Tito Schipa mira ai cent'anni

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Dopo una lunga assenza dall'Italia il celebra tenore ha ritrovato a Milano la stessa calorosa accoglienza che le folle gli tributavano nelle più brillanti serate della sua piena maturità artistica.

C'è stato un momento durante il recente concerto di Tito Schipa a Milano, in cui l’attenzione della folla che gremiva il Teatro «di Via Manzoni» è stata attratta dal rumoroso entusiasmo di un vecchissimo spettatore che si spellava letteralmente le mani per applaudire e non si stancava di indirizzare i più commossi «bravo!» al grande tenore, «Capirete, — egli disse poi ai più vicini, quasi cercasse di giustificarsi: — Schipa è stato il mio miglior allievo, l'ho perfezionato io». Fu appunto a Milano, una quarantina d’anni fa, che il maestro Emilio Piccoli, oggi ottantatreenne, perfezionò il giovanissimo e promettente tenore leccese: ma chi per primo lo avviò allo studio del canto fu un suo concittadino, il maestro Alereste Gerunda.

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«Niente da fare, — commentava dopo il concerto, uscendo dal teatro, il maestro Natale Gallini, della Scala: — ha ancora troppo successo per convincerlo ad accettare». Da tempo, infatti, la sovrintendenza del Teatro alla Scala vorrebbe affidare a Schipa l’insegnamento nella sua Scuola di perfezionamento di canto; ma chi riuscirebbe a convincere il famoso tenore ad accettare il pur ambito incarico, se il palcoscenico gli dò ancora, intatte e talvolta persino moltiplicate, le soddisfazioni che gli dava nel periodo di maggiore splendore della sua trionfale carriera? La sessantina ha forse tentato di far lo sgambetto a Schipa, ma il suo eccezionale vigore e i suoi straordinari mezzi vocali se ne infischiano degli anni. Lo dimostra, fra l’altro, la stupefacente attività di questo intramontabile artista. Da tempo mancava da Milano, dove l’ultima volta offri all’esigente pubblico scaligero una delle sue più felici edizioni del «Matrimonio segreto». Da allora, si può dire che egli non si sia fermato un giorno. Le folle del Sud-Africa, dell’Australia e del Brasile lo hanno conteso a quelle dell’Inghilterra, della Svizzera, della Palestina e della Jugoslavia. «Sono stato a Belgrado per quattro concerti, — mi dice Schipa, — ma ho dovuto promettere che tornerò in Jugoslavia per una serie minima di dieci rappresentazioni». In Jugoslavia, l’ultimo fra i Paesi stranieri, in ordine di tempo, visitati da Tito Schipa, questi ha riportato un successo talmente clamoroso da indurre i più entusiasti a chiamarlo Tito I.

Schipa è veramente nato per cantare. A otto anni cantava nel Duomo della sua natia Lecce. Lo udì per caso il vescovo. Monsignor Gennaro Trama, napoletano, che gli propose di entrare in seminario per coltivare le sue promettentissime doti canore. Tito era povero, ma il vescovo pagava la retta per lui. Un giorno il ragazzo si fece coraggio, andò dal suo eminente benefattore e. piangendo, confessò che non sentiva la vocazione per la vita religiosa.

«E c’è da piangere per questo?». lo confortò il vescovo: «Figliolo caro, io sono felice di ridarti la libertà, perchè di buoni sacerdoti ce ne sono tanti, di buoni tenori ce ne sono troppo pochi».

Da quel giorno il piccolo Tito non ebbe che una prospettiva: cantare. Cioè, non si limitò a cantare: compose anche musica, esprimendo un talento musicale non comune. La sua prima composizione fu una Messa cantata, che dedicò al suo vecchio benefattore, Monsignor Trama. Dal sacro al profano, il balzo non gli fu difficile e subito dopo, infatti, compose un'operetta che ebbe successo e che tornerà prossimamente sulle scene.

Non ancora ventenne. Schipa si trasferì a Milano per perfezionarsi, come dicevo poco fa, sotto la illuminata guida del maestro Emilio Piccoli. Poverissimo, un giorno saltò il pranzo e la cena per andare a teatro: si dava un’opera nuova, che fini tra i fischi e le più rumorose disapprovazioni del pubblico. Approfittando della enorme confusione, il giovanissimo Schipa tentò di introdursi in palcoscenico, tanto potente era il fascino che le scene esercitavano su di lui. Due uomini parlavano in un angolo buio del palcoscenico. «Purtroppo. — disse uno dei due con un accorato sospiro, — purtroppo è difficilissimo accontentare il pubblico, perchè non si sa che cosa voglia». Intervenne, con una certa faccia tosta, il giovane e sconosciuto Schipa. «Io saprei come accontentare il pubblico, e so benissimo che cosa vuole». L’altro lo guardò con disappunto: «Ebbene, — chiese: — secondo lei, che cosa vuole il pubblico?». «Vuole indietro i quattrini» rispose il futuro tenore.

Il primo passo verso la celebrità. Tito Schipa lo fece a Vercelli. debuttando nella «Traviata». Un autorevole agente teatrale di allora. Rocca, pretese cinquanta lire come sua percentuale. cifra che l’esordiente tenore sborsò con enorme sacrificio Ma le cinquanta lire che spese per il debutto vercellese furono benedette: Giuseppe Borboni. impresario dal fiuto straordinario. padre di Paola Borboni, individuò subito nel debuttante il tenore dotato di mezzi straordinari. e lo scritturò per tre anni; fu in quella lunga "tournée” che il giovane cantante ebbe modo di perfezionare la propria esperienza scenica, già istintivamente ricca di temperamento. Il «Werther» diventava presto il suo cavallo di battaglia: ma il repertorio di Schipa. assai vasto, comprendeva sin da allora. «Il Barbiere di Siviglia». «Cavalleria rusticana». «Zazà», «Rigoletto», ecc.

