggi e per la bellezza delle loro romanze a far vibrare i cuori femminili...

Comunque, intendiamoci: non ero certo il tipo, io, da rinunciare ad una cosi promettente occasione. Alla fine dello spettacolo feci in modo da uscire più presto dei miei compagni, solo. La carrozza c'era, 'ed era di gran lusso, come usavano in Spagna a quei tempi, prima che l’uso della automobile le relegasse per sempre in fondo alle rimesse. Aprii lo sportello. Una mano morbida e profumata mi fu offerta da baciare; un’altra mano afferrò il mio braccio e mi costrinse dolcemente a sedere sui soffici cuscini, accanto ad una donna... mascherata.

La carrozza si allontanò lungo il mare, fuor di città, al trotto dolce dei suoi cavalli. Era una nottata chiarissima; lo splendore della luna piena faceva penetrare nell'interno della vettura riflessi che sembravan provenire dal paese delle fate... E il viso della mia compagna, di cui dovevo ancora udire la voce benché sin dal primo momento avessi continuato a tempestarla di domande, rimaneva ostinatamente celato dietro la mascherina di velluto nero. Questa, però, non m’impediva di ammirare una bocca semplice-mente meravigliosa: una collezione di perle in uno scrigno di velluto carminio. Una bocca la quale, conscia o paga della mia palese ammirazione, continuava a esibirsi nello splendore di un riso che minacciava di farmi diventare pazzo! Se il resto somigliava al campione...

A un tratto la bella incognita ruppe l’esasperante silenzio. Ma non parlò. Una voce piccola, ma morbida e perfettamente intonata, cominciò' a cantare: «Werther... Iddio lo sa... A voi presso, un momento, della mia santa mamma scordato ho il giuramento»... Erano le parole di Carlotta a Werther, alla fine del primo atto... «Ah, birichina!» pensai vuoi che conversiamo in musica? Io allo scherzo ci sto... ma salto a piedi pari due atti!»

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Tito Schipa è marito e padre esemplare: la moglie Diana e il figlio Tino sono gli affetti della sua vita. A questa istantanea il celebre tenore ha dato un nome, «Tutt’e tre», che è anche quello d’una canzone napoletana da lui composta.

Cade la maschera

E infatti le risposi... con la solita romanza del terzo atto: «Ah! non mi ridestar...» cercando di metter nella mia voce, priva dell’usato sostegno orchestrale, quanta più seduzione potessi... E intanto, per unire i fatti alla musica, tentavo di strappar quella benedetta mascherina da quel viso di cielo... senza del resto riuscirvi. poiché la sconosciuta mi opponeva una resistenza feroce.

Visto che in questo modo non sarei approdato a nulla, a meno di compiere un atto di villania, feci ricorso alle armi di cui disponevo. Giunto all’ultima nota della romanza, la filai come poche volte ero riuscito a fare in scena... e a mano a mano andavo avvicinando il mio volto al volto di lei... la mia bocca alla sua bocca, che non si rifiuta va... Finché, nell'oblio di un bacio che certo era premio della mia arte nel canto e no certo del mio fascino personale, riuscii con un moto improvviso a strappare la maschera.

Oh, amici miei: donna no vidi mai... più brutta di quel la! Come aveva potuto la natura fare un simile scherzo di cattivo genere e regalare una bocca cosi perfetta ad un essere femminile dai lineamenti tanto irregolari e spiacenti per non adoperare aggettivi più crudi?

Ma io, in quel momento, non mi divertivo certo a pormi quesiti d’eugenetica... Tutto mio essere cercava spasmodicamente una via d’uscita. E già disperavo di trovarla quando, a non grande distanza dalla strada che percorrevamo, risuonò uno sparo. Fiucile? Pistola? Pesca alla dinamite? Come prima avevo fatto per la scienza dell’eugi netica, cosi trascurai ora quella della balistica. So soltanto che quella detonazione mi suggerì, come in un lampo, una trovata di genio.

Una donna di spirito

Mi lasciai andare sui cuscini, portando una mano alla tempia, con tutto il corpo nell'atteggiamento di Werther all’ultimo quadro, dopo il suo romantico suicidio... E intanto, per sostener la finzione cantai con voce morente le intime parole dell’infelice amante: «lo spero che di nascosto una donna verrà a trovare il reietto...». Infine, come poco prima avevo fatto in scena, piegai il capo sulla spalla e morii!

Quella signora era brutta è vero: ma era anche una donna di spirito. Con un gesto rapido aveva rimessa al suo posto la pietosa mascherina ed aveva assistito alla mia scena, ridendo di gran gusto mostrandomi ancora lo splendore di una bocca unica al mondo... Poi, dai finestrini aveva detto qualche parola in lingua basca al suo cocchiere.

Di lì a poco i cavalli si fermavano dinanzi alla porta del mio albergo. E di quell'avventura di sogno non mi sono rimasti che questo vecchio, scolorito biglietto ed un anelli con un solitario...

Un giorno, forse, vi racconterò episodi di tutt’altra natura. Vi dirò con quale tremendo litigio ebbe inizio la mia amicizia col più grande basso di tutti i tempi, Fiòdor Scialiàpin; vi narrerò la storia di una corrida a San Sebastiano e di una cravatta regalatami dall’ultimo re di Spagna; vi divertirò facendovi ascoltare una mia avventura argentina, che per poco non mi valse l'elezione a presidente di quella repubblica suri americana...

Ma tutto questo è normale Tutti gli artisti lirici di illustre fama avranno da raccontarvi qualche cosa di questo genere. Sono episodi che, per la maggior parte, non hanno lasciato alcuna traccia nei nostri ricordi. Gli altri, invece, quei terribili incidenti di scena... e fuori di scena: ah, quelli non si dimenticano mai più.

Tito Schipa, «Epoca», anno IV, n.136, 10 maggio 1953


Epoca
Tito Schipa, «Epoca», anno IV, n.136, 10 maggio 1953