L'ingresso del tenore leccese nel mondo delle Celebrità della lirica doveva avvenire col più clamoroso successo al San Carlo di Napoli, dove una grande esecuzione della «Tosca» doveva rivelare ai gusti più raffinati le sue grandi possibilità. «Dirigeva l’orchestra Bugnone, — rievoca Tito Schipa: — quando esplose l’applauso del pubblico alla fine della famosa romanza "E lucean le stelle", il grande maestro zitti il pubblico con gesti imperiosi, e, ottenuto il silenzio, mi gridò con voce commossa: 'Tito, questa volta il bis fallo per me!”».

Schipa è stato sempre indulgente con i molti illusi che. pur non possedendo nessuna qualità, sempre numerosissimi si son rivolti a lui nella speranza di ricevere una taumaturgica spinta nella sfera delle celebrità del teatro Urico. Qualche volta, però. le persone che si rivolgevano a lui lo facevano con cosi poco tatto che egli, impulsivo com’è. non riusciva a frenarsi. Un giorno. in una città dell’Italia settentrionale, una signora di una certa età lo assediò a lungo in albergo e. nonostante egli le avesse fatto dire che era indisposto. pretese che ascoltasse una sua figlia nella quale si dichiarava certa di scorgere una grande rivelazione della lirica. Paziente, Tito Schipa ascoltò la sicura promessa, che. oltre tutto, stonava maledettamente. Alla fine della romanza, la madre della straordinaria rivelazione chiese a Schipa: «Dica la verità, non trova che mia figlia canti con molto cuore?». «Se avesse cuore, — rispose Schipa. — non canterebbe». Questa risposta sembrava fatta apposta per scoraggiare le ambiziose prospettive deU'asfissiante signora. E invece, l’indomani, ella si fece nuovamente annunziare al tenore. Più paziente di Giobbe. Tito Schipa dedicò ancora qualche minuto del suo tempo all’aggressiva visitatrice. La quale: «Mi scusi. — gli disse. — ma ieri dimenticai di dirle una cosa importantissima. Mia figlia sa anche suonare il pianoforte. Lei che ha tanta esperienza. crede sia meglio che si dedichi al piano o al canto?».

Schipa non ebbe neppure un attimo di esitazione: «Al piano». disse. La signora lo fissò, favorevolmente colpita. «Benissimo. Ma come fa a dire che è meglio si dedichi al piano? Forse l'ha già sentita suonare?», chiese. «No. — concluse Schipa, — ma l'ho sentita cantare».

Tutto, intanto, lascia pensare che la sovrintendenza dei Teatro alla Scala dovrà attendere ancora a lungo prima che il tenore si decida ad accettare l’incarico d'insegnante alla Scuola scaligera di perfezionamento di canto. Il perchè è molto semplice: Schipa è nella sua terza giovinezza. Egli conosce il prodigioso segreto di saper staccare con straordinaria lentezza i fogli del calendario, «Faccio un quarto d’ora di ginnastica ogni mattina. — egli mi dice assumendo allegramente un atteggiamento atletico: — con qualsiasi tempo e dovunque sia. dormo immancabilmente con la finestra aperta; non ho mai portato sciarpe e pellicce; affronto indifferentemente il caldo e il freddo, e non ho dovuto mai lamentare abbassamenti di voce». Bene, se volete saperlo, Schipa conta di cantare ancora una ventina di anni. «E si noti, — egli precisa — tra venti anni smetterò di cantare, ma non di campare».

Sul terreno della longevità, il celebre cantante va a colpo sicuro: «Una mia zia paterna. Grazia, è morta a centotre anni. Un'altra mia zia. Antonia, è morta mentre entrava nel centesimo anno di età. Vivente, e in ottima salute, è una sorella di mia madre, che ha scavalcato con disinvoltura i novantacinque anni». Dopo una breve pausa, Schipa aggiunge: «Nella nostra famiglia la longevità è diventata ormai una cosa talmente normale da costituire un nostro preciso diritto, e francamente non sono mai riuscito a spiegarmi l'immatura fine di mio padre, morto a ottantanove anni appena».

Quando non canta. Schipa trascorre volentieri brevi periodi di riposo nella sua casa di campagna. presso Novi Ligure, dove risiede con la sua giovane e bella moglie, la signora Diana, e il suo piccolo Titino, di sei armi, che già rivela una promettentissima inclinazione per l'arte lirica. A Genova. Tito Schipa ha acquistato un bar. e l'ha voluto battezzare col nome stesso della moglie, "Bar Diana”, gestito però da un cognato.

Che cosa pensa il celebre cantante dell'attuale situazione del teatro lirico? «L'interesse per il bel canto non è più vivo come una volta. Oggi, il pubblico che affolla la Scala di Milano o l'Opera di Roma si compone per il venti per cento di autentici appassionati della musica, per l'ottanta per cento di persone che obbediscono a esigenze mondane». Quanto ai cantanti di oggi, pur riconoscendo che le belle voci non mancano, anche se discontinue e non sufficientemente educate, Tito Schipa si è espresso con una felice similitudine: «La maggior parte dei cantanti moderni sono miopi della voce: hanno bisogno degli speciali occhiali chiamati microfoni».

Vincenzo Rovi, «Tempo», anno XIV, n.7, 16 febbraio 1952


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Vincenzo Rovi, «Tempo», anno XIV, n.7, 16 febbraio 1